Il pomeriggio romano era freddo e terso come solo in questa città sa essere eppure aveva quei colori vividi che rendono allegra una città che si asciuga di primavera. La compagnia era colorata in una gamma andante tra il grigio e il nero con qualche traccia di marrone. Guidava lui, nella sua vecchia macchina bianca usata, col suo stereo ante guerra sintonizzato solo su radio rock in attesa di qualche canzone dei Cure, e con quel maledetto finestrino inapribile. Magro, terribilmente e irresistibilmente magro, cespuglioso con le sue vertigini così fitte da darti il capogiro, i suoi occhiali intellettuali, infagottato in un grigio giaccone comprato a pochissimo ad un mercato dell’usato e per questo motivo di vanto, bello. Accanto c’era lei, coi suoi capelli sparati di un colore indefinibile, forse erano castani, forse avevano delle tracce di biondo, forse avevano dei riflessi rossi su una base nera. O forse tutto questo. Le sue lunghe mani stavano rannicchiate in guanti elasticizzati neri con le dita tagliate, sembravano le mani di Madonna uscite fuori da un video in gondola anni ottanta. Ma il suo spolverino nero le dava un’aria smagrita, forse falsa ma calamitante. E il suo orecchino al naso, ostentato con l’orgoglio che si ha solo a diciotto anni, osservava il mondo da quel bel viso allungato. E dietro c’era l’altra ragazza infagottata in un lungo cappotto nero, lungo quanto lei, coi capelli da capretta tibetana, la treccina regalata da un marocchino di nome Marco a piazza di Spagna e il suo inseparabile zainetto di tela bianco e nero pieno di tante meraviglie: chiavi pupazzetti, fazzolettini usati, cartine e filtri, fumetti, libri, rosette rubate a mensa. E più dietro ancora due setter irlandesi, fulvi e luccicanti, madre e figlia, grassa e magra. La buffa macchina che camminava sempre tenendo la destra più estrema e che tante volte aveva suscitato la curiosità delle puttane per strada, rombando allegramente tra i palazzi fantasma di periferia, era arrivata nel luogo più assurdo della terra: un enorme parco incolto circondato dalla fagocitante città. La compagnia scese dalla macchina baldanzosamente, con la strafottenza di una giovinezza geniale. Il cammino lungo la collina era profumato dai gialli fiori di prato e l’arrivo in cima, piccola conquista di poco conto, era accompagnato dallo scodinzolare libero dei cani. Sdraiarsi nel cielo di primavera è perfetto ma mai come il rizzarsi di scatto nel sentire un branco di cavalli al pascolo che corrono intorno. Questa è Roma, nell’aria limpida e fredda di una primavera lontana, tra volute di fumo anestetizzante, rilassante, distensivo eppure così socializzante e loquace. E la bocca a felpa può essere anche sopportabile in un pomeriggio perfetto di tre amici e due cani che non ci sono oggi ma sono ancora in quel prato in quel giorno di un anno qualsiasi in una primavera qualsiasi, basta che sia romana.




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