….ritrattare.
Si discute di federalismo, “devoluzione”, competenze della amministrazioni locali, con gli schieramenti politici in confronto su questi temi, e il presidente della Repubblica interviene: “Questo sì, questo no, questo è giusto, questo è sbagliato”. Succede praticamente su ogni faccenda dell’attualità politica: Ciampi continua a dire la sua. E va bene, ma almeno sia chiaro che è la “sua”, mentre qui si sprecano dichiarazioni a destra e a manca secondo cui quel che dice il capo dello Stato rappresenterebbe l’opinione di tutti. Ma quando mai? A parte che il presidente della Repubblica dovrebbe starsene zitto su quelle questioni perfino se le sue idee rappresentassero effettivamente la “nostra” volontà di cittadini (sulle scelte di indirizzo politico decidono il Parlamento e il governo, punto e basta): ma a parte questo c’è che di fatto, proprio sui temi come l’istruzione e il federalismo, e cioè sulle faccende di cui s’è occupato Ciampi con le sue ultime strombazzate, i cittadini hanno ben dimostrato di pensarla in modo diverso.
Almeno c’è caso che la pensino diversamente, per esempio, gli abitanti delle regioni del Nord che, definizioni a parte, un punto chiaro in testa ce l’hanno: vedere e controllare da vicino come gira la macchina dell’amministrazione, e sapere che se qualcosa non fila per il verso giusto bisogna cercare il responsabile in Regione, non in un labirinto di ministeri romani.
Che la riforme ipotizzate da Bossi e dal centrodestra sappiano soddisfare quel desiderio di cambiamento, fortissimo in tanti cittadini, bisogna vederlo, ma di sicuro non lo decide Carlo Azeglio Ciampi. Eppure, ogni volta che questo presidente apre il becco, Palazzo Madama e Montecitorio son lì a ringraziarlo, a spedirgli gli elogi per l’ennesimo “alto richiamo”, come ha fatto ieri Pier Ferdinando Casini, che ha voluto devotamente significare all’ex banchiere Ciampi che “il Parlamento e tutto il Paese lo ringraziano per l’equilibrio istituzionale con cui interpreta autorevolmente il proprio ruolo di servizio all’Italia” (un mezzo chilo di retorica in meno no, eh?). E comunque, vada pure per il Parlamento, anche se il presidente della Camera non ha nessun potere di “rappresentarlo”, e se ci fosse un parlamentare degno del ruolo glielo farebbe notare. Ma che “tutto il Paese” ringrazi Ciampi è quel che si dice una petizione di principio. Che poi lo ringrazi “per l’equilibrio istituzionale” è una specie d’offesa (per il Paese).
Potevi giurare sulle reazioni scandalizzate se un ministro della Repubblica avesse osato obbiettare, davanti all’ennesimo sproloquio presidenziale, che il Capo dello Stato non dovrebbe rilasciare o negare patenti di fattibilità politica a questa o quella soluzione di riforma. E infatti: “Volgare attacco!”, “Conflitto fra le Istituzioni”, “Deve dimettersi!”. Ma l’attacco lo fa il presidente ogni volta che parla a sproposito, e cioè ogni volta che pretende di orientare l’attività parlamentare. E il conflitto fra le istituzioni si crea quando chi ne rappresenta una la fa fuori dal vaso, non quando un altro, doverosamente, ne denuncia le esorbitanze. In quanto alle dimissioni, poi, dovrebbe semmai dimettersi chi sceglie, in questa occasione, di “stare al fianco” di Ciampi (è sempre Casini, con Pera in corteo), che significa stare al fianco di chi tiene una condotta di almeno improbabile compostezza costituzionale.
Investito da quella bordata di accuse Bossi non ha abbozzato (ci mancava altro), ma non ha nemmeno, come invece avrebbe dovuto, rilanciato. Aveva due motivi per farlo. Primo, perché ha il diritto e probabilmente il dovere di tradurre in fatti le ipotesi di riforma (buone o cattive, questo è un altro discorso) su cui ha chiesto i voti. Secondo, perché avrebbe richiamato un principio purtroppo dimenticato in questo Paese: e cioè che gli italiani sono divisi proprio perché la cosiddetta “Unità della Nazione” è usata per impedire qualsiasi riforma.
da Libero di giovedì 5 dicembre 2002.
saluti




Rispondi Citando

