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    Predefinito La fiaba, simboli e significati reconditi

    Il mito e la fiaba


    Lévi-Strauss, antropologo strutturalista, nel corso dei suoi studi, ha analizzato il ruolo e la funzione delle storie mitiche all’interno delle civiltà cosiddette "primitive", intendendo con tale espressione i popoli privi non di organizzazione sociale o di cultura ma "privi di scrittura".

    Buona parte della cultura orale di questi popoli è incentrata su storie mitiche che, se a una prima analisi possono apparire assurde e prive di logica, in realtà dietro l’apparente assurdità sono ricche di valori culturali e sociali, e nascondono una logica che fa riferimento alla struttura sociale ed economica e illustra il valore e l’importanza di alcuni riti o istituzioni sociali del popolo a cui il mito appartiene.
    Lévi-Strauss ha individuato nei miti il tentativo di spiegare, di dare un ordine alla realtà naturale: "<...> ho cercato di mostrare come questi popoli, che siamo soliti considerare completamente asserviti alla necessità di non morire di fame e di mantenersi robusti solo per sopravvivere in condizioni materiali durissime, siano perfettamente capaci di pensiero disinteressato, siano cioè mossi dal bisogno o dal desiderio di capire il mondo intorno a loro, la natura e la società. D’altra parte, per raggiungere questo scopo, essi impiegano strumenti intellettuali <...>" (Lévi-Strauss, Mito e significato, pag. 30).

    Il mito non è quindi puro frutto della fantasia; l’uomo osserva la realtà e, usando le proprie facoltà mentali, ne fornisce una spiegazione. Si tratta naturalmente di un modo di procedere lontano dalla logica scientifica; ma l’obiettivo non è quello di scomporre la realtà e conoscerla negli elementi che la compongono, bensì la "comprensione generale dell’universo - e una comprensione non solo generale, ma anche totale" (Lévi-Strauss, Mito e significato, pag. 31).

    Il mito, in questo modo, offre all’uomo "l’illusione di poter comprendere l’universo" senza fornirgli però la possibilità di esercitare su di esso un maggiore controllo materiale.

    Molti racconti mitici ruotano intorno al tema natura/cultura, affrontando il rapporto esistente tra prodotti naturali e prodotti creati dall’uomo e sviluppandolo attraverso opposizioni (contrasto binario); gli elementi del mito sono cioè spesso in opposizione gli uni agli altri. Così possono diventare elementi "culturali" il nutrirsi di cibi cotti, coltivare vegetali o il silenzio, ed elementi "naturali" i loro opposti, cioè nutrirsi di cibi crudi, raccogliere vegetali che crescono spontaneamente e il rumore (elemento naturale per popoli che vivono in prossimità di foreste).

    In altri miti troviamo esseri umani in opposizione agli spiriti, i fratelli maggiori ai minori, l’autorità terrena a quella sacra, la luce al buio, ecc. Ci si può spingere fino a un più accentuato simbolismo quando si pensa al giaguaro non come elemento naturale ma culturale, "solo perché collegato al fuoco da cucina all’interno dei racconti stessi; il giaguaro sarebbe stato infatti il possessore mitico del fuoco, prima che gli uomini riuscissero a impadronirsene" (da U. Volli, Manuale di semiotica, pag. 264).

    M. Harris spiega che la struttura binaria è riscontrabile anche nelle fiabe classiche; ad esempio Cenerentola è buona, bella, ha piedi piccoli, è giovane e adotta un atteggiamento passivo verso la matrigna e le sorelle, mentre le sorelle sono più vecchie, più brutte, aggressive, con i piedi grandi.


    Il castello turrito, un elemento che ricorre in molte fiabe
    Immagine tratta dal sito http://www.comune.oria.br.it

    Ma esistono punti di contatto tra mito e fiaba? C. Lévi-Struss, in Antropologia strutturale due, riflettendo sull’opera di V. Propp (Morfologia della fiaba) afferma l’impossibilità di separare nettamente i due generi; "è anzi possibile constatare come racconti che hanno il carattere di favole in una società sono miti per un’altra e viceversa" (Lévi-Struss, op. cit. pag. 168).

    Tuttavia l’autore sottolinea che mentre i miti si basano su forti opposizioni interne di carattere cosmologico, naturale e metafisico tra gli elementi, le fiabe presentano opposizioni più lievi, solitamente di carattere sociale o morale; poiché "la favola è una trasposizione attenuata di temi la cui realizzazione amplificata è caratteristica del mito, la prima è sottoposta meno strettamente del secondo al triplice criterio della coerenza logica, dell'ortodossia religiosa e della pressione collettiva. La favola offre maggiori possibilità di gioco <...>" (Lévi-Struss, op. cit. pag. 169).

    Tutto ciò non implica subordinazione di un genere all’altro, come se l’uno venisse prima dell’altro, quanto piuttosto di complementarità; "le fiabe sono miti in miniatura, in cui le stesse opposizioni sono riportate in scala ridotta <...>" (Lévi-Struss, op. cit. pag. 171).

    Dal punto di vista del linguaggio sia i miti che le fiabe sono caratterizzati da un meta-linguaggio, che permette di distinguerli dai romanzi.

    Nelle fiabe, ma ancor più nei miti, le parole e le regole del discorso operano su due piani: il primo è quello del significato cosiddetto "normale", che si coglie seguendo la narrazione; il secondo è quello del meta-linguaggio, dove le parole diventano "elementi di significazione, in relazione a un sistema significativo supplementare, che si situa su un altro piano. Diremo, per chiarire questa tesi, che in una fiaba un "re" non è soltanto re e una "pastora" pastora, ma che queste parole e i significati che esse rivestono diventano mezzi sensibili per costruire un sistema intellegibile formato dalle opposizioni maschio/femmina (nel rapporto della natura) e alto/basso (nel rapporto della cultura) e da tutte le permutazioni possibili tra i sei termini" (Lévi-Struss, op. cit. pag. 183).

    Ma il mito assume nelle culture orali anche un ruolo determinante nella strutturazione dei rapporti sociali e nella costituzione delle istituzioni sociali.
    Lucien Sebag, collaboratore di Lévi-Strauss, indicò nel pensiero mitico non solo uno strumento per interpretare e comprendere i rapporti sociali presenti in una comunità, ma un "modello di organizzazione di questi rapporti", tale da generare esso stesso i rapporti sociali e contribuire alla costituzione ed elaborazione delle istituzioni sociali.

    Certo, è necessario procedere con cautela nel tentativo di descrivere un popolo, i suoi riti e le sue istituzioni sociali assumendoli direttamente dai loro miti. Esiste, come si è visto, una forte simbologia che rende impossibile il loro utilizzo come fonte documentaria nel senso stretto del termine, ma che permette però di accedere alle categorie inconsce di quel popolo.

    Dal sito http://www.pavonerisorse.to.it/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 30-03-10 alle 23:39
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito

    Centro Studi Ricerche Culturali di Prato

    Antonio Roberto Ricasoli

    LA FIABA METAFORA DI VITA



    Nel 1893 A. L Bancroft nella sua opera Le Razze native - Miti e linguaggi scriveva: "il linguaggio è pensiero incarnato; la mitologia (fiaba) è l'anima incarnata. L'uno è strumento del pensiero, l'altra ne è l'essenza". Quindi più l'anima è semplice, più semplice deve essere il suo linguaggio.
    In tal senso le fiabe sono rivolte prevalentemente ai bambini, sia come momento formativo sia per trasmettere loro i valori etici e morali dell'uomo (onestà, altruismo, rispetto della parola data, ecc). Il bambino, che ha la necessità di mettere ordine al suo caos ulteriore, vive le verità morali contenute nelle storie fantastiche metabolizzandole e facendole proprie. Non è quindi un caso se a lui piace riascoltare, senza mai stancarsi, la stessa fiaba perché questa viene vissuta come una esperienza diretta, un mistero che ogni volta si svela, continuando a dargli la confidenza, la fiducia e la sicurezza che ad ogni buon agire corrisponde un premio, così come ad ogni cattivo agire un castigo. […]

    Le fiabe si perpetuano nel tempo e non riflettono le tematiche individuali di un autore, ma vanno al di là dei confini geografici e temporali coinvolgendo tutto l'”essere uomo". Esse vengono da lontano, da talmente lontano che la loro origine si perde nel tempo fino all'attribuzione ad una divinità, cosa che, pur se storicamente falsa, rispecchia bene la diffusione e il radicamento che queste storie fantastiche hanno nella cultura popolare collettiva. Non solo; la fiaba si compenetra e si interseca inesorabilmente con l'elemento della tradizione rituale e religiosa, per secoli trasmessa attraverso la tradizione orale. […]

    La fiaba, il racconto, la storia, avevano un loro ben preciso posto nella trasmissione del patrimonio culturale popolare ed il momento in cui il villaggio si raccoglieva attorno ai narranti era l'apice della vita intellettuale e conoscitiva della società. La fabulazione era considerata fino a tutto il XVII secolo una nobile forma di attività per adulti. Solo l'illuminismo settecentesco e l'esasperato culto del razionalismo cacciarono l'immaginario ai confini della vita intellettuale. Non c'era più spazio per le chimere e le illusioni, il passato era visto come un tunnel oscurato dall'ignoranza e dalla superstizione e solo il futuro rappresentava il lume della ragione. In tal modo, ma solo apparentemente, la fiaba decadde fino a diventare un innocuo passatempo per bambini o anziani. Come dice Carlos Castaneda ne II Fuoco del Profondo, l'uomo sembra "aver voltato le spalle al mondo dei presentimenti e della gioia per dare il benvenuto al mondo della noia”, affermando con ciò come la ragione non vada certamente abbandonata ma che sarebbe un grosso errore farne l'unica unità di misura per comprendere la realtà.


    UN MONDO MAGICO E SENZA TEMPO

    Le fiabe solitamente iniziano con "c'era una volta" e terminano con "e vissero felici e contenti". L'inizio è quindi fuori dal tempo in un mondo e in una dimensione che il compianto amico e collega dottor Piero Cassoli chiamava "Magonia" e la fine è, come la morte, inevitabilmente aggiustatrice (nel bene) di tutta la storia. Tra l'inizio e la fine ci sono tutti gli eventi della vita: amore e odio, gioie e tristezze, esperienze di tutti i generi comprese le più fantastiche. In mezzo alle due certezze (inizio e fine - nascita e morte) c'è in definitiva un "tutto" da costruire, una logica da seguire, una "magica realtà" che a ben vedere anche la vita più scialba offre. La fiaba lascia da parte sia le leggi fisiche sia le consuetudini e apre delle finestre in un mondo dove tutto è possibile, un mondo dove l'assurdità diventa coerente, fuori dal tempo ordinario poiché la cronologia assume un carattere elastico e non canonizzato.

    Attraverso contenuti simbolici e archetipici la fiaba proietta la mente in un mondo misterioso e fantastico, in una dimensione parallela a quella del comune agire dove i personaggi sono svincolati dai limiti della logica. Quando il Principe "va infondo al mare per recuperare l'anello perduto e così poter sposare la Principessa", nessuno si chiede: "come fa ad andare in fondo al mare?", "perché l'anello è in fondo al mare?", "come si fa a trovare un anello in fondo al mare?". L'eroe della fiaba è colui che deve raggiungere uno scopo attraverso un percorso sempre ricco di ostacoli, ma che inevitabilmente lo porterà ad essere o a scoprire un qualcosa di esaltante: il povero che ama, riamato, la principessa, diventerà dopo tante peripezie re; il trovatello che subisce le angherie a causa del suo status scoprirà, alla fine, di essere figlio del re; il brutto, perché diverso, anatroccolo, sarà in realtà un cigno e come tale scoprirà di essere più bello di coloro (semplici anatroccoli) che lo dileggiavano.



    Illustrazione di John Bauer del 1914 per la fiaba L'anello di Helena Nyblom


    Per capire come le fiabe siano immerse in una dimensione diversa da quella del vivere comune riportiamo quanto scrive J. M. Barrie in Peter Pan nei giardini di Kensington descrivendo le "case delle fate": "esse non si vedono di giorno perché sono del colore della notte; ciò non vuoi dire che sono nere perché la notte ha i suoi colori proprio come il giorno e non risulta che qualcuno abbia visto la notte di giorno". L'elemento magico della fiaba fa sì che tutto sia grandioso, esasperato, esagerato e non solo nei personaggi (l'orco è enorme, il bambino è piccolissimo, la strega è bellissima o bruttissima) ma anche nei sentimenti e nelle passioni; così vediamo che l'amore è adorazione senza remore, l'odio non ha confini, la lealtà è eterna, ecc. La fiaba inoltre non deve lasciare desideri di vendetta o comunque sentimenti forti o violenti; tutto deve trovare la sua giusta collocazione, tutto si deve "sciogliere" per giungere a ciò che J. R. R. Tolkien chiama "eucatastrofe" cioè "catastrofe buona", nel senso di gioioso capovolgimento della situazione.

    MORTE, SONNO E CIBO

    Nella fiaba classica ci sono lotte che possono essere cruente e dolorose e la morte non è mai nascosta (al contrario delle fiabe disneyane) ma, come l'eterna dannazione cristiana, essa colpisce solo i "cattivi": l’orco, il lupo, la strega. Il "fratello minore" della morte, il sonno, è un fattore importante e ricorrente della fiaba. Esso può essere lo stato dal quale un essere deve risvegliarsi, molte volte con un bacio, oppure uno stato dove andare per avere delle intuizioni, delle trasformazioni, oppure per accedere in un luogo o in una dimensione diversa ove incontrare qualcuno o qualcosa. Il sonno a volte serve anche per riposare e per trovare al risveglio una situazione diversa. In tal caso come non vedere la morte e la rinascita compensatrice?
    Il sonno può essere infine visto come uno stato di stallo per meditare il da farsi; non a caso la Massoneria chiama "fratelli dormienti" o "in sonno" coloro che per un certo periodo sono assenti dalle attività dell'associazione.
    Un altro elemento importante nella fiaba è il cibo, che può essere foriero di salvezza o di rovina come la mela avvelenata di Biancaneve. Una sorta di cibo è l'elisir", il filtro magico che dona l'amore e la cui più importante espressione (il bacio) può far diventare principe un rospo.

    L'EROE

    Nella fiaba Iskender l'immortale c'è scritto: "coraggioso è colui che accetta il pericolo, saggio colui che non lo sfida". L'eroe deve essere quindi sì coraggioso ma non incosciente. Egli non deve essere neppure un logico calcolatore o un fine stratega ma uno che, forte della propria onestà e purezza di intenti, possa salvare o trovare quello che si era preposto (principessa o tesoro) affrontando tutte le difficoltà (draghi, streghe, orchi, fuoco, acqua ecc.) che altro non sono che i simbolici problemi di ogni esistenza. Il cammino dell'eroe non è un gratuito percorso di sofferenza ma una preparazione, una maturazione per vivere pienamente e consapevolmente il finale, quel "vivere felici e contenti" assieme a ciò che si è amato e desiderato. Per rendere ancora più bella la conquista molte volte si presenta all'eroe, proprio quando tutto sembrava risolto, l'ultimo difficilissimo ostacolo. Quando cioè la meta è vicina e ci si aspetta il meritato premio, tutto sembra essere rimesso in discussione, come la storia di Ulisse che finalmente tornato ad Itaca s'imbatte nei Proci.

    Terminiamo con le parole di Amadu-Hanpate Ba, una grande figura della cultura africana che così introduce un'antica fiaba iniziatica: "Per i bimbi che si divertono la notte, al chiaro della Luna, la mia è una storia fantastica. Allorché le notti della stagione fredda si distendono e si allungano nell'ora tarda in cui le filatrici sono stanche, il mio è un narrare di gradevole ascolto. Per gli uomini dalla lunga barba e dai talloni rugosi è storia vera, che molto insegna".

    BIBLIOGRAFIA
    Amadu-Hanpate Ba, Kaidara, Rusconi, Milano 1971.
    Barrie J. M., Peter Pan nei Giardini di Kensington, Rizzoli, Milano 1991.
    Castaneda C, II Fuoco del Profondo, Rizzoli, Milano 1985.
    Propp V. J., Fonologia della Fiaba, Einaudi, Torino 1966.
    Spina A., Per un ritratto di Crìstina Campo, Scheiwiller, Milano 1993.
    Tolkien J. R. R., Albero e Foglia, Rusconi, Milano 1976.

    Articolo di Antonio Roberto Ricasoli pubblicato su Il Giornale dei Misteri n° 419, settembre 2006

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    Predefinito Riferimento: La fiaba, simboli e significati reconditi

    Claudio Mutti, L'asino e le reliquie, Edizioni all'insegna del Veltro, pp. 128, € 10,00

    Col titolo L'asino e le reliquie Claudio Mutti presenta un'edizione rivista e accresciuta del suo saggio Magia della fiaba, dedicato alle "radici metastoriche dei racconti magiari di fate". Sono presentate, in traduzione dall'originale, tredici fiabe ungheresi, commentate con abbondante erudizione. ("Il Borghese", 3 agosto 1986)

    L'autore parte dall'assunto guénoniano secondo cui spesso il folklore conserverebbe "elementi tradizionali nel vero senso del termine, anche se talvolta deformati, menomati o frammentari". (...) Applicato alla favolistica ungherese, questo criterio ha fatto scoprire al Mutti tutta una serie di elementi sciamanici risalenti alla fase precristiana della cultura magiara, elementi che sono pervenuti fino ai giorni nostri grazie al veicolo della favola: l'asino, appunto, che porta inconsapevolmente su di sé le reliquie di una sacralità tramontata. (…) Il saggio di Mutti sembra convincerci che, per comprendere veramente il significato dell'etnografia, si debba essere qualcosa di più che non uno specialista del settore; occorre essere, oseremmo dire, teologi e metafisici. (Ferenc Szabó, "Il nuovo diario", 10 gennaio 1987)
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-04-10 alle 02:08

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    Predefinito Riferimento: La fiaba, simboli e significati reconditi

    Citazione Originariamente Scritto da Ierocle Visualizza Messaggio
    Claudio Mutti, L'asino e le reliquie, Edizioni all'insegna del Veltro, pp. 128, € 10,00

    Col titolo L'asino e le reliquie Claudio Mutti presenta un'edizione rivista e accresciuta del suo saggio Magia della fiaba, dedicato alle "radici metastoriche dei racconti magiari di fate". Sono presentate, in traduzione dall'originale, tredici fiabe ungheresi, commentate con abbondante erudizione. ("Il Borghese", 3 agosto 1986)

    L'autore parte dall'assunto guénoniano secondo cui spesso il folklore conserverebbe "elementi tradizionali nel vero senso del termine, anche se talvolta deformati, menomati o frammentari". (...) Applicato alla favolistica ungherese, questo criterio ha fatto scoprire al Mutti tutta una serie di elementi sciamanici risalenti alla fase precristiana della cultura magiara, elementi che sono pervenuti fino ai giorni nostri grazie al veicolo della favola: l'asino, appunto, che porta inconsapevolmente su di sé le reliquie di una sacralità tramontata. (…) Il saggio di Mutti sembra convincerci che, per comprendere veramente il significato dell'etnografia, si debba essere qualcosa di più che non uno specialista del settore; occorre essere, oseremmo dire, teologi e metafisici. (Ferenc Szabó, "Il nuovo diario", 10 gennaio 1987)
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    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-04-10 alle 02:09
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    Predefinito Cappuccetto Rosso: una metafora alchemica?

    Giuseppe Sermonti

    CAPPUCCETTO ROSSO O IL MERCURIO

    Con l’inseparabile cappuccio e la sua borsa in mano, Cappuccetto Rosso salta nella fiaba come il dio Mercurio, messaggero e portatore di farmaci. Ella è anche l’elemento chimico mercurio nascosto nella pietra cinabrina, oppure discolo e scorrevole come argento vivo. L’alternanza cinabro-mercurio (HgS – Hg) rappresenta nell’alchimia cinese il passaggio dalla morte alla vita, l’eterna resurrezione.



    Illustrazione di L. Richter

    Cappuccetto Rosso, la bimba della fiaba dei Grimm e di Perrault, è un piccolo dio Mercurio aleggiante nei boschi di castagni e di querce. Messaggera tra la mamma e la nonna, con il paniere contenente focaccia e vino (o burro), ella compie le mansioni del dio dai piedi alati, viandante, portatore di farmaci e consolazioni, intermediario. Del romano Mercurio (o del greco Hermes, del germanico Odino – Wotan, dell’etrusco Turm) ha alcuni attributi peculiari. Innanzi tutto quel suo cappuccio, da cui prende il nome. Mercurio è una divinità col cappello, il pètaso, qualche volta accompagnato da una mantellina. Wotan è descritto con il volto coperto da un cappuccio. Il cappello-cappuccio protegge il dio nei suoi viaggi e lo nasconde nelle sue furfanterie. Che quel copricapo fosse rosso è difficile stabilire, ma rosso era il cappello dei Frigi, rossi i capelli di Mercurio, violetta la mantellina di un Mercurio rappresentato in un dipinto murale sul viale dell’Abbondanza a Pompei. Loge, il demone del fuoco compagno preferito di Wotan, indossava un cappuccio e una mantellina rossa. Di Mercurio, Cappuccetto rosso ha anche la borsa, con cui reca le “medicine” alla vecchiaia. Con Wotan la piccina condivide l’inquietante rapporto con un lupo. Rivelazioni essenziali di Mercurio (1) sono l’incontrare e il trovare e la sua tendenza ad associarsi volentieri a qualcuno (amalgamarsi?), tendenza quest’ultima che rende Cappuccetto Rosso affabile, ma la conduce anche a fidarsi della compagnia poco raccomandabile di un figuro incontrato per caso.


    Il Mercurio Alchemico

    L’equiparazione della bambina del bosco alle divinità mercuriali è un primo passo per giungere all’equiparazione chimica di Cappuccetto Rosso al metallo liquido, il mercurio. Come il dio dai piedi alati, il mercurio è lo scorrevole, l’intermedio, il disceso dall’alto. Nella nostra esegesi metallurgica, esso si candida subito a scivolare tra le paginette della fiaba della bambina messaggera e a fornirle il suo senso ermetico. Il mercurio è l’unico metallo liquido a temperatura naturale, e di colore grigio lucente, volatile, solvente dell’oro e dell’argento. […] Il nome attuale gli fu dato dagli alchimisti nel VI secolo. Essi adottarono il simbolo del pianeta Mercurio per indicare l’argento vivo, così connettendo il metallo fluido al pianeta dalla rotazione più veloce e al dio alato. In alchimia il mercurio non designa solo il metallo grigio, ma un più generale principio umido e passivo, femminile, sottoposto al principio secco e attivo, lo zolfo, come la donna soggiace all’uomo. Il mercurio dei cinesi (2) il shui yin, corrisponde al drago e agli umori del corpo, al sangue, al seme. L’alchimia cinese contrappone il mercurio non allo zolfo, ma al solfuro di mercurio (HgS), il cinabro, che è il minerale rosso entro cui il mercurio è catturato, racchiuso in natura. […]L’alternanza cinabro\mercurio è, per gli alchimisti cinesi, simbolo della morte e della rinascita, della perpetua rigenerazione, alla maniera della Fenice che rinasce dalle sue ceneri. Ma non si dà vera morte, e il cinabro, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, è simbolo di immortalità. Esso è rosso come il sangue, che sempre si rigenera nel corpo umano, e quindi può procurare il ringiovanimento e l’immortalità. Esso si presenta come concrezioni o spalmature su altre rocce, di colore rosso intenso, variabile dal rosso cocciniglia al rosso bruno. È proprio per questo rosso rifugio nella pietra cinabrina che il mercurio, il metallo del dio dal cappuccio, entra nella fiaba come Cappuccetto Rosso.


    Il mercurio dagli alberi

    Nel Medio Evo era invalso l'uso di far condensare i vapori di mercurio che salivano dal cinabro combusto sulle foglie fresche degli alberi a fogliame largo (3). Questo procedimento si realizzava in grande all'aperto nei boschi, o entro appositi locali a campana, nei quali erano posti il combustibile, il cinabro e gli alberelli di condensazione. […]
    Metallica rugiada, materializzata da invisibili vapori, cadente dall'alto, scorrevole come acqua vivente, il mercurio è l'ambiguo tra i metalli, solido e liquido, soggetto e operatore universale dell'opera alchemica, e in ogni caso femmina, yin. Gli alchimisti lo chiamavano aqua simplex, aqua maris, aqua permanens, ma anche aqua aggrediens, venenum, Draco, Serpens.[…]
    Velenoso nel corso dell'estrazione e delle manipolazioni, il mercurio metallico, attenuato in empiastri od unguenti e sciroppi, ha continuato a mantenere un rispettabile posto nella farmacopea sino ai nostri giorni.



    Il vapore mercuriale che ricade nei vasi viene posto
    in connessione con il simbolismo della Vergine.
    DalTractatus qui dictur Thomae Aquinatis de alchimia
    (manoscritto del 1526 circa)


    «Draco mitigatus»

    Di più larga adozione medicinale è il mercurio combinato al cloro: il cloruro mercuroso (Hgl Cl2), noto come calomelano.
    Calomelano significa «bel nero» (gr.: kalòs, melas). È invece una polvere bianca, insolubile, blanda, tuttavia infida poiché dal suo bel biancore può emergere il nero. Se lo si tratta con ammoniaca assume rapidamente una colorazione nera; lasciato alla luce lentamente si altera e si ingrigisce, trasformandosi in sublimato corrosivo (Hg C12) e separando mercurio. Questa alterazione lo rende tossico ed è paventata nella farmacopea, che prescrive un metodo per controllarla.
    Il calomelano fu introdotto in terapia nel '500 e per la sua mitezza lo si chiamò mercurius dulcis o draco mitigatus. La denominazione di «drago ammansito» gli conferisce connotati mitici. Esso appare come un essere malvagio dall'aspetto mite, ed è infatti candido e dolce, ma può rendersi grigio e corrosivo. Esso è la seconda via attraverso cui il mercurio penetra nella fiaba come bestia sorniona, come falso amico (4). […]
    Esso forma, con il sublimato corrosivo, un'alternanza di mite e caustico, di buono e cattivo. Se si espone il calomelano alla luce si liberano sublimato corrosivo e mercurio. […]


    «Ouverture» della fiaba

    Possiamo ricapitolare le proprietà del mercurio ricordando che esso si amalgama con gli altri metalli, è usato nella cura dei malanni e nella purificazione dei metalli preziosi e si trova in natura in una forma quasi esclusiva: il rosso cinabro. Esso è altresì l'unico metallo liquido, scorrevole, sfuggente.
    La fiaba dei Grimm (5) inizia narrando di una cara ragazzina: «solo a vederla le volevan tutti bene» La generale amorevolezza già accenna ad amalgami mercuriali, ma il mercurio si fa avanti più palese alla menzione dell'abbigliamento della piccina. La nonna le aveva donato «un cappuccetto di velluto rosso, e, poiché le donava tanto cb 'essa non volle più portare altro, la cbiamarono sempre Cappuccetto Rosso.» .
    La piccolina è protetta e occultata nel suo cappuccio rosso, che la identifica come «mercurio» nella qualità di metallo nascosto nella pietra vermiglia e solo in quella. Essa ricorda anche il Mercurio divino col suo immancabile pètaso sul capo.
    Messaggero e ristoratore, come il dio e come il metallo, la bambina si rivela subito, allorché la mamma le dice: «Eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà...» .



    Dama etrusca (part. da una tomba di Tarquinia):
    il cappuccio rosso, la giovane età e l'atteggiamento
    fanno pensare a un'"antenata" della favola dei fratelli Grimm.



    Le tre querce

    Appena giunta nel bosco, Cappuccetto Rosso incontra il lupo che subito le chiede ove ella vada. La risposta della bambina è un vero enigma. Alla domanda del lupo: «Wo wohnt deine Grossmutter?» (dove abita la tua nonna?), Cappuccetto Rosso risponde «Unter den drei grossen Fichbäunen.» (sotto le tre grosse querce), come se la nonna abitasse sotto gli alberi e precisa: «Da staht ihr Haus» (Là sta la sua casa). Poi aggiunge «Untern sind die Nusshecken» (sotto sono i noccioli). Come possono i noccioli essere sotto la casa? Questa strana descrizione della nonna sotto le querce e sopra i noccioli acquista senso se si immagina la casa della nonna come la camera a volta per l'estrazione alchemica del mercurio. Lì gli alberelli sono dentro la casetta; sotto gli alberelli sono le fascine (noccioli?), su cui è posta la pietra di cinabro (la nonna?) (6). La triplice quercia fornisce un altro richiamo mercuriale. Il grande albero fronzuto rimanda all'albero gigante della mitologia nordica, al frassino di Wotan- Odino, Yggdrasill. La triplicità del tronco si addice al germanico Mercurio, che era infatti rappresentato da tre persone: Odhinn, Vili e Vé. Per altro anche il metallo mercurio è uno e trino. «La nostra pietra. si legge nel Manuscriptum di P.G. Fabre - si presenta trina ed una: trina perché in essa sono il sale, il mercurio e lo zolfo, una perché questa triade costituisce un oggetto omogeneo e affine... Esso contiene il simbolo della divinità che è trina ed una».
    Sul Monte Arniata, in Toscana (7), che da millenni è la sorgente mediterranea del mercurio, (insieme alle miniere di Almaden, in Spagna), si narra una strana leggenda di fondazione. Vi si parla di un re longobardo, Rachis; questo è informato da alcuni suoi legati che nella montagna toscana, in un albero bellissimo si vedeva uno splendidissimo fulgore, di cui si dice che salisse verso l'albero, vi restasse per tre ore e quindi «la luce risorta tornava alla terra». C'è poco dubbio che ciò che i legati riferirono a Rachis, che poi andò a constatare di persona, era l'immagine splendente dell'estrazione del mercurio dal cinabro, che si praticava nel Medio-Evo sul Monte Amiata. I vapori di mercurio, salendo dalla pietra infocata alla base dell'albero, si condensavano sulle fresche fronde, dove formavano goccioline d'argento. Queste, colpite dai raggi del sole, emettevano un abbagliante fulgore, che Rachis interpretò come rivelazione della cristiana Trinità. Detto fulgore era infatti «or uno or trino», come Odino, come il mercurio e come il Dio cristiano. […]


    Il Lupo

    Sulla via che conduce alle tre querce, Cappuccetto Rosso ha incontrato il lupo. Il lupo è un'altra manifestazione del mercurio, un altro tramite attraverso cui il metallo cangiante si affaccia nella fiaba. Ricordiamo per inciso che sino a tempi recenti il Monte Amiata era noto e temuto per i suoi grossi lupi.
    Il lupo della fiaba ha tutte le malizie ed insidie del cloruro mercurioso, il cui nome alchemico era, come s'è detto, quello di draco mitigatus, dragone attenuato, mostro nascosto. Questa è la natura del lupo delle fiabe, e precisamente anche quella del calomelano che, per azione degli agenti naturali, si trasforma in una mistura corrosiva grigio-nera, che contiene sublimato corrosivo.
    Da dolce e mite il lupo si trasforma in caustico e vorace, da bianca polvere in cenere spaventosa. Il mostro nascosto si svela, esprimendo, di fronte all'innocenza della pietra naturale, le pericolose proprietà del mercurio officinale.
    Il dragone attenuato si informa sul percorso della bambina e sulla casa della nonna. Con voce suadente il lupo s'impegna poi ad indurre la bambina a perdere il tono sostenuto e contegnoso e abbandonarsi a una dolce festosità dionisiaca.
    «Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? Perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!».
    La bambina si lascia sedurre, se ne va fuori del sentiero e si perde in cerca di fiori.


    Passaggio agli Inferi

    Lo strappo del fiore è il momento della violazione originaria, l'apertura della via verso gli Inferi, che sono in agguato nelle profondità del bosco. Anche Proserpina è intenta a cogliere fiori quando s'apre per lei la via dell'Ade. Qui pure c'è un Ade appostato: il lupo.
    «Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.»
    Da qui è tutto un precipitare verso l'antro infernale che s'apre con la bocca spalancata del lupo e si chiude con il suo ventre ingordo:
    Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando ne ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e s 'incamminò.
    Il lupo era intanto arrivato alla casetta della nonna. Dopo l'arrivo del lupo, la casetta nel bosco rappresenta un recesso infero, la apertura del precipizio. Il lupo, con le sue fauci spalancate, va a farvi la parte della bocca della fornace, pronta ad accogliere le rosse pietre del cinabro. Prima egli inghiotte le esaurite ossa della nonna, quindi si dispone ad attendere l'arrivo del bocconcino tenerello, della fresca rossa pietra cinabrina. Egli compie il rituale dell'imbiancamento dell'aspetto e dell'addolcimento della voce, come nella fiaba dei “Sette Caprettini”. All'arrivo della piccina, rivela via via la sua natura e infine spalanca la bocca spaventosa e inghiotte tutta intera Cappuccetto Rosso.
    Il ventre del lupo è una caverna nel folto bosco. Vi giace, nell'oscurità, una bella sepolta o addormentata in attesa di un liberatore. Minerale racchiuso nella miniera, o pietra gettata nel forno; il cinabro attende di tornare scintillante mercurio.
    Il salvatore appare nelle vesti di un cacciatore; la spada che trafigge la belva sono un paio di forbici affilate, che tagliano la pancia del lupo addormentato. La ricomparsa della bambina-mercurio è annunciata da uno splendore, da una luce che emerge dall'oscurità.
    «Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso e dopo altri due la bambina saltò gridando: - Che paura che ho avuto! Com'era buio nel ventre del lupo!».
    Luce che splende nelle tenebre, vita che si rigenera, Cappuccetto Rosso torna, come la Fenice, a rinascere dopo la combustione.

    In realtà, è proprio attraverso il passaggio agli Inferi -o in altre parole, il tragitto nel ventre- forno del lupo - che la bambina conquista la luce. Che la pancia del lupo sia forno per la Combustione delle pietre, come quello che si usa per la sublimazione del cinabro, è attestato dall'operazione che la bambina salvata compie in chiusura della fiaba.
    «E Cappuccetto Rosso corse a prendere dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo».
    La piccina apparecchia il ventre del lupo per quella operazione, dalla quale ella è appena sortita.



    Illustrazione di G. Doré
    per un'edizione francese del 1867



    Ricaduta del mercurio

    L'estrazione del mercurio nel forno, a partire dalla pietra di cinabro, si svolge in tre fasi. Alla combustione segue la sublimazione, durante la quale il vapore di mercurio si solleva e raggiunge il tetto obliquo del forno. Lì si condensa e scivola lungo la pendenza, andando a cadere in apposito recipiente ricolmo d'acqua. È uno sdrucciolìo che abbiamo già incontrato lungo i pendii delle Montagne di Vetro, uno scivolare di gocce condensate, che, quando le gocce sono di mercurio, scorrono lungo i declivi della Montagna mitica K'ouen-Iouen.
    Dopo la nota fiaba di Cappuccetto Rosso, i Grimm aggiungono una chiosa, nella quale è offerta un'altra versione della fine del lupo. Qui il nostro orco, chiamato Testa Grigia, in una operazione chimica che lascia pochi dubbi, sublima, si condensa e ricade, come fa il mercurio nel forno.
    «...Testa Grigia gironzolò un po’ intorno alla casa e infine saltò sul tetto. ..Ma la nonna si accorse di quel che tramava. Davanti alla casa c'era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina: “Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l'acqua dove han bollito”. Cappuccetto rosso portò l' acqua, finche il grosso trogolo fu ben pieno. Allora il profumo delle salsicce salì alle narici del lupo, egli si mise a fiutare e a sbirciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté più trattenersi e cominciò a sdrucciolare: e sdrucciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò».

    Proprio nella coda della fiaba si verifica esplicitamente la sublimazione. È il lupo Testa Grigia che si solleva sul tetto, sdrucciola, sdrucciola e ricade da basso. Qui parrebbe aver luogo uno scambio delle parti, perché il processo si addice specialmente al mercurio del Cinabro. Ma anche il Calomelano si ottiene per sublimazione, riscaldando un miscuglio... (grigiastro) di quattro parti di sublimato corrosivo e tre parti di mercurio metallico.
    Testa Grigia è un mercurio sublimato, opportuna chiosa alla fiaba e suo finale granguignolesco, giacché il terribile e sublime Mercurio precipita e muore nell'acqua di bollitura delle salsicce.

    «Per meglio divorarti!»
    La combustione-consumazione di Cappuccetto Rosso avvengono in metafora. Il suo ingresso nel forno-fuoco è rappresentato dall'inghiottimento, in un sol boccone, nelle fauci del Lupo.
    «Che bocca spaventosa! - Per meglio divorarti - E subito il lupo (. ..) ingoiò il povero Cappuccetto Rosso».
    La fine di Odino, del dio dal cappuccio, è ben conosciuta. Siamo al crepuscolo degli dèi, e sul mondo in dissoluzione, Odino è divorato dal grande lupo Fenzir, che lo inghiotte nelle sue immense fauci.
    È il terribile ragnarokkr, la fine del mondo: « ...era di venti, era di lupi, prima che il mondo crolli «Il lupo Fenzir avanzerà con le fauci spalancate, la mascella superiore contro il cielo e quella inferiore contro la terra; ma le spalancherebbe di più se ci fosse posto. ..Odhim cavalcherà verso la fonde di Mìmir al quale chiederà consiglio per sé e la sua stirpe. Il frassino Yggdrasill si scuoterà e nulla sarà senza terrore, né in cielo né in terra.
    ...il lupo ingoierà Odhim, e questa sarà la sua morte»
    . (8).



    Distillazione del mercurio (De re metallica, di G. Agricola, 1556)


    NOTE
    (1) C. Kereny, Miti e misteri (cfr. Hermes, la guida delle anime , pp. 47-134. ed. Einaudi, Torino 1950
    (2) M. Eliade, Arti del metallo e alchimia (cfr. 11, “L’alchimia cinese”, pp. 57-112) ed. Boringhieri, Torino 1980
    (3) V. Spirek, /Metallurgia del mercurio, ed Cassone, Torino 1906
    (4) Wotan, come guida di Sigmund, aveva assunto il nome (wolfe) e l’aspetto del lupo
    (5) Grimm, [ i]Le fiabe del focolare[/i], ed. Einaudi, Torino, 1951, pp.120 sgg.. Ci atterremo a questa versione della fiaba
    (6) Le tre querce, vicino ad una sorgente, si incontrano in altre fiabe, come La guardiana della fonte. (Grimm cit)
    (7) Cfr. G. Volpini, Abbadia S. Salvatore, storia del monastero e del paese. Ed. Paoline, ranno VII n° II, Aprile-Giugno 2003 1966, p. 95
    (8) Edda di Snorri, ed. Rusconi, Milano 1975, pp. 148-150

    Giuseppe Sermonti - da Abstracta n° 34 (Febbraio 1989) e dal sito www.airesis.net


    L’articolo completo
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 25-03-13 alle 01:10

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    Predefinito Riferimento: La fiaba, simboli e significati reconditi

    I bambini hanno bisogno di fiabe!
    di Elena Carbone

    ."Le fiabe non si raccontano più, un grandioso patrimonio di letteratura orale fantastica sta morendo". E' quanto denuncia Cecilia Gatto Trocchi dell'Istituto di Studi Antropologici dell'Università di Perugia. "Il dialogo tra nonni e nipoti e tra genitori e figli - dice - rischia di morire del tutto, almeno dal punto di vista fantastico". "La responsabilità maggiore - prosegue l'antropologa- è della televisione, che ammutolisce i grandi e assorda i bambini, impoverendo le relazioni affettive e indebolendo l'etica di gruppo". Sono i moderni mezzi del raccontare (tv, computer, film), insomma tutti gli strumenti della multimedialità, che hanno modificato il problema dell'intrattenimento infantile, diminuendo la comunicazione tra adulti e bambini. I giovanissimi, immersi nella vita "adulta", fanno poco uso della fiaba. Eppure ogni volta che cinema e tv ne ripropongono l'ennesima elaborazione il successo è assicurato. La riprova è l'audience di 13.431.000 spettatori ottenuta recentemente dalla Rai per la trasmissione del film "Bambi". I bambini amano le fiabe perché sono affascinati dal momento di paura e di tensione che in essa è sempre presente (il duello, il passaggio nel bosco, il superamento della prova) e perché sono sicuri che esso si risolverà bene. E' per questo motivo che le fiabe hanno un valore educativo; lo scontro con il drago o con il genio cattivo fa capire ai bambini che nella vita bisognerà superare prove. Ma il lieto fine comunica loro una certa sicurezza. E' per questo che vogliono ascoltare le fiabe nella medesima versione, temono che un cambio di parole cambi il finale. "Nelle fiabe i valori sono espressi con una chiarezza disarmante" dice Cecilia Gatto Trocchi. L'apparenza non ha nessuna importanza rispetto all'essenza, dato che in un ranocchio può celarsi un principe meraviglioso. "La gentilezza e la bontà sono sempre ripagate bene, mentre la scortesia viene punita; l'amicizia e la fedeltà sono sacre... Ma il valore sommo dei racconti di fiabe resta l'amore". Per amore la Bella Addormentata si desta da un sonno di morte. Per ricongiungersi con il suo amore Psiche si sottopone a dure prove. Le origini della fiaba si perdono nel tempo e nelle culture dei popoli primitivi. Risalgono infatti a epoche preistoriche e si ricollegano a riti magici e religiosi compiuti nelle società tribali, soprattutto all'iniziazione. I fanciulli, raggiunta l'adolescenza, erano portati nel bosco per affrontare una serie di prove. Terminato il rito rientravano al villaggio, pronti per il matrimonio che avveniva entro breve tempo. Con il progresso questi riti cessarono, ma ne rimase vivo il ricordo grazie alle fiabe tramandate nel mondo. Originariamente le fiabe furono raccontate solo oralmente e così trasmesse di generazione in generazione. Solo nella cultura letteraria orientale furono, sin dagli inizi, oggetto di raccolte scritte (per esempio "Le mille e una notte"), mentre nella cultura occidentale furono tramandate oralmente fino al XVI-XVII secolo. A quell'epoca risalgono le raccolte del nostro G. B. Basile e del francese C. Perrault.


    Il "bosco incantato", tipico scenario fiabesco
    Immagine tratta dal sito http://www.digitalexpress.co.uk/

    Nell'Ottocento nasce l'interesse per le fiabe. Poeti e scrittori le inventarono attingendo a piene mani alla tradizione. Tra questi i fratelli Grimm, Hans Cristian Andersen (autore de "La piccola fiammiferaia") il norvegese Asbjørnsen, il russo A. Puskin e gli italiani L. Capuana e V. Imbriani. Nel nostro secolo hanno avuto grande importanza le "Fiabe italiane" di Calvino, provenienti dalla tradizione orale, e le favole di Rodari, in cui si fondono fantasia, realtà e umorismo. E' sorprendente la disseminazione in varie parti del mondo degli stessi motivi fiabeschi e degli stessi temi narrativi. Le fiabe circolano e viaggiano. Non vi è alcun dubbio. Alla fine del secolo scorso nacque l'ipotesi che i mongoli, nelle loro migrazioni e invasioni, fossero veicolo di trasmissione delle novelle indiane. Altro veicolo per la trasmissione di motivi narrativi nel mondo furono la cultura islamica e la cultura ebraica della Diaspora; storie del deserto si raccontano nelle comunità Newyorkesi! La medicina indù tradizionale assegnava a una persona psichicamente disturbata una fiaba che interpretava il suo particolare problema; su questa doveva meditare, fino a visualizzare le sue difficoltà e la possibilità di superarle. La fiaba nel suo "divenire" ha, come sostengono gli studiosi, un valore terapeutico per le persone affette da depressione o angoscia, proprio in virtù della sua visione ottimistica nei confronti del domani (... e vissero felici e contenti). Le fiabe classiche sono giunte a noi dopo che generazioni di adulti le hanno narrate a innumerevoli altri adulti e bambini, aggiungendo particolari e togliendone altri in base al gusto e alle necessità proprie e degli ascoltatori; sono il frutto, cioè, di un continuo scambio empatico tra chi narra e chi ascolta. Benché non inventate per scopi didattici, fin dai tempi più antichi le fiabe sono state utilizzate nell'educazione dei bambini e gran parte della moderna psicologia ne riconosce il valore. L'uso della fiaba viene spesso raccomandato nelle scuole; risponde ai bisogni profondi e inconsci dei bambini, li rassicura e li aiuta a crescere, li aiuta a "decentrarsi" e a superare la fase egocentrica, facendo capire loro che esistono mondi diversi da quello immediato e biografico che conoscono. "Nella fiaba - spiega l'antropologa Cecilia Gatto Trocchi - il bambino impara a fronteggiare i nemici interni ed esterni: l'orco divoratore, la strega misteriosa,il drago dalle sette teste. Impara a progredire sempre in avanti, a superare gli ostacoli, a trovare l'amore". Le fiabe usano un linguaggio fortemente simbolico, apparentemente illogico, ma capace di parlare alla mente conscia e inconscia del bambino dei problemi esistenziali più difficili, in modo chiaro, sintetico e diretto. Le fiabe operano sul bambino una magia che lui stesso non sa spiegare; lo trasportano in un mondo fantastico (che il bambino sa non essere la realtà concreta) dove vivere avventure appassionanti e terribili che simbolizzano i suoi conflitti interiori senza rischi per la sua vita fisica ed emotiva. "C'è un significato più profondo nelle fiabe che mi furono narrate nella mia infanzia che nella verità qual è insegnata nella vita". Molti scrittori (la citazione è di Schiller) diedero un importante valore psicologico alla fiaba. Lo psicologo austriaco Bruno Bettelheim sosteneva che "il bambino ha bisogno di un'educazione morale che velatamente gli indichi i vantaggi del comportamento morale, non mediante concetti etici astratti ma mediante quanto gli appare tangibilmente giusto e quindi di significato riconoscibile. Il bambino trova questo significato attraverso le fiabe". Eppure molti genitori tengono in poco conto il valore delle fiabe e privano i loro bambini di quanto queste storie hanno invece da offrire. Secondo Bettelheim, per alcuni genitori, le fiabe non presentano quadri "veritieri" della vita e quindi non sono sane. Non pensano che la "verità" nella vita di un bambino può essere diversa da quella degli adulti. Altri genitori temono, raccontando gli eventi fantastici contenuti nelle fiabe, di dir loro bugie. La loro preoccupazione, inoltre, trova forza nella domanda del bambino: "E' vero?". Alcuni genitori temono che i loro figli possano lasciarsi trascinare dalle fantasie e che, esposti alle fiabe, finiscano per credere nella magia. Altri, temono che la mente del bambino possa fare indigestione di fantasie fiabesche tanto da trascurare di imparare come si affronta la realtà, spiega Bettelheim. Forse la verità va cercata altrove: ci sono sempre più donne che lavorano e non dispongono di adeguato tempo libero per raccontare fiabe ai propri figli. Questo compito non viene assolta più neppure dai nonni. Allora cosa fare? La soluzione più ovvia è quella di parcheggiare i bambini davanti alla televisione! Lo psicologo afferma: "Quale che possa essere un'esperienza, coinvolge sempre tutti gli aspetti della personalità. E la personalità totale, per essere capace di affrontare la vita, ha bisogno anche di una ricca fantasia".

    Dal sito AGIPRESS
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    Predefinito Rif: Riferimento: La fiaba, simboli e significati reconditi

    Grazie al prezioso "Google Libri", la sostanziosa anteprima di un classico... talvolta discutibile ma sempre affascinante...

    Il mondo incantato

    Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe

    di B. Bettelheim - Feltrinelli, Milano 2005

    Il mondo incantato. Uso, importanza ... - Google Libri


    Bruno Bettelheim
    Immagine tratta dal sito Ferrum College
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    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito Rif: La fiaba, simboli e significati reconditi

    Come non citare la base fondativa moderna dell'interpretazione fantastica e alchemica?

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-04-10 alle 01:44

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    Predefinito Rif: La fiaba, simboli e significati reconditi

    La scoperta di uno studioso inglese: la fiaba esiste in tutto il mondo fin dal VI secolo a.C e si è poi evoluta nelle diverse culture arrivando alla versione più nota

    Cappuccetto rosso nell'era di Esopo - Quella favola lunga 2500 anni

    di Andrea Tarquini

    I fratelli Grimm ce la tramandarono, da allora è forse la fiaba più nota del mondo: la bimba va da sola a visitare la nonna, si perde nella foresta, il lupo la precede, divora la nonna e poi lei, ma un cacciatore le salva.

    Il tema, eterno e tragico come quello di molte favole, è il pericolo sempre in agguato di violenze contro l'infanzia. La nostra eroina, è chiaro, è Cappuccetto rosso. Ma fino a ieri non sapevamo che la favola è molto più vecchia della versione ottocentesca dei Grimm (ripresa dai racconti di Perrault della fine del settecento): viene narrata le prime volte nell'antica Grecia e grazie a viaggiatori e scambi tra culture, fa il giro del mondo. Cambiando ogni volta particolari: in Cina il lupo diventa una tigre, in Iran la piccola è accompagnata da un ragazzo. Insomma, la piccola Cappuccetto rosso che è servita per addormentare (o spaventare) generazioni di creature, è una mutante che ha attraversato la Storia dell'umanità, si è evoluta come un organismo biologico.

    Le rivelazioni su Cappuccetto rosso sono prese sul serio dal quotidiano tedesco Die Welt, che ha dedicato loro l'onore della prima pagina. Lo studioso cui dobbiamo le scoperte, scrive Benedikt Gerst, è Jamie Tehrani, antropologo alla Durham University britannica. Ha appena pubblicato uno studio in cui ha individuato e comparato almeno 35 versioni di Cappuccetto rosso. Lo studioso spiega come l'avventura della piccola che s'aggira sola nel bosco si adatti alle differenti culture. Resta il messaggio di fondo, che è comune: l'infanzia non è un idillio, è un mondo insidiato da mille pericoli.


    Incisione di G. Doré
    Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Finora, conoscevamo solo i tanti nomi di Cappuccetto rosso: Petit chaperon rouge in Francia, Little red riding hood in inglese, Rotkaeppchen in lingua tedesca. O ci ricordavamo della splendida fiaba russa poi messa in musica, Pierino e il Lupo, la cui vicenda ha alcune analogie con il racconto dei Grimm.

    La prima versione di Cappuccetto rosso è una favola esopica risalente a 2600 anni fa. Quindi la fiaba è molto più antica di quanto non si pensasse finora: si riteneva che fosse originaria della Francia, e che la prima versione nota, scritta, fosse quella cupa e truce di Charles Perrault del 17esimo secolo. Una versione in cui la ragazzina bimba finisce nel ventre della belva.
    "Nel tempo le fiabe hanno subìto evoluzioni come gli organismi biologici, o erano tramandate male e sono state reinventate o riscritte", afferma Tehrani. Ma le analogie restano. In Iran, per esempio, non sta bene che una fanciulla si aggiri da sola in un bosco o altrove, quindi è accompagnata da un ragazzo. In Cina il lupo era un animale poco conosciuto, allora la Cappuccetto rosso locale è attaccata da una tigre. Simili sono le versioni della fiaba elaborate in Giappone, in Corea o in Birmania. E nel mondo delle fiabe tedesco il lupo cerca di divorare anche sette capretti.

    Il tema immutato da millenni cui la fiaba allude è sempre la violenza sessuale sui minori. E almeno nella fiaba dei Grimm alla fine la piccola si salva. Ma che succederà alla "Cappuccetto rosso" del futuro?

    (10 settembre 2009)

    Cappuccetto rosso nell'era di Esopo quella favola lunga 2500 anni - Spettacoli & Cultura - Repubblica.it

    Dal sito La Repubblica.it » Homepage
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-04-10 alle 01:48
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  10. #10
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    Predefinito Rif: La fiaba, simboli e significati reconditi


    MORTE, SONNO E CIBO

    Nella fiaba classica ci sono lotte che possono essere cruente e dolorose e la morte non è mai nascosta (al contrario delle fiabe disneyane) ma, come l'eterna dannazione cristiana, essa colpisce solo i "cattivi": l’orco, il lupo, la strega. Il "fratello minore" della morte, il sonno, è un fattore importante e ricorrente della fiaba. Può essere lo stato dal quale un essere deve risvegliarsi, molte volte con un bacio, oppure uno stato dove andare per avere intuizioni, trasformazioni, oppure per accedere in un luogo o in una dimensione diversa ove incontrare qualcuno o qualcosa. Il sonno, a volte, serve anche per riposare e per trovare al risveglio una situazione diversa. In tal caso, come non vedere la morte e la rinascita compensatrice?
    Il sonno può, infine, essere visto come uno stallo per meditare il da farsi; non a caso la Massoneria chiama "fratelli dormienti" o "in sonno" coloro che, per un certo periodo, sono assenti dalle attività dell'associazione.
    Un altro elemento importante nella fiaba è il cibo, che può essere foriero di salvezza o di rovina come la mela avvelenata di Biancaneve. Una sorta di cibo è l'elisir", il filtro magico che dona l'amore e la cui più importante espressione (il bacio) può far diventare principe un rospo.


    Quindi la morte nella fiaba ha una specie di funzione di catarsi,visto che colpisce solo i personaggi malvagi? :mmm:

    ... e il riferimento al sonno nella massoneria è comprovato da qualche parte?
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-04-10 alle 01:50

 

 
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Permessi di Scrittura

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