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Discussione: Cappellani della RSI.

  1. #1
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    Predefinito Cappellani della RSI.

    Conoscete i cappellani che hanno dato conforto alle truppe della Repubblica Sociale Italiana? erano dipendenti di qualche ordine rligiosi, ordinariato, diocesi? secondo il diritto canonico come erano considerati? erano riconosciuti?
    Il mio non è un intento apologetico del fascismo, ma si sa anche chi è stato dalla parte sbagliata ha meritato un conforto spirituale.


  2. #2
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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    Ancora oggi c'è qualche sacerdote che si ostina ad affermare che al tonaca altro non è che una camicia nera più lunga...

  3. #3
    Forumista junior
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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    Citazione Originariamente Scritto da parossitona Visualizza Messaggio
    Ancora oggi c'è qualche sacerdote che si ostina ad affermare che al tonaca altro non è che una camicia nera più lunga...
    Lo conosco, padre Tam, volevo solo sapere come erano inquadrati nella Chiesa tali sacerdoti.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    L'APPORTO DEL CLERO NELLA R.S.I.
    - Padre Antonio Intreccialagli -

    Su richiesta del camerata Mario Meneghini, io, Padre Antonio Intreccialagli,
    cappellano della 1a Legione d'assalto "Tagliamento" durante la Repubblica
    Sociale, narro quel che accadde l'8 settembre 1943, in particolare quel che riguarda i cappellani militari.Tutti i reparti delle Forze Armate Repubblicane, operanti dal settembre '43 in
    Dalmazia, in Istria, sul fronte occidentale e nel territorio nazionale, ebbero
    il Corpo Volontario dei cappellani militari. Questo Corpo eroico, idealmente
    capitanato dai Trentacinque Caduti in servizio o trucidati a guerra finita, da
    vile mano assassina, Meritò l'elogio consapevole di S.E. Monsignor Bartolomasi,
    Vescovo Castrense, il Quale ebbe a dichiarare nel dopoguerra: "I volontari
    cappellani militari della R.S.I. Furono e restano l'orgoglio dei cappellani
    militari italiani, per l'ineccepibile condotta morale, per il senso eroico ed
    assoluto di servizio nell'assistenza religiosa e spirituale dei reparti loro
    assegnati, per l'amor di Patria nell'assistere e sostenere il morale di una
    popolazione civile, sotto l'inenarrabile flagello che si abbatteva sull'intera nazione italiana".
    Com'è noto, erano continui i bombardamenti indiscriminati su ogni centro
    abitato, e non venivano risparmiati neppure i contadini intenti al lavoro dei
    campi. La popolazione inerme subiva senza interruzione ogni sorta di spoliazioni
    e di violenze da parte di formazioni partigiane, che di certo avevano bisogno di
    sostentarsi, e che si procuravano quanto necessitava loro depredando i civili,
    esponendoli in tal modo alle rappresaglie e ai rastrellamenti delle forze
    alleate tedesche. E' doveroso precisare che nel periodo della R.S.I.
    funzionavano regolarmente gli ospedali, le scuole, i servizi annonari, tuttavia
    la popolazione civile era prostrata, avevano bisogno di assistenza e di sostegno
    per sopportare tanti inenarrabili sacrifici.Pertanto l'opera dei cappellani militari nella R.S.I. fu particolarmente valida, necessaria anzi, per contenere le conseguenze degli odii che si rinfocolavano
    ogni giorno di più in seguito alle efferate azioni di sterminio, alle proditorie
    esecuzioni effettuate dai partigiani, i quali non risparmiavano neppure donne e
    bambini, colpevoli di avere i loro sposi o i loro papà inquadrati nei reparti della R.S.I., per l'onore d'Italia.Potrei riferire diversi casi , estremamente crudi ,selvaggi ,nei quali dovetti
    intervenire per limitare le conseguenze di tali azioni nefande ,evitando
    rappresaglie e talvolta salvando gli stessi partigiani incriminati.In questi
    casi, il cappellano vagliava le varie situazioni con senso cristiano, civile e
    fraterno, per quanto stava nella sua formazione morale e religiosa.
    Mai potrò dimenticare che lo stesso mio Comandante di Legione, volendo avere la
    coscienza più tranquilla possibile, mi sottoponeva i casi più difficili, in cui
    avrebbe dovuto prendere l'estrema decisione: infatti, se io avessi manifestato
    un qualche motivo di esitazione sulla pena da applicare, era sufficiente un mio
    segno azzurro sulle cartelle personali, e si desisteva a eseguire la sentenza
    …Mi risulta che lo stesso fecero altri cappellani militari che ebbi occasione di
    incontrare sui vari fronti. Tutto ciò per limitare gli effetti dell'odio fratricida.
    Con gli altri cappellani della Repubblica Sociale ebbi pochi e saltuari
    incontri, e questo perché ho sempre seguito la mia Legione nei continui suoi
    spostamenti, come sul fiume Soglia nella zona di Pesaro-Urbino, sul Grappa, in
    Valtellina, in Val Canonica e in Valsesia, o sull'Altopiano di Asiago.
    Ebbi comunque il piacere di conoscere ed amare fraternamente il cappellano
    militare, mutilati di una gamba, don Angelo Scalpellini, reduce dalla Russia,
    che incontrai in quel di Bologna, quando venni ricoverato all'ospedale militare
    Mazzacurati per una ferita al ginocchio. Questo eroico, meraviglioso cappellano
    si dedicava all'assistenza dei feriti nei vari ospedali della zona. Sempre a
    Bologna incontrai Sua Eminenza il Cardinale Vassalli Rocco, che era venuto a far
    visita ai feriti. Si dimostrò estremamente benevolo, quasi paterno, nei miei
    confronti; volle che gli parlassi dei valori spirituali, morali e religiosi dei
    miei legionari, dei quali, per la verità, ero quanto mai orgoglioso, specie di
    quelli del 1° Battaglione "Camilluccia", formato da studenti universitari e liceali di Roma.
    Al Cardinale consegnai tre lettere. Erano di due soldati inglesi e di uno
    australiano, i quali avevano sterminato, insieme a un gruppo di partigiani, un
    intero nostro plotone. I tre non indossavano la divisa, ma erano in abiti
    civili, per questo il Tribunale Militare ne aveva ordinata l'esecuzione in quel
    di Varallo Sesia. Quei ragazzi morirono cristianamente e da forti. Nelle loro
    lettere alle famiglie riconobbero di aver violato le leggi di guerra,
    partecipando ad un'azione bellica in abiti borghesi. Esortavano alla
    pacificazione, elogiando i miei reparti e in particolare me, il cappellano, per
    come li avevano trattati e assistiti durante la prigionia.
    Nella notte precedente l'esecuzione, celebrai la Santa Messa per loro: due erano
    cattolici e vollero ricevere la Comunione. Il terzo, protestante, mi interruppe
    durante la celebrazione, mi chiese di assolverlo dai peccati e volle fare la sua
    prima ed ultima Comunione. Come ho detto, le loro ultime lettere furono
    consegnate al Cardinale (a causa dei disservizi, non mi era stato possibile
    inoltrarle tramite la Croce Rossa). Appresi in un secondo tempo che i familiari
    le avevano ricevute. Anzi, mi furono di grande utilità presso i Comandi Alleati,
    allorché dovetti rispondere della falsa accusa, mossami dai partigiani, di
    essere stato l'istigatore della condanna a morte di questi ex nemici.
    Il Cardinale si congedò da me, impartendomi commosso la sua benedizione e
    raccomandandomi di portarla ai miei legionari. Aggiunse una frase che mi ha
    fatto più volte riflettere: "Ricordatevi che bisogna compiere il proprio dovere.
    Su questa terra non sempre vince chi ha ragione".
    Rapporti di amicizia fraterna mi legavano a due infaticabili cappellani francescani, Padre Eusebio e Padre Blandino. Insieme a loro - nei periodi di stasi dei nostri rispettivi reparti - effettuai delle tournée di predicazione nelle chiese e nelle piazze di Verona, Vicenza, Padova e Brescia, radunando grandi folle di ascoltatori.Rapporti scritti gli ebbi li ebbi anche con l'eroico Don Calcagno, direttore di "Crociata Italica", fucilato a guerra finita dai partigiani. Per il suo giornale
    gli feci pervenire due articoli riguardanti la fede religiosa dei nostri
    giovani, che combattevano per gli eterni valori: Onore e Patria.
    ***
    Ed ecco come avvenne la mia personale adesione alla Repubblica Sociale Italiana.
    Devo premettere, comunque, che provenivo dall'Arma Aeronautica. Infatti, fin dal
    21 giugno 1940 ero stato richiamato dall'Ordinariato Militare ed assegnato
    all'Aeronautica in Sicilia, presso il Comando di Palermo. Fui poi inviato
    all'idroscalo di Stagnone, sede di una squadriglia da ricognizione marittima.
    Fui anche cappellano della base aeronautica di marsala e dei depositi adiacenti.
    Partecipai, con idrovolanti o motoscafi, a vari soccorsi marittimi, per
    recuperare piloti caduti in mare, lanciatisi dopo essere stati abbattuti.
    Tutto abbastanza regolare fino a che fui assegnato alla base aeronautica di Gela
    dove facevamo scalo, su un campo d'aviazione ben presidiato, bombardieri e
    caccia per le azioni su Malta. Ricordo che nell'agosto '41 giunsero al campo i
    reparti da caccia tedeschi (caccia diurna e notturna). I camerati germanici si
    mostrarono estremamente gentili con me, che del resto manifestavo loro tanta
    simpatia ed ero sempre disponibile ad ogni necessità inerente al servizio.
    Ma ecco che nell'aprile del '42 fui improvvisamente colpito da una grave forma
    di ameba istolitica vegetativa. In quella circostanza venni salvato dal medico
    del campo, il quale usò con me una terapia quanto mai drastica, a base di
    iniezioni di Emmetina (prima di sottopormi a questo trattamento, volle il mio
    consenso, in quanto correvo il rischio di restare paralizzato agli arti
    inferiori). Fui ricoverato all'ospedale di Palermo, poi a quello di Napoli,
    quindi al Celio e di qui alla clinica per malattie tropicali dell'Università di Roma. Durante la convalescenza, prestavo volontariamente la mia opera per confrontare
    e assistere i grandi invalidi ricoverati nella clinica ortopedica della stessa Università.
    Fu in questo periodo che avvenne il bombardamento sul quartiere di S. Lorenzo
    adiacente alla clinica. In quell'occasione prestai la mia opera morale e
    materiale a sollievo della popolazione così provata. Ricordo che scavammo tra le
    macerie per recuperare salme ed eventuali superstiti.
    Eccoci all'8 settembre: Quella mattina, verso le dieci, stavo prestando la mia
    assistenza ai grandi invalidi quando sentii un tremendo rombo di motori
    provenire dalla zona orientale dell'Urbe. Formazioni fittissime di bombardieri
    alleati stavano scaricando i loro ordigni su Frascati, ritenuta, a quanto pare,
    sede del Comando Generale tedesco in Italia.
    La cittadina fu rasa al suolo per oltre tre quarti, si ebbero 8.000 morti su
    circa 12.000 abitanti. Anche i piccoli centri presso Frascati vennero martellati
    da bombe o spezzoni. Dalle terrazze dell'Università, vidi levarsi al cielo
    enormi nubi di polverone causato dal bombardamento e siccome avevo mia madre
    residente a Montecompatri, poco distante da Frascati (papà era morto nel 1932),
    decisi di raggiungere immediatamente la zona. Fui gentilmente raccolto da una
    camionetta tedesca diretta verso est, condotta da un militare che aveva il
    braccio sinistro letteralmente spappolato: si stava recando al suo comando,
    credo nella zona di Zagarolo. Sciesi nell'abitato di Colonna, tre chilometri più
    in basso di Montecompatri e raggiunsi il paese di mia madre. Per fortuna lei non
    aveva sofferto danni, per quanto fosse terrorizzata. La sua abitazione era stata
    lesionata al piano superiore e al tetto, mentre il caseggiato prospiciente era
    andato completamente distrutto. Mi dedicai, per quanto possibile, a consolare
    quella gente afflitta e spaventata.
    A sera apprendemmo dalla radio che era stato firmato l'armistizio, con la
    conseguente cessazione di atti di guerra. Rammento che intervenni per calmare
    l'Esuberanza di gruppi di donne, convinte di aver finalmente raggiunto la pace…
    Mentre io mi rendevo conto che stava per cominciare una guerra ancor più atroce.
    L'indomani, 9 settembre, discesi a Roma servendomi del "tramvetto" Roma-Fiuggi-.
    In una stazione intermedia assistetti, con estremo dolore, all'arresto da parte
    dei carabinieri di un giovanissimo militare tedesco, che viaggiava nel convoglio.
    Raggiunta Roma, venni a sapere che tutti i comandi militari si erano squagliati,
    che i soldati fuggivano per raggiungere le famiglie… Si parlava anche di un
    attacco tedesco proveniente dalla zona litoranea in direzione San Paolo.
    Insomma, la ben nota situazione di caos.
    L'11 settembre cominciarono a circolare per Roma mezzi e pattuglie di tedeschi,
    mentre un fuggi fuggi generale si verificava nelle caserme e nei Comandi. In
    piazza Fiume salutai romanamente un mezzo militare germanico carico di
    paracadutisti e allora compresi che ogni resistenza nella zona di San Paolo
    doveva essere cessata. Mi recai sul posto, portando del vino che distribuii a
    militari sbandati… Ne presi con me ne presi con me sette che condussi al nostro
    convento in via Pisello ai Parioli. Procurai loro degli abiti borghesi,
    invitandoli a raggiungere le proprie case. Le loro divise e le armi individuali
    le feci riporre nelle soffitte del convento.
    ***
    Adesso potevo pensare a me. Da quel momento mi diedi da fare in tutti i modi per
    mettermi in contatto con i reparti tedeschi. Mi recai infatti al Comando
    Paracadutisti nella zona di San Giovanni in Laterano, presso il viale Emanuele
    Filiberto. Chiesi che mi indicassero qualche reparto italiano che ancora
    combattesse al loro fianco con la nostra bandiera. Mi fu risposto che ce n'era
    qualcuno, senza però assicurarmi che fosse autonomo, e mi indicarono la zona di
    Albano, dove reparti di Camicie Nere stavano ripiegando verso Tivoli, località
    in cui si era acquartierata la divisione M "Littorio", forte dei suoi carri Tigre.
    Non Andai comunque a Tivoli ma a Roma presi contatto col Comando della divisione
    "Piave", acquartierata a Villa Borghese. Mi fu detto che erano in attesa di
    ordini (ordini che non vennero mai…). In quei giorni drammatici appresi dalla
    radio la notizia del suicidio del generale Cavallero.
    Fino a che, verso la metà di settembre ascoltai, sempre alla radio il proclama
    di Rodolfo Graziani, diretto agli italiani che ancora avevano il senso del
    dovere perché si arruolassero nelle nuove formazioni dell'esercito italiano.
    Il 17 settembre (o forse era il 18) mi recai deciso al Comando Generale della
    Milizia che era stato riaperto i viale Romania. Indossavo la tonaca con ancora
    le stellette sul cappuccio. Alle garitte vidi di guardia parecchi ufficiali:
    erano tutti volontari, che si erano presentati per riprendere servizio.
    All'interno di uno dei tanti corridoi, ebbi la fortuna e (l'onore) di imbattermi
    proprio nel Comandante Generale Renato Ricci.
    Era circondato da un gran numero di ufficiali superiori. Vedendo il mio saio, mi
    si rivolse con questa domanda: "Tu cosa cerchi?".
    Al ché risposi con prontezza: "Desidero una camicia nera e un reparto per
    combattere per la mia Patria".
    Rimasi assai deluso, ma trovai il coraggio di ribattere immediatamente: "Nessun
    Padreterno mi ha ancora detto che tu sei il mio comandante. Ho chiesto soltanto
    una camicia nera e un reparto per difendere la mia Patria".
    Intervennero diversi ufficiali, tra cui il generale Ezio Garibaldi e il console
    generale Auro d'Alba, che da tempo conoscevo: mi invitarono a star calmo perché
    il mio caso si sarebbe risolto e c'erano cose ben più pressanti che urgevano…
    Fu allora che pensai a uno stratagemma e lo posi in esecuzione. Entrai in uno di
    tanti uffici (ovviamente deserto). In una macchina da scrivere misi uno dei
    fogli intestati del Comando Generale (ce n'erano molti), e scrissi questa
    richiesta dopo aver diligentemente premesso un numero di protocollo e la data):
    "Oggetto: si richiama immediatamente in servizio il cappellano Militare
    dell'Arma Aeronautica Augusto Pio Intreccialagli (Padre Antonio) per le nuove
    formazioni dell'Esercito".Firmato: "Console Macchione". (Fra le varie scartoffie dell'ufficio avevo notato questo nome).Apposi regolare timbro, misi il foglio in una busta indirizzata a me stesso
    presso il mio convento, in Via XX settembre n.17. Fermai un militare in camicia
    nera, gli "ordinai" di recapitare la busta… e tornai al convento.
    Qui trovai il Superiore con la lettera in mano. Alquanto spaventato, mi disse:
    "Sono scappati tutti! Va' in un nostro convento di campagna, rimani là e non farti più vedere!".
    Rilessi con attenzione il foglio da me stesso battuto e osservai: "Se mi
    chiamano in servizio, evidentemente i reparti hanno bisogno di cappellani. Non posso esimermi".
    Il Superiore mi fece notare che l'ordine di richiamo non proveniva
    dall'Ordinariato Militare, pertanto era opportuno andare là almeno per sentire
    cosa ne pensassero. Obbedii. Alla salita del Grillo, sede dell'Ordinariato, non
    c'era nessuno se non un prete, al quale feci presente che il mio Superiore
    Provinciale desiderava su quel foglio di richiamo almeno un timbro per presa visione. Il che puntualmente fu fatto.Con quel prezioso documento in mano, il giorno seguente mi misi a cercare un
    reparto italiano che mi accogliesse, ed ebbi la fortuna di incontrare un gruppo
    di giovanissimi legionari. Erano acquartierati - mi dissero - sul Monte Mario
    nella zona della Camilluccia, dove si era costituito un centro per volontari.
    Il reparto al comando del maggiore Agostani (vice comandante il capitano
    Nicoletti), stava formando dei plotoni che a loro volta venivano inviati ad
    Orvieto, dove esisteva un altro centro di reclutamento.
    Verso sera mi presentai dunque alla caserma.Davanti alla sentinella scattai in
    un impeccabile saluto romano e chiesi dell'ufficiale di picchetto.Venne un
    sottotenente al quale consegnai il "mio" foglio di richiamo, precisando di
    essere stato inviato a quel centro di reclutamento direttamente dal Comando
    Generale.Grande fu la soddisfazione per il mio arrivo; anzi, il Comandante
    Agostani ebbe a dire agli altri ufficiali: "Questo è un onore straordinario, il
    Comando Generale pensa a noi, mandandoci un cappellano!".
    E da quel momento feci parte a tutti gli effetti del 1° Battaglione M
    "Camilluccia".La sera stessa ero già in divisa da legionario (sahariana
    kaki).Divise e bustine da ufficiali non ce n'erano, quindi usai il
    fez.L'indomani mi diedi da fare per procurarmi un po' di stoffa rossa con cui
    confezionare la croce da porre sul taschino sinistro della giacca.
    Gli "M" rossi mi furono apposti sui risvolti della sahariana dallo stesso
    Comandante (come da regolamento), e da quell'istante ricominciai la vita tra i
    soldati, che del resto ben conoscevo.Venni accolto con la massima simpatia e
    benevolenza dai giovani legionari, anche perché gli aiutavo nel loro
    addestramento militare, data la mia conoscenza in materia.Loro, invece, tutti
    studenti volontari, non avevano di certo grande esperienza. Com'è ovvio,
    svolgevo di pari passo la mia attività di carattere religioso e spirituale,
    tanto necessaria nei difficili momenti in cui vivevamo.
    In quel primo periodo fui anche cappellano al Centro Reclutamento di Orvieto,
    ove accompagnai spesso plotoni di volontari arruolatisi a Roma (dove nel
    frattempo si era costituito il 1° Battaglione M "Camilluccia").Fu allora che
    conobbi un ragazzo di quattordici anni, Vittorio Sgabelloni, il quale tanto
    disse e tanto fece che riuscì ad essere arruolato come mascotte del
    "Camilluccia" (anche perché io perorai la sua causa).In ogni occasione si
    comportava come un autentico legionario; aveva anche forze sufficienti per
    portare zaino ed equipaggiamento.Fu il primo vero Eroe del nostro battaglione,
    perché nella zona di Urbino cadde mitragliato da aerei alleati che attaccarono i nostri camion in movimento.Ai primi di gennaio 1944 il Battaglione si trasferì da Roma a Vercelli, dove si
    acquartierò nella caserma che prese il nome di "Tagliamento"; insieme al 63°
    Battaglione M reduce dalla Russia si costituì la 1a Legione di Assalto M
    "Tagliamento". Quanto a me ebbi l'ordine di restare nella capitale con tre
    legionari, Carbone, Cordasco e Battaglia, per effettuare al Comando romano della
    Milizia, la consegna di tutto il materiale (vestiario ecc.) della nostra caserma alla "Camilluccia.
    Eseguito questo compito, con mezzi di fortuna raggiunsi Vercelli, unitamente ai
    miei tre legionari, non senza aver fatto prima alcune deviazioni perché questi
    potessero salutare i familiari. Io stesso mi fermai a Torino dove lo zio Enrico,
    che mi era affezionatissimo, ci ospitò con estrema generosità, per tre giorni.
    Raggiungemmo quindi il nostro comando a Vercelli.
    Dopo la costituzione della Legione d'Assalto, partecipai, fin dal primo momento,
    a tutte le azioni e operazioni svolte da questo reparto nella Repubblica Sociale.
    Portai a termine con amore, spirito di sacrificio e di donazione a Dio e alla Patria,
    Ogni mio compito, facilitando, custodendo e rinvigorendo - nei reparti e nella
    gente che potei avvicinare - lo spirito di servizio nonché il senso di Dignità e
    di Onore della nostra Patria.
    * * *
    Vogliate scusarmi per qualche eventuale mia inesattezza: non ci vedo bene e
    quindi non posso scrivere né leggere… Ho dovuto affidare questa mia relazione
    unicamente alla memoria, che per grazia di Dio è ancora sufficientemente lucida.
    Ai camerati di "Nuovo Fronte" che si apprestano a pubblicare un numero speciale
    in occasione del cinquantenario della R.S.I., vera epopea di Gloria e di Onore
    per la nostra Italia vada il mio augurio più fervido affinché il nostro popolo -
    attraverso le nostre testimonianze sincere, e soprattutto "vere" - possa
    ritrovare la dignità di sé stesso, quella dignità che il Duce ci trasmise
    attraverso il Fascismo.
    A noi!

    (Articolo tratto da: NUOVO FRONTE N. 136-137 Novembre-Dicembre 1993 ANNOXXIII)
    (lo staff di carraronan.org ringrazia)



    fonte: Cappellani RSI, apporto del clero nella RSI, RSI for Dummies

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    I RELIGIOSI NELLA RSI
    Bruno De Padova


    VESSILLO DI FEDE E DI CIVILTA IL SAIO DEI CAPPELLANI FRA'GINEPRO, DON SCARPELLINI E PADRE EUSEBIO, CON ALTRI NOVECENTO SACERDOTI-SOLDATO, PORTARONO NELLA RSI LA POTENZA COSTRUTTIVA DELLA COSCIENZA CRISTIANA
    L'albeggiare nelle molteplici, drammatiche giornate sofferte da Genova dopo quella della cosiddetta liberazione di cinquant'anni or sono, si distingueva più che per il levare del sole, da un ben diverso spettacolo, cioè da quel «mattutino di Stalin» caratterizzante in ogni quartiere del capoluogo ligure, sulle piazze, per i viali e nei «carrugi» una crescente, spietata caccia al fascista o presunto tale che, per settimane, sparse sempre più sangue e lasciò abbandonati un grande numero di cadaveri in ogni area urbana, da Voltri a Nervi.
    Fu in una di quelle mattine che il cappellano militare Fra' Ginepro di Pompeiana respinse il ritiro in luogo sicuro: «Il mio posto non è in noviziato; se quando i miei fratelli andarono alla guerra li seguii come cappellano militare, se quando caddero prigionieri li seguii nei campi di concentramento, ora che sono trattenuti in carcere li devo seguire nella galera.», rispose il «confessore del Duce» a chi voleva salvarlo dal pericolo sempre più incombente di una sua cattura, essendo molto ricercato dai partigiani. E più tardi - dopo essersi presentato da solo ai capi del CLN nella cella più grande del carcere di Marassi salì sul pancaccio e così supplicò per tutti i reclusi a viva voce: «O Cristo Signore, che per salvare l'umanità sei stato incatenato e crocifisso, ascolta il grido lamentoso che ogni giorno Ti eleviamo dal fondo della nostra galera.
    Non tardare a mettere in luce la nostra innocenza ed a restituirci alla nostra casa, fatti migliori dalle sofferenze patite. Volgi uno sguardo pietoso alla famiglia che è rimasta senza sostegno, alla Patria che attraversa momenti dolorosi, al Mondo coperto di ossami e di macerie. E fa che per tutti sia pace, prosperità e benedizione. Così sia!»
    Questa orazione, come ci conferma il Pio Cappuccino (Fra' Ginepro) nel suo tomo Convento e galera, fece subito il giro di tutte le celle di Marassi, col tempo lo farà anche nelle altre carceri d'Italia, lo sequestreranno in diversi penitenziari - quando scritto - come messaggio fascista, ma superando ogni barriera verrà recitata anche dai tubercolotici di Pianosa e dai pazzi di Aversa.
    Avvenne così che sull'altare del più severo sacrificio eretto per la Storia dai più intrepidi credenti nei valori civili della Nazione, di socialità e di libertà, illuminato durante l'intera epopea della Repubblica Sociale Italiana dallo splendore del sacrificio di ognuno che volle contribuire al migliore sviluppo dei popoli, si localizzarono anche quelli dei numerosi Cappellani-Soldato che dopo la vergogna per l'Italia dei tradimenti del 25 luglio e dell'8 settembre 1943 non disertarono, ma vollero continuare la loro inclita missione di Fede cristiana a fianco dei Combattenti per l'Onore della Patria.

    NASCE, COL GIURAMENTO, LA NUOVA FEDELTA’
    Procediamo però, con ordine: nella Rsi, attraverso la Seconda sezione dell'Ordinariato Militare per l'Italia (istituzione introdotta dal Fascismo nel 1926 per il Regio Esercito e la Mvsn, poi inserita per volontà di Mussolini nel Concordato con la Chiesa cattolica) venne disciplinato il servizio dei Cappellani Volontari nelle varie Forze Armate repubblicane, al quale aderirono oltre novecento ministri ecclesiastici operanti non solo presso i più importanti Comandi oppure in altri Distretti militari, ma anche nelle diverse Unità divisionali, nei distaccamenti della Guardia Nazionale Repubblicana, in quelli successivi delle Brigate Nere, nella X Flottiglia Mas, in ogni Reparto speciale ecc. nonché in Francia, Balcania, Dodecanneso, Egeo, tra i Lavoratori italiani nel Terzo Reich, tra le truppe italiane prigioniere (e non «cooperatrici») in India, Usa, Gran Bretagna, Urss e altrove.
    In qualità di Pro-Vicario generale militare per le FF.AA. della Rsi sino al marzo 1945 rimase mons. Giuseppe Casonato, poi - dopo la circolare natalizia del '44 mediante la quale iniziava ad esercitare pressioni politiche contrarie all'azione del Governo repubblicano gli succedette il Cappellano capo del Piemonte mons. Silvio Solero. In precedenza, sul testo del giuramento di fedeltà alla Rsi, l'ordinario militare mons. A. Bartolomasi aveva frapposto inizialmente qualche difficoltà essendo stata da lui avanzata una formula diversa da quella predisposta dal Governo, ma entro il dicembre '44 tutti i Cappellani Volontari avevano giurato secondo la formula regolamentare, cioè: «Giuro di servire e di difendere la Repubblica Sociale Italiana nelle sue istituzioni e nelle sue leggi, nel suo onore e nel suo territorio, in pace e in guerra, fino al sacrificio supremo. Lo giuro dinanzi a Dio e ai Caduti, per l'unità, per l'indipendenza e per l'avvenire della Patria.».
    Sull'alta qualità dell'opera svolta dai Cappellani in grigioverde a nessuno può essere rimasto qualche dubbio, tanto è vero che lo stesso mons. Bartolomasi dopo il 1945 specificò come i «volontari cappellani militari della Rsi furono e restano l'orgoglio dei cappellani militari italiani, per l'ineccepibile condotta morale, per il senso eroico ed assoluto di servizio nell'assistenza religiosa e spirituale dei reparti loro assegnati, per l'amore di Patria nell'assistere e sostenere il morale di una popolazione civile, sotto l’inenarrabile flagello che si abbatteva sull'intera Nazione italiana».
    L'albo di gloria dei Cappellani militari dell'Onore distingue ben ventotto ministri della Chiesa caduti per servizio o per mano terroristica durante la Rsi e sono i seguenti: Fra' Fortunato Bertoni (Modena), Mario Boschetti (Ferrara), Guerrino Cavazzoli (Germania), Sebastiano Caviglia (Asti), Padre Crisostomo Ceragioli (Siena), Padre Antonio Ciervo (Egeo), Padre Sigismondo Damiani (Macerata), Edmondo De Amicis (Torino), Rosino Di Nallo (Frosinone), Giovanni Di Pietro (Teramo), Emilio Femandez (Ferrara), Carlo Ferrari (Grosseto), Padre Fernando Ferrarotti (Aosta), Vittorio Floriani (Germania), Giuseppe Gabana (Trieste), Padre Ceslao Galletti (Roma), Domenico Gianni (Bologna), Umberto Lotti (Austria), Padre Simone Nardin (Fiume), Adolfo Nannini (Firenze), Fra' Cleto Parodi (Egeo), Pietro Roba (Imperia), Padre Angelico Romiti (Torino), Leandro Sangiorgio (Vercelli), Carlo Terenziano (Reggio Emilia) e Antonio Torricella, -" (Francia).
    Inoltre, sono sei i Sacerdoti-Soldato caduti l'8 settembre in Albania, Dalmazia, Montenegro e Serbia, vittime del comunismo balcanico; due quelli nei campi non-cooperatori in India. Ascendono a quarantaquattro i Cappellani militari italiani deceduti prima e dopo l'armistizio badogliano nei campi sovietici di prigionia.
    Molto più numerosi sono invece i sacerdoti di Cristo che nel corso della Rsi oppure subito dopo il tragico 25 aprile persero la vita, accusati di amicizia per i fascisti oppure per le truppe germaniche in quanto rei di avere segnalato urgenti necessità delle popolazioni e degli sfollati, come accadde - ad esempio - a don Aladino Petri nel Pisano, vicino alla storica torre di Caprona, assassinato insieme al maestro Lughetti da tre fuorilegge dei Gap in bicicletta.

    DON TULLIO CALCAGNO E «CROCIATA ITALICA»
    Coscienza del Vangelo e fedeltà ai valori della Patria sono i canoni morali su cui la forte idealità di don Tullio Calcagno fece leva per aprirsi al calvario 1943-45, lungo l'ascesa del quale la sua Fede cattolica e il suo amore per l'Italia furono perseguitati senza pietà, mai riuscendo però, ad indebolire la virile temerarietà della sua missione.
    Il dramma degli eventi politico-militari dell'estate 1943 colsero don Calcagno in Umbria, dove era parroco della cattedrale di Terni e mentre sull'antica Interamna, trasformata dal Fascismo in grande centro industriale, i bombardieri anglo-statunitensi della Raf e dell'Usaf rovesciarono morte e distruzione. Dinanzi a così grave scempio morale e materiale, il parroco della cattedrale ternana, sentendo nell'animo la rudezza di Bernardino da Siena e conservando la mitezza di Francesco d'Assisi, si aprì alla focosità di Domenico da Guzmàn con la robustezza di fede appartenente ad Ignazio di Loyola, divenne testardo come G. Galilei di fronte al Sant'Uffizio e non si arrese ai messi papali quanto Gerolamo Savonarola, lasciò la città bagnata dal Nera e salì nella Valle Padana per trovare a Cremona - dove l'armonia dei liutai Amati, Guarnieri e Stradivari era salita in cielo più del Torrazzo - il fulgore coerentemente innovativo di Roberto Farinacci, l'incisività critica del quotidiano Il Regime Fascista, l'ardore combattivo delle Schutzstaffeln italiane per la realizzazione costruttiva ed operosa dei punti fondamentali del Pfr, sincronizzati nel «Manifesto di Verona». E qui, dopo la notte dei tradimenti, respingendo la materialità del comodo imboscamento, don Calcagno dà vita al settimanale più intrepido di religiosità e patriottismo e Crociata Italica si aprì anche all'assidua collaborazione dei Cappellani volontari della Rsi. E’ vero che per la continua incisività di Crociata Italica e per le relazioni settarie inoltrate alla Santa Sede dalla Curia cremonese e di Milano, presto don Calcagno venne sospeso «a divinis» da Bolla pontificia, ma è doveroso rammentare che il sacerdote di Terni non dissentì mai con il Pontefice Pio XII in materia di Fede, ma con il Sant'Uffizio che, appellandosi al Codice Canonico esigeva l'astensione di questo religioso dall'esercizio giornalistico della politica, mentre in quel tempo - tra i cortei schiamazzanti al seguito degli invasori «alleati» dove erano riusciti ad arrivare - si evidenziavano sempre più molti preti che, con il fazzoletto rosso al collo... celebravano la cosiddetta liberazione, cantando Bandiera rossa con i «fratelli» partigiani comunisti e alzando il braccio sinistro in alto e con il pugno della mano ben chiuso. Anticipavano di cinquant'anni l'attuale «passione» filomarxista di molti, troppi prelati altolocati.
    Quando nell'aprile '45 pervenne il tracollo militare, il massacro di Dongo, il ludibrio di piazzale Loreto e la carneficina spietata di fascisti o presunti tali, nessuno dei monsignori estensori delle relazioni per la sospensione del sacerdote-direttore di Crociata Italica nutrì un po' di pietas almeno latina per impedire che venisse trascinato da Crema al carcere di San Vittore a Milano e poi buttato in piazzale Susa per rabbiosa fucilazione. Troppi non capivano che, come Petrarca, don Calcagno - in politica seppe scrivere «per ver dire, non per odio d'altrui, né per disprezzo».

    CAPPELLANI CON GLADIO, ALFIERI DI FEDE
    Esiste nell'Ordinariato militare per l'Italia la nobiltà morale per gli alfieri della cappa di San Martino ed essa ha in Angelo Roncalli (Papa Giovanni XXIII), Giulio Facibeni (fondatore a Firenze della Madonnina del Grappa, ospitante i perseguitati della Rsi), Carlo Gnocchi (realizzatore di Pro Juventute a Milano), Luigi Soverini (officiante a Roma per 20 anni la Santa Messa in latino il 28 aprile in San Marco di Palazzo Venezia) e Giovanni Errani (sacerdote Divisione Etna della Rsi) i Cappellani militari benemeriti nella vita religiosa e civile. E’ dal loro esempio che durante la Repubblica sociale i loro colleghi con i Gladi quale mostrina assolsero alla propria missione con la franchezza e con la sensibilità francescane di cui militari e popolazione avevano la maggiore necessità con senso di misericordia umana.
    Il decano dei Cappellani della Rsi fu don Angelo Scarpellini, romagnolo, insegnante di lettere a Bologna, giornalista, scrittore. Pubblicò nel 1939 il libro Augusto nella luce del Vangelo, nel 1942 il volume Italia della Conciliazione, poi lasciò la cattedra per essere vicino ai soldati e alle loro sofferenze. Don Scarpellini fu assiduo collaboratore di Crociata Italica con gli articoli firmati Pier l'Eremita e, in conseguenza di ciò, non ottenne il dovuto inserimento nei ruoli dell'Ordinariato militare per l'Italia dei Cappellani volontari, ma ciò non gli impedì di emergere nel ruolo di Sacerdote-soldato prima nella Brigata Nera «Facchini» e poi nella Brigata Nera Mobile «Pappalardo», comandata quest'ultima dal prof. Pagliani. Dopo il 25 aprile venne condotto a Coltano e poi, su richiesta di un magistrato di Reggio Emilia, si presentò a quel Tribunale dove venne incarcerato e poi processato per collaborazionismo, condannato a 24 anni di reclusione e poi assolto in Cassazione. Ma nel carcere di Reggio Emilia venne sottoposto dai partigiani a gravi sevizie che gli procurarono sordità totale, timpani rotti, denti spaccati e una frattura al cranio. Quando i partigiani vennero tradotti dinanzi a lui per individuare chi lo aveva martirizzato, e pure riconoscendoli, al magistrato che lo invitava ad indicare i responsabili delle sevizie egli rispose: «Non riconosco nessuno!».
    Allorché riebbe la libertà, don Scarpellini - sebbene invalido - riprese la sua attività educativa, portò la sua voce in tante conferenze per illuminare gli Italiani sull'ampiezza del sacrificio dei Martiri e dei Caduti della Rsi, chiese la Pacificazione che inserisse nella Costituzione della Repubblica del 2 giugno la parificazione dei diritti dei combattenti e dei dipendenti pubblici della Rsi a quelli del regno del Sud, nonché di ogni beneficio da ciò derivante e, nel contempo, diede alle stampe La Rsi nelle lettere dei suoi Caduti, pubblicando anche Fausto Longiano (1959), La Pieve di San Giovanni in Compito (1962),, Don Alessandro Berardi patriota riminese (1963) e altro ancora, ma nel 1979 Dio lo chiamò a sé.

    DIO E PATRIA, SINTESI IDEALE
    Nell'ardente fucina di volontà cristiana e patriottica di Crociata Italica si cimentarono molti altri sacerdoti quali padre Blandino della Croce, don Antonio Bruzzesi, Fra' Galdino, padre Egidio del Borgo, il benedettino Ildefonso Troya che, insieme al tenace Fra' Ginepro di Pompeiana, perfezionarono i rispettivi intendimenti religiosi nell'aiuto a tutti i sofferenti della tragedia nazionale. D'altronde, il primo articolo di fondo del n° 1 di Crociata Italica era intitolato Dio e Patria e in esso don Calcagno specificava: «Siamo cattolici, apostolici, romani, figli devoti e membri vivi dell'unica Santa Chiesa e tali intendiamo restare, con la grazia di Dio, fino alla tomba, nell'eternità della Chiesa trionfante. Siamo repubblicani, perché col tradimento del re, il regno ha cessato di esistere per tutti gli italiani e per tutti gli uomini onesti, e ad esso è succeduto, nel modo più legittimo, la Repubblica Sociale Italiana, sotto la guida di colui che, fino alla vigilia della vergognosa catastrofe, era il Duce universalmente riconosciuto da popoli e governanti, da pontefici e sovrani.»
    Su questa ispirazione, insieme ai Sacerdoti-Soldato indicati e agli altri novecento che nel tempo 1943-45 assolsero alla missione apostolica di Cappellani volontari della Rsi, indirizzò con vigore la propria azione francescana padre Eusebio che già nel giugno 1940 - due giorni dopo l'entrata dell'Italia in guerra - si era arruolato nell'Ordinariato militare seguendo le sorti dei soldati prima tra gli Alpini, distinguendosi in Albania e in Russia, indi nella base atlantica di Bordeaux, fino ad essere catturato dai Tedeschi l'8 settembre ad Antibes. Padre Eusebio, al secolo Sigfrido Zappaterreni e nativo di Montecelio (l'attuale Guidonia), condannò la congiura di Grandi e Bottai, non accettò il tradimento di Vittorio Emanuele III°e di Badoglio, ed aderendo alla Rsi si fece promotore di tante conferenze per stimolare gli Italiani alla riscossa morale.
    Assumendo nel 1944 l'incarico di Capo Cappellano militare delle Brigate Nere, padre Eusebio accentuò i suoi incontri e dialoghi con il Duce e in settembre, mentre gli invasori iniziavano a scontrarsi contro la Linea Gotica, Mussolini - nel tratteggiare i problemi connessi ai rapporti fra lo Stato repubblicano e la Chiesa - gli disse: «In vari rapporti si nota una recrudescenza rossa che non preoccupa affatto il clero della Repubblica. Certe connivenze e complicità con i fuorilegge sono sintomi di decadenza morale e prove incontrovertibili di malafede.» Ma il colloquio non era finito. Mussolini continuò: «Ogni settimana Mezzasoma mi fa il rapporto scritto sulla stampa cattolica. Su centinaia di opuscoli, riviste e foglietti parrocchiali non sono mai riuscito a trovare un accenno contro il comunismo. Lo stesso dicasi delle allocuzioni che il clero fa la domenica nelle chiese. Ditemi, cosa significa tutto questo nel momento critico che si attraversa?»
    All'uomo liberato da Skorzeny sul Gran Sasso dalla prigionia dei badogliani di a . liora, il Cappellano capo delle BB.NN. rispose accentuando le sue prediche ai combattenti ed ai cittadini, aperse il suo fervore francescano invocando il dovere delle genti per la difesa della Patria, sollecitò una pace non dolorosa per la Nazione, affinché i «fioretti» del santo di Assisi maturassero nel cuore degli Italiani l'incitamento alla «perfetta letizia» dopo tante sofferenze.
    In fedeltà alla Vocazione francescana, alla bandiera tricolore dell'Onore, padre Eusebio coronò di splendore la sua missione di Cappellano della Rsi nella primavera '45 quando - in Galleria a Milano - profuse nella sua più ardente allocuzione l'invito ai credenti in Dio e nella Patria a professare virtù di buon frutto per la rinascita della Nazione e per costruire la Civiltà del futuro.

    MISSIONI DI APOSTOLI SULLE FRONTI ITALIANE
    A fianco di Fra' Ginepro e di Padre Eusebio che svolgevano il loro compito di apostoli del Cattolicesimo oltreché quali «confessori del Duce», anche come missionari di sostegno morale ai combattenti, con uguale coscienza del Verbo cristiano si distinsero sulle fronti della Linea Gotica, sulle Alpi occidentali e sulle doline carsiche, in Istria e nella Dalmazia, quanto sul Baltico e nell'Egeo, i Cappellani volontari della Rsi a fianco delle nostre truppe in grigioverde.
    Ecco nella Divisione Littorio l'esempio fulgente di Padre Marcello, al secolo Primiero Tozzi, che segui questa Unità militare della Rsi dall'addestramento in Germania nel centro di Senne alla difesa della sovranità italiana in Valle d'Aosta, dopo essere stato in precedenza predicatore francescano dei Padri Minori nella Toscana, Tenente Cappellano degli Alpini sulla fronte greco-albanese. Padre Marcello confortò i soldati in grigioverde sulle impervie vette della fronte aostana, segui i feriti negli ospedali e confortò le famiglie dei Caduti durante e dopo la guerra, anche quando divenne Coadiutore diocesano nella parrocchia di N. S. Gesù Cristo in Lastra a Signa, non mancando mai nei contatti con i «suoi» reduci.
    Nel rammentare gli eroismi dei soldati della Littorio su quella fronte nell'inverno 1944-45 padre Marcello scrisse: «Alzatevi, amici, e rimanete in alto. Sulle cime non vi è nebbia, né fango, né mosche. » Le «penne nere» del 4° Rgt. Alpini della Rsi avevano già compiuto questo confronto, erano stati eroici nel sacrificio per l'Italia repubblicana. In modo analogo, tra altre «penne nere», altri artiglieri da montagna, genieri e complementari della Divisione Alpina Monterosa si distinse il sacerdote-alpino Luigi Miglio con tutti i cappellani dislocati nei vari reparti, dal campo germanico di addestramento in Miinsingen all'offensiva d'inverno nella Garfagnana oppure nei contrattacchi e nelle «sortite» sulle Alpi occidentali, dal Colle della Maddalena al Piccolo S. Bernardo e al Moncenisio, ovunque le truppe alpine diedero prova del loro ardimento sulle vette, ove - sia ben chiaro - Dio ad esse è più vicino.
    A fianco della Divisione F.M. San Marco eccelle Padre Candido Carlino, in quella Etna è presente Padre Giovanni Errani, nel Rgt. Paracadutisti Folgore il temerario don Ovidio Zinaghi, mentre con la X Flottiglia Mas oltre a Padre Martinengo quale Cappellano capo si sono distinti don G. Graziani e don A. Castoldi nel Btg. Barbarigo, don B. Folloti nel Btg. Lupo, don R. Pio nei Btgg. NP e Sagittario, don Pettro nel 3' Rgt. Artiglieria e, su a Tamova, con il Btg. Fulmine, proteso con le altre truppe autonome a difendere l'italianità di Gorizia dall'aggressione del IX Korpus di Tito, non mancava don Casinúro Canepa.

    SPIRITO E COSCIENZA DEL CREDO EUROPEO
    Questa leggenda di Fede e di eroismo assume più valore proprio mentre il nostro vecchio Continente inizia a potenziare, attraverso la Cce, la propria, nuova prova di unificazione politica, economica e produttiva che la liberi dalla soggezione alla finanza degli Usa, nonché dall'influenza vessatoria della plutocrazia anglo-statunitense cui del progresso civile dell'Europa nel Terzo Millennio importa niente.
    D'altronde, gli altri non possono capire come sulla Via Crucis dell'Europa di mezzo secolo fa, dove il vessillifero del Credo cattolico e italiano - quale era Fra' Ginepro - si ergeva illuminando con lo splendore del suo Saio la nitidezza del Tricolore repubblicano per la pace del lavoro e per l'equilibrio delle coscienze, si rafforzò il valore etico posto a seme sul solco della Storia nel trascorrere dei millenni per la Civiltà, da quello latino del Diritto al Cristianesimo francescano, dall'Arte rinascimentale alle scoperte della Tecnica, dai moti liberali e socialistici (Bismarck li sostenne nell'800 per l'Europa) all'equilibrio fascista dell'economia produttiva attraverso le conquiste di emancipazione garantite dalla socializzazione.
    In questo, il Saio di Fra' Ginepro e degli altri Cappellani Volontari della Rsi assume il più eletto valore per lo Spirito e per le Coscienze. Ha consolato le sofferenze di tanti Martiri e di molti Caduti. E simbolo di Italia, di Europa, significa Civiltà.


    TABULA RASA 5 Settembre 1995. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)
    RELIGIOSI NELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    L'OLOCAUSTO DEI RELIGIOSI NELLA RSI


    AMATEIS Don Giuseppe, parroco di Coassolo (Torino), ucciso a colpi di ascia dai partigiani comunisti il 15 marzo 1944, perché aveva deplorato gli eccessi dei guerriglieri rossi.
    AMATO Don Gennaro, parroco di Locri (Reggi o Calabria), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.
    AMBROSI Don Luigi.
    ARINCI Marino: seminarista.
    BANDELLI (Bandeli) Don Ernesto, parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il 30 aprile 1945.
    BARDET (Border) Don Luigi, parroco di Hone (Aosta), ucciso il 5 marzo 1946 perché aveva messo in guardia i suoi parrocchiani dalle insidie comuniste.
    BARDOTTI Don Ugo.
    BAREL Don Vittorio, economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso il 26 ottobre 1944 dai partigiani comunisti.
    BARTHUS Padre Stanislao della Congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17 agosto 1944 dai partigiani perché in una predica aveva deplorato le «violenze indiscriminate dei partigiani».
    BARTOLINI (Bortolini) Don Corrado, parroco di Santa Maria in Duno (Bologna), prelevato dai partigiani il 1° marzo 1945 e fatto sparire.
    BASTREGHI Don Duilio, parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3 luglio 1944 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
    BEGHE' don Carlo, Parroco di Novegigola (Apuania), sottoposto il 2 marzo 1945 a finta fucilazione che gli produsse una ferita mortale.
    BONIFACIO Don Francesco, curato di Villa Gardossi (Trieste), catturato dai miliziani comunisti Jugoslavi l'11 settembre 1946 e gettato in una foiba.
    BOLOGNESI Don Sperindio, parroco di Nismozza (Reggio Emilia), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944.
    BORTOLINI Don Raffaele, canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945.
    BOVO (Bove) Don Luigi, parroco di Bertipglia (Padova), ucciso il 25 settembre 1944 da un partigiano comunista poi giustiziato.
    BRAGHINI Dino: Chierichetto.
    BULLESCHI Don Miroslavo, parroco di Monpaderno, (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23 agosto 1947 dai comunisti iugoslavi.
    BEGNE' Don Carlo
    BUSI Don Gogoli.
    CALCAGNO Don Tullio - direttore di «Crociata Italica», fucilato dai partigiani comunisti a Milano il 29 aprile 1945.
    CALE'- Don Ernesto.
    CAVIGLIA Don Sebastiano, cappellano della GNR, ucciso il 27 aprile 1945 ad Asti.
    CERAGIOLO Padre Giovan-Crisostomo, o.f.m., cappellano militare decorato al valor militare, Prelevato il 19 maggio 1944 da partigiani comunisti nel convento di Montefollonico e trovato cadavere in una buca con le mani legati dietro la schiena.
    CIOCCHETTI Don Paolo
    CORSI Don Aldemiro, parroco di Grassano (Reggio Emilia), assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti, la notte del 21 settembre 1944.
    CORTIULA Don Virgilio, ucciso con suo padre e Pavine Virgilio.
    CRECCHI Don Ferruccio, parroco di Levigliani (Lucca), fucilato all'arrivo delle truppe di colore nella zona, su false accuse dei comunisti del luogo.
    CURCIO Don Antonio, cappellano dell'11° Btg. Bersaglieri, ucciso il 7 agosto 1941 a Dugaresa da comunisti croati.
    DAMIANI Padre Sigismondo, o.f.m. ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a San Genesio di Macerata l' 11 marzo 1944.
    DAPPORTO Don Teobaldo, arciprete di Casalfiumanese (Diocesi di Imola), ucciso da un comunista nel settembre 1945.
    DE AMICIS Don Edmondo, cappellano, pluridecorato della prima guerra mondiale, venne colpito a morte dai «gappisti», a Torino, sulla soglia della sua abitazione nel tardo pomeriggio del 24 aprile 1945, e spirò dopo quarantotto ore di atroce agonia.
    DIAZ Don Aurelio, cappellano della Sezione Sanità della divisione «Ferrara», fucilato nelle carceri di Belgrado nel gennaio del '45 da partigiani «Titini».
    DOLFI Don Adolfo, canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28 maggio 1945 a torture che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo.
    DONATI Don Enrico, arciprete di Lorenzatico (Bologna), massacrato il 28 maggio 1945 sulla strada di Zenerigolo.
    DONINI Don Giuseppe, parroco di Castagneto (Modena). Trovato ucciso sulla soglia della sua casa la mattina del 20 aprile 1945. La colpa dell'uccisione fu attribuita in un primo momento ai tedeschi, ma alcune circostanze, emerse in seguito, stabilirono che gli autori del sacrilego delitto furono gli altri.
    DORFMANN Don Giuseppe, fucilato nel bosco di Posina (Vicenza) il 27 aprile 1945.
    D'OVIDIO Don Vincenzo, parroco di Poggio Umbricchio (Teramo), ucciso nel maggio '44 sotto accusa di filo-fascismo.
    ERRANI Don Giovanni, cappellano militare della GNR, decorato al vm., condannato a morte dal CNL di Forli, salvato dagli americani e poi deceduto a causa delle sofferenze subite.
    FALCHETTI Don Giovanni.
    FASCE Don Colombo, parroco di Cesino (Genova), ucciso nel maggio del '45 dai partigiani comunisti.
    FAUSTI Don Giovanni, superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5 marzo 1946 perché Italiano. Con lui furono trucidati altri sacerdoti dei quali non si è mai potuto conoscere il nome.
    FERRAROTTI Padre Femando, o.f.m., cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso nel giugno 1944 a Champorcher (Aosta) dai partigiani comunisti.
    FERRETTI Don Gregorio, parroco di Castelvecchio (Teramo), ucciso dai partigiani slavi ed italiano nel maggio 1944.
    FERRUZZI Don Giovanni, arciprete di Campanile, Diocesi di Imola, ucciso dai partigiani il 3 aprile 1945.
    FILIPPI Don Achille, parroco di Maiola (Bologna), ucciso la sera del 25 luglio 1945 perché accusato di filofascismo.
    FONTANA Don Sante, parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 6 gennaio 1945.
    FORNASARI Mauro: seminarista.
    GABANA don Giuseppe, della diocesi di Brescia, cappellano della VI legione della Guardia di Finanza ucciso il 3 marzo 1944 da un partigiano comuni sta.
    GALASSI Don Giuseppe, arciprete di S. Lorenzo in Selva (Imola), ucciso il 1° maggio 1945 perché sospettato di filofascismo.
    GALLETTI Don Tiso, parroco di Spazzate Sassatelli (Imola), ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo.
    GIANNI Don Domenico, cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21 aprile 1945 e soppresso dopo tre giomi.
    GUICCIARDI Don Giovarmi, parroco di Mocogno (Modena), ucciso il 10 giugno 1945 nella sua canonica dopo sevizie atroci da chi, col pretesto della lotta di liberazione, aveva compiuto nella zona una lunga serie di rapine e delitti, con totale disprezzo di ogni legge umana e divina.
    ICARDI Don Virgilio, parroco di Squaneto (Aqui), ucciso il 4 luglio 1944, a Preto, da partigiani comunisti.
    ILARDUCCI Don Luigi, parroco di Garfagnolo (Reggio Emilia), ucciso il 19 agosto 1944 da partigiani comunisti.
    JEMMI Don Giuseppe, cappellano di Felina (Reggio Emilia), ucciso il 19 aprile 1945 perché aveva deplorato gli «eccessi inumani di quanti disonoravano il movimento partigiano».
    LAVEZZARI Serafino: Seminarista.
    LENZINI Don Luigi, parroco di Crocette di Pavullo (Modena), trucidato il 20 luglio 1945. Nobile, autentica figura di Martire della Fede. Prelevato nottetempo da un'orda di criminali, strappato dalla sua chiesa, torturato, seviziato, fu ucciso dopo lunghissime ore di indescrivibile agonia, quale raramente si trova nella storia di tutte le persecuzioni. Si cercò di soffocare con lui, dopo che le minacce erano risultate vane, la voce più chiara, più forte e coraggiosa che, in un'ora di generale sbandamento morale, metteva in guardia contro i nemici della Fede e della Patria. Il processo, celebrato in una atmosfera di terrore e di omertà, non seppe assicurare alla giustizia umana i colpevoli, mandanti ed esecutori, i quali, con tale orribile delitto, non unico, purtroppo, hanno gettato fango, umiliazione e discredito sul nome della Resistenza Italiana. Ma dalla gloria all'Eternità, come nella fosca notte del Martirio. Don Luigi Lenzini fa riudire la ultime parole della sua vita, monito severo e solenne, che invitano a temere e a stimare soltanto il giusto Giudizio di Dio. (N.B. - Volantino fatto stampare a Pavullo l'8 agosto 1965).
    LOMBARDI Don Nazzareno.
    LORENZELLI Don Giuseppe, priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27 febbraio 1945, dopo essere stato obbligato a scavarsi la fossa.
    LUGANO Don Placido.
    MANFREDI Don Luigi, parroco di Budrio (Reggio Emilia), ucciso il 14 dicembre 1944 perchè aveva deplorato gli «eccessi partigiani».
    MATTIOLI Don Dante, parroco di Coruzza (Reggio Emilia), prelevato dai partigiani rossi la notte dell'11 aprile 1945.
    MERLI Don Ferdinando, mensionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21 febbraio 1944 presso Assisi da jugoslavi istigati dai comunisti italiani.
    MERLINI Don Angelo, parroco di Fiainenga (Foligno), ucciso il medesimo giomo dagli stessi, presso Foligno.
    MESSURI Don Armando, cappellano delle Suore della S. Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18 giugno 1944.
    MORA Don Giacomo.
    NANNINI Don Adelfo, parroco di Cercina (Firenze), ucciso il 30 maggio 1944 da partigiani comunisti.
    NARDIN Don Simone, dei benedettini Olivetani, tenente cappellano dell'ospedale militare «Belvedere» in Abbazia di Fiume, prelevato dai partigiani jugoslavi nell'aprile 1945 e fatto morire tra sevizie orrende.
    OBID Don Luigi, economo di Podsabotino e San Mauro (Gorizia), prelevato da partigiani e ucciso a San Mauro il 15 gennaio 1945.
    PADOAN Don Antonio, parroco di Castel Vittorio (Imperia), ucciso da partigiani l'8 maggio 1944 con un colpo di pistola in bocca ed uno al cuore.
    PAVESE Don Attilio, parroco di Alpe Gorreto (Tortona), ucciso il 6 dicembre 1944 da partigiani dei quali era cappellano, perché confortava alcuni prigionieri tedeschi condannati a morte.
    PELLIZARI Don Francesco, parroco di Tagliolo (Acqui), chiamato nella notte del 5 maggio 1945 e fatto sparire per sempre.
    PERAI Don Pompeo, parroco dei Ss. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16 giugno 1944.
    PERCIVALLE Don Enrico, parroco di Varriana (Tortona), prelevato da partigiani e ucciso a colpi di pugnale il 14 febbraio 1944.
    PERKAN Don Vittorio, parroco di Elsana (Fiume), ucciso il 9 maggio 1945 da partigiani mentre celebrava un funerale.
    PESSINA Don Umberto, parroco di San Martino di Carreggio, ucciso il 18 giugno 1946 da partigiani comunisti.
    PERSICHILLO Don Giovanni.
    PETRI Don Aladino, pievano di Caprona (Pisa), ucciso il 2 giugno 1944 perché ritenuto filo-fascista.
    PETTINELLI Don Nazzareno, parroco di Santa Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana l'l 1 luglio 1944.
    PIERAMI Giuseppe, seminarista, studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2 novembre 1944, sulla Linea Gotica, da partigiani comunisti.
    PISACANE Don Ladislao, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso da partigiani slavi il 5 febbraio 1945 con altre dodici persone.
    PISK Don Antonio, curato di Canale d'Isonzo (Gorizia), prelevato da partigiani slavi il 28 ottobre e fatto sparire per sempre.
    POLIDORI Don Nicola, della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9 giugno 1944 a Sefro da partigiani comunisti.
    PRECI Don Giuseppe, parroco di Montalto (Modena). Chiamato di notte col solito tranello, fu ucciso sul sagrato della chiesa il 24 maggio 1945.
    RASORI Don Giuseppe, parroco di San Martino in Casola (Bologna), ucciso la notte sul 2 luglio 1945 nella sua canonica, sotto accusa di filo-fascismo.
    REGGIANI Don Alfonso, parroco di Amola di Piano (Bologna), ucciso da marxisti la sera del 5 dicembre 1945.
    RIVI Rolando, seminarista, di Piane di Monchio (Reggio Emilia), di 16 anni, ucciso il 10 aprile 1945 da partigiani comunisti, solo perchè indossava la veste talare.
    ROCCO Don Giuseppe, parroco di Santa Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso da slavi il 4 maggio 1945.
    ROMITI Padre Angelico, o.f.m., cappellano degli allievi ufficiali della Scuola di Fontanellato, decorato al v.m., ucciso la sera del 7 maggio 1945 da partigiani comunisti.
    SALVI Don Guido.
    SANGIORGI Don Leandro, salesiano, cappellano militare decorato al v.m., fucilato a Sordevolo Biellese il 30 aprile 1945.
    SANGUANINI Don Alessandro, della congregazione della Missione, fucilato a Ranziano (Gorizia), il 12 ottobre 1944 da partigiani slavi per i suoi servimenti di italianità.
    SLUGA Don Lodovico, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso insieme al confratello Don Pisacane il 5 febbraio 1944.
    SOLARO Don Luigi, di Torino, ucciso il 4 aprile 1945 perché congiunto del federale di Torino Giuseppe Solaro anch'egli soppresso.
    SPINELLI Don Emilio, parroco di Campogialli (Arezzo), fucilato il 6 maggio 1944 dai partigiani sotto accusa di filo-fascismo.
    SPOTTI Nerumberto, Chierichetto.
    SQUIZZATO Padre Eugenio o.f.m., cappellano partigiano ucciso dai suoi il 6 aprile 1944 fra Corio e Lanzo Torinese perché impressionato dalle crudeltà che essi commettevano, voleva abbandonare la formazione.
    TALE' Don Ernesto, parroco di Castelluccio Formiche (Modena), ucciso insieme alla sorella l'l 1 dicembre 1944.
    TAROZZI Don Giuseppe, parroco di Riolo (Bologna), prelevato la notte sul 26 maggio 1945 e fatto sparire. Il suo corpo fu bruciato in un forno di pane, in una casa colonica.
    TATICCHIO Don Angelo, parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani jugoslavi nell'ottobre 1943 perchè aiutava gli italiani.
    TAZZOLA Don
    TERENZIANI Don Carlo, prevosto di Ventoso (Reggio Emilia), fucilato la sera del 29 aprile 1945 perché ex cappellano della milizia.
    TERILLI (Terilli) Don Alberto, arciprete di Esperia (Frosinone), morto in seguito a sevizie inflittegli dai marocchini, eccitati da partigiani, nel maggio 1944.
    TESTA Don Andrea, parroco di Diano Borrello (Savona), ucciso il 16 luglio 1944 da una banda partigiana perché osteggiava il comunismo.
    TORRICELLA Mons. Eugenio Corradino, della diocesi di Bergamo, ucciso il 7 gennaio '44, ad Agen (Francia) da partigiani comunisti per i suoi sentimenti d'italianità.
    TRCEK Don Rodolfo, diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il l° settembre 1944 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
    VENTURELLI Don Francesco, parroco di Fossoli (Modena), ucciso il 15 gennaio 1946 perché inviso ai partigiani.
    VIAN Don Gildo, parroco di Bastia (Perugia), ucciso dai partigiani comunisti il 14 luglio 1944.
    VIOLI Don Giuseppe, parroco di Santa Lucia di Medesano (Parma), ucciso il 31 novembre 1945 da partigiani comunisti.
    ZALI Don Francesco.
    ZAVADLOV Don Isidoro.
    ZOLI Don Antonio, parroco di Morra del Villar (Cuneo), ucciso dai partigiani comunisti perché durante la predica del Corpus Domini del 1944 aveva deplorato l'odio tra fratelli come una maledizione di Dio.


    L'ULTIMA CROCIATA N. 4. Aprile 1995. (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

    RELIGIOSI NELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    QUELL'INQUIETO PARROCO DI SQUANETO ASSASSINATO DAI SUOI "COMPAGNI"
    Giannuzzi Ugo


    Il 2 dicembre 1944, intorno alle 18.30, sulla strada Pareto-Miòglia, veniva ucciso a colpi di rivoltella sparati da tre partigiani, il sacerdote Virginio Icardi, parroco di Squaneto, una frazione del Comune di Spigno Monferrato (AL). La salma, rinvenuta il giorno successivo, venne deposta momentaneamente in una vicina cappella campestre; grazie all'intervento del Generale Amilcare Farina, Comandante della Divisione F.M. "San Marco" della R.S.I., che aveva ottenuto il consenso del Vescovo di Acqui, fu tumulata nel Cimitero di guerra di Altare, detto delle "Croci Bianche" e benedetta da un cappellano militare della Divisione stessa, padre Giovanni Del Monte. Il Vescovo in persona si recò a pregare su quella tomba.
    Queste sono le circostanze per le quali don Icardi viene inserito negli elenchi dei sacerdoti uccisi dai comunisti durante e dopo la guerra civile 1943-1945, facendolo quindi figurare come un martire della Fede e dell'Idea. Anche il mensile "Volontà", voce dei "non-cooperatori", lo include recentemente in una lista di venerabili sacerdoti uccisi, sbagliando, peraltro involontariamente perché riporta dati di altra pubblicazione, data e località e con la seguente motivazione: "Ucciso a Preto da partigiani senza una ragione".
    Ma chi era in realtà don Virginio Icardi? Ce lo spiega un documento riservato, da poco venuto alla luce.
    Don Icardi, parroco di Squaneto da circa 10 anni, aveva già in precedenza dato motivo di rilievi da parte dell'autorità ecclesiastica, tanto che aveva chiesto di essere trasferito in altra Diocesi, ma senza esito. Amante della vita movimentata, quasi avventurosa, nel novembre del 1943, cioè dopo l'armistizio dell'8 settembre, in una lettera inviata al suo Vescovo, esprimeva il desiderio di partecipare alla lotta che andava delineandosi fra partigiani da una parte e forze della R.S.I. dall'altra. Naturalmente si cercò di dissuaderlo ma don Virginio non dette ascolto ai consigli del suo superiore e trasformò la sua canonica e la parrocchia in luogo di ritrovo e convegno di partigiani; la qual cosa ovviamente attirò l'attenzione delle autorità preposte al mantenimento dell'ordine pubblico. La sera del 21 maggio 1944 infatti, una pattuglia di militari germanici proveniente da Spigno, bussò alla porta della canonica e don Icardi, spaventatissimo, saltò da una finestra sul retro e fuggì. Da una località sconosciuta inviò una missiva al Vescovo nella quale annunciava che da quel momento si sarebbe dato alla macchia. Il Vescovo si interessò del caso con le autorità e ottenne che il sacerdote potesse far ritorno alla sua parrocchia senza molestie.
    Trascorse così un periodo di irrequietezza durante il quale don Virginio trascurò molti dei suoi doveri sacerdotali e prese parte clandestinamente ad azioni partigiane. Finché il 1° ottobre 1944 abbandonò il suo stato di parroco, vestì abiti secolari, si armò e formò una sua banda di partigiani, comunicando al Vescovo il fatto compiuto e il nome di battaglia da lui assunto di "Italicus".
    Da quel momento Icardi prese un atteggiamento arrogante e brigantesco, molestando, armi alla mano, i parroci della zona, sottoponendoli a malversazioni e incitandoli a contravvenire a ogni disposizione dei superiori. Mise a repentaglio le popolazioni che, per sua colpa, furono soggette ad atti di rappresaglia. Arrivò perfino ad assaltare treni alla stazione di Spigno, depredando i viaggiatori e portando a casa sua a Squaneto la refurtiva, promettendo di dividerla poi con i suoi gregari. In definitiva non agì come un cappellano, non celebrò mai una Messa per i suoi seguaci, ma invitò e praticò solo la violenza. Le sue imprese partigiane sembra siano anche state oggetto di un colloquio telefonico, svoltosi a metà ottobre, tra il suo Vescovo e il Gen.Farina, nella cui zona di competenza l'Icardi agiva. Ma tutti gli appelli e le preghiere del Presule intese a farlo desistere dalla sua attività risultarono inutili.
    Arrivò però il momento che i componenti la sua banda, una diecina di giovani e di ragazze, si stancarono di lui e decisero di abbandonarlo, aggregandosi ad altre formazioni partigiane; il caso determinante fu la cattura di un ufficiale repubblicano che gli venne affidato in custodia ma che lui si lasciò scappare. Minacciato dai suoi, don Icardi fuggì a Cortemilia cercando di unirsi al noto "Mauri" (al secolo Enrico Martini) ma ne fu respinto. Pensò allora di rientrare a Squaneto ma si ritrovò con soli quattro o cinque elementi rimasti e tirò avanti fino a dicembre. La sera del 2 di quel mese con tre di questi partigiani arrivò a Pareto; si separò dai suoi accompagnatori fuori del paese e andò a trovare il parroco del luogo, che ben conosceva; inutilmente venne da questi esortato, ancora una volta, a rimettersi sulla retta via. Don Icardi uscì dalla canonica di Pareto e raggiunse i tre compagni che aveva precedentemente lasciati (sembra che i loro nomi siano noti nella zona) i quali, eseguendo un piano evidentemente prestabilito, lo uccisero a revolverate, abbandonandolo sul posto.
    Come si è già detto, la salma fu trovata il giorno seguente e sepolta nel Cimitero di Altare su iniziativa del Gen.Farina. Fu molto probabilmente questo gesto di umanità e di autentica pacificazione del Comandante della "San Marco" che, negli anni seguenti, ingenerò la convinzione che don Virginio Icardi avesse immolato la sua vita per gli stessi Ideali per i quali caddero don Edmondo De Amicis, padre Cesare Romiti, don Leandro Sangiorgi e tanti, tanti altri sacerdoti che allora furono uccisi per la sola colpa di essere stati Cappellani militari della R.S.I.


    IL SECOLO D’ITALIA Quotidiano del 23 Marzo 1991

    --------------------------------------------------------------------------------

    INTRODUZIONE - DODICI PRETI ASSASSINATI A REGGIO EMILIA
    da LA CHIESA REGGIANA TRA FASCISMO E COMUNISMO di Rossana Maseroli Bertolotti. Editore Il Girasole d’Oro. 2001.


    Secondo uno studio del 1963 eseguito dall'azione Cattolica, dal 1940 al 1946 rimasero uccisi trecento sacerdoti italiani.
    L'ultimo fu Don Umberto Pessina, ucciso da ex partigiani comunisti a Reggio Emilia, in località San Martino di Correggio, il 18 giugno 19461.
    Nella provincia di Reggio Emilia, dall'8 settembre al 18 giugno 1946, venivano uccisi 12 religiosi. Otto sacerdoti ed un seminarista dai partigiani comunisti2 , due sacerdoti dalle forze armate tedesche, ed un altro dai soldati della Repubblica Sociale Italiana (RSI).
    Il 30 gennaio 1944, in seguito alla uccisione del capo squadra della RSI, Angelo Ferretti, veniva fucilato, insieme ad altri 8 reggiani, don Pasquino Borghi, parroco di Tapignola, condannato alla pena capitale da una sentenza del Tribunale Speciale Straordinario di Reggio Emilia3.
    Il 20 marzo 1944, veniva fucilato dai paracadutisti della divisione Hermann Goering a Cervarolo, dopo essere stato ingiuriato, insieme ad altri 21 abitanti del paese, il parroco Don Battista Pigozzi.
    Tra il 30 giugno ed il 5 luglio 1944, veniva ucciso a Vallisnera Don Giuseppe Donadelli, insieme ad altri 2 reggiani, da truppe tedesche impegnate nel grande rastrellamento estivo contro Informazioni partigiane nell'Appennino reggiano e modenese.
    Il 19 agosto 1944, veniva ucciso con colpi d'arma da fuoco alla nuca dai partigiani Don Luigi Ilariucci, parroco di Garfagnolo.
    Il 22 settembre 1944 . veniva ucciso dai partigiani nella sua canonica, insieme alla perpetua Zeferína Corbelli, il parroco di Grassano, Don Aldemiro Corsi.
    Il 25 ottobre 1944, Don Sperindio Bolognesi, parroco di Nísmozza rimaneva ucciso dall'esplosione di una mina anticarro deposta davanti alla sua canonica da un russo militante in una formazione partigiana, che aveva incartato l'ordigno con tanto di un nastro azzurro.
    Il 14 dicembre 1944, veniva ucciso dai partigiani con una scarica di mitra Don Luigi Manfredi, parroco di Budrio di Correggio.
    Il 19 aprile 1945 veniva ucciso dai partigiani don Giuseppe Jemmi, colpevole di aver deplorato in una predica gli eccessi della guerriglia antifascista che il 23 marzo aveva passato per le armi due suoi parrocchiani.
    L'11 aprile 1945, veniva prelevato dalla canonica dai partigiani Don Dante Mattioli, parroco di Meletole, ed il nipote di Mario Mattioli. I loro corpi non saranno mai stati ritrovati.
    Il 13 aprile 1945, veniva trucidato dai partigiani, con colpi di pistola sparati alla testa, il seminarista Rolando Rivi di San Valentino, dell'età di 14 anni, dopo averlo dileggiato e percosso, ed averlo fatto inginocchiare davanti ad una fossa4.
    Il 29 aprile 1945, veniva prelevato nei pressi della basilica della Madonna della Ghiara, a fronte alla Prefettura di Reggio Emilia, da appartenenti Informazioni partigiane, Don Carlo Terenziani.Il sacerdote, dopo essere stato oggetto di scherno e di violenze, veniva fucilato a San Ruffino. Moriva gridando "Viva Cristo Re!".
    Il 18 giugno 1946, viene ucciso da ex partigiani, il parroco di San Martino di Correggio Umberto Pessina.
    La storiografia reggiana della Resistenza di questo ultimo mezzo secolo di dopoguerra ha scelto un silenzio omertoso nei confronti dei sacerdoti uccisi dai partigiani.
    La "Storia della Resistenza reggiana' di Guerrino Franzini, Frigio, caposcuola degli storici-partigiani di matrice comunista, non cita nessuno dei sacerdoti vittime della violenza antifascista. Questo testo rimane tuttora la versione ufficiale della vicenda del partigianato reggiano per l'associazione degli ex combattenti e per gli istituti storici della Resistenza. L'incapacità ad affrontare la vicenda dei sacerdoti uccisi dai partigiani, anche solo dal punto strettamente oggettivo di citare il fatto storico, permane anche oggi fra i più giovani storici della Resistenza reggiana5. Negli anni '90 è stata presa in considerazione la vicenda di Don Umberto Pessina, nell'ambito, però, degli errori giudiziari commessi nell'individuazione degli uccisori e della successiva revisione dei processi nei confronti dei partigiani ingiustamente condannati.
    Rimane isolato lo sforzo di alcuni studiosi della Resistenza cattolici, come Sandro Spreafico e Sereno Folloni, che hanno avuto l'onestà di chiedere il riconoscimento storico dell'esistenza di questi crimini6. Questo esempio, tuttavia, sembra non avere avuto discepoli.
    Al contrario, rimane intatta la consuetudine da parte delle istituzioni reggiane di onorare con cerimonie ufficiali solo i sacerdoti vittime della violenza fascista e tedesca, ignorando i religiosi trucidati dai partigiani.
    L'antifascismo reggiano di matrice comunista non ha mai descritto e condannato, mettendone all'indice i protagonisti, i crimini commessi dai propri combattenti durante la guerriglia partigiana. A fronte di questa incapacità a fare i conti con gli aspetti criminali della propria storia, si è sempre cercato di porre rimedio facendo ricorso alla propria egemonia politica locale e portando come giustificazione il pericolo di una strumentalizzazione neofascista.
    Nei primi anni del dopoguerra, al di fuori del Vescovo Beniamino Socche, solo due giornalisti osarono sfidare il silenzio su questi crimini imposto dall'egemonia comunista: un partigiano delle fiamme verdi, Giorgio Morelli, autore di denunce dei crimini partigiani dal giornale "La Nuova Penna", morto in seguito alle ferite di un attentato comunista avvenuto nel dicembre '45; e Mons. Wilson Pignagnoli, "l'uomo più querelato di Reggio Emilía" per i suoi articoli sul settimanale "La libertà".
    Al di fuori di loro, a Reggio Emilia, solo il locale Movimento Sociale Italiano aveva il coraggio di intervenire sull'argomento.
    Se dopo oltre mezzo secolo a Reggio Emilia è ancora vivo il desiderio di verità sulla parte negata della storia della terra reggiana lo si deve a quella comunità di persone che subì il bagno di sangue, le violenze, ed il Terrore del Triangolo della Morte.
    Costoro, anche quando non vi era speranza di ottenerla, ma, piuttosto, rimaneva il timore di subire altri torti, non hanno mai smesso di chiedere la condanna delle violenze e dei crimini perpetrati dai partigiani.
    Le loro richieste, rimaste inascoltate per decenni, ed il silenzio di chi, pur sapendo, ha taciuto, faranno parte per sempre della nostra storia.
    Luca Tadolini
    Presidente Centro Studi Italia
    (Reggio Emilia)

    NOTE:

    1-W.Pignagnoli, L'ultimo Vescovo-Principe di Reggio Emilia L’episcopato reggiano di Mons Beniamino Socche (1946~1965), Roma, 1975, Giovanni Volpe Editore, p. 97.
    2-Confronta: G. Franceschi, in Lo Specchio, n°. 49, 9.12.1973.
    3-Confronta: L. Tadolini, Guerra senza regole, Reggio Storia, anno 2000.
    4-P.Russo, Rolando Rivi un ragazzo per Gesù, Padova,, 1997 Edizione Del Noce p. 58.
    5-Confronta: M. Storchi, Combattere si . può vincere si deve. La scelta della violenzafra resistenza e dopoguerra, (Reggio Emilia 1943-1946), Venezia, 1998, Marsilío Editori.
    6-Confronta: S. Spreafico, I cattolici reggiani dallo stato totalitario alla democrazia: la resistenza come problema, vol.V, tomo I, S. Folloni, Una zona una resistenza, 1985, A.L.P.I. Reggio Emílía.


    da LA CHIESA REGGIANA TRA FASCISMO E COMUNISMO di Rossana Maseroli Bertolotti. Editore Il Girasole d’Oro. 2001.


    RELIGIOSI NELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    Dopo la proclamazione dell’Armistizio (08/09/1943), Mons. Bartolomasi non si unì al Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, e agli Stati Maggiori delle FF.AA. nella fuga verso Brindisi, ma assunse una posizione coraggiosamente apolitica per assicurare la continuità del Servizio Assistenza Spirituale alle FF.AA.. Rigettate le offerte di Benito Mussolini per un trasferimento al Nord, ordinò ai CC.MM. di continuare il Servizio Assistenza Spirituale sia sotto la bandiera del neo-costituito Regno del Sud (R.d.S.), sia sotto le insegne della Repubblica di Salò (R.S.I.). Si istituì il 14/12/1943 la II Sezione dell’O.M.I. a Quinzano (Verona) per l’Assistenza Spirituale alle FF.AA. della R.S.I. con la speranza che la presenza sacerdotale apportasse benefici influssi morali e influenze moderatrici. Ma il 04/03/1945 il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, Ministro della Guerra e Capo di Stato Maggiore delle FF.AA. della R.S.I., ne dispose la chiusura. Nel R.d.S. il Governo, presieduto dal Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, non riconobbe legittimità alla Curia Castrense e creò un Ufficio Straordinario con sede a Lecce. Anche nelle formazioni partigiane, Sacerdoti cattolici prestarono la loro opera di Assistenza Spirituale: era un’attività volontaria priva di configurazione giuridica. Furono CC.MM. di fatto. Il 28/10/1944 S.E.R. Mons. Carlo Alberto Ferrero di Cavallerleone, O.M. succeduto a Mons. Angelo Bartolomasi, iniziò una graduale depoliticizzazione dell’O.M.I.. Operò nella prospettiva del dopoguerra, inaugurando una nuova fase di apertura nel segno della continuità e nel rispetto della tradizione. Con la smobilitazione, nell’estate-autunno del 1945, gli organici dell’O.M.I. si ridussero a poche unità. I primi Vicariati Castrensi d’Europa si reggevano, da un lato sul diritto particolare contenuto nell’atto di erezione e su statuizioni stipulate tra Stati e Santa Sede, dall’altro, su normative ecclesiastiche specifiche per la struttura e l’organizzazione interna. L’Istruzione “Sollemne Semper” del 23/04/1951 è il primo dettato normativo ecclesiastico a carattere universale a cui si dovevano uniformare gli Ordinamenti dei Vicariati Castrensi (salvo deroghe concordate tra Santa Sede e Stati): essa definì la giurisdizione di Vicario Castrense come vicaria (esercitata in nome e per conto del Sommo Pontefice), ordinaria e speciale, personale, non esclusiva e cumulativa con quella degli Ordinari Diocesani. Per i Religiosi la materia era regolata dall’Istruzione “De Cappellanis Militum Religiosis” del 02/02/1955.

    da: Ordinariato Militare in Italia

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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    ...mons. Bartolomasi fu percaso quello che "scappò" da Trieste con gran senso eroico ed
    assoluto di servizio nell'assistenza religiosa e spirituale, per l'amor di Patria nell'assistere e sostenere il morale della popolazione civile, per rifugiarsi nella più tranquilla Pinerolo?

  10. #10
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    Predefinito Rif: Cappellani della RSI.

    Chi siamo noi in effetti per condannare? Come i repubblichini stavano dalla parte del nemico, spero abbiano trovato grazia presso Dio.
    Ultima modifica di Popolare; 17-09-09 alle 19:40
    Antifascista, cattolico-democratico, contrario al principio "destro" di "limite e conservazione" e sostenitore del principio di "non appagamento", dunque, di centrosinistra!

 

 
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