L'antisemitismo in prima serata
Sotto accusa lo sceneggiato egiziano "Cavaliere senza un cavallo"
Guido Caldiron
Il periodo del Ramadan è considerato come il momento centrale dell'anno non solo per i fedeli musulmani, ma anche per le emittenti e l'intera industria televisiva del mondo arabo-islamico. Durante questo mese sacro, che si sta concludendo in questi giorni o si è già concluso, a seconda del calendario nazionale, nella gran parte delle comunità e paesi musulmani, è infatti dopo il tramonto, quando il digiuno viene interrotto, che si concentra la vita sociale. Le strade si riempiono di gente, di maschi in particolare, ma molti scelgono anche di passare le sere in famiglia. Così, per le tv arabe, il periodo del Ramadan è quello in cui si registrano i maggiori indici di ascolto, il momento dell'anno in cui concentrare lo sforzo produttivo e moltiplicare le nuove proposte, specie gli sceneggiati, verso il pubblico, con qualche similitudine con ciò che avviene a Natale per il piccolo schermo in Europa.
Quest'anno però tra i numerosi feuilleton televisivi offerti al pubblico arabo, che raccontano le gesta di personaggi storici o della fantasia popolare, ve ne è uno che ha scatenato polemiche e proteste. E non senza ragione.
Lo sceneggiato "Cavaliere senza un cavallo", prodotto dalla rete satellitare egiziana Dream Tv racconta le vicende di Hafez Naguib, figura di rilievo della lotta contro gli occupanti inglesi e avventuriero noto per i propri travestimenti che gli consentirono di sfuggire per anni all'esercito coloniale. La serie, articolata in 41 puntate, copre il periodo compreso tra il 1855 e il 1917 e anticipa i successivi sviluppi della storia del paese. Solo che al polpettone storico e nazionalista, genere a cui il pubblico arabo sembra particolarmente legato, questa volta è stato aggiunto un nuovo, sgradevole elemento. Il protagonista dello sceneggiato si imbatte infatti nei "Protocolli dei Savi di Sion", un testo antisemita messo insieme dalla polizia segreta della Russia zarista alla fine dell'Ottocento. Nei Protocolli viene descritto fin nei dettagli un presunto complotto ebraico per conquistare il mondo: argomento a cui gli antisemiti si sono riferiti per tutto il secolo che si è appena concluso per cercare una qualche legittimità al loro odio e alla loro violenza. Ebbene, in "Cavaliere senza un cavallo" la "scoperta" dell'esistenza di questo testo appare come un disvelamento di quale sia, al di là della dura occupazione britannica patita dall'Egitto dell'epoca, il vero nemico del mondo arabo in tutti i tempi. Così, con una rapida accellerazione storica, nello sceneggiato compaiono le immagini dell'Intifada e dell'occupazione israeliana nei territori palestinesi. La battaglia contro gli occupanti mette insieme gli egiziani dell'Ottocento e i palestinesi di oggi, solo che il legame è costruito a partire da un documento terribile e razzista, un falso su cui si è costruito buona parte dell'antisemitismo moderno, dai pogrom zaristi fino a Auschwitz.
La prima puntata dello sceneggiato è stata trasmessa in Egitto da Dream Tv all'inizio del Ramadan, nella prima settimana di novembre, e quindi messa in onda dalla seconda rete della televisione pubblica del Cairo. Ma il programma è stato venduto in buona parte del mondo arabo. La serie è stata programmata nel mese del digiuno sulla prima rete iraqena, su "Al-Manar", la rete tv legata agli Hezbollah, sulla Dubai Tv negli Emirati arabi, e su emittenti dello Yemen e del Bahrein, mentre il Qatar ha deciso di mandarla in onda solo alla fine del Ramadan. I soli paesi arabo-islamici in cui non sarà trasmessa, almeno per il momento, sono l'Iran, l'Arabia Saudita, il Kuwait e la Giordania. Questo mentre proprio negli ultimi giorni, ne ha dato notizia il quotidiano madrileno El Pais lo scorso sabato, la decisione della Radio televisione marocchina, Rtm, di rinunciare, a causa delle polemiche che ha originato, all'annunciata programmazione dello sceneggiato, ha scatenato proteste e reazioni molto dure specie negli ambienti dell'islamismo politico radicale.
Fin da quando si sono avute anticipazioni sul contenuto di "Cavaliere senza un cavallo", molte voci si sono levate in Israele, come negli Stati Uniti e in Europa, contro la sua programmazione in tv. Il primo segnale è venuto dal Ministero degli Esteri di Tel Aviv che ha chiesto ufficialmente al governo israeliano di non trasmettere il programma considerato, per il riferimento ai "Protocolli", come "violentemente antisemita". Allo stesso modo importanti organizzazioni antirazziste, come la Licra francese e l'Anti difamation league americana, si sono rivolte ai governi occidentali perché chiedessero all'Egitto di sospendere il programma. Il Dipartimento di Stato di Washington è intervenuto presso le autorità egiziane, ma ha ottenuto come risposta un invito a non occuparsi di cosa trasmetta la tv del Cairo e tantomeno a intervenire con intenti di censura.
La stampa araba si è occupata a lungo della vicenda, presentando in particolare le pressioni americane come una esplicita ingerenza nella vita politica e culturale dell'Egitto. «Israele e le organizzazioni sioniste degli Stati Uniti hanno l'abitudine di farsi sentire ogni volta che qualcuno, non solo in Egitto, assume posizioni in contrasto con quelle israeliane e sioniste», è stato il commento del giornale Al-Ahram, vicino al governo del Cairo.
Nella capitale egiziana oltre trecento tra intellettuali e artisti si sono incontrati per denunciare quello che definiscono come un "nuovo maccartismo", questa volta diretto a colpire gli avversari di Israele. Solo che nella difesa, in chiave antiamericana, dello sceneggiato e nella rivendicazione di autonomia dall'Occidente, in molti sembrano essersi dimenticati dell'origine stessa della polemica, vale a dire l'utilizzo dei "protocolli di Sion". L'autore della serie, che interpreta anche il ruolo del protagonista, Mohamad Sobhi, ha dichiarato al Cairo che le polemiche scatenate dal suo programma mostrano come «forse abbiamo scoperto l'arma per fare fronte al nemico sionista» E ancora: «La storia si ripete e le congiunture politiche possono rassomigliarsi in tutti i tempi, specie quando si tratta della stessa forza d'oppressione e della stessa causa: quella del popolo palestinese». Altri si sono spinti anche più in là, arrivando a sostenere che in fondo i "Protocolli" hanno solo annunciato qualcosa che con Israele sarebbe poi divenuto realtà.
Posizioni incredibili che, con la scusa dell'opposizione a Israele, sembrano dunque considerare a tutti gli effetti il falso elaborato dal regime zarista come una sorta di documento storico. Un clima velenoso che nulla porta alla lotta dei palestinesi né alla ripresa di un vero processo di pace e che indica invece tutte le contraddizioni che attraversano oggi una parte del mondo arabo, dove non si può protestare, a rischio della propria vita, contro regimi antidemocratici, ma dove l'antisemitismo può manifestarsi apertamente sotto l'etichetta dello scontro con Israele. Posizioni che inoltre, come ha scritto Salman Rushdie sulla sua rubrica del venerdì sul quotidiano francese Libération, nulla hanno a che fare con i valori del mondo islamico. «I valori secolari dell'Islam - ha spiegato Rushdie - sono stravolti da dei paranoici, da dei razzisti, dai dei bugiardi, da dei tiranni e da dei fanatici ubriachi di violenza».
Liberazione 5 dicembre 2002
http://www.liberazione.it


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