Il presidente della Camera interviene tra gli applausi al congresso Udc. «No ai cambiamenti istituzionali a colpi di maggioranza». Alla Fiera di Roma è il giorno dell'orgoglio democristiano
Gli estremisti di centro
Frida Nacinovich
Il ribelle, il tedesco, l'impunito. Applausi per Bruno Tabacci che dice testuale: «Noi democristiani non ci siamo difesi dai processi, ma nei processi». E manda il caffè di traverso a Melchiorre Cirami. Nella Dc di una volta le correnti c'erano eccome. Nell'Udc di oggi continuano ad esserci. Non basta una U per cambiare i costumi della vecchia balena bianca. Poi c'è Buttiglione il tedesco che sale e scende dal palco. Alla fine si ferma, e spiega: «Per noi il cancellierato è meglio del presidenzialismo». E c'è anche l'impunito Peppino Caldarola, che fa il portavoce di Massimo D'Alema, ed è qui come ospite. Lui sentenzia: «C'è bisogno di una nuova Bicamerale». Anche "il riformismo" ha sette vite, come i gatti e la Dc. Questi sono solo alcuni flash della seconda giornata del congresso Udc, quella dell'orgoglio democristiano.
Applausi, applausi, applausi per Pierferdinando Casini. Non è un santo, ma da queste parti è venerato come se lo fosse. Non gli urlano "Casini sei tutti noi" solo perché cose di questo genere non hanno mai fatto parte della liturgia democristiana. Però tutti - ma proprio tutti - annuiscono a ogni passaggio del suo intervento. Sembra quasi di essere a un congresso di Forza Italia quando a parlare è Lui. Ma tant'è, le luci al neon della scenografia azzurro elettrico incorniciano la figura del presiedente della Camera facendolo apparire un predestinato. Al di là degli esoterismi d'inizio millennio, Casini non si fa prendere dall'enfasi. Il suo è un discorso pacato e rettilineo, in una parola istituzionale. Fra le sue prime frasi c'è n'è una assai apprezzata dalla platea congressuale. Eccola: «Io non credo nelle grandi riforme imposte dalle maggioranze di governo». Un colpo qua e un colpo là: al federalismo targato Ulivo e approvato con un pugno di voti di scarto, alla deevoluzione statale imposta dal dio Po e dal suo profeta Umberto Bossi. Sul premier-presidenzialista Casini non si espone. Ci mancherebbe altro. Precisa però che «il presidenzialismo dovrebbe essere seguito da interventi normativi sulla legge elettorale non di tipo proporzionale». Cattivello, ma logico e pragmatico. La filosofia meglio lasciarla a padre Rocco, che poi alla fine dei salmi finisce sempre per cedere alla nostalgia dei bei tempi andati. Quelli in cui il sole aveva una striatura scudocrociata, e tutto il resto ci girava intorno. Ecco il momento dell'orgoglio: «Quella della Dc non è stata una storia di malaffare - alza la voce Casini - ma una grande avventura umana e politica che ha contribuito a trasformare il volto del nostro paese». Di Pietro oggi non c'è e quindi non si sente sbattere la porta. Finale in allegria, con una implicita risposta a Berlusconi e al suo interprete più Emilio fedele. «Ciampi è l'unico italiano a non aver bisogno di alcun partito politico». Uno a zero e palla ovviamente al centro.
Il presidente della Camera arriva al mattino, accolto da un'autentica ovazione della platea. Si siede in prima fila, accanto all'ex segretario della Dc Arnaldo Forlani. Da quest'ultimo un'osservazione: «La migliore legge elettorale è quella proporzionale con premio di maggioranza, quella di De Gasperi che qualcuno chiamò "legge truffa". E' quella che garantisce maggiore stabilità...». Era il 1953, un'altra epoca geologica. Comunque già allora il paese si ribellò. Un'altra stella che si accende nell'universo Udc è quella del segretario della Cisl Savino Pezzotta, salutato dal palco da Sergio D'Antoni, suo predecessore. Savino ne aveva un gran bisogno, non sono tempi facili per il sindacato preferito del governo. Pezzotta ha appena saputo del consiglio di Berlusconi agli operai Fiat: cari cassaintegrati, trovatevi un secondo lavoro. «Spero stia scherzando», commenta pallido il segretario della Cisl che già immagina un'Italia che lavora tutta al nero. Poi si consola grazie alla calorosa accoglienza ricevuta, al pari di Don Gelmini. Ancora applausi - e parecchi - per Calogero Mannino. Abile ed esperto, lui punta tutto il suo intervento sulla rivendicazione dell'orgoglio democristiano. «Un partito non nasce per capriccio o per le convulsioni della storia, ma per rispondere alle esigenze della storia». Insomma, il nuovo che avanza.
Un passo indietro. Sergio D'Antoni dice di non essere d'accordo «con il metodo dei ricatti o del comando», invita l'alleanza ad abbandonare il progetto del presidenzialismo («In questo modo l'Italia si siede perché affida il suo destino ad uno solo»), chiede di cambiare la legge elettorale («Il Mattarellum è un mostro, in questo modo gli estremisti delle due coalizioni possono tenerti prigioniero»), e lancia un messaggio a De Mita: «Sia lui ad abbandonare Casarini e Flores D'Arcais...». Che di qua ci sono Bossi, Fini e Berlusconi. Infine l'elogio ai valori democristiani: «Il dialogo è la carta della democrazia, questa è la lezione della Dc». L'addio alla sua Democrazia europea che si scioglie nell'Udc non lo intristisce. Anzi, fra il divertito e il soddisfatto, D'Antoni ritrova la verve di un professionista del sindacato.
«Non mi piace la parola rimpasto, ma forse tra non molto sarà necessaria una nuova parola, ossia un nuovo governo Berlusconi con un nuovo programma». Ma chi è questo? Bruno Tabacci il ribelle, che diamine. Interviene di buon mattino dal palco del congresso, e mette subito i piedi nel piatto del ricco rivendicando ai centristi un ruolo di moderazione e di spinta propulsiva della coalizione. «Bisogna spostare il baricentro del governo». Non tutti lo apprezzano, ma chi gli vuole bene dentro e fuori dal partito lo difenderà fino in fondo.
Gran finale con il totosegretario. Se Marco Follini farà proprie anche le posizioni espresse da una parte dei delegati del congresso dell'Udc, Gianfranco Volontè ritirerà la sua candidatura alla segreteria, annunciata nei giorni scorsi. Rotondi ha posto tre questioni: identità Dc, rapporto con Fi, e selezione della classe dirigente. «Se dobbiamo votare uno o due o tre candidati - dice Rotondi - sarebbe bello che fosse Follini a deciderlo». Rotondi annuncia quindi con il tono di chi cerca di essere scherzoso che regalerà a Follini una pergamena con la scritta: «A Follini che ha fatto la Dc, suo malgrado».
La reazione di Bonaiuti stavolta non arriva, non come ieri che le veline presidenzialiste del portavoce del premier avevano invaso la fiera di Roma. Alcuni dicono che oggi Bonaiuti sia troppo impegnato a lenire gli effetti delle chiacchiere a ruota libera del suo datore di lavoro. Maligni? No, illusi. Perché anche oggi titoli filmati e fotografie dei Tg sono tutte per Berlusconi. E l'Udc di Casini scivola in terza fila. Anche se l'orgoglio è saldo, e l'ottimismo dilaga. «Arriveremo almeno al 10%», dice Carlo Giovanardi che ha buttato nel cestino della carta straccia il sondaggio di Datamedia. Perché il partito c'è, con le sue correnti e una buona metà della sua cinquantennale storia di potere. Dunque con Berlusconi.




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