Per salutare l'uscita in italiano dello studio di David Irving sul processo di Norimberga, inviamo uno scritto, apparso su Margini,
riguardante il processo intentato dallo studioso contro la Lipstadt.
Il caso “Irving”
Giovanni Damiano, in 'Margini' n. 31, aprile 2000
E' bene sgombrare subito il campo da un equivoco: lo storico inglese David Irving, appellandosi a un tribunale del suo paese, non aveva, ovviamente, alcuna intenzione di far legittimare per via giudiziaria le sue tesi, essendo evidente che la validità o meno delle stesse potrebbe essere accertata esclusivamente in sede scientifica. Il punto essenziale è un altro. Ricapitolando i termini della questione: Irving aveva querelato Deborah Lipstadt, autrice di un volume (Denying the Olocaust. The Growing Assault on Truth and Memory, A Plume Book, New York, 1994) in cui lo studioso inglese veniva ripetutamente, meglio dire ossessivamente, accusato di neonazismo, razzismo, antisemitismo in quanto negatore dell'Olocausto. Ora, la mossa di Irving era comprensibile: si trattava di salvaguardare la sua onorabilità di storico e la credibilità dei suoi lavori da accuse infamanti. Lavori, quelli di Irving, che saranno pure contestabili ma, ed è lo snodo decisivo, solo sullo stretto terreno scientifico, senza ricorrere a squalifiche a priori, pesantemente moralistiche.
Però, e qui si entra nel vivo della questione, l'intento della Lipsdadt non era affatto quello di discutere le tesi negazioniste di Irving (e, in primis, gli argomenti da quest'ultimo addotti a loro sostegno) ma di screditarle appunto a priori, in base alla semplice contestazione che chiunque metta in discussione l'Olocausto non potrà non essere un neonazista, ecc. Sta tutta qui la “regola aurea” della metodologia antinegazionista: non discutere con i negazionisti (o revisionisti), il che significherebbe l'implicito riconoscimento perlomeno del loro status di storici, ma limitarsi ad accusarli dei peggiori crimini ideologici. Questo metodo, inaugurato da Pierre Vidal-Naquet in Francia, ha trovato nella Lipstadt una solerte seguace. Non a caso l'autrice americana scrive: "Non bisogna perdere tempo a rispondere ad ognuna delle asserzioni dei negatori. Sarebbe un lavoro interminabile rispondere a coloro che falsificano conclusioni, citano fuori contesto e respingono risme di testimonianze poiché sono contrarie ai loro argomenti. E' la capziosità dei loro argomenti, non gli argomenti stessi, a richiedere una risposta. Il modo con cui essi confondono e travisano è ciò che voglio dimostrare; soprattutto, è essenziale esporre l'illusione di una indagine ragionata che nasconde le loro finalità estremistiche" (D. Lipstadt, op. cit., p. 28). Ora: queste parole della Lipstadt suonano oltremodo oscure. Da un lato si afferma che l'esame critico degli argomenti addotti dai negazionisti sarebbe una mera "perdita di tempo", dall'altro, però, si dedica un'intera opera alla confutazione del negazionismo. I conti non tornano, perché delle due l'una: o i negazionisti espongono tesi del tutto inconsistenti dal punto di vista storico (alla stregua di chi affermasse, ad esempio, che Napoleone non è mai esistito), e allora non si comprende affatto perché la Lipstadt si sia presa la briga di attaccarli, oppure le tesi negazioniste poggiano su fondamenta documentali e allora l'unico modo per liquidarle sarà il sottoporle al vaglio dell'esame critico. Tertium non datur. In breve: le tesi negazioniste sono, popperianamente, falsificabili, in quanto si basano su documenti e analisi tecniche rese di pubblico dominio e quindi facilmente verificabili. E dunque solo il ricorso all'impegno degli storici seri e all'impiego dei normali criteri metodologici garantirà la piena risoluzione della querelle. Ma di “storici” come la Lipstadt (e del tribunale che le ha dato incredibilmente ragione) davvero non si sa che cosa farne.
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