GLI INEDITI DELL’AUTORE DEL «MULINO DEL PO»
Il romanzo della «Padania» nei diari segreti di Bacchelli
di MARZIO BREDA
È domenica 25 agosto 1935. Riccardo Bacchelli siede al tavolo della sua casa di Milano e scrive alla futura moglie, Ada. Fuori - annota - «infuria un temporale con gran scoppio di fulmini», un diluvio di quelli che sembrano rovesciare il calendario e poi s'allontanano in «una luce afflitta di autunno prematuro», lasciandoci in bilico tra ansie retrospettive e slanci sul domani. Così succede anche a lui. Che infatti confessa «rimpianti» e «melanconie», ma annuncia anche d'aver «sbozzato un romanzo» (di averlo cioè «portato al punto di poterlo riprendere quando vorrò») e soprattutto di averne «cominciato un altro», «la storia di un molino del Po». Spiega: «Cominciare è sempre una cosa che invoglia e spaventa insieme», per cui «ci vuole una decisione risoluta». Ora, «il piano e gli appunti» per l'epopea che intende raccontare sono pronti «da un pezzo», l'incipit è steso e dunque non si fermerà «fino alla fine». È il primo cenno che lo scrittore bolognese fa del suo capolavoro in gestazione. E c'è da dire che mantiene l'impegno. Tre anni dopo l'opera è pubblicata da Treves, divisa in tre parti che escono una di seguito all'altra («Dio ti salvi», «La miseria viene in barca», «Mondo vecchio sempre nuovo»), e subito entusiasma lettori e critici. Una trilogia che scorre lungo un secolo: inizia nel 1812 sulle rive del Vop, con la ritirata napoleonica dalla Russia, e si chiude nel 1918, con la battaglia del Piave, avendo il Po come costante riferimento. Il risultato è che, da un fiume all'altro, tutto è compreso nel «fiume della storia». In questo caso quella dell'unità d'Italia, con le lotte civili e sociali che l'accompagnarono, attraverso le vite di quattro generazioni di mugnai.
Un affresco ispirato dalla lettura degli amati Nievo e Tolstoj. E che a qualcuno richiama Manzoni, per certi rispecchiamenti descrittivi e per l'ancoraggio cristiano. Per Bacchelli il ciclo del Po è, più semplicemente, una prova di narrativa nazional-popolare. «Nazionale per le vicende, la posizione morale, le sofferenze» dice. «Popolare per come risponde la gente». Ha ragione e lo si vede bene in due momenti successivi. Nel 1948, quando Alberto Lattuada ne trae un film alla cui sceneggiatura collabora Fellini. Nel '63, quando il romanzo è messo in scena per la televisione e il regista Sandro Bolchi lo presenta come un «western padano», per «umori, slanci, umanità». La formula ricalca il testo con fedeltà forse calligrafica, però fa il pieno di ascolti: nella classifica di quell'anno, lo sceneggiato segue di poco il Festival di Sanremo.
Ed è curioso che la saga in cinque puntate - completata da un'altra serie nel 1971 - sia seguitissima, senza alcun ripudio snobistico, anche da persone che si presumerebbe schizzinose verso la tv. Per scoprirlo, basta sfogliare qualche lettera dell'archivio Bacchelli conservato presso l'Archiginnasio di Bologna.
Ciò che equivale, nel caso dei faldoni dedicati al Mulino del Po , a risalire agli albori dei rapporti tra cultura e tv, prima che l'Italia fosse ipnotizzata dai serial americani e si arrivasse alla supremazia del trash con i lustrini.
Documenti ancora sconosciuti, fra i quali spiccano le lettere di un filologo severo (ed estroso) come Gianfranco Contini. Il quale s'interroga su quanto la gente entri davvero in sintonia con l'opera dell'amico e gli scrive: «Ieri sera ho goduto la tua prima puntata padana e tuttavia non potevo fare a meno di chiedermi: ma questo senso limite della realtà, fra il Po che nasce tra le nebbie e la Mesola inghirlandata di Tasso e di salumi, non è troppo intellettuale per le folle anonime? La risposta - aggiunge - me la dava il colono, che al mio fianco seguiva tutto senza perdere un fotogramma e si rallegrava di avere in capo un cappello di paglia assolutamente simile» a quelli che portavano i personaggi in tv e ricalcati dal romanzo.
Conclusione di Contini: chiunque si può identificare in quella storia, cercandovi messaggi di primo o secondo grado, e il bilancio è di un «beneficio generale».
Un identico assillo ha Raf Vallone, l'attore che veste i panni di Lazzaro Scacerni, l'ex soldato napoleonico divenuto mugnaio. Spedisce a Bacchelli un lungo promemoria, nel quale riflette su come si possa ricavare da un vecchio bestseller storico una fiction televisiva (allora si diceva, autarchicamente, «teleromanzo») di grande presa. E dunque, specifica, in grado di «penetrare in ogni casa, a qualsiasi classe sociale appartenga» e «riunire l'intellettuale e il popolo minuto». Vallone suggerisce interventi nella sceneggiatura. Ad esempio che sia «più immediata la prospettiva di lotta con la natura» degli uomini del Po, che sia rafforzato «il carattere popolaresco» del protagonista, che emerga più intensa «l'angoscia del male», che si arricchisca «la carica sentimentale e sensuale» di alcuni incontri, e via elencando «sempre con grande rispetto e amore per l'opera».
Parecchi rilievi vengono accolti e da quello che era stato una sorta di «libro etnico» della Padania (sì, il copyright è bacchelliano, altro che leghista) nasce una «prosa televisiva» di larga suggestione. Una dimostrazione? Il biglietto timbrato Pesaro, nel quale si fa sapere allo scrittore che una bimba è stata battezzata con l'identico, strano nome della moglie del mugnaio: Dosolina. Un'anticipazione del boom imitativo registrato anni dopo, quando tante «Suellen» soppiantano all'anagrafe le nostre Marie e Caterine sull'onda del successo della soap opera americana «Dallas».
Riflette Bacchelli poco tempo prima di morire: «È strano che da una boccetta d'inchiostro sia uscito tutto questo. Quanta fatica, quanta gente che lavora, quanto ardore: non potevo certo immaginarlo». Allude al suo tentativo di esplorare il passato e raccontare cent'anni di storia italiana «dal basso», ossia dal punto di vista di classi che parevano scacciate dal futuro. E anche se qualche critico obietta che Bacchelli fu in fondo «un grande autore dell'Ottocento attardatosi sin quasi alla fine del Novecento», pertanto un autore fuori tempo massimo, la sua corrispondenza privata dimostra il contrario. E lascia capire la presa enorme del «poema dei mulini». Piero Calamandrei, il giurista-umanista che fu tra i padri della Costituzione, gli spiega in una lettera di quando, nell’inverno 1943-44, «nascosto in un borgo di montagna in Umbria», trova «il Mulino del Po tra i pochi libri della casa dov'ero ospitato». Lo legge pensando alle mani che lo hanno sfogliato prima di lui e che hanno condiviso «la felicità della lettura» e rammenta «l'ingenuo senso di riconoscenza del lettore verso lo scrittore». Uno scrittore «di una statura tale», precisa, chiedendo gli un articolo per la rivista Il Ponte , da essere «il solo che possa scrivere di Thomas Mann da pari a pari».




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