Questa è una risposta che ho dato nel forum dell'ulivo sulla Cassa Integrazione :
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Noi Radicali Italiani contestiamo l'applicazione impropria della CIGS a vantaggio dei Potenti. Essa deve essere applicata, come legge vuole, per aiutare brevi periodi di crisi aziendale con l'assoluta certezza del totale reintegro di tutti i lavoratori. Qui invece succede che Agnelli, già da oltre trent'anni le costose ristrutturazioni farsa se li fa pagare da tutti NOI. Questo consente ad Agnelli di privatizzare i profitti e socializzare le perdite...FURBI gli Agnelli NO??? e ovviamente poco attenti sono se sbagliano ...tanto gli sbagli li paga lo Stato(sempre tutti noi). Concretamente si può sostenere che se la Fiat sta morendo e i lavoratori sono continuamente licenziati è grazie a questo improprio ed illegale uso della CIGS che porta alla NON attenzione alla competizione di mercato(perchè, appunto, gli Agnelli non rischiano nulla di tasca loro...anzi a conti fatti ci guadagnano). Se per un attimo non ti fai avvolgere dal PREGIUDIZIO e RIFLETTI, certamente capirai le nostre ragioni che non sono contro i lavoratori ma contro i furbi e i potenti. Un pò di storia è necessaria per farti capire cosa cerco ti spiegarti. BUONA LETTURA!!!

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SON STUFO DI PAGARE IO I DEBITI DI FIAT

di Michele De Lucia*

Ogni impresa che si rispetti, grande o piccola che sia, procede, nel corso della propria esistenza, a ristrutturazioni che ne garantiscano la permanenza sul mercato a livelli concorrenziali. Il caso della Fiat presenta, tuttavia, delle caratteristiche assolutamente peculiari: si annunciano, con cadenza decennale, ristrutturazioni “epocali”, che vengono poi realizzate a spese dei contribuenti e delle imprese più competitive, scaricando sulla fiscalità generale il costo e il rischio d’impresa.

È stato lo stesso amministratore delegato della casa torinese, il dottor Cantarella, a far capire che anche questa volta si seguirà lo stesso schema, quando, pochi giorni fa, ha chiesto espressamente al governo di rifinanziare la Cassa integrazione.
Per capire di cosa si tratti, è necessario fare un passo indietro. A partire dagli anni settanta, la Cassa integrazione guadagni, soprattutto straordinaria, è stata utilizzata dalla Fiat e dalle grandi imprese italiane come una vera e propria voce di bilancio, che consentiva di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Vi erano difficoltà sui mercati? C’erano altre imprese più brave, che producevano di più e meglio spendendo meno? Si ricorreva alla Cassa.
Nel 1980, la Fiat dispone 14mila licenziamenti, ma accetta di ritornare sulla sua decisione in cambio dell’intervento di Cassa integrazione straordinaria per 23mila dipendenti. Pochi anni dopo, nel suo libro “Questi anni alla Fiat”, Cesare Romiti scrive “eravamo perfettamente consapevoli che una parte dei lavoratori in Cig non avrebbe mai potuto essere nuovamente impiegata nella Fiat”. E infatti furono in tutto, e non in parte, prepensionati, con effetti pesantissimi sul bilancio dell’Inps.
Negli anni ottanta il Piemonte assorbì oltre il 25% del totale nazionale della Cassa integrazione: non è poco, se si tiene conto della concorrenza dei grandi carrozzoni assistiti del Mezzogiorno, Gepi e Insar in testa. L’operazione comportò un deficit di circa 17mila miliardi di lire di allora, che fu interamente ripianato dallo Stato. All’inizio del decennio scorso il gioco si ripete: la riforma del 1991, che mirava a rendere possibile l’autofinanziamento dell’istituto da parte delle imprese, viene spazzata via da una miriade di provvedimenti ad hoc, recanti “il nome del caso”: decreti legge reiterati fino a quindici volte prima della conversione, con buona pace della certezza del diritto e della legalità costituzionale. Il culmine si raggiunse con l’accordo Fiat degli inizi del 1994, quando si ricorse all’intervento normativo per evitare l’applicazione della riforma nella parte in cui mirava ad escludere un uso della Cassa in funzione meramente dilatoria di licenziamenti altrimenti inevitabili. Ma c’è di più. Dal verbale della verifica condotta congiuntamente da sindacati e Fiat presso il Ministero del lavoro sullo stato di attuazione del loro importante accordo, il governo di allora, adeguatamente sollecitato dalle parti, promise che non si sarebbe dichiarato contrario a proposte emendative di provenienza parlamentare che fossero state presentate in sede di conversione del decreto. È quanto puntualmente avvenne.

Questo stesso collaudato metodo, che potremmo chiamare della “committenza normativa”, è stato seguito di volta in volta per Olivetti, Pirelli e tutta la grande industria italiana. La Gestione interventi assistenziali, alla quale dal 1989 la Cigs fa capo, accumulò in pochi anni un disavanzo complessivo di 70mila miliardi di lire, puntualmente ripianato dallo Stato nel 1998. La grande maggioranza dei cassintegrati di allora venne poi collocata in mobilità fino, ancora una volta, alla definitiva espulsione dal mercato legale del lavoro a mezzo dei prepensionamenti. Il tutto con la collaborazione attiva dell’amministrazione, della giurisdizione e del sindacato. Ma torniamo all’oggi.
È vero che il ricorso alle integrazioni salariali, dopo il 1995, è fortemente diminuito, al punto che il bilancio della gestione ha fatto registrare un attivo di alcune centinaia di miliardi all’anno, finiti nel buco nero delle pensioni di anzianità. Chiedere al governo di rifinanziare l’istituto, allora, vuol dire una cosa sola: la Fiat ha intenzione di ricorrere alla Cassa integrazione per miliardi di Euro. Traduzione: come già negli anni settanta, ottanta e novanta, i costi della ristrutturazione li pagheranno i contribuenti. Questo punto va chiarito meglio. Quando l’amministrazione della Cig è in perdita, la legge prevede che il disavanzo venga automaticamente ripianato dallo Stato.
Ma anche quando la Cassa è in attivo, vi è una situazione di iniquità gravissima: l’istituto, infatti, è finanziato in massima parte dalle imprese più piccole e competitive, cioè da quelle che non vi fanno mai ricorso. E che, quando la chiedono, hanno la quasi certezza di ottenere un diniego. Chiariamo di più. La Cassa viene concessa con un decreto del Ministero del lavoro che è assolutamente discrezionale.

Quel che conta, dunque, è il potere contrattuale – anche e soprattutto in termini elettorali, di vero e proprio voto di scambio – dell’impresa richiedente: non vi è un solo caso di domanda di Cig avanzata da una grande impresa che sia stata respinta. Per le piccole, invece, il diniego è la regola. L’auspicio è che il governo non voglia prestarsi ad un gioco che, tra l’altro, esporrebbe il Paese a procedure di infrazione per violazione della disciplina comunitaria sugli aiuti di Stato alle imprese: la ristrutturazione, questa volta, se la paghi Agnelli. Tuttavia se, come dicono, il buongiorno si vede dal mattino, c’è da scommettere che anche questa volta non sarà così.

*membro della direzione di Radicali italiani

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