Colpiti da guerre e carestie dobbiamo affrontare il Suo silenzio»
Il Papa: «Dio disgustato dall'agire dell'umanità»
«Il Creatore in silenzio sembra chiuso nel suo cielo e non si rivela più. Ci si sente soli e abbandonati, privi di speranza»
CITTÀ DEL VATICANO - L'umanità colpita da «guerre e carestie» deve affrontare anche «una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire dell'umanità». È un passaggio della catechesi sul profeta Geremia che il Papa ha svolto mercoledì durante l'udienza generale, nell'aula Paolo VI in Vaticano, alla presenza di circa 6.500 persone. In prima fila c’era anche Gino Strada, fondatore di Emergency, che nei giorni scorsi aveva inviato una accorata lettera a Giovanni Paolo II per chiedergli di fare sentire ancora una volta la sua autorità morale per invocare la pace e impedire in futuro altri conflitti. In particolare quello in Iraq.
«SOLI E ABBANDONATI» - Di fronte al silenzio di Dio, ha proseguito il pontefice, «ci si sente soli e abbandonati, privi di pace, di salvezza, di speranza. Il popolo lasciato a se stesso, si trova come sperduto e invaso dal terrore». Non è forse questa solitudine esistenziale - si è chiesto Karol Wojtyla - la sorgente profonda di tanta insoddisfazione, che cogliamo anche ai giorni nostri? Tanta insicurezza e tante reazioni sconsiderate hanno la loro origine nell'aver abbandonato Dio, roccia di salvezza».
IL CANTICO DI GEREMIA - Il pontefice ha tratto spunto dal Cantico di Geremia «Lamento del popolo in tempo di fame e di guerra» per parlare ancora una volta dei drammi di oggi dell'umanità. La spada e la fame, cioè la guerra e la carestia, sono i due eventi tragici all'origine dell'invocazione lacerante del profeta: «Se esco in aperta campagna, ecco i trafitti di spada; se percorro la città, ecco gli orrori della fame», recita un versetto del Cantico. E Giovanni Paolo II, spiegando quell'invocazione del profeta ma guardando in realtà a oggi, ha parlato di situazione storica travagliata. Ed è significativo - ha aggiunto - il ritratto del profeta e del sacerdote, i custodi della Parola del Signore, i quali - come riporta il Cantico - «si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare». Ma oltre alla guerra e alla fame - ha detto ancora Papa Wojtyla - c'è una tragedia maggiore, rappresentata nel Cantico attraverso la supplica collettiva rivolta a Dio: «Perché ci hai colpito, e non c'è rimedio per noi?». Per il Pontefice è questa una tragedia maggiore, quel «silenzio di Dio, quasi disgustato dal'agire dell'umanità». Nel Cantico di Geremia c'è comunque la svolta, rappresentata dal riconoscimento da parte del popolo del proprio peccato e confessione di colpa, e alla fine il profeta usa le parole che il Papa ha definito fondamentali: il «ricordo» e l'«alleanza». Dio viene cioè invitato dal suo popolo a «ricordarsi», a riprendere il filo della sua benevolenza, a ristabilire un'alleanza di fedeltà e di amore. Il Papa, apparso in buona forma, ha concluso accostando alla supplica del profeta anche l'esortazione di San Cipriano, vescovo di Cartagine nel terzo secolo, che a differenza della prima non contiene una confessione di peccati ma una partecipazione alla passione di Cristo: «Chiediamo che ci venga presto restituita la pace, che ci si dia aiuto nei nostri nascondigli e nei pericoli».




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