Polemica sui libri di testo: l'opposizione vuol conservare
la licenza a falsificare la storia
di Mauro Bottarelli
Com'era ovvio, ciò che poteva (e doveva) essere un dibattito pacato e serio su un problema reale della scuola italiana, si è tramutato nell'ennesima gazzarra preconcetta e ideologica. Ci riferiamo, ovviamente, alla proposta di alcuni parlamentari di Forza Italia di istituire una commissione che vigilasse sulla veridicità e sull'loggettività dei libri di testo su cui i ragazzi italiani devono studiare la storia. Apriti cielo. La sinistra, da sempre poco avvezza agli esami di coscienza e alla messa in discussione dei propri dogmi, ha lanciato immediatamente strali contro la proposta, tracciata di ricalcare le gesta di regimi del passato e di reintrodurre la censura. Già vediamo cosa si agita nelle menti di Angius, Fassino e soci. Temono probabilmente che dal prossimo anno i libri di testo riportino che Gesù Bambino è nato negli Stati Uniti e che sul luogo dove sorgeva la natia grotta oggi sorge la Casa Bianca. Temono che l'unità d'Italia diventi frutto di un'intuizione di marketing di Publitalia e che l'Unione Sovietica sia stata liberata dal giogo del comunismo da Silvio Berlusconi in persona, condottiero a cavallo di un esercito con divise azzurre e spille del Milan al bavero. Follie? Nemmeno troppo, visto che l'atteggiamento con cui la sinistra ha approcciato la faccenda è talmente schizofrenico da lasciar intendere una preoccupazione morbosa verso la propria arma più segreta e potente: la veicolazione del consenso attraverso una storiografia complice quando non direttamente organica. Inutile prenderci in giro: il problema è serio, serissimo. L'ultima cosa che desideriamo al mondo è la censura, l'ultimo pensiero che ci tocca è quello di chiedere la messa al bando o la distruzione di un libro: tutti devono poter dire ciò che vogliono, fatta salva la responsabilità personale che grava su ognuno di noi rispetto a pensieri, parole e azioni. Nelle librerie vogliamo tutti i tipi di volumi, anche quelli che propagandano regimni inattaccabili e teorizzano politiche antitetiche perchè nessuno ci obbliga a comprarli e leggerli: se voglio lo faccio, se non voglio li lascio a prendere polvere sullo scaffale.
In questo caso, invece, la questione è diversa: sui libri di storia i bambini e i ragazzi sono obbligati a studiare e le nefandezze che a volte vi si trovano all'interno sono obbligati ad assimilarle per ripeterle al professore. Diventano magari in un'accezione solo istituzionale e formale, la Verità. Qualche esempio? Nel notissimo e diffusissimo manuale "Elementi di Storia" dei professori Camera e Fabietti, sapete come vengono descritte le foibe? Cavità carsiche. Capito? Dei buchi, niente più cha materia da geologi, al massimo da sismologi in cerca di emozioni forti. In altri manuali, invece, le stesse foibe vengono descritte come «cavità carsiche nelle quali venivano gettate le vittime delle rappresaglie nazi-fasciste». Vi rendete conto? Questa è una menzogna storica, un’assoluzione preconcetta del terrorismo titino in nome di un revisionismo premeditato vomitevole quanto quello che mette in dubbio Auschwitz. Pensate a un bimbo che abbia avuto nella sua famiglia un infoibato, che abbia nonni costretti a fuggire da Istria e Dalmazia dopo che gli sbirri rossi di Tito aveva rubato loro tutto: cosa capirà? Chi metterà in dubbio, il libro e l’insegnante o il racconto di papà e mamma? Smettiamola poi con questa idiozia del controllo alla fonte, dell’attività delle stesse case editrici nel cercare di limitare al minimo le interpretazioni di parte. Smettiamola anche con la baggianata della possibilità di genitori e figli di poter scegliere insieme all’insegnante il libro di testo che preferiscono. In nome di queste fandonie continuano a spadroneggiare sui banchi di scuola volumi, come il Camera-Fabietti, che dipingono Stalin con un “pacificatore”: quasi quasi uno da assolvere visto quanto rompevano le scatole le teste calde come Trotsky e soci. Un po’ più difficile spiegare come si possano giustificare un centinaio di milioni di morti innocenti, ma poco importa. Per quanto ancora gli studenti italiani dovranno pensare che il “triangolo rosso” dell’Emilia sia un percorso enogastronomico e non una delle pagine più buie della neonata democrazia italiana? Per quanto Porzus resterà un dolce friulano e non un ignobile atto di sottomissione dei comunisti italiani al potere di Tito e ai suoi interessi? Ma, soprattutto, per quanto la scuola continuerà a ignorare i popoli? Quanti studenti sanno che il popolo armeno ha subito un vero e proprio genocidio, precedente a quello ebraico nella seconda guerra mondiale? (P.S. Questa nota vale per il redattore dell’Unità che verrà sorteggiato dall’assemblea per crocifiggermi: il mio pensiero sulla non unicità dell’olocausto è condiviso anche da Norman G. Finkelstein, scrittore ebreo figlio di internati e da Sergio Romano, persona difficilmente definibile nazista o antisemita) Un milione e mezzo di morti su un totale di due milioni di persone: ecco le cifre del massacro messo in atto dai turchi il 24 aprile 1915. Pensate che molti ragazzi siano a conoscenza di questa tragedia? E il popolo basco? Per tutti è quello che vuole l’indipendenza e mette le autobomba in Spagna. Secondo molti storici, invece, i baschi sarebbero il nucleo più antico delle popolazioni che si stanziarono nella penisola iberica. La loro lingua si chiama “euskera” e non ha nulla a che vedere coi gruppi linguistici moderni. Durante l’Impero romano riuscirono a non farsi condizionare troppo dalla cultura e dai costumi dei conquistatori. Durante le invasioni dei visigoti divennero cristiani e iniziarono a praticare alcuni usi, come il matriarcato. Nel medioevo costituirono due comunità autonome, con propri ordinamenti: il ducato di Vasconia, l’attuale Guascogna e il regno di Navarra. Tra il X e il XVI secolo quest’ultimo si disgregò e buona parte del suo territorio entrò a far parte della Castiglia, pur mantenendo una certa autonomia, mentre i territori del nord furono annessi alla Francia con Enrico IV. Ovvero, i Paesi Baschi esistevano prima della Spagna: in quanti lo sanno? E l’Irlanda del Nord? Il poco che i ragazzi sanno è merito degli U2 e della loro canzone “Sunday bloody sunday”: e capite bene che quando il rock, con tutto il bene che può aver fatto, supplisce al ruolo della scuola, la campanella della coscienza dovrebbe suonare. Lasciamo perdere i massacri degli indiani d’America, le persecuzioni dei nativi centramericani, le civiltà Inca e Maya distrutte. Lasciamo stare i corsi, i bretoni, i berberi e via fino all’ultimo popolo dimenticato del mondo. Che storia insegniamo ai ragazzi, futuri cittadini d’Europa a cui non si spiega come questa nuova patria comune è nata? Nei libri non c’è una parola sul progetto di Stati Uniti d’Europa, dello scontro tra Monnet e le lobby Usa da un lato e il generale De Gaulle e Adenauer dall’altro. Non c’è una parola sulla politica francese della “sedia vuota”, quasi fosse l’antesignano istituzionale del gioco con cinque partecipanti e quattro sedie da occupare che si faceva alle feste di compleanno. Nulla, non c’è nulla: tranne l’apoteosi acritica della Resistenza, la negazione della verità sulle foibe, l’esaltazione dell’epopea sovietica (con descrizione luciferina dell’impero zarista) e così via. In compenso, i soliti Camera e Fabietti, hanno trovato il tempo di inserire nell’ultima versione del loro manuale una parte dedicata a Berlusconi, il quale, a loro dire, nel 1994 scese in campo politico per risolvere problemi personali e con la giustizia. Non una riga sullo scandalo Sisde di Scalfaro, sulle picconate, sui crack economici di Stato, sulle svendite dorate dei governi dell’Ulivo, sul parassitismo di Agnelli e sulla degenerazione del concetto di capitalismo in Italia, sui morti innocenti del giustizialismo a senso unico di Tangentopoli: nulla. Questa è la loro Storia: la nostra, invece, cammina sulle gambe di chi non tace la verità.




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