Intervista con l'onorevole
Umberto Bossi dopo la votazione della Camera sul caso Papalia
Il carcere o le riforme
di Gigi Moncalvo

Onorevole Bossi, dopo il voto di ieri alla Camera sul conflitto di attribuzione, per lei il carcere è più vicino o più lontano?
"Sono problemi loro, più che miei, sono problemi romani. O meglio scelte romane. Ricordiamo i fatti. Papalia, nel settembre del 1996, tre giorni dopo la grande manifestazione della Lega a Venezia, mandò la polizia a provocarci in risposta alla nostra imponenete mobilitazione sul Po. A Venezia e sul Po, Roma non aveva potuto intervenire visti i milioni di persone mobilitate e distribuite qua e là in Padania a sostegno della nostra richiesta di libertà. Allora decise di intervenire tre giorni dopo venendo a sfondare la sede della Lega, in quel modo che tutti conoscono".
Quindi si trattò di una vendetta postuma da parte dei difensori del centralismo?
"Esatto. Fu una provocazione postuma".
Quindi, se capisco bene, Papalia era solo la maschera e il braccio operativo di un'operazione dello statalismo centralista?
"Certo. C'era il sistema di Roma-padrona che reagiva all'affronto subito per la nostra manifestazione del Po e di Venezia con la richiesta di secessione del Nord“
Il fatto specifico dello sfondamento fu ordinato da Papalia?
“Io mi trovavo a fianco di colui che guidava l’operazione di polizia quando chiamò Papalia col cellulare per chiedergli cosa doveva fare visto che aveva davanti cinque parlamentari. Papalia gli ordinò di sfondare tutto e nel chiuso dell’ambiente sentii chiaramente quello che disse Papalia“.
Quindi fu proprio quel particolare così grave che confermò la realtà della situazione, cioè che dietro quell’operazione c’era tutto il sistema?
“C’era il sistema, è naturale. Papalia da solo non poteva muoversi, Era coperto, a mio parere”.
Non potevano organizzarla un po’ meglio quella provocazione? Non le pare che fosse un po’ “sgangherata” quella perquisizione? Non le sembra che presentarsi senza mandato, andare indietro in questura e farsi mandare dal Veneto la fotocopia via fax, fosse un po’ poco, diciamo così, professionale?
“Secondo me, tutto venne fatto di proposito in maniera poco professionale per dare il messaggio che non dovevamo aspettarci troppo rispetto della legge. Insomma: lasciate ogni speranza voi che volete la libertà! Quando arrivai nella sede della Lega io non sapevo niente. Nessuno mi aveva avvisato. Ero passato dal Ponte della Ghisolfa, vidi un un blindato della polizia, a cinquecento metri in linea d’aria dalla nostra sede. Era chiaramente, secondo me, una provocazione: speravano che da parte nostra ci fosse una risposta violenta all’ingiustizia che subivamo”.
Quando arrivò in sede che cosa vide?
“Quando arrivai in sede e vidi quello che stava succedendo mi fu facile mettere le due cose in relazione. Vidi un assembramento all’ingresso principale. Entrai, mi feci largo, mentre mi spiegavano che la polizia che si era presentata senza mandato, trovandosi davanti Maroni l’aveva spinto. E là si trovavano, davanti all’ufficio di Maroni, in uno spazio molto ristretto decine di persone in una situazione pericolosa e di grande tensione. Là scesi anch’io e cercai di calmare gli animi. Erano incollate in spazi ristretti moltissime persone che si accalcavano creando una situazione pericolosa che per un miracolo non è stata funestata da morti e da un bel po’ di feriti. Se Papalia avesse visto la pericolosità di quella situazione non avrebbe mai dato l’ordine di sfondare“.
Dalle riprese TV si vedeva Maroni che difendeva una porta.
“Maroni difendeva una porta a vetri che dava nel corridoio dove c’era il suo ufficio. Quella porta a vetri, piegata dalla pressione delle persone presenti, era sul punto di rompersi col rischio che quel vetro sottile e tagliente si staccasse e piombasse sulla testa e sul collo di Maroni. Gli dissi sottovoce di aprire la porta perché si trovava in una situazione di grande pericolosità. E gli dissi anche che era una provocazione alla quale non dovevamo assolutamente abboccare. Per fortuna quella porta venne aperta, altrimenti attraverso il vetro saremmo passati in tanti“.
Quindi fece da paciere?
“Più o meno fu così“.
On. Bossi, dopo i fatti di via Bellerio vi hanno processato due volte e vi hanno condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Faceva tutto parte di un copione già scritto?
“A mio parere sì. Quella sera fermai i militanti spontaneamente accorsi in via Bellerio e che volevano attaccare il comando di polizia. Fermai con un discorso alla nostra radio la mobilitazione spontanea della Lega che rischiava di sfuggire al mio controllo“.
Resta il fatto che ora, sei anni dopo, la provocazione è arrivata al bivio ineludibile, all’alternativa finale: o mandano in carcere il ministro delle Riforme, e quindi è chiaro che non vogliono le riforme, oppure lasciano passare la riforma del federalismo e quindi accettano il cambiamento del Paese. Se la dovessero mandare in carcere che cosa accadrebbe?
“Ci sarebbe la presa d’atto che le riforme non si possono fare, che il Nord non può sperare nel Federalismo per avere un peso politico. In questo caso, il Nord la politica dovrà farsela autonomamente“.
Anche il partito di Bertinotti, quello di Cossutta e lo Sdi hanno votato per il conflitto di attribuzione sostenendo che la magistratura non può violare il domicilio del parlamentare, senza l’autorizzazione preventiva del parlamento. Solo Margherita e Ds, che durante i “fatti di papalia“ governavano, si sono dichiarati contro questo diritto fondamentale dei parlamentari. Che considerazioni le suggerisce tutto questo?
“Che i nodi vengono al pettine, si è giunti a un bivio ineludibile. O il Nord, che non può restare un gigante economico ma un nano politico, può avere il federalismo, oppure vince Roma-padrona e il Nord dovrà battere un’altra strada“
Lei è pronto ad andare in carcere?
“Fin dall’inizio avevamo messo in programma la possibilità di finire in carcere, la galera non mi fa nessuna paura. Se mettono dentro il Ministro delle Riforme è chiaro che non vogliono le Riforme“.
Il Presidente della repubblica dice che la Costituzione non si cambia a pezzi. Che ne pensa?
“Io rispetto la Costituzione, nella quale le norme sono molto chiare. O una riforma passa con i due terzi del consenso in Parlamento ed è nuova Costituzione, oppure passa con la maggioranza dei voti e può essere sottoposta a un referendum confermativo del popolo. Queste sono le due scelte che offre la Costituzione. Io rispetto la Costituzione“.