Se la questione morale divide il Pd
martedì, settembre 15, 2009
(di Antonio Funiciello da Liberal)
pinocchio Tanto tuonò che non piovve. Sabato scorso Giorgio Tonini, in un’intervista al Riformista, aveva fatto notare che tutti i protagonisti del fallimento politico-amministrativo del Pd nel Mezzogiorno sostengono Bersani. Apriti cielo: i pretoriani dalemiani sono scesi in armi contro Tonini, agitando l’eterno spauracchio della questione morale. Tonini aveva precisato da subito che quanto gli premeva sottolineare era il rilievo politico del peso specifico di tale sostegno. In altre parole, se Loiero (esempio) in Calabria fa vincere la conta interna e le primarie a Bersani, è del tutto evidente che Loiero avrà un’influenza decisiva nella scelta del candidato presidente calabrese alle prossime regionali e nel governo del partito locale. Lo stesso dicasi per Campania e Puglia. Ancor più se, come pare, il cappotto di Bersani a Franceschini in queste tre regioni potrebbe risultare determinante per il risultato finale nazionale.
Ma nel Pd funziona oggi come funzionava ieri nel Pci: la “questione morale” è una specie di formula magica che si tira fuori per scacciare le critiche, come le filastrocche che i bambini impauriti usano di notte per tenere lontani streghe, folletti e uomini neri. Rispetto a quanto Tonini, politico dal pensiero fino, ha dichiarato in altre occasioni, l’ultima intemerata pare più che altro un’ovvietà. Eppure non soltanto la contraerea dalemiana ha cercato di abbatterlo, ma neanche dalle file amiche è giunto un soccorso. Mentre al senatore trentino replicavano seccamente Bersani, Penati (coordinatore della mozione) e altri, né Franceschini né Fassino (l’altro coordinatore) hanno deciso di sostenere la tesi. Veltroni addirittura, di cui pure Tonini è stato uno dei principali uomini squadra, è uscito dal suo silenzio per garrire anche lui la bandiera sbrindellata della questione morale. Insomma, nel Pd è vietato parlare di Bassolino. In un dibattito congressuale in cui le idee sono poche, il clima è gelido e i due maggiori contendenti non fanno nulla per differenziarsi, il vertice del Pd sceglie di tenere fuori dalla discussione anche la propria questione meridionale, fatta di clamorosi insuccessi politico-amministrativi che hanno avuto risalto sui giornali di tutto il mondo.
Si attende di capire come il Pd intende occupare la scena nelle prossime settimane, visto il profilo basso adottato da Franceschini e Bersani. Quello che doveva essere il primo congresso “vero” della storia del centrosinistra italiano, pare al momento il più posticcio. Nelle ultime assise di Ds e Margherita, il dibattito sulla chiusura di quei due partiti appassionò di più. Soprattutto nei Ds si consumarono rotture di rapporti umani e politici decennali sull’opportunità o meno di chiudere l’ultima propaggine del Pci. Due anni dopo, durante la campagna delle prime primarie, Veltroni ebbe il merito di occupare la scena con forme e contenuti innovativi, in una corsa alla segreteria che pure era falsata dal patto di sindacato che gli assicurava la vittoria e che poi risultò essere il motivo più importante della sua resa incondizionata. Oggi si tira a campare, con buona pace di chi credeva che finalmente, con questo congresso, il Pd avrebbe cominciato a fare sul serio.
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