Finkelstein e Novick: la
fabbrica dell’Olocausto
La prima parte del libro
Èuscito recentemente, per i tipi del Settimo
Sigillo il libro di MARIO SPATARO,
Olocausto. Dal dramma al bussiness? Riflessioni
sugli scritti di Norman G. Finkelstein.
La prima edizione, quasi esaurita, consisteva
in uno studio di Spataro sugli scritti di
FINKELSTEIN; la seconda edizione sarà arricchita
da una seconda parte comprendente
gli scritti di NOVICK e dovrebbe vedere la luce
verso la fine del 2002.
Nella prima parte del libro, l’autore svolge
alcune interessanti riflessioni sul lavoro
di Finkelstein, che cita ampiamente.
Finkelstein è un ebreo americano, i cui
genitori sono stati deportati in un campo di
concentramento tedesco, e nel suo libro (La
fabbrica dell’Olocausto) fa alcune riflessioni
sullo sfruttamento delle sofferenze degli
ebrei, da parte di varie lobbies ebraiche.
Secondo il Finkelstein la memoria permanente
dell’Olocausto è una costruzione
ideologica e mitologica fatta in vista di interessi
materiali e individuali.
La storia vera dell’Olocausto è trascorsa
sotto silenzio fino al 1967; mentre la scoperta
Molti commentatori hanno ingiustamente
criticato don Camillo, basandosi principalmente
sulla sua immagine edulcorata [e criticata
dallo stesso Guareschi] fornita dalla filmografia,
perché hanno voluto vedere nel
personaggio di Guareschi il precursore del
“dialogo” fra la Chiesa e il PCI. La verità è
esattamente l’opposto. Infatti, Don Camillo,
e con lui Guareschi, come abbiamo appena
visto, combatte contro i “nuovi preti” armato
della sua solita, vecchia e unica arma, il Crocefisso.
Egli sa che la religione può finire con
lui e il lettore lo capisce; ha quasi la sensazione
fisica del pericolo che minaccia la Chiesa
in seguito all'accettazione del “dialogo”.
Dopo ormai quarant'anni di applicazione
del Concilio, vedendo i frutti disastrosi
(dai frutti li giudicherete, Luca VI, 43) (svuotamento
delle chiese, perdita della fede e
l'indifferentismo portato dall'idea che tutte
le religioni sono uguali) che ha prodotto, e
che Guareschi aveva lucidamente percepito,
non possiamo che essere confortati nella nostra
battaglia pensando che al nostro fianco
c'è anche il “tradizionalista” “prete-prete”
don Camillo che celebra “messe clandestine
in latino” e che custodisce nella sua vecchia
chiesa tutte “quelle cianfrusaglie” che i nuovi-
preti, insieme alla fede hanno venduto o
buttato in discarica.
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per gli ebrei americani, anzi il destino dello
Stato d’Israele era loro del tutto indifferente,
in quanto l’America guardava con sospetto
a Israele come potenziale futuro alleato
del “Patto di Varsavia”.
Nel 1956 (data della guerra del Canale di
Suez, contro l’Egitto) Israele compiva il primo
passo verso l’Occidente e si alleava con
Inghilterra e Francia, ma per gli USA questo
fatto non era ancora sufficiente; tuttavia
dopo la fulminea vittoria (sei giorni) del
1967, gli Usa puntarono su Israele come
punto d’appoggio strategico in Medioriente.
Lo Stato israeliano divenne il rappresentante
politico-militare degli USA in Medioriente.
In seguito Israele facilitò la sua assimilazione
agli USA; gli ebrei si erano oramai
schierati con la “civiltà” occidentale (vale a
dire anglo-americana e non europea) contro
le orde arabo-sovietiche.
Se fino al 1967 lo Stato d’Israele, evocava
- per gli USA - il fantasma della “doppia
appartenenza”; dopo fu l’esempio di fedeltà
per eccellenza!
Quindi le élites ebraico-americane riscoprirono
Israele, che divennne la “religione” americana;
gli USA divennero così - de facto - uno
Stato “confessionale” demo-pluto-giudaico.
Ma ecco spuntare la questione spinosa
dell’Olocausto idealizzato. I sionisti, per difendere
i loro vantaggi economici, opponevano
lo Stato d’Israele assediato da arabi e sovietici
alla vigliaccheria degli ebrei americani
durante la seconda guerra mondiale; fu così
che i sionisti si ricordarono dell’Olocausto.
Su tale rimembranza vi sono due versioni: 1ª)
quella ufficiale: nel 1967 Israele correva il pericolo
mortale di un nuovo Olocausto, quindi
Israele, proprio nel 1967, si ricorda dell’Olocausto.
2ª) quella reale: se fosse andata davvero
così, gli ebrei avrebbero dovuto ricordarsene
nella guerra del ‘48, forse anche in
quella del ‘56, quando si pensava ancora che
gli arabi potessero annientare Israele.
Allora vien spontaneo domandarsi, perché
l’Olocausto non è diventato il culto religioso
ufficiale degli USA nel ‘48, ma solo nel ‘67?
L’industria dell’Olocausto ha fatto la sua
entrata in scena poprio dopo la fulminea vittoria
del ‘67, quando Israele è diventato pienamente
filo “occidentale” ed è divenuto il
bastione degli USA in Medioriente!
Le élites ebraico-americane si ricordarono
dell’Olocausto nel ‘67, perché oramai Israele
dell’Olocausto, fatta da ebrei americani - secondo
Finkelstein - è peggio dell’oblio, poiché
si vuole sfruttare la sofferenza reale degli ebrei
deportati in Germania tra il 1941 e il 1945.
Prima della guerra dei sei giorni del 1967,
anno della scoperta dell’Olocausto ideologizzato
e gonfiato, i libri sulla Shoah erano soltanto
due: quello di Raul Hilberg (La distruzione
degli ebrei europei) e quello di Ella
Linsgenreiner (Prigionieri della paura).
Dopo il 1967 - secondo Finkelstein - si è
utilizzato l’Olocausto, ideologizzato e mitizzato,
per giustificare la politica criminale dello
Stato d’Israele e il sostegno degli USA a
Israele.
Finkelstein rivolge un invito ai lettori: “è
venuta l’ora di aprire i nostri cuori alle sofferenze
del resto del mondo e non dei soli ebrei”.
La madre di Finkelstein ad esempio, non
gli ha mai detto “non comparare”, “non
mettere in rapporto” la sofferenza ebraica,
di serie A, e quella degli altri, di serie B.
La capitalizzazione dell’Olocausto
Fino al 1967 gli ebrei americani non volevano
sentir parlare di Olocausto, a causa
della politica opportunista dei dirigenti
ebreo-americani e del clima di “guerra fredda”
dell’America nel dopo ‘45.
Le élites ebraiche si uniformavano alle
scelte politiche americane, per assimilarsi e
accedere al potere. Siccome la Germania occidentale,
dopo il 1949 era divenuta alleata
degli USA nella guerra fredda contro l’URSS,
non era politicamente corretto parlare dell’Olocausto,
senza offendere la Germania.
Tutto cambia, però, con la guerra dei sei
giorni (1967); dopo un ventennio di silenzio
l’Olocausto ideologizzato diviene storia e
religione dell’ebraismo americano.
Infatti, prima, le élites ebraico-americane
erano scettiche sull’esistenza dello Stato di
Israele, avevano paura che a causa di esso
rinascesse l’accusa della “doppia appartenenza”
e che i leaders dello Stato ebraico si
schierassero con l’URSS.
Ma Israele si schierava a fianco dell’occidente,
quasi subito dopo la proclamazione
della sua nascita (1948). Tuttavia molti leaders
israeliani conservavano una grande simpatia
per l’URSS, basti pensare che oggi 1/3
della popolazione d’Israele è di origine russa.
Perciò, dal ‘48 al ‘67 Israele non era ancora
il cuore degli USA, non era importante
non era più
un pericolo
laburista o filo-
sovietico
per gli USA,
ma si era
c o m p l e -
tamente “occidentalizzato”
ossia
americanizzato.
Q u i n d i
col 1967 le
associazioni
ebraico-americane
hanno
sfruttato la
fabbrica dell’Olocausto come arma per spegnere
ogni critica contro lo Stato d’Israele.
Conclusione della prima parte
Finkelstein termina le sue riflessioni scrivendo
che “la letteratura sulla soluzione finale
fisica ideata da Hitler, non ha nessun
valore scientifico. Gli studi sull’Olocausto
sono pieni di assurdità, contraddizioni e frodi”
e che “la sfida di oggi è di fare dell’Olocausto
l’oggetto di uno studio razionale”!
La seconda parte del libro
Comprende uno studio di Mario Spataro
sugli scritti di un docente universitario americano
ed ebreo, PETER NOVICK il quale nel
1999 ha scritto un libro intitolato The Holocaust
in American Life. Novik non si occupa
dell’aspetto lucrativo della religione olocaustica,
ma si concentra sui motivi storici e politici
per i quali l’Olocausto è rimasto nell’oblio
per decenni interi sino alla metà degli
anni Settanta. Egli sottolinea il fatto che la
seconda guerra mondiale aveva causato 50-60
milioni di morti e che la morte degli ebrei europei
non turbava le coscienze degli americani
o degli europei; inoltre afferma che i nemici
iniziali del nazismo erano i comunisti.
L’Olocausto, secondo Novick, contribuì
alla nascita e al consolidamento dello Stato
d’Israele e cita Ben Gurion che affermava,
“dobbiamo servirci di Hitler per costruire la
nostra patria”.
Egli ha il coraggio di scrivere che gran
parte dei decessi nei campi di concentramen-
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to (o di lavoro) tedeschi si è avuta negli ultimi
mesi del conflitto: cosa che non sarebbe
accaduta senza la pretesa anglo-americana
di una resa incondizionata della Germania.
Tra l’altro, in polemica con Hannah
Arendt, Novik ritiene controproducente il
processo ad Adolf Eichmann e valuta infondate
le insinuazioni di Rolf Hochhuth, contro
Pio XII, nel suo dramma Il Vicario, tornato
alla ribalta in questi giorni sotto veste cinematografica,
con il film Amen del regista
greco-ortodosso Costa-Gravas.
don Curzio Nitoglia
MARIO SPATARO,
Olocausto. Dal dramma al business?
Riflessioni sugli scritti di Norman G.
Finkelstein.
Settimo Sigillo (Libreria Europa, v. Sebastiano
Veniero 74), Roma pagg. 74, € 7,00.
http://www.plion.it/sodali/PDF/Soda-It54.pdf




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