Sabato 28 Dicembre 2002
IL COMMENTO
Cento volgarità nel film di Natale, il cattivo gusto non ha argini
di Beppe Severgnini
Se non abbiamo contato male, sono 100 volgarità in 100 minuti. Non è un record assoluto, ma certamente Massimo Boldi e Christian De Sica si sono impegnati a fondo per tener allegri i bambini italiani in occasione delle festività. Alcuni adulti si sono irritati (Neri Parenti, il nome del regista, descrive bene l'umore in certe famiglie). Altri - la maggior parte, visti gli incassi (un milione di spettatori, 11 milioni di euro) - si sono divertiti un mondo. Chissà se si divertiranno quando il figlio di otto anni, a casa, mostrerà d'aver imparato la lezione: «Papà? Vaffanculo». Vi ha dato fastidio leggerlo sul Corriere della Sera ? Bene: allora c'è qualche speranza.
Anche a me non è piaciuto scriverlo, ma volevo rendere l'idea. Ci sono espressioni che possono scappare. Ma non si scrivono su un quotidiano nazionale, non si pronunciano in una riunione di lavoro, non si usano a tavola con la mamma.
E non si dovrebbero sparare a raffica in un film di Natale.
E' solo una questione di gusto? Certo. E vi sembra poco? Sul Riformista , Antonio Polito ha scritto d'essersi sentito in imbarazzo portando i figli a vedere Natale sul Nilo : nessuno lo aveva avvertito; e di fianco al titolo del film, sui giornali, non appariva alcuna indicazione. Poi Polito (un quarantenne di sinistra, non un anziano curato di campagna) s'è quasi scusato: forse manco dall’Italia da troppo tempo, ci sono cose che non capisco. C'è poco da capire, invece. Molti italiani parlano come Boldi e De Sica. Ma, di solito, smettono intorno ai sedici anni. Quelli che continuano non si esercitano nelle scuole elementari.
Mi chiedo quanti di noi se ne rendano conto. E quanti se ne rendono conto, ma tacciano temendo passare per moralisti. Ma qui non si discute di morale: si parla, come dicevamo, di buon gusto e buon senso. Se arriva un ospite per cena, si toglie i calzini e li stende sul tavolo, noi diciamo: vergogna. Perché, allora, abbiamo paura di dire che certe espressioni, in un film per famiglie, non si usano? Che un doppio senso, inoffensivo per papà, confonde il figlio di terza elementare? Che se gl’italiani sono quelli dei film di Boldi/De Sica è crudele dirlo a un bambino: aspettiamo che s’accorga da solo.
Vi starete chiedendo: ma negli altri Paesi, al cinema, non dicono le parolacce? Certamente: anche più di noi. In molte pellicole americane la parola «fuc-» è una seconda colonna sonora: ma non in Mamma, ho perso l’aereo! . Alcuni film britannici sono un mitragliamento di oscenità: non quelli di Mr Bean, però. Gli americani e gli inglesi sono ipocriti? Certo, se la prudenza è una forma di ipocrisia.
Ma in Italia confondiamo ormai la volgarità con la normalità: Alvaro Vitali (ricordate?) ha vinto su tutta la linea. Nessuno osa dire: questo è bello/questo è brutto (sperando di sentirsi contraddire).
Nessuno grida: ehi, i bambini non sono solo clienti. Sguazziamo tutti in una brodaglia di doppi sensi e cosce al vento, e chi non ride viene fischiato dal fondo del pullman. Perché siamo una nazione in perenne gita scolastica. I professori? Dormono, in attesa di un posto in un talk show.
www.corriere.it/severgnini
28 dicembre 2002




Rispondi Citando
