La comunione va in cattedra
A Como una scuola professionale d’eccellenza all’insegna della sussidiarietà Nella scia di Cometa, un gruppo di famiglie che condividono la vita
DAL NOSTRO INVIATO A COMO
F RANCESCO R ICCARDI
Provate a immaginare una scuola che co*mincia a educare già dai muri, decorati con frasi che restituiscono senso alle parole. U*na scuola dove i banchi, di legno e alluminio rici*clato sono pezzi di design, come le porte in carta pressata con gli oblò in vetro. Corridoi nei quali gli armadietti in legno e vernice metallizzata so*no lì a raccontare un’appartenenza, gli arredi dei bagni sono degni di un grand hotel e hanno spec*chi incorniciati come quadri. Una scuola dove al*l’ingresso c’è una reception, proprio come negli alberghi, a testimoniare di un’accoglienza. Pro*vate insomma a immaginare una scuola d’eccel*lenza e poi riempitela non di rampolli dell’élite, ma di ragazzi come tanti, di quelli che si trovano nelle scuole normali. Anzi, di quelli che più spes*so
non si trovano a scuola, perché l’hanno ab*bandonata, hanno dovuto essere allontanati da contesti negativi o più semplicemente non ci so*no potuti andare nel loro Paese d’origine. Ecco, a*desso che avete immaginato questa scuola idea*le, andatela a vedere a Como, dove verrà inaugu*rata ufficialmente domani mattina.
È la scuola « Oliver Twist » , incastonata nella co*munità familiare Cometa, nata dall’iniziativa – ma loro direbbero dall’ « incontro » – tra Cometa ap*punto
e la Fondazione di partecipazione Oliver Twist, creata dal gruppo finanziario Kairos. «La fondazione – spiega la di*rettrice generale Anna Venturino – ha finanziato l’opera per oltre il 40%, ma soprattutto si è coin*volta fin dall’inizio nella progettazione, nella rac*colta fondi, nella formazione della squadra dei collaboratori, fino a sviluppare una partnership
tra Cometa e Ark ( Absolute return for kids), orga*nizzazione che in Inghilterra gestisce per conto del governo scuole pubbliche particolarmente problematiche». Alla realizzazione concreta han*no poi partecipato altri soggetti come la Fonda*zione Cariplo, la Fondazione De Agostini, la Re*gione Lombardia, la Provincia di Como e nume*rosissime realtà locali dell’industria e dell’artigia*nato, sviluppando al meglio l’idea di sussidiarietà. Perché l’originalità del progetto sta anzitutto nel proporre un ambito educativo a tutto tondo, che parte dalla famiglia e arriva al lavoro, passando attraverso l’accoglienza e l’istruzione. Un percor*so nel quale ogni soggetto coinvolto è chiamato a svolgere il proprio compito educativo. L’altra spe*cificità sta nel tessere legami con il territorio e con le persone, mettendo insieme ragazzi desiderosi di imparare un mestiere e artigiani pronti a tra*smettere il saper fare; nel collegare la domanda delle aziende della zona con una formazione pro*fessionale d’eccellenza, promuovendo una reale alternanza tra scuola e lavoro.
«Sono tre gli indirizzi principali della scuola. An*zitutto i corsi triennali per i ragazzi dai 14 ai 17 an*ni per formare operatori dell’area tessile, del le*gno- arredo e lavoratori dell’area ristorazione – spiega Alessandro Mele, direttore generale di Co*meta –. Poi c’è quello che chiamiamo Liceo del la*voro, rivolto in particolare a quei ragazzi che ri*schiano di abbandonare o hanno già abbando*nato il percorso scolastico tradizionale. Per cia*scuno studiamo un progetto formativo persona*le, lo accompagniamo, lo rimotiviamo, cerchia*mo di fargli scoprire la bellezza di conoscere co*se nuove, di imparare un mestiere » . Tutti i per*corsi, infatti, prevedono periodi di stage e un nu*mero significativo di ore di formazione diretta- mente in azienda.
È l’esperienza che ha fatto scoprire a Salvatore, oggi 19 anni, «un Salvatore che neanche io cono*scevo, diverso da quello che a 14 anni si era per*so, poi era stato in comunità, ma non sapeva fare niente. Dopo tre anni di scuola – racconta – lavo*ro da più d’un anno come addetto alla campio*natura dei telai alla Rubelli di Como e posso pen*sare a un futuro mio, a creare una famiglia». Lo stesso orgoglio e la medesima riconoscenza che traspaiono dalle parole di Mahmoud, ragazzo mu*sulmano approdato a Lampedusa dopo la traver*sata in un barcone, passato a vivere da solo a Mi*lano, senza alcuna prospettiva, e infine arrivato a Cometa. «La prima cosa che mi ha colpito è che mangiavamo tutti insieme e che le persone s’in*teressavano a me, a chi ero, a come ero arrivato lì, volevano sapere cosa mi sarebbe piaciuto fare – racconta –. Qui ho imparato l’italiano, ho studia*to, ho fatto l’esame di terza media e ho preso an*che 'Buono'! La mia vita è cambiata. Adesso sto imparando il mestiere di restauratore: è difficile, ma che soddisfazione quando ti arriva una cosa bella e tu la fai diventare ancora più bella». E quanto proprio la bellezza delle cose dica del*l’amore con cui ci si rivolge alle persone, lo testi*monia lo stupore d’un ragazzino: «Una roba così la fanno solo per i figli di papà. E invece voi l’ave*te fatta per noi», ha detto l’altroieri quando è en*trato nella nuova struttura per il primo giorno di lezioni. Guardava i banchi, la lavagna elettronica
touch screen , le sale coi mobili disegnati da Era*smo Figini, stilista- arredatore fondatore di Co*meta assieme al fratello Innocente. «Per educare bisogna lasciarsi educare, ridare e ridarsi la ra*gione d’ogni cosa», spiega Erasmo, mentre pas*siamo fra aule con i computer ancora imballati e i corridoi illuminati con lampade che mutano d’intensità a seconda della luce esterna. Di fian*co all’ufficio della presidenza campeggia una scrit*ta sul muro: «È solo la comunione che tiene de*sto lo scopo delle decisioni». Il segreto dell’eccel*lenza probabilmente sta qui – nell’idea di una scuola che sia anzitutto luogo di comunione – o meglio in «Una comunione che fa scuola», come recita il titolo (provvisorio) del libro che il teolo*go spagnolo Josè Miguel Garcia sta scrivendo sul*l’esperienza di Cometa.
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