Da Comedonchisciotte
Eraclito e Platone due guerrafondai?
Per entrambi la guerra è naturale, indispensabile e ineliminabile.
Per Eraclito non può esistere una pace totale, assoluta ed eterna, esiste una pace perché prima si è verificata una guerra, ed il fatto che ci siano pace e guerra crea l’armonia nel divenire. Egli identifica il logos, o ragione, come il fondamento della realtà e questo logos è dominato da una legge che è quella della complementarità dei contrari.
Per Eraclito il mondo può essere considerato assolutamente tutto positivo o negativo, esiste il male così come esiste anche il bene, la guerra e d’altro canto la pace, la giustizia e l’ingiustizia ed insieme si compensano e si completano generando armonia. Non può esistere una pace totale, assoluta ed eterna esiste la pace poiché prima si era verificata una guerra, ed il fatto che ci sia pace e guerra crea stabilità, euritmia, equilibrio, essi sono termini contrari ma si completano secondo la legge del logos. L’armonia che si realizza tra le cose presenti nella realtà consiste infatti nell’UNITA’ e IDENTITA’ degli opposti in tensione tra loro, ma Eraclito sostiene che non si tratta solo di una successione di un opposto all’altro, ma attribuisce alla guerra un ruolo particolare: essa è simbolo di tutto ciò che avviene nell’universo: "Polemos ( guerra ), è di tutte le cose padre, di tutte re, e gli uni rivela dei e gli altri uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi". La guerra diventa quindi responsabile della condizione di libertà e schiavitù. La nozione di libertà si determina da quella opposto di schiavitù, ma ciò che genera questi opposti non è nient’altro che la guerra. Essa non viene però considerata negativamente, la guerra non espressione d’ingiustizia, come aveva sostenuto invece Anassimandro, affermando che l’ingiustizia consiste nel distacco dalla matrice originaria che è l’Apeiron e nel conflitto che oppone un contrario all’altro.
Diversamente per Eraclito la guerra che sembra apparentemente distruggere, in realtà crea ordine e da essa ne scaturisce una gerarchia che distingue dei da uomini, liberi da schiavi. Dalla guerra nasce anche la giustizia perché: "bisogna sapere che, essendo la guerra comune, anche la giustizia è contesa, e tutto nasce secondo contesa e necessità". Non è da escludere che forse Eraclito concepisse l’ordine anche come gerarchia e quindi la guerra che crea gerarchia è fonte d’armonia. Non dimentichiamo che Eraclito era un filosofo di matrice aristocratica ed esprimeva profondo disprezzo per la massa di uomini, dormienti, incapaci di comprendere il logos e quindi la verità alla base di ogni evento.
Per Platone la guerra viene intesa come indispensabile strumento per la più generale arte politica; la guerra non viene considerata qualcosa di negativo o condannabile ma ciò che partecipa dell’attività di governo e ciò che partecipa anche al mantenimento dell’ordine e della pace all’interno della polis. Platone riconosce la naturalità e quindi la non eliminabilità definitiva della guerra. Platone pose particolare attenzione alla connessione fra guerra e politica e di questo tema specifico parla in alcune delle sue opere più conosciute, quali " Le leggi" e la "Repubblica" nonché in un dialogo intitolato "A Protagora".
Interessante, da questo punto di vista, la discussione che si origina nel primo libro delle "Leggi" tra l’Ateniese Clinia circa la legislazione di Creta e di Sparta operata rispettivamente da Minosse e Licurgo. Secondo Clinia tutta la legislazione di Creta è ispirata alla necessità della guerra ( si spiegano così, egli afferma, i pasti in comune, i ginnasi e le armi leggere ), secondo questa logica, evidenzia Clinia occorre continuamente prepararsi alla guerra infatti "Quella che la maggior parte degli uomini chiamano pace non è nient’altro che un nome, ma nella realtà delle cose, per forza di natura, c’è sempre una guerra, se pur non dichiarata di tutti gli stati contro tutti", e continua dicendo:" E’ giusto perciò che lo stato di buona costituzione sia amministrato e organizzato in modo da vincere in guerra tutti gli altri, e tutto il costume la vita pubblica e privata devono essere in funzione della guerra"; quindi anche le attività svolte nel cosiddetto tempo di pace, ossia di guerra non dichiarata, devono essere finalizzate alla guerra.
Dall’altra vediamo la risposta dell’Ateniese che contro la celebrazione del militarismo cretese e spartano sostituisce le tendenze democratiche volte a considerare guerra e pace come eventi privati e quindi addirittura a vivere come se la guerra non ci fosse o fosse una situazione estranea. Secondo Platone entrambe le posizione pur divergenti hanno lo stesso esito, ovvero l’indebolimento della città. L’errore consiste nella pretesa di organizzare la vita delle città come se esistesse sempre e soltanto la guerra oppure la pace. Il riconoscimento invece della naturalità e quindi della non eliminabilità definitiva sia della pace, sia della guerra ha come corollario la necessità di un’educazione bilaterale, capace di rispondere ai problemi posti e dalla pace e dalla guerra. E’ pensabile quindi che per Platone una legislazione corretta dovrà dunque procedere all’addestramento militare che non può e non deve essere assolutamente trascurato, ma tutto ciò in vista della pace e del suo mantenimento e non della guerra.. Sempre secondo Platone emerge questo stretto contatto tra guerra e politica e come attraverso queste si possa mantenere l’ordine e una relativa pace all’interno dello Stato.
Tale legame - polemos e polemichè techne - viene indicato con una certa chiarezza anche nel dialogo "A Protagora". Nel Protagora viene descritto il mito di Prometeo ed Epimeteo: originariamente Zeus aveva incaricato Prometeo ed Epimeteo di distribuire a tutte le specie viventi le qualità per sopravvivere. Epimeteo però dimentica l’uomo che non viene fornito, in tal modo, di alcuna qualità; immediatamente interviene Prometeo il quale ruba ad Efesto e ad Atena il fuoco e la tecnica, che vengono donati agli uomini. Prometeo però non può impedire che gli uomini, benchè provvisti dei beni furtivamente sottratti vivano sparsi qua e là, e poiché non esistevano città gli uomini venivano distrutti dalle fiere e si danneggiavano a vicenda. Ciò si spiegava poiché gli uomini non possedevano ancora l’arte politica di cui quella bellica è parte. Sarà poi Zeus ad intervenire donando pudore e giustizia, rendendo così possibili la costituzione delle città e conseguentemente lo sviluppo dell’arte politica e di quella bellica.
Platone riconosce quindi una stretta correlazione tra polis, politichè techne e polemichè techne, che sono termini anche simili etimologicamente, egli pone a fondamento della perpetuazione dell’umanità, l’esercizio dell’arte politica alla quale intrinsecamente appartiene l’arte della guerra, che trova la sua specificità nel garantire la sicurezza della città dalle minacce esterne.
La guerra viene quindi intesa come indispensabile strumento, per la più generale arte politica; la guerra non viene considerata da Platone qualcosa di negativo o condannabile ma ciò che partecipa dell’attività di governo e ciò che partecipa anche al mantenimento dell’ordine e della pace all’interno della polis.
Ciò che viene negli aspetti principali enunciato nel "Protagora" lo ritroviamo riproposto nella "Repubblica" dove il legame tra guerra e politica viene ripreso attraverso una più ampia e specifica indagine. Mentre però nel "Protagora" la guerra era stata presentata come parte del processo originario di costituzione degli Stati, e della politica, che su l’esistenza di questi si fonda; ora l’analisi si sposta sulle successive fasi di sviluppo dello "Stato dei porci" allo "Stato gonfio di lusso". La guerra diventa strumento di transizione a forme diverse e via via sempre più progredite di Stato, di conseguenza a forme di governo dove sia maggiormente presente la concordia tra i cittadini e quindi la pace. Il riconoscimento della funzione politica del polemos lo ritroviamo anche nei meccanismi che presiedono alla distinzione delle classi. Viene detto sempre nella Repubblica che i compiti militari della difesa all’interno e all’esterno sono demandati soltanto ad una classe di cittadini, specificatamente addestrati e chiamati guardiani. Il polemos si rivela in tal modo a fondamento della costituzione dello Stato e della sua interna articolazione, la struttura della società non può essere quindi disgiunta da uno stretto legame con la guerra e con la logica ad essa sottesa.
Altra distinzione importante evidenziata da Platone è quella tra polemos e stasis, egli dice: "Mi sembra che, come si usano questi due nomi di guerra e di discordia, così anche siano due le cose, che si riferiscono a due sorte di dissensi. Queste cose sono, una, per me familiare e congenere, l’altra estranea e straniera. Ora l’inimicizia con quella familiare si chiama discordia (stasis), quella con l’estranea guerra (polemos). Platone quindi istituisce un rapporto disgiuntivo tra polemos e stasis: mentre, infatti, la guerra "esterna" è conseguenza della necessità di creare sviluppo e prosperità allo Stato e scaturisce a sua volta dalla concordia e dalla pace fra i membri della medesima comunità, la guerra interna o stasis produce risultati esattamente opposti, in quanto dissolve l’unità statale e deriva dalla discordia tra i cittadini dello Stato, quest’ultimo è indice di una comunità in crisi, che sta combattendo in quella che noi oggi chiameremmo guerra civile. Successivamente però Platone inoltrandosi ulteriormente nella distinzione tra polemos e stasis approfondisce il discorso non limitandosi più alla differenza fra barbari con i quali si combatte il polemos ed elleni, fra i quali si combatte la stasis, ma rinviando questa differenza tra coloro che sono o si riconoscono come fratelli e coloro che non lo sono o agiscono come se non lo fossero. Platone giunge quindi alla conclusione che il divampare della guerra tra "fratelli" trasforma in ogni caso il polemos e stasis la guerra diventa un meccanismo di dissoluzione dello Stato e dei valori etici che ne regolano l’organizzazione interna; ove si converta in stasis, la guerra non è già meros della politica ma sua totale e radicale negazione.
La connessione intrinseca fra politica e guerra, esplicitamente riconosciuta nel Protagora e poi sviluppata nella Repubblica, sia mediante la distinzione tra polemos e stasis, sia attraverso l’attribuzione alla guerra della capacità di essere fattore produttivo di Stato e principio di organizzazione della società, trova poi nelle leggi una più rigorosa giustificazione teoretica: da un lato, infatti si ribadisce che il fondamento della vita pubblica e della vita privata va ricercato nella guerra dall’altro si afferma che "un acuto sarà colui che ordinerà le opere della guerra in funzione della pace". La guerra, quindi, resta come parte integrante e in una certa misura come fondamento della politica; una guerra però volta a mantenere e a conservare l’ordine, la stabilità e la pace all’interno della comunità.
FONTE: www.ica-net.it/pascal




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