Claudio Magris ha dedicato qualche colonna della sua raffinata ma non affilata scrittura ai libri 'pericolosi'. Ed è giunto a posizioni di un neopopperianesimo alquanto improbabile, notando: "una cattiva o gretta lettura di Aristotele può condurre tutt'al più a classificazioni pedanti, impari al suo genio, mentre una esaltata lettura di Platone o di Nietzsche può indurre a stolti atteggiamenti da superuomo, con possibili nefaste conseguenze etico-politiche." E, poco prima, riferendosi alla 'Bhagavadgita': "Se l'Io è un'illusione, anche lo sterminio di tanti Io è un'illusione."
Ebbene, proprio questo si legge nella 'Bhagavadgita', che è non - come vuole stucchevolmente Magris - 'un canto d'amore', ma il cantico, inumano, dell''amor fati'. Proprio questo credono Platone e Nietzsche, impegnati a distinguere tra Io e Io per il trattamento, per la condotta, da raccomandare; tutti presi dalla magnificazione dell''uomo quando sia davvero uomo'; per nulla convinti che basti essere bipedi laboriosi per imporsi come argomenti di una filosofia, e neppure, che è lo stesso, come condizioni di una decisione. "Uno val più di miriadi, se è il migliore", sentenziava Eraclito, l'esaltato.
14 aprile 2007
Tratto da www.cultrura.net




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