IMMIGRAZIONE - un servizio della redazione del Progetto Melting Pot



Apriamo una parentesi sulle leggi che stabiliscono le regole dell’immigrazione. Sconfinata questa parentesi perché effettivamente un argomento simile, nella sua logica, non ha davvero confini territoriali.

Partiamo dal locale per arrivare in tempi rapidi al globale. Velocemente, perché il filo conduttore che unisce diversi angoli del mondo è lo stesso: repressione e mancanza di diritti per chi fugge dal proprio paese devastato dalla fame o dalla carestia o per chi fugge per problemi politici.
Cominciamo segnalando l’acceso dibattito che in questi giorni fa da padrone sulle cronache locali del Nord Est italiano. La legge Bossi Fini sull’immigrazione, approvata nell’autunno del 2002 dal governo Berlusconi sotto la parola d’ordine generale “Più carceri = più sicurezza”, stabilisce la nascita di centri di detenzione in ogni regione per consentire maggiore velocità nell’espellere i cittadini immigrati non regolari. Ed ecco che l’ipotesi di istituirne uno anche in Veneto avanza sempre più minacciosa alla luce delle sedicenti proteste alzatesi da questori e prefetti che lamentano, in Regione, difficoltà e lunghi tempi per il “trasporto dei clandestini dal Veneto verso città del Sud Italia dove si provvede poi al loro rimpatrio”. Bisogna quindi velocizzare questa prassi, cacciarne il più possibile, come la legge prevede, senza disperdere denaro pubblico. Dunque, questi soldi sottratti dalle tasche degli italiani verranno investiti per la costruzione di nuove carceri per gli scomodi immigrati. Ma quale città è più adatta a quale scopo? A Padova il partito della Rifondazione, il Movimento della Disobbedienza, le tante associazioni che solidarizzano con i cittadini immigrati, come a Venezia e a Vicenza hanno già promesso dura battaglia contro la logica della detenzione coatta e contro tutti i metodi repressivi stabiliti dall’attuale legge. Si vocifera sulla provincia di Verona dove le realtà di Movimento poco fanno sentire la loro voce o Rovigo. Vedremo. Ma ovunque vogliano far sorgere un carcere del genere siamo sicuri che la protesta si leverà e senza esclusione di colpi. Certo è che sono già due anni che la proposta di istituzione di un CPT rimbalza da un punto all’altro del NE, senza divenire operativa anche alla luce dello scontro sociale che ne deriverebbe.
Spostiamoci sull’intero territorio nazionale. Leggendo i giornali si incappa sempre più spesso in titoli del tipo: “Nuove vittime della legge Bossi- Fini”. Titoli così si leggono sempre spesso su testate come l’Unità, degna di nota per il fatto che non si lascia sfuggire niente sui diversi casi e continua come scelta editoriale a dare spazio a storie di ingiustizia simili tra loro, o sul Manifesto e Liberazione, ma anche su testate più “laiche” come Repubblica.
Ma leggi repressive o no, leggendo questi articoli a volte le considerazioni vanno davvero al di là dei dettami giuridici. A volte ci si domanda semplicemente se stiamo perdendo il buon senso annegando nel razzismo e nella logica della repressione.
Come si può rimanere indifferenti davanti al racconto di due giovani cittadini albanesi, paraplegici in seguito ad un incidente stradale, che rischiano il rimpatrio in un paese dove la pensione dei genitori non riuscirebbe a coprire nemmeno una parte delle spese sanitarie? O davanti alla storia di un rifugiato politico iraniano che dopo il rimpatrio rischia l’esecuzione capitale nel suo paese da dove è fuggito? O a rimanere indifferente quando un esponente di rilievo del tuo governo invita tutte le donne a dotarsi di forbici da affondare su chi, cittadino straniero, ti molesta?
O dei tanti disperati rinchiusi all’interno dei CPT che non hanno la possibilità di comunicare con nessuno né di avere assistenza legale?
E attenzione su questo punto: in uno stato come quello italiano, insomma, almeno per il momento e grazie ai mezzi di comunicazione ancora non allineati, le notizie circolano e creano dibattito e proteste. Me se volgiamo lo sguardo ad altre zone del mondo la situazione dei cosiddetti “disperati” del pianeta terra è ancora più tragica. Pensiamo alle migliaia di persone che attraversano a piedi il deserto che divide il Messico dagli Stati uniti. A volte la loro fuga termina sulle dune sabbiose. Mucchietti di ossa senza identità ricordati solo da parenti che li hanno visti andare via e mai più fare ritorno. Pensate poi che l’esercito degli Stati Uniti osteggia le poche associazioni che hanno costruito delle cisterne d’acqua per garantire quanto meno a questa persone la possibilità di non morire di sete nel tentativo di raggiungere la parte ricca dell’America.
Ed andiamo in Australia paese soggetto all’approdo di centinaia di “boat people” ogni anno, barche cariche di cittadini immigrati provenienti principalmente da paesi in guerra come l’Afganistan. Uno stato che ad un certo punto si è domandato: dove li metto io tutti stì personaggi a cui devo necessariamente riconoscere il diritto d’asilo?
Ecco le due scaltre mosse del governo di Canberra: l’istituzione di centri lager nei deserti dell’Australia, lontani da occhi indiscreti e dalle proteste di chi ha un po’ di cuore, e l’eliminazione del diritto d’asilo. Tutto “normale” fino a qui se non fosse che i reclusi, anche da anni in attesa che le loro richieste da rifugiati vengano accolte dalla Corte Suprema, si ribellano, scioperano privandosi del cibo, si cuciono le labbra, tentano la fuga e vengono sostenuti da gruppi di attivisti che si recano le zone più remote dell’Australia per lanciare l’unico messaggio possibile: siamo con voi.
Contro questi lager si terrà nei giorni di Pasqua un incontro internazionale davanti al centro di detenzione di Baxter, incontro che nasce con un significativo slogan: con il tuo corpo contro i centri.
Insomma, abbiamo fatto il giro del mondo in poche righe e la situazione non è affatto confortante. Ripeto: al di là del linguaggio giuridico repressivo a volte sarebbe necessario utilizzare solo il cervello ed il cuore per dire NO alla barbarie che si diffonde come un’epidemia sul pianeta terra.


servizio a cura di Antonella Manna