di Mauro Bottarelli
La morte di un ragazzino è sempre drammatica, ma lo è ancor più di quando a chiudere per sempre gli occhi è un ragazzino di tredici anni freddato da un colpo di pistola. La morte, quella cosa strana e paradossalmente affascinante cui la televisione ci ha ormai assuefatto, è atroce quando ce la si trova dinanzi per davvero: un corpo senza più calore, gli occhi socchiusi e l'espandersi fragoroso di quell'idea di termine ultimo che da millenni tormenta l'uomo e chiede risposte a Dio. Qusto dramma, questo assurdo senso di impotenza, vale anche per Salvatore, il giovane napoletano morto sabato sera mentre, armato di una pistola giocattolo, con un complice di 17 anni, a bordo di una moto risultata rubata il 29 dicembre, cercava di rubare il motorino a un poliziotto. Già, una pistola giocattolo. Un giocattolo solo sulla carta, però. Il tappino rosso che chiude la canna e sancisce un confine tra il bimbo e il delinquente era stato estratto: a occhio nudo - nel buio concitato di un inseguimento e con l'angoscia addosso del sentirsi braccato - nemmeno un perito basistico avrebbe potuto stabilire con certezza che quell'arnese di plastica non fosse un revolver.
E invece l’altro Salvatore, il poliziotto, altra faccia della stessa medaglia di questa piccola storia italiana, “doveva” saperlo, dicono col senno di poi quelli che la sanno più lunga degli altri. Il poliziotto, nel buio, nella concitazione, forse anche - perché no? - nella sensazione di paura, era “obbligato” a saperlo. Non poteva confondersi. Anche se, come ha raccontato, “uno dei due ragazzi aveva in mano una pistola. Fermati e dacci la moto, mi hanno gridato. Ho cercato di scappare, mi sono reso conto che se fossi andato avanti sarei finito in una zona di campagna isolata. Ho fatto dietrofront per cercare di dirigermi verso una via del centro, più affollata e quindi sicura. Loro hanno capito la mia mossa, sono riusciti a tagliarmi la strada e a un certo punto quello che guidava, il tredicenne, ha gridato all’altro: spara, spara. Non potevo accorgermi che quello fosse poco più di un bambino, avevano dei berretti di lana che nascondevano in parte i loro volti, c’era poca luce. Ero certo che m’avrebbero ammazzato, mi sono sentito in pericolo, ho estratto la pistola, ho sparato un solo colpo dall’alto verso il basso, volevo intimorirli non certo colpirli”. E il suo avvocato: “È stata legittima difesa. Sia lui che il ragazzo morto, sono vittime della stessa tragedia e della violenza che opprime questa città”.
Per una parte dell’opinione pubblica lo “sbirro” ha ucciso un angelo, un bravo ragazzo che studiava e dava anche una mano al bar. Per alcuni non ci sono dubbi sulla persona con cui bisogna prendersela: l’assassino ha un volto. I telegiornali di domenica ne sono stati la riprova: ovunque a impallare il video c’era il viso sconvolto dal dolore della madre del piccolo Salvatore con in mano una foto del figlio, come se si fosse trattato di un kamikaze palestinese, tutt’attorno una processione di parenti che chiedeva a gran voce “giustizia”. Ma quale giustizia? Quella che quel ragazzino cresciuto troppo in fretta ha palesemente infranto? Perché invece di chiedere “giustizia”, la madre di Salvatore non ha badato a suo figlio? Le mamme tengono in casa la sera i figli di 13 anni soltanto. E hanno modo di sapere, o capire, o intuire se quando il loro figliolo esce in ore strane va a giocare con i coetanei oppure va in giro a rubare motorini. Perché non si è premurata di capire quali compagnie frequentasse? Sapeva benissimo ciò che faceva e dove andava quando usciva di sera, visto che lo ha definito “un sostegno economico”. E il padre del giovane, dal carcere dove sta scontando una serie di condanne per varie rapine, fa sapere: “Se fossi stato a casa io, mio figlio sarebbe ancora vivo!”. Che cosa significa? Che se fosse stato fuori dal carcere, ci avrebbe pensato lui a rubare e non ci sarebbe stato bisogno del “sostegno economico” procurato dal figlio? Che cosa significa? Che adesso dobbiamo scarcerare tutti i condannati per impedire che i loro figli vadano a rubare, e ci pensino, al posto loro, i padri scarcerati?
Non accampiamo, per favore, la scusa del determinismo biologico, del quartiere diseredato, dell’infanzia negata che trasforma i bimbi in criminali, della società ingiusta. Ognuno di noi conosce decine di figli di operai monoreddito che non hanno mai nemmeno infranto il codice della strada. È una questione di educazione e onestà intellettuale: Salvatore molto probabilmente non era affatto l’angelo che amici e parenti dipingono. Era un ragazzino sfortunato, forse, ma comunque colpevole di girare con una pistola giocattolo, modificata per apparire vera, e di andare in giro a rubare motorini. Il furto è un crimine, non una marachella. A Napoli, poi, la baby-delinquenza è una piaga ormai diffusa, ma questa non significa che sia anche accettabile: la polizia ha quotidianamente a che fare con circa tremila di questi delinquenti in erba, sempre più in fretta arruolati nelle file della malavita organizzata perché non sono punibili per legge. Altra idiozia all’italiana: in Francia il governo ha chiesto di abbassare a tredici anni l’età minima di perseguibilità penale proprio per sconfiggere la piaga ormai purulenta delle baby-gang e per dare un segnale, e per tentare un minimo di prevenzione, anche se ormai pressoché impossibile. Qui, invece, solo a parlarne, si rischia la rivoluzione. Tutti pensano che la vittima di questa vicenda sia il piccolo Salvatore ma nessuno pensa all’altro Salvatore, nemmeno ventenne e probabilmente divenuto poliziotto non per smanie da Rambo ma perché costretto a portare a casa il pane. Egli, pur di non restare disoccupato, aveva due strade: o arruolarsi nella polizia o mettersi a rubare e fare il delinquente. Ha preferito, ha scelto la divisa. Ora la sua vita, al pari di quella della sua vittima, è finita: per lui Napoli dovrà divenire un lontano ricordo se non vorrà pagare il prezzo della propria “colpa”, già ampiamente preannunciato da messaggi intimidatori. Anche se verrà trasferito di distretto, di zona, gli amici o i parenti del giovane Salvatore lo troveranno, sapranno dove sta e cosa fa. Già domenica una piccola nidiata di delinquenti in erba è andata in processione sul luogo dell’incidente guidando i motorini senza casco in segno di sfida alle istituzioni. Per loro la guerra con lo Stato, inteso come somma di regole di convivenza civile, diritti e doveri, non è mai finita: è uno scontro quotidiano a base di scippi, fughe in moto, violazione di tutte le norme, spacconate, fino ai furti e allo spaccio di droga. Questo a tredici, quattordici anni.
Ma parenti e amici, chiedono “giustizia”, anzi, meglio, l’impunità. Attraverso questa vicenda, attraverso la colpevolizzazione del poliziotto che ha sparato vogliono fare in modo che centinaia, migliaia di ragazzi a Napoli possano continuare a violare la legge, a fare i criminali, restando impuniti. Vogliono mettere poliziotti e carabinieri nella condizione di non estrarre le armi, di essere pronti a farsi ammazzare piuttosto che a difendersi o a fare il loro mestiere. E se qualcuno pensa invece che parenti e amici del giovane Salvatore vogliano davvero “giustizia”, pensino che probabilmente è la stessa che i no-global chiedono per Carlo Giuliani, e il paragone pare quanto mai calzante visto che un nuovo caso Placanica sembra alle porte. Salvatore, il giovane poliziotto sta macerando queste sue ore nel rimorso, ma sa che questo non basterà: dovrà distruggere lentamente la sua vita per andare in pari con la “colpa” commessa, quella di volersi difendere da chi compiva un crimine e che stava - dalla sua angolatura - attentando alla sua vita. Le perizie balistiche condotte dopo il G8 hanno dimostrato che Placanica sparò in aria e che soltanto un sasso scagliato dai no-global deviò la pallottola verso il viso di Carlo: il massimo della non colpevolezza morale, oltre che il massimo del destino avverso. Ma nemmeno questo basta: Placanica è e resterà lo “sbirro” assassino di Genova, il carnefice al soldo di Fini e Berlusconi. Per Salvatore si profila lo stesso destino, con l’aggravante che di fronte potrebbe trovarsi il tribunale speciale della camorra e non, come per Placanica, quello micidiale di Agnoletto e Casarini. Ma a questo non pensa nessuno, tutti a struggersi di fronte al viso sconvolto della madre di Salvatore che mostra la foto del figlio. Un trucco abusato per veicolare mediaticamente le coscienze: quante volte ci siamo commossi di fronte alle lacrime della madre di un kamikaze che mostrava, in un misto di dolore straziante e orgoglio malcelato, la foto del figlio martire. Il quale, venti minuti prima, aveva massacrato qualche decina di innocenti a una fermata d’autobus. Funziona così il carrozzone dell’informazione e dello spettacolo, come ben avevano intuito Debord prima e Vaneigem poi. Dare addosso allo “sbirro” e accendere la luce eterna alla memoria di Salvatore, angelo precocemente volato in cielo mentre tentava una rapina aggravata a tredici anni. Triste mondo quello in cui viviamo, anche e soprattutto quando quando il presidente della Repubblica - massima carica dello Stato - invia un messaggio alla famiglia della vittima di questo tenore: «La morte di quel ragazzo è stata una cosa tremenda. Un ragazzo di tredici anni... Esprimo tutto il mio dolore e la mia partecipazione ai familiari. È una tragedia che coinvolge anche chi ha sparato». Nell’ultima riga Ciampi, bontà sua, si ricorda anche del poliziotto, benché con tono tutt’altro che comprensivo. Il servitore dello Stato viene dimenticato dal capo dello Stato, intento a capire e solidarizzare con il dolore dei familiari per la morte di un delinquente in erba che ruba motorini puntando pistole modificate in faccia agli agenti. Ma, cosa volete farci: Salvatore, la vittima, è materia di pietismo d’accatto, di studio sociologico alla Erika e Omar, vittima del degrado prima umano che ambientale che questa società ingiusta e crudele spande a piene mani. Lui, che rapina e intimidisce. L’altro invece, la cui unica colpa era essere uscito in motorino per noleggiare un dvd da vedere con la fidanzata, è un crudele assassino, un robocop senza corpo né anima. Che merita soltanto una breve citazione nel messaggio del Presidente della Repubblica. Lui è “coinvolto nella vicenda”, non vittima di un aggressione. Questa è l’Italia.




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