…sparare?
di GIANLUIGI PARAGONE www.Libero-news.it del 27 05 08
Certo, se uno non entrasse nelle case degli altri per rubare eviterebbe di beccarsi un colpo in fronte.
Ciò premesso, nessuno vuole assecondare la tendenza a farsi sceriffi, né si vuole incoraggiare in alcun modo la giustizia fai da te.
L'episodio dell'imprenditore che spara al ladro, un pregiudicato albanese sorpreso a rubargli in casa, rischia di trascinarsi dietro un dibattito prevedibile e stucchevole.
Sento già certe vocine giungere da sinistra: ecco cosa succede a forza di parlare di tolleranza zero, di insicurezza e di immigrati ladri.
Pura sciocchezza.
Trattare la materia è un po' come camminare sulle uova. Ci proviamo, confessando fin da subito che io, una pistola in casa, non la possiedo né la vorrei avere. Non per questo mi scaglio pregiudizialmente contro chi ne ha una. Ed è disposto a premere il grilletto per difendere se stesso, la famiglia, la propria abitazione.
In questa dinamica però può capitare che la difesa sia sproporzionata rispetto all'offesa. È quello che - stando alle prime ricostruzioni dei fatti - sarebbe capitato all'imprenditore fiorentino che ha ucciso un ladro entrato nottetempo nella sua abitazione. Le cose ovviamente - cambierebbero se si scoprisse che anche il ladro era armato. Sembra di no. Comunque sia l'uomo risponderà di omicidio volontario. C'entra qualcosa il dibattito politico di questi giorni? Lo escluderei. L'uomo ha sparato per paura.
L'uomo della strada commenterebbe: con tutto quello che si sente in giro... Ecco, proprio per evitare soluzioni da giustiziere della notte, il governo non deve cedere di un millimetro sul versante della sicurezza. Quando - come è accaduto negli ultimi due anni - i reati che aumentano maggiormente sono proprio i furti nelle ville e altri di tipo predatorio, significa che al delinquente tutto sommato conviene piazzare il colpo. Gli conviene perché la giustizia è lenta, perché la pena è "aleatoria", perché si tratta di reati di cui è difficile trovare l'autore. Perché insomma non è affatto spaventato dallo Stato e dalle sue leggi. Il gioco vale la candela. Il giro di vite approvato dal governo con il pacchetto sicurezza e con l'inasprimento delle pene proprio per il genere di reati che fa più paura è sacrosanto. Più sarà forte e autorevole lo Stato e più il cittadino si sentirà protetto.
Oggi non è ancora così.
Arriviamo da due anni in cui una cultura politica ben precisa (che non coincideva solo con la sinistra radicale, sia chiaro) trattava la sicurezza come una questione sociologica. E per di più considerava di serie B la tutela dei beni e della proprietà. Chi ha ricevuto sgradite visite in casa propria sa che cosa significhi ritrovarsi le pareti spoglie dei quadri, le cassettiere aperte e senza più gioielli, soldi, orologi e gli armadi alleggeriti dei capi più costosi. Non è un bel sentimento quello che ti assale e sminuirlo con frasi del tipo "tanto le cose si possono ricomprare" equivale a non assegnare alla proprietà la giusta considerazione. Per non dire poi della sicurezza personale: certe storiacce di cronaca raccontano di rapine nelle abitazioni con tanto di violenze ai danni di chi vi abita.
I comuni ribelli
La paura di non sentirsi tutelati in casa propria, la minaccia di subire violenze, l'umiliazione di essere depredati dei propri beni e la rabbia per non avvertire uno Stato forte con i criminali sono indici di una insicurezza reale, vera. Come dimostra l'incremento dei sistemi di allarme, dell'impiego di istituti di vigilanza privata o addirittura della vendita di armi. Quell'arma, che l'imprenditore di Fucecchio ha usato alla cieca perché temeva che il ladro fosse armato a sua volta o che agisse con altri. Così, ha scelto di sparare. Per paura. Lo Stato ha l'obbligo di rimuovere questa paura. E se per farlo dovrà impiegare la forza, che lo faccia. Contro i delinquenti, sì. Così come contro chi si ritiene dominus, padrone e signore di un terreno. Mi riferisco ai Comuni della protesta contro le discariche, certo. Veltroni richiama al «senso di responsabilità di tutti; bisogna evitare l'uso della forza». Belle parole, ma il senso di responsabilità andava impiegato prima che il pattume s'ammucchiasse per chilometri e chilometri. Ora, è il tempo delle decisioni, delle scelte. Anche unilaterali. Una politica seria, nel caso di Napoli, agisce su due leve: 1) prendersi con la forza ciò che è assolutamente necessario (e cioè i siti per le discariche e i termovalorizzatori); 2) tutelare la salute dei cittadini con impianti di ultima generazione. Deve garantire che non ci saranno zone grigie dove interessi legali e illegali possano incontrarsi. Che non ci saranno scorciatoie per favorire ditte non competitive tecnologicamente.
Un inizio tardivo
La forza dello Stato "potrebbe esserci" contro i cittadini ribelli, "dovrà esserci" negli appalti affinché, come ha promesso Berlusconi, in Campania si realizzino impianti tipo quello di Brescia. Tentare il dialogo per convincere che il futuro sarà diverso dal passato, che le nuove discariche non hanno nulla a che vedere con quelle vecchie, puzzolenti, è necessario. Godere del consenso unanime, no. Se il dialogo sarà ostruito dai presìdi e dalle barricate, dai cassonetti rovesciati e dal filo spinato, allora non ci sarà altra strada che quella dello scontro tra lo Stato e chi si mette contro lo Stato. In giro per il Paese, la paura e l'insicurezza costituiscono sentimenti dominanti. Non sono suggestioni o fantasmi. Per evitare le soluzioni fai-da-te, non c'è altra soluzione che l'autorevolezza dello Stato. Siamo in ritardo, ma almeno siamo partiti.
Finalmente.
Ps: scrive Paragone che il padrone di casa ha sparato per paura. E se così fosse? Per la giustizia italiana sparare per paura, in casa propria; contro uno sconosciuto, silenzioso e al buio, probabilmente armato e certamente con cattive intenzioni, è considerato reato?
E se così fosse, questa la chiamate ancora Giustizia?
saluti




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