Il Likud riprende quota, Sharon attacca Arafat
«Il suo appello per la fine degli attacchi è un'ingerenza»


Giancarlo Lannutti

A Sharon proprio non è piaciuto l'appello di Arafat ai militanti palestinesi a sospendere ogni attacco contro obiettivi israeliani, soprattutto in queste settimane che precedono il voto del 28 gennaio.
Il premier ha reagito con stizza alle parole del presidente dell'Anp, che secondo lui dimostrano una volta di più che Arafat si serve degli attentati a fini politici; per dirla in termini più espliciti, si tratterebbe di una vera e propria "ingerenza" nella campagna elettorale, volta a favorire il candidato laburista Amram Mitzna. «Prima delle elezioni, molto prima delle elezioni - ha detto Sharon con un tono volutamente sarcastico - è possibile uccidere, nell'imminenza delle elezioni è meglio fermarsi e dopo le elezioni è desiderabile continuare: non solo l'assassinio di israeliani è un obiettivo costante e permanente per il capo dell'Anp, è anche un obiettivo politico».

Lui naturalmente non ha di questi problemi: per lui i palestinesi possono essere ammazzati quotidianamente prima, dopo e anche durante le elezioni, e pure se le elezioni non si fanno; tanto è vero che quelle per il Consiglio legislativo e la presidenza dell'Anp ha fatto in modo che fossero impossibili. Con Sharon è davvero difficile stupirsi; il meno che si possa dire è che il suo modo di ragionare appare alquanto singolare. A parte il fatto che è dal dicembre del 2001 - quando proclamò una tregua unilaterale, mai rispettata ed anzi apertamente sabotata da Sharon - che Arafat ripete con regolarità i suoi appelli a smetterla con gli attentati in Israele, evidentemente qualunque cosa il leader dell'Anp dica o faccia non ha alcuna importanza, per Sharon ha sempre e comunque torto e resta comunque "un terrorista". Il primo ministro infatti ha ripetuto fino alla noia la sua accusa ad Arafat di «non fare abbastanza» (o addirittura non fare nulla) per fermare il terrorismo; ma se poi Arafat prende posizione contro gli attentati, allora lo fa «in modo strumentale» e non bisogna prenderlo sul serio.

Addirittura grottesca è poi l'accusa di "ingerenza" nella campagna elettorale a favore del candidato laburista; tanto più grottesca venendo da chi ha messo in atto una sistematica escalation di attacchi e di assassinii proprio a fini elettorali, anche con il chiaro intento di recuperare con il "pugno di ferro" contro i palestinesi una parte di quel consenso che ha perso negli ultimi giorni con gli scandali finanziari. Sembra, fra l'altro, con qualche successo, se gli ultimi sondaggi danno il Likud in crescita di un paio di seggi rispetto ai dati dello scorso fine settimana. Tuttavia la lettura dei fatti, e dei dati, non è necessariamente così lineare e così scontata: una tregua da parte palestinese giocherebbe certamente a vantaggio di Mitzna, ma non è detto che la prosecuzione degli attentati andrebbe inevitabilmente a favore di Sharon, anche se i più la pensano in questo modo e se è proprio questo, con tutta evidenza, il motivo della sua irritazione per l'appello di Arafat. Proprio il ripetersi degli attentati dimostra infatti in modo clamoroso il fallimento della strategia di Sharon volta a garantire la sicurezza al suo popolo unicamente con l'uso massiccio dello strumento militare; molti israeliani hanno già cominciato a comprenderlo, e non è detto che il loro numero non possa crescere anche prima della scadenza elettorale, per quanto limitati siano i margini di tempo ormai a disposizione.

Comunque il premier può stare tranquillo: Hamas e la Jihad islamica in questo sono d'accordo con lui e non hanno alcuna intenzione di sospendere gli attentati; e quanto ai suoi soldati il tiro al piccione contro i palestinesi è ormai uno sport quotidiano. Lo dimostra il tragico bilancio della giornata di domenica: tredici morti, due dei quali israeliani (un civile e un soldato) e undici palestinesi; e altri due palestinesi sono stati uccisi ieri pomeriggio. In quest'ultimo caso si è trattato di due adolescenti, ammazzati a freddo dai militari presso la colonia di Netzarim, nella striscia di Gaza, solo perché si avvicinavano "con fare sospetto" a un autobus di coloni: eloquente dimostrazione della vera e propria licenza di uccidere di cui gode l'esercito di Tel Aviv. Quanto alla Jihad islamica, a meno di 48 ore dall'appello di Arafat un suo commando ha attaccato la comunità agricola di Gadish, a nord della "linea verde" con la Cisgiordania, cioè in territorio di Israele: un civile israeliano è morto e altri due sono rimasti feriti; nella successiva sparatoria, durata oltre un'ora, sono morti i due attentatori mentre un altro civile e tre militari sono stati feriti.

Liberazione 14 gennaio 2003

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