Mi sembra ci siano degli interessanti spunti di riflessione.
In particolare, non c'è la solita pretesa di salvare i precedenti governanti per gli ultimi. Adesso tutti ad attaccare il governo Bush, che è effettivamente una congrega di lestofanti, ma non è che con Clinton le cose andassero meglio...
Ciao.
Tratto dal n . 256 di Diorama
Dai diritti dell’Uomo ai doveri del manager
Verso un immaginario in frantumi.
Nei paesi occidentali non si dà ormai nessuna rivendicazione di tipo politico, culturale, sociale o addirittura religioso che non tiri in ballo la nozione di diritti da riconoscere e soddisfare. Si parla così di diritti degli immigrati, degli imprenditori, degli omosessuali, dei malati e così via per una vasta proliferazione. Particolarmente significativo, come quando l’attuale Governo ha inteso modificare in via sperimentale l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, è sentire gli esponenti di quello che fu il più grande e forte sindacato operaio parlare esclusivamente in termini di diritti fondamentali dei lavoratori messi a repentaglio. In effetti, il movimento operaio ha sempre parlato il linguaggio non dei diritti ma delle conquiste ottenute e da ottenere. E questo, fra l’altro, per la ragione fondamentale che in qualsiasi società capitalista il Diritto contempla la compravendita della forza-lavoro; il che, secondo la dottrina socialista, trasforma gli operai in cose che, in quanto tali, non possono propriamente essere soggetto di diritto alcuno.
Questo processo di riformulazione delle aspirazioni sociali nel linguaggio individualistico dei diritti è dovuto principalmente al fatto che viviamo in una fase di "pensiero unico", dove l’ideologia individualista da dominante si è trasformata in onnipervasiva, per cui, solo per esprimere i bisogni di cui si reclama la soddisfazione, occorre necessariamente (per calcolo o per convinzione, propriamente o impropriamente) parlare il linguaggio e appellarsi a quelli che la civiltà liberalcapitalista attuale stessa reclama come i suoi principi fondanti: i diritti inalienabili e la libertà dell’Individuo, concepito come realtà ultima e valore supremo.
Tipico a questo proposito è il movimento dei Civil Rights che scosse nella prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso gli Stati Uniti d’America, dove da sempre l’individualismo è stato il modello culturale dominante. La filosofia implicita ed esplicita di questo movimento consisteva nell’asserire che negare a degli individui il diritto di prendere parte al "sogno americano" per il colore della pelle o accidenti simili era in aperta contraddizione con le evidenze morali alla base di quest’ultimo e della Nazione americana. Con l’avvento di Clinton alla Casa Bianca e di Blair alla guida del Labour Party, questa retorica, e una sorta di "ideologia dei diritti", hanno finito per informare esplicitamente la legittimazione delle nuove dimensioni dell’imperialismo occidentale. Contemporaneamente al fiorire di questa stagione di diritti da rivendicare ed esportare si è assistito d’altra parte ad una progressiva presa di consapevolezza, da parte delle varie autorità e istituzioni, dei processi di dissoluzione sociale che investono le società ricche. Negli Stati Uniti è ormai diffusa convinzione che il compito primario della scuola sia attuare programmi di civil education finalizzati ad impartire le più elementari virtù civiche alle nuove generazioni che hanno conosciuto esclusivamente il linguaggio delle merci e del denaro, corredato dai modelli culturali trasmessi dai videogiochi.
Del resto, lo sbigottimento per l’acutizzarsi della crisi sociale in forme sempre più estreme coinvolge ormai la maggior parte degli abitanti del pianeta Occidente. Significativo a tal proposito, sociologicamente parlando, è il modo con il quale vengono percepite dai più le sempre più frequenti vicende di violenze apparentemente assurde e di abomini di vario genere che affollano quotidianamente i notiziari: si fa strada cioè, in maniera più o meno confusa, l’idea che vi sia qualcosa di sostanzialmente sbagliato nei modi stessi con i quali la mentalità contemporanea si configura la nozione di libertà e di realizzazione individuale, le relazioni fra individuo e collettività, fra desiderio e realtà. Ciò indubbiamente ha ridotto la spinta propulsiva di una prospettiva fatta tutta di diritti da difendere e da esportare, nonché di nuove sfere di libertà da acquisire, nella quale gli uomini occidentali sono stati chiamati ad identificarsi innanzitutto dalle élites politiche, culturali ed economiche. Allo stadio attuale, tuttavia, gli individui non sono nemmeno capaci di ipotizzare forme di produzione, di vita associata e di modi di vivere diversi da quelli proposti ed imposti dal capitalismo e dall’ideologia individualista. Il che, usando una metafora, rischia di mandare in frantumi l’immaginario collettivo dell’umanità occidentale.
Se questo processo complesso, e le conseguenze alle quali può dar seguito, trovano nella percezione diffusa dell’acutizzarsi della crisi sociale il principale motivo scatenante, non vi è dubbio che alla loro accelerazione hanno significativamente contribuito due avvenimenti che hanno avuto come sede gli Stati Uniti: l’elezione alla Presidenza del repubblicano conservatore Bush, e soprattutto gli scandali finanziari che hanno coinvolto grandi imprese quali la Enron, portando gli effetti della dissoluzione sociale al cuore del Capitale, turbando i sonni dei suoi santoni e dei suoi funzionari nonché, ovviamente, quelli di migliaia di cittadini derubati e lavoratori licenziati.
L’imperialismo dei diritti umani
Quando si invocano i "diritti umani", cioè pre-sociali ed universali, non si fa altro che asserire, argomenta lucidamente Ayn Rand in un articolo del 1963, i diritti degli individui (alla libertà di proprietà, di opinione ecc.) così come sono contemplati, ad esempio, dal Bill of Rights. La condizione della loro attuazione, spiega la Rand, esige la sottomissione della società alla legge morale, ovvero, detto in altri termini, la sua riduzione a mero mezzo che permette agli individui di scambiare liberamente i prodotti del loro lavoro. Tale processo, argomenta fra l’altro la scrittrice russa notoriamente "più americana degli americani", avrebbe trovato piena attuazione solo negli Stati Uniti, mentre altrove, compresa l’Europa, sarebbe rimasto ancora presente quell’"elemento sacrificale" che porta gli uomini ad inchinarsi a presunte entità sovraindividuali, cioè a considerare la società come un fine in sé. Per cui, ne deduce rigorosamente Serge Latouche, tutte quelle organizzazioni non governative e associazioni similari che per finalità varie operano nel Terzo mondo in nome dei diritti umani, al di là della nobiltà (quando vi è) degli intenti, fanno opera di imperialismo culturale nonché di azione culturicida: da un primo punto di vista perché veicolano una nozione, quella di diritti universali degli individui, partorita in Occidente; da un secondo perché tale nozione finisce necessariamente per negare ogni senso di appartenenza.
In effetti, rigorosamente parlando, la nozione stessa di imperialismo culturale occidentale risulta in questo caso impropria: L’Occidente infatti, in quanto luogo ideologico, è anticultura e nasce innanzitutto dalla distruzione delle tradizioni dei popoli europei nonché della cultura delle classi lavoratrici sia europee che americane. In ogni caso, che l’azione delle organizzazioni che si muovono invocando i diritti umani sia parte integrante dell’occidentalizzazione del mondo è risultato evidente quando, con l’intesa strategica fra Clinton e Blair nel corso dello scorso decennio, la prospettiva di garantire ed estendere ovunque i presunti diritti universali degli individui è stata assunta come la legittimazione fondante dell’imperialismo occidentale nelle sue inedite forme (ricordiamo, a tal proposito, che l’intervento armato nei Balcani fu presentato dai due innanzitutto come un "dovere morale" al quale l’Occidente non si poteva sottrarre). Quest’intesa politica e culturale, con la relativa convergenza di intenti fra uomini come Clinton e Blair, nonché degli intellettuali di cui si sono circondati (Giddens, Reich, ecc.), ha motivi ben precisi.
Per gli Stati Uniti, venuta meno la missione mondiale di baluardo dell’anticomunismo, si trattava di darsi una nuova identità, che Clinton e le élites democratiche hanno identificato nella vocazione ad intervenire ovunque i diritti degli individui fossero negati, a loro avviso, da intolleranze religiose, etniche, nonché dai vari tiranni e tirannelli che infestano il pianeta. In un certo senso si può dire che con Clinton e la sua potente consorte (una coppia che in gioventù ha "flirtato" con la contestazione giovanile) gli ideali del movimento per i diritti civili degli anni Sessanta sono "andati al potere" con un compito nuovo di ordine globale: integrare tutti gli uomini del pianeta in un’unica società mondiale fondata sui principi occidentali di libertà, democrazia ed eguaglianza.
Per Blair invece si trattava di restituire un’identità politica e ideologica alla socialdemocrazia europea impantanata, al di là dei dati elettorali, in uno stato di evidente declino. Ed egli lo ha fatto riformulandone in senso individualista i presupposti fondamentali e presentando il "nuovo socialismo" europeo come il più consequenziale assertore dei diritti degli individui così come vengono declinati dal pensiero liberale, con l’aggiunta (sulla quale Blair e Giddens hanno posto molta enfasi) del "diritto sociale" delle pari opportunità alle professioni e ai ruoli che contano. Così, mentre nel mondo libero e civilizzato si tratta di lottare contro gli ostacoli sociali e classisti che impediscono ai meritevoli che provengono dalle sfere basse della società di emergere, nel resto del mondo si tratta di intervenire innanzitutto per cancellare quelle che vengono viste come irrazionalità e superstizioni che impedirebbero ogni progresso reale. Posizione quest’ultima, detto per inciso, del tutto in linea con il pensiero socialista, che ha sempre visto nelle tradizioni e nelle religioni dei popoli forme di oscurantismo che celerebbero l’oppressione dei più deboli da parte dei potenti che vivono del loro lavoro
Su entrambi i versanti, questo processo converge verso un consapevole progetto di sradicamento universale, pensato dalle élite anglosassoni, con gli annessi interessi economici che necessariamente veicola. Se non altro perché, come dimostrano i molti studi effettuati in materia, per inondare i popoli di merci occorre innanzitutto averne distrutto le culture.
Dai terroristi di Al Qaeda ai terroristi della Borsa
L’enfasi posta da Clinton e Blair sul dovere dell’Occidente di esportare ovunque i diritti dell’Uomo è stata destinata a perdere in propulsività e centralità anche per l’avvento alla Casa Bianca del repubblicano, texano e petroliere, George Bush. Se è infatti vero che negli Stati Uniti l’individualismo è da sempre stato il pensiero dominante, diversi sono stati e sono i modi di viverlo e di interpretarlo. Gli attivisti del partito repubblicano, nonché delle varie organizzazioni di stampo conservatore che lo sostengono, sono sempre stati particolarmente sensibili a quelli che considerano i valori autentici della Nazione americana (famiglia, patria, religione), il cui rispetto è considerato come condizione dell’uso responsabile, e quindi dell’esistenza stessa, del valore supremo dell’esercizio della libertà. Molta importanza viene data in questo momento al fattore religioso, considerato essenziale per la coesione sociale in una fase in cui profonde trasformazioni economiche e sociali stanno disgregando la middle class, da sempre considerata la più fedele custode dei valori richiamati. Per questo motivo sta aumentando l’influenza di gruppi religiosi fondamentalisti sul partito repubblicano.
Non vi è dubbio che questa parte di America sia più incline a vedere nella retorica dei diritti individuali, così come declamata dai liberals alla Clinton, una sorta di anticamera del permissivismo che un’affermazione dei "sani" valori americani; e che sia senz’altro più propensa a una politica estera aggressiva che tiri in ballo esplicitamente più gli interessi americani da difendere che non i diritti delle donne afghane. Non per nulla l’amministrazione Bush si è ben guardata dal prospettare l’inevitabile reazione armata alla gigantesca provocazione messa in atto da Al Qaeda come una sorta di crociata del mondo laico, libero e tollerante contro un altro in preda a fervori religiosi, a differenza di quanto subito auspicato da qualche intellettuale e/o politico europeo. Non ha accettato, insomma, i termini che Bin Laden voleva imporre allo scontro, contrapponendo un’umanità sottomessa alla Legge di Dio (ovvero islamica), a un Occidente che, come ha più volte ribadito il Papa, vive come se Dio non esistesse, sprofondando nel nichilismo. Non per nulla uno dei primi gesti di Bush dopo l’attacco alle Twin Towers è stato quello di recarsi nella Moschea della capitale, per rassicurare i cittadini americani di fede islamica che il Governo degli Stati Uniti non aveva niente contro la loro religione e che l’azione militare sarebbe stata esclusivamente concepita e diretta contro il terrorismo.
E tuttavia, come è naturale in una società fondata sul denaro, ciò che ha visibilmente spostato l’attenzione e la tensione dal campo dei diritti a quello dei doveri (nella fattispecie dei managers, degli avvocati, dei funzionari delle autorità di controllo) sono stati gli scandali finanziari che hanno coinvolto aziende come Enron e Worldcom, i cui dirigenti, falsificando in combutta i bilanci, si sono di fatto appropriati del denaro di azionisti grandi e piccoli, gettando nella disperazione chi aveva pensato di garantirsi una vecchiaia più prospera puntando sui fondi-pensione.
Contro questi managers-capitalisti (in quanto godono dell’istituto delle stock options) Bush ha avuto parole di fuoco: "mio dovere è difendere l’economia americana dalla frode, esattamente come è difendere la democrazia americana dalla paura", stabilendo un rapporto "tra i criminali in turbante e i criminali in completo grigio". Il capitalismo infatti si reggerebbe "sull’onestà e sull’equità senza i quali le speranze e la fiducia dei cittadini sono destinate a crollare", e con esse il capitalismo stesso. Il presidente degli Usa ha quindi invitato con enfasi i vari operatori economici a "riconciliarsi" con preoccupazioni d’ordine etico, nonché proporre nuove e ben più severe pene per il falso in bilancio.
A rigore, per i casi in questione, tale richiamo all’etica può sembrare ridondante perché i managers e i legali coinvolti hanno direttamente violato il codice penale; esso appare tuttavia giustificato dal fatto che gli episodi in questione possono essere considerati la punta dell’iceberg di un modo di fare business sempre più pervaso da un elemento truffaldino. Sulla questione non poteva non intervenire Alan Greenspan, Presidente della Federal Reserve, che fra l’altro ha affermato: "Il nostro sistema di mercato dipende dalla fiducia, nella parola dei colleghi delle controparti. La falsificazione e la frode distruggono il libero mercato e le colonne portanti della nostra società".
Questa connessione fra un clima di fiducia fra gli uomini (in quanto investitori, consumatori e lavoratori) e la stabilità del capitalismo, data per scontata da Bush, Greenspan e molti altri, va in realtà spiegata, proprio perché il capitalismo e l’ideologia individualista erodono le condizioni della fiducia nelle relazioni umane, e tendono a prospettare come insopportabile ogni legame che non sia un contratto.
La ragione fondamentale di tale connessione va senz’altro ricercata nell’attuale centralità dei mercati finanziari. Chi infatti acquista titoli (e surrogati finanziati vari), sia nel caso che li gestisca personalmente, sia che ne affidi la gestione ad istituzioni finanziarie, a differenza di quando compra un’automobile, non può avere nessuna prova empirica immediata della validità dell’acquisto, né godere di un periodo di garanzia. Deve quindi fidarsi degli addetti al lavori, a cominciare dai managers che dirigono le aziende e operano sui flussi finanziari. Ovviamente tale fiducia viene accordata non sulla presunta benevolenza dei managers nei confronti di chi investe, ma sulla convinzione che sia loro stesso interesse svolgere al meglio il loro dovere professionale. Essa tende in ogni caso a escludere, come invece è successo, che pezzi interi di capitalismo si trasformino in aperto banditismo. Il che ovviamente non può che incidere pesantemente in negativo sulla disponibilità ad investire sui mercati finanziari.
Non per niente Greenspan, al di là di un rituale richiamo ai valori, ha insisto sulla necessità di ristabilire vecchi sistemi di controllo, saltati con il boom borsistico del decennio scorso trascinato dall’euforia intorno ai titoli della new economy, nonché di escogitarne di nuovi. Gli uomini, ha affermato, l’ex allievo eccellente di Ayn Rand, "non sono diventati più avidi che in passato, sono solo aumentate le strade che permettono all’avidità di manifestarsi con prepotenza". Il che francamente, visti gli scandali in questione, è un po’ come ammettere una certa vocazione banditesca del capitalismo, per cui ogni tanto è necessario ristabilire l’osservanza delle regole, pena il crollo dell’artificio.
Capitalismo ed etica: a proposito di alcuni equivoci interessati
La stampa statunitense ha ovviamente dato grande spazio a questi scandali finanziari che hanno messo in crisi migliaia di individui e di famiglie, trovando perfino il coraggio di fare autocritica per aver presentato come "maghi" della Borsa o della new economy molti dei soggetti coinvolti nelle varie truffe. Ma anche la stampa europea, seppur in maniera minore, si è occupata della vicenda nella consapevolezza del suo aspetto devastante, dandone argomentazioni diverse ma in genere, a nostro avviso, fallaci. Si è affermato che alla base di tali avvenimenti vi è la separazione compiuta fra l’agire dei capitalisti e i principi fondamentali dell’etica. In realtà, come teorizza l’economia politica, il capitalismo per instaurarsi presuppone proprio che la sfera dell’agire economico si renda autonoma dall’etica sociale complessiva. Un capitalista che condiziona il proprio agire economico sulla base di considerazioni etiche è, secondo la teoria, un pessimo capitalista, perché così facendo attenta alla "mano invisibile del mercato", che si nutre del dispiegamento dell’egoismo umano nella sfera delle attività economiche. Il limite rispetto al quale l’imprenditore è chiamato a fermarsi non è l’etica, ma il diritto. Se non si ferma davanti a questo, cessa di essere tale per diventare un criminale. Il che non significa, detto per inciso, che vi sia un rapporto di indifferenza fra il capitalismo e l’etica sociale complessiva. Il capitalismo infatti, giova ricordarlo, è attività di accumulazione, che implica la possibilità di consumare solo una parte della ricchezza generale prodotta. Per lungo tempo esso ha dunque dovuto avvalersi di una generalizzata etica del risparmio e della sobrietà, che a un certo punto, come è stato spiegato chiaramente da Keynes, diventa di ostacolo all’affermarsi di quella nuova etica del godimento, cioè del consumo, di cui abbisogna la realizzazione dei profitti da parte delle aziende nella fase della produzione di massa.
Un’altra condivisa interpretazione degli scandali in questione e della truffaldinità diffusa nell’ambito della finanza capitalista, consiste nel mettere sotto accusa la generale deregulation comportata dalle politiche economiche neo-liberiste. In realtà il capitalismo è nato "selvaggio", ma ciò non significa di per sé, e non ha significato, che i capitalisti fossero più inclini a truffare i consumatori o a scappare con i soldi avuti in prestito dalle banche. Le stesse obiezioni si possono muovere alla tesi di un sociologo illustre quale Luciano Gallino, secondo il quale il malcostume diffuso nel mondo dell’economia sarebbe il risultato del passaggio da un modo "responsabile" di fare impresa alla "impresa irresponsabile" schiacciata sulla logica del profitto immediato. Gallino omette di ricordare che la cosiddetta fase del capitalismo sociale era il risultato di un compromesso fra le ragioni del capitalismo e quelle di una società caratterizzata dalla centralità dei lavoratori dell’industria, dettato da considerazioni e condizioni sociali, economiche e politiche, venute meno le quali (ad esempio per la fine della paura del comunismo), il capitalismo si è considerato sciolto da ogni impegno, richiamando traumaticamente alla verità che il suo fine è il profitto e non il benessere materiale e la sicurezza sociale degli uomini occidentali.
In definitiva, tutte le interpretazioni che attribuiscono interamente al clima neo-liberista le malefatte del mondo del business, oltre che errate sembrano volte a "salvare" il capitalismo nel suo concetto generale. In realtà gli uomini di oggi, in un contesto di progressiva estraneità reciproca, acconsentono passivamente ad un ordine che è il risultato di un lungo processo di espropriazione dell’autonomia della società e delle coscienze individuali, operato inesorabilmente dal capitalismo almeno dal momento della sua entrata nella fase monopolistica,. Ad esso non viene più attribuito alcun significato di verità e di giustizia; da qui la tendenza a violarlo senza alcun senso di colpa quando si prospettano le condizioni di farla franca. Atteggiamento che si riversa minacciosamente sul capitalismo stesso nelle sue pratiche fondamentali (contratti, transazioni, ecc.), aprendo scenari inquietanti: perché quella che ancora chiamiamo società è oggi fondata sul capitalismo, nella contemporanea incapacità degli uomini di immaginare altre soluzioni.
Stefano Boninsegni
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