Chiesa cattolica e nazismo
Giacomo Martina (G. Martina, “La Chiesa nell’età del totalitarismo”, Morcelliana, 1978), individua nella posizione della Chiesa cattolica di fronte al nazismo una forte evoluzione:
· una profonda diffidenza iniziale;
· una notevole disponibilità dettata dallo stato di necessità e dalla speranza di evitare mali maggiori;
· un contrasto crescente che evitò però sempre, per timore del peggio, una rottura completa.
La diffidenza iniziale
L’opposizione dei vescovi tedeschi al nazismo si manifestò fin dal momento delle prime affermazioni del movimento, ma assunse particolare vigore dopo il successo riportato nelle elezioni del settembre 1930 che aprirono ad Hitler la strada del potere.
Numerose furono le condanne, i divieti, le riserve nei confronti del partito nazionalsocialista e di alcuni punti del suo programma, formulati, a partire dal 1930, da singoli vescovi e dalla conferenza episcopale tedesca che, infine, nell’agosto del 1932 dichiarò l’incompatibilità fra la fede cattolica e l’appartenenza al partito nazista.
Il concordato con il Reich del 1933
Dopo il successo nazista nelle elezioni del marzo 1933 “si verificò un improvviso rovesciamento della situazione”: mons. Kaas, capo del Centro cattolico indusse il partito a deflettere dall’opposizione seguita fino ad allora e i vescovi, preso atto delle dichiarazioni programmatiche di Hitler al Reichstag favorevoli al cristianesimo e alla Chiesa, revocarono il divieto di appartenenza al partito nazista pur confermando la condanna ufficiale degli errori dottrinali.
Con questo nuovo clima, nella primavera del 1933 giunse a Roma il vicecancelliere von Papen con l’esplicita richiesta di un concordato tra la Santa Sede e lo Stato tedesco.
La Chiesa si trovò di fronte ad una scelta difficile: da un lato si pose la domanda se era opportuno un accordo con un regime che ledeva gravemente i diritti della persona umana e affermava nel suo programma principi palesemente in contrasto con il cristianesimo; d’altra parte i vescovi tedeschi e la stessa Santa Sede erano convinti che la mancanza di qualsiasi garanzia giuridica avrebbe portato alla eliminazione della Chiesa in Germania.
Le trattative procedettero molto rapidamente: bastarono meno di quattro mesi per trovare l’accordo cosicché il 20 luglio 1933 venne firmato il concordato fra la Chiesa e il Reich.
Questo, garantiva la libertà di culto, conservava le facoltà di teologia nelle università statali e le scuole confessionali cattoliche, assicurava l’insegnamento religioso nelle scuole elementari e superiori, favoriva la cura pastorale negli ospedali e nell’esercito, consentiva l’attività delle associazioni dipendenti dalle autorità ecclesiastiche con finalità religiose, culturali ed educative”.
In sostanza la Chiesa raggiunse l’obiettivo di salvare la sua struttura e la sua influenza nella società.
Come per i Patti lateranensi, anche in Germania non mancarono polemiche ed opposizioni: se a molti nazionalsocialisti sembrarono eccessive le concessioni fatte alla Chiesa, molti cattolici si preoccuparono che la firma del concordato potesse significare un avvicinamento tra Chiesa e nazionalsocialismo o una legittimazione papale del regime nazista.
Il conflitto con il nazismo
Nonostante il concordato, la situazione non migliorò affatto per i cattolici tedeschi. “Gli attriti con il nazismo nascevano necessariamente dalle stesse cause fondamentali che avevano provocato il conflitto con il fascismo: il carattere totalitario del regime, le sue pretese monopolistiche sull’educazione, la dottrina razzista, la concezione generale della vita in netta antitesi con il cattolicesimo. Tuttavia la rigida coerenza con cui in Germania, a differenza di quanto avveniva in Italia, si portarono alle ultime conseguenze pratiche i principi teorici, dette alla lotta ben altra gravità”
Così l’azione del governo portò nel giro di alcuni anni alla graduale chiusura delle scuole confessionali, alla limitazione e al controllo dell’insegnamento religioso, allo scioglimento delle associazioni cattoliche, alla iscrizione obbligatoria alla Hitlerjugend, alla vigilanza sulle prediche, alla diffusione delle dottrine neopagane di Rosenberg, alla condanna di numerosi sacerdoti.
Dapprima la Chiesa rispose con note diplomatiche, prese di posizioni dottrinali, discorsi del papa e dei vescovi tedeschi, singolarmente e collettivamente nelle conferenze annuali di Fulda; infine Pio XI il 14 marzo 1937 firmò l'enciclica "Mit brennender Sorge" che costituì il momento più acuto dello scontro fra la Chiesa e il regime.
“La prima parte dell’enciclica riassumeva i rapporti fra Stato e Chiesa in Germania dal 1933; nella seconda parte Pio XI condannava le tendenze panteistiche, la divinizzazione della razza, del popolo, del capo dello Stato, l’ostilità verso l’Antico Testamento, il rifiuto di una morale oggettiva universale e di un diritto naturale.”
L’enciclica venne letta in tutte le chiese parrocchiali della Germania.
Il governo tedesco in un primo momento pensò di denunciare il concordato, ma il piano venne accantonato nell’autunno del 1937: probabilmente Hitler, che stava preparando la sua politica di aggressione, desiderava non aggravare ulteriormente i rapporti con i cattolici.
Comunque la situazione della Chiesa in Germania non migliorò, al contrario vennero soppresse tutte le associazioni giovanili cattoliche e la scuole confessionali.
Nell’anno successivo all’enciclica Pio XI, ormai gravemente malato, era giunto ad un riconoscimento sempre più esplicito del carattere radicalmente anticristiano del III Reich, ad una individuazione sempre più chiara dei pericoli dottrinali e pratici del razzismo. Sicuramente il suo atteggiamento non era condiviso dall’intero episcopato tedesco, ma certo rispondeva al pensiero e alla richiesta dei vescovi più coraggiosi e illuminati come il vescovo di Berlino Von Preysing e di quello di Münster Von Galen (si mostrarono, per es., contro l'eliminazione dei malati psichici).
Fu proprio quest’ultimo ad elevare in maniera forte un duro monito contro le atrocità e le violazioni dei diritti umani del governo nazista.
Già nel 1934 aveva denunciato la legislazione razziale e nel 1942 dal pulpito protestò con forza contro gli arresti e le persecuzioni arbitrari, contro l’eutanasia e l’uccisione degli invalidi e dei malati inguaribili.
I cattolici tedeschi nella seconda guerra mondiale
Pio XI morì il 10 febbraio e il 2 marzo 1939 venne eletto papa Pio XII. Egli raccolse solo in parte l’eredità del suo predecessore: accanto ad una riaffermazione dei principi sembrò sin da principio confidare su una distinzione fra il governo tedesco e i vertici del partito nazista, per cui si mostrò favorevole a ricercare tutte le possibilità di accordo.
I fatti successivi dimostrano che si trattava di una speranza illusoria.
Il 1° settembre avvenne l’invasione della Polonia e quindi l’inizio della seconda guerra mondiale.
La guerra aumentò le pretese di compattezza e di lealismo unitario nei confronti della nazione e quindi di un’adesione incondizionata di tutte le sue componenti all’ideologia e allo sforzo bellico del regime.
A proposito dell’atteggiamento dei cattolici così scrive Giacomo Martina “In sostanza la maggioranza dei cattolici tedeschi in politica estera si allineò col nazismo in uno spirito che andò dalla tacita acquiescenza al moderato entusiasmo”.
Conclusioni
Il problema della posizione della Chiesa di fronte al nazismo, di Pio XII in particolare, è ancora al centro di un vasto dibattito all’interno della storiografia contemporanea.
In ogni caso, concludendo il suo ragionamento, Collotti afferma che la Chiesa è intervenuta costantemente per salvaguardare la sua autonomia nei confronti dello stato nazista e per riaffermare i principi fondamentali della dottrina cattolica rimanendo così la sua azione limitata sostanzialmente al campo spirituale; pertanto il limite di questa resistenza è rappresentato dall’essere stata circoscritta principalmente alla tutela della libertà della Chiesa senza tradursi in un’azione sistematica diretta a salvaguardare i più elementari diritti umani.
Se questo è vero, non va comunque dimenticato che talvolta assunse posizioni coraggiose anche al di là del ristretto orizzonte del proprio interesse più immediato, né che singoli esponenti parteciparono a più vasti gruppi e progetti dell’opposizione.
Chiesa evangelica e nazismo
La chiesa evangelica di fronte al nazismo subì una profonda lacerazione interna: da un lato i Deutsche Christen, dall’altro la Bekennende Kirche.
Il movimento dei Deutsche Christen sosteneva l’alleanza tra “la croce uncinata e la croce cristiana” e mirava ad attribuire al regime nazista l’investitura di “ordinamento voluto da Dio”.
Rinunciarono a difendere ogni autonomia del protestantesimo, divenendo così uno strumento della politica nazista. Grazie al sostegno del partito nazista, nel 1933 i Deutsche Christen conquistarono la maggioranza. Questo evento tracciò una frattura profonda nella storia della Chiesa evangelica nel cui seno la vigorosa predicazione del teologo Karl Barth e l’azione coraggiosa di alcuni pastori come Martin Niemöller e Dietrich Bonhoeffer portarono alla fondazione della cosiddetta Bekennende Kirche o “chiesa confessante” che nel sinodo di Barmen svoltosi alla fine del maggio 1934 venne riconosciuta come la legittima chiesa evangelica tedesca realizzando la scissione del protestantesimo. A questi pastori coraggiosi si devono alcune delle più forti denunce dello sterminio degli ebrei. Anche qui, se la resistenza come fatto politico fu iniziativa di pochi, la Chiesa comunque contribuì a diffondere profonde riserve morali nei confronti del regime nazista.




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