Il problema della violenza, fuori e dentro gli stadi, sta assumendo . proporzioni sempre più preoccupanti e ci si chiede se ci siano i mezzi e la volontà per risolverlo. C'è sicuramente l'esigenza di una legge che consenta interventi più rapidi ed incisivi e si cita - opportunamente - come gli inglesi abbiano affrontato la questione con risultati molto apprezzabili. Sono stati fatti degli esempi ricordando come il tifoso cagliaritano che ha aggredito il portiere del Messina sia ancora a piede libero mentre un tifoso inglese, che aveva soltanto tentato, senza riuscirci, di entrare in campo sia stato condannato a quattro mesi di carcere.
Sull'opportunità della legge non si discute ma mi chiedo se potrà bastare. Sono infatti pessimista sulla soluzione o più semplicemente sul miglioramento del problema perché purtroppo non esiste, nel nostro paese, una sufficiente base di cultura e di educazione sportiva senza la quale nemmeno la migliore delle leggi potrà ottenere risultati concreti.
Il calcio, proprio per la sua grande popolarità, coinvolge tutte le categorie sociali ed è quindi uno specchio abbastanza fedele delle debolezze dell'italiano medio. Pare inoltre che il tifo costituisca una zona franca nella quale si tendono a confondere i più elementari principi di giustizia e di onestà. Prendiamo le discussioni che si accendono attorno ad uno qualsiasi degli inevitabili errori arbitrali che settimanalmente si verificano. Pare evidente che per ogni errore ci siano una squadra favorita ed una danneggiata però solo quest'ultima protesta. Quasi mai troverete un giocatore, un allenatore o un dirigente che ammetterà di essere stato aiutato da una decisione arbitrale.
La definizione può sembrare cattiva ed ingiusta, ma per molti aspetti il calcio, almeno come è interpretato in Italia, è uno sport diseducativo. Il giocatore che riesce a procurarsi un rigore inesistente riceve i complimenti dei compagni e gli applausi del pubblico. Al processo di diseducazione non sfuggivano i raccattapalle che venivano istruiti di correre se la squadra di casa era in svantaggio e di andar piano se era in vantaggio. Ora con i palloni a bordo campo il problema è stato ridimensionato ma io ricordo un episodio in cui a Genova l'argentino Passarella diede una spinta ad un raccattapalle che a modo suo cercava di aiutare la Sampdoria. Passarella fece male ma aveva le sue buone ragioni.
Un altro aspetto di scarso fair play è rappresentato, a mio parere, dalla richiesta di un cartellino giallo (meglio se rosso) rivolta all'arbitro per ottenere l'ammonizione o l'espulsione di un avversario. In Inghilterra un atteggiamento del genere non viene tollerato nemmeno dai tifosi della squadra che potrebbe essere favorita da un provvedimento del genere. C'è un esempio che faccio spesso e che riguarda l'atteggiamento dello stesso spettatore di fronte a situazioni analoghe ma in ambiente diverso. Non ricordo di avere mai visto un tifoso fischiare un arbitro che ha concesso un rigore ingiusto alla sua squadra eppure lo stesso tifoso è disposto a fischiare il verdetto favorevole al proprio pugile se questi non lo ha meritato. Dico questo per sottolineare la particolarità del calcio che è vissuto come una guerra contro il nemico. Il torto subito da questo nemico viene accettato ed è gradito, mentre da più fastidio l'ingiustizia patita dall'avversario se si tratta di un individuo, soprattutto un pugile del quale istintivamente si apprezzano il coraggio e la sofferenza.
L'Associazione Giocatori giustamente protesta per le violenze subite da alcuni tesserati (quello che è accaduto ad Avellino è incredibile ed inaccettabile) ma poi vediamo che gli stessi giocatori si rendono protagonisti di atteggiamenti molto discutibili. Purtroppo richiami generalizzati ad una maggiore correttezza (da parte di tutti, protagonisti, pubblico e stampa) sono destinati a cadere nel vuoto. Ben venga la legge, se si decideranno a farla, ma sarà difficile cambiare mentalità e cattive abitudini.
RINO TOMMASI


Rispondi Citando


