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  1. #11
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    Predefinito ERO UN BALILLA - 1931/1937

    Come è ovvio, i ricordi dei primi anni dell'infanzia sono molto evanescenti. Ho nel mio "file" l'immagine delle testa del cane bulldog Ariel mentre mi guarda da un'angolazione che mi fa pensare che io lo vedessi stando all'interno di quelle ceste di vimini che, una volta, le donne usavano per deporre i loro bambini di pochi mesi mentre accudivano alle faccende domestiche. Tra un figlio e l'altro, quelle ceste servivano per mettere la biancheria lavata e asciugata da stirare. Diceva mia mamma che Ariel non mi abbandonava mai e permetteva solo a lei e a mio padre di avvicinarmi.

    Di quel periodo fino ai 5-6 anni, a parte mia mamma come è naturale, il personaggio per me più importante era certo mio nonno Ambrogio, il quale era molto fiero del suo primo nipote.

    Mi teneva molto con sé e mi portava anche in giro nei posti adatti per un bambino. Quello che però è più importante ai fini del mio racconto è che la sera mi teneva compagnia quando già ero nel mio lettino; così una seconda immagine che ho in mente è il nonno vicino a me, la sera, che mi racconta qualcosa.

    L'unica cosa che ricordo bene è che il suo pezzo forte erano i sommovimenti sociali a Milano nel 1898, con le cannonate sugli scioperanti, le cariche della cavalleria, il generale Bava Beccaris (il cui nome mi suonava particolarmente sinistro).

    Mio nonno (questo lo seppi dopo) era una socialista turatiano, cioè riformista, seguace appunto di Turati e Treves che, per lui, erano un mito. Forse per questo il suo pezzo forte era la descrizione del 1898 a Milano, che aveva lasciato tracce fortissime nella storia sociale della città e dell'Italia, con lo strascico del regicidio di Monza pochi anni dopo.

    Il nonno mi cantava anche canzoncine del suo tempo, quali CIRIBIRIN CHE BEL FACCIN CHE SGUARDO DOLCE ED ASSASSIN..., LA BELA GIGUGIN, LA SPAGNOLA SA AMAR COSI', VA PENSIERO.

    Stranamente non mi parlava mai della prima guerra mondiale, cui aveva partecipato, nel Genio, come elettricista. Ci teneva, però, a farmi sapere che il nome Ferruccio lo aveva imposto lui in ricordo di Francesco Ferrucci, l'eroe di Gavinana che aveva assunto un grande valore simbolico nella lotta contro gli austriaci durante il Risorgimento e poi nella Guerra Mondiale contro i tedeschi. "Vile, tu uccidi un uomo morto!" (frase che peraltro Ferrucci non pronunciò, avendo detto solo "Vile tu dai a un morto!". Brutta figura era quel Maramaldo, che comandava i tedeschi o meglio i lanzichenecchi).

    Mio nonno aveva anche un ampio repertorio di frasi storiche tipo: "Se voi suonerete le Vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane!" - "Bevi, Rosmunda, nel cranio di tuo padre!" - "Obbedisco!". Cioè tutte quelle esclamazioni che sostengono il quadro, piuttosto sdrucito, della storia patria.

    Il nonno, tra l'altro, mi collezionò più tardi le dispense illustrate della "Storia d'Italia", con figure piuttosto approssimative e ad effetto. Ricordo Attilio Regolo con la botte e Muzio Scevola che si brucia la mano sul famoso braciere. Era una pubblicazione storica di livello molto popolare, ma a mio nonno piaceva un pozzo. Ce l'ho ancora.

    Evento importante per me fu, allora, una piccolissima fuga, a tre anni: ero uscito dalla piccola via privata dove stava casa ed ero arrivato da solo al primo crocevia da cui potevo vedere i palazzi vicini e il tram in movimento. Avevo esclamato tra me: "IL MONDO!". Poi non ero andato più in là, perché avevo pensato di aver osato fin troppo, quel giorno, e che era meglio tornare in modo che non si accorgessero della mia mancanza.

    In quel tempo era successo parecchio e, tra le cose più importanti, vi era la guerra d'Abissinia. Io, però, non ho ricordi esatti, ma avevo presente una situazione generale che prassapoco stava così: l'Italia, la mia nazione, aveva vinto la più grande guerra mai verificatasi conto gli austriaci, i vecchi dominatori di Milano. Il 4 Novembre era una grandissima festa e Milano sembrava sollevarsi per aria dalle bandiere che sventolavano ai balconi e alle finestre.

    L'Italia si era resa indipendente con le guerre risorgimentali contro i predetti austriaci e l'episodio piu' importante era stato le Cinque Giornate di Milano. Ce n'erano stati altri, ma non così importanti. Questo mi rendeva particolarmente orgoglioso, abitando noi in zona Vittoria e cioè vicino a piazza Cinque Giornate dove c'era il famoso monumento ai moti del '48.

    La ricorrenza di quei moti, a Milano, era celebrata con sfilate. Una volta vidi sfilare financo un uomo vecchissimo. Un garibaldino, mi disse mio nonno. Era in camicia rossa, ma mio papà aveva detto che forse non era un garibaldino dei Mille ma solo di quelli definiti "delle Argonne".

    Passare con i miei da quella piazza era un piccolo rito e ci soffermavamo sempre a guardare il "NOSTRO" monumento.

    I nemici nostri acerrimi erano i tedeschi, che avevano fatto morire tante persone con l'affondamento del piroscafo Lusitania (mio padre) e che avevano tagliato le mani a tutti o quasi i bambini belgi (mia madre).

    Dopo la prima guerra mondiale c'erano stati gravi disordini, ma Benito Mussolini aveva salvato l'Italia dalla rovina.

    Era in corso la conquista in Abissinia, dove gli italiani cercavano terra per lavorare in quanto erano troppi qui in Italia. E poiché gli alleati della guerra 1915-18 non avevano mantenuto le promesse si erano presi le colonie, che invece spettavano a noi che tanto loro ne avevano da vendere. La guerra era finita con la nostra vittoria contro tante nazioni che ci volevano male e ci avevano imposto le sanzioni per farci perdere.

    Questo era il mio panorama, che dovevo aver assorbito come per osmosi dall'ambiente circostante.

    A quel tempo non facevo ancora parte delle organizzazioni giovanili del Fascismo, poiché non andavo ancora a scuola; ma, come si usava allora, a cinque anni ero stato all'asilo dalle suore, dove di Balilla e Figli della Lupa non ricordo si parlasse.

    Nonostante questo, ho una foto vestito con una divisa da Balilla (che non mi sarebbe spettata). Io sto su una sedia vicino a mia mamma e ho anche un fucilino a tracolla. Appena posso, vedo di mandarvela. Siamo pertanto, più o meno, all'estate del 1937, anno nel quale, a ottobre, iniziai le elementari e in quell'occasione passai, per così dire, d'ufficio nelle file dei Figli della Lupa.

  2. #12
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    I nemici nostri acerrimi erano i tedeschi, che avevano fatto morire tante persone con l'affondamento del piroscafo Lusitania (mio padre) e che avevano tagliato le mani a tutti o quasi i bambini belgi (mia madre).
    come vedete e grazie a ferruccio..i crucchi so' barbari di natura..altro che alleati !!!!

    trovo interessante la testimonianza di ferruccio, visto che certi periodi li ha vissuti.

    saluti

  3. #13
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    Originally posted by D.BOMBACCI


    come vedete e grazie a ferruccio..i crucchi so' barbari di natura..altro che alleati !!!!

    trovo interessante la testimonianza di ferruccio, visto che certi periodi li ha vissuti.

    saluti
    Quello era ciò che mia papà e mia mamma avevano appreso dalla propaganda di guerra tra il '14 e il '18.

    Tanti anni dopo verrà pubblicato il libro di Colin Simpson che dimostrerà, senza possibilità di dubbio, come il Lusitania fosse stato una trappola tesa ai tedeschi per provocare il cambio di orientamento dell'opinione pubblica americana, che era contraria a ogni intervento degli Stati Uniti in guerra.

    Non ho tempo, ora, di descrivere tutto in dettaglio, ma ti basti sapere che il Lusitania, tra l'altro carico di esplosivi di tutti i tipi e citati nella polizza di carico come "formaggi" o "carbone", fu fatto andare avanti e indietro nel canale d'Irlanda finché incocciò in un sommergibile tedesco che lo affondò, scambiandolo per il gemello Mauritania partito da Liverpool con truppe destinate al fronte. Il Lusitania esplose letteralmente e morirono circa 1.500 passeggeri, tra i quali molti americani. I tedeschi avevano avvertito, con annunzi sui giornali americani, di NON VIAGGIARE con il Lusitania, considerato un mercantile armato. Fu una trappola perfetta!

    Nel 1960 mi trovavo a Bruxelles, dove avevo offerto una cena a diversi clienti belgi. Il discorso cadde sulla prima guerra mondiale e io citai l'affare delle mani tagliate ai bambini. Quelli sghignazzavano. Io chiesi al mio agente se avevo detto qualccosa che non andava. Mi disse che quella delle mani tagliate era una favola messa in giro dagli inglesi e che all'estero aveva attecchito perfettamente, ma in Belgio si sapeva che non era successo.

    Comunque in Italia, durante gli anni Trenta, il sentimento antitedesco era fortissimo, specie nel Nord e soprattutto a Milano, il che ebbe conseguenze più tardi, quando fu presa molto male l'alleanza con la Germania cominciando dalla visita di von Ribbentrop a Milano. E ciò malgrado, in quel tempo, non fossero neppure apprezzate le nazioni "sanzioniste". Ma - ripeto - il sentimento antitedesco era dominante e la Germania era vista come il fumo negli occhi. Questo fu il motivo principale per il quale la guerra del '40 non fu popolare.

    Saltiamo ora al '56: la televisione trasmette gli avvenimenti a Budapest e sul canale di Suez. In entrambi i posti gli europei la prendono in saccoccia dagli americani e dai russi.

    Commento di mio padre: "Gh'eum capi' propri nagott" ("Non avevamo capito proprio niente!"). E questo tra lo stupore di noi presenti, che ricordavamo cosa diceva e pensava nel '40-'45.

    Un saluto.

  4. #14
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    Preciso meglio. I sentimenti antitedeschi degli italiani in genere e dei milanesi in particolare non dipendevano tanto dal fatto che la Germania era nazista. No. Si trattava di una condizione direi "viscerale", derivata sia dalla prima guerra mondiale sia dal Risorgimento. Alla fine gli austriaci parlavano tedesco e dunque anche i tedeschi erano nostri nemici.

    Il fatto che l'esito finale del nostro Risorgimento fosse stato positivo e che la Germania vi avesse avuto molta parte sia con la vittoria di Sadowa nel 1866 (se fosse stato per noi, dopo le batoste di Custoza e di Lissa gli austriaci avrebbero potuto toglierci parecchio di quello che avevamo avuto nel '59 e nel '60, oltre naturalmente a non darci Venezia e il Veneto) ma soprattutto con la vittoria di Sedan, che se colà avessero vinto i francesi erano già pronti i piani per una calata in forza degli stessi in Italia, il che avrebbe significato restituzione alla Chiesa dei territori delle Legazioni (Bologna ecc.) ma soprattutto la nazione tagliata in due; quindi, in pratica, perdere di nuovo il Sud, già in preda al brigantaggio e a rivolte popolari che i più ignoravano ma che avevano talmente impegnato l'esercito italiano che, nel '66, debilitato da anni di guerriglia al Sud, malaria, ecc., le prese su tutta la linea dagli imperiali.

    Comunque è un fatto che non approvavamo l'alleanza con la Germania e ciò rese piuttosto impopolare la guerra del '40.

    Aggiungiamo che da tutti, Mussolini compreso, l'esercito francese era considerato il primo del mondo. E tutti (Mussolini per primo!) pensavano che contro di esso i tedeschi si sarebbero rotti la testa.
    Il soldato d’oltralpe, il "poilus", sembrava imbattibile! Invece non lo era affatto e il crollo francese, con la certezza di trovarci gli odiati tedeschi sulle Alpi, è il vero motivo della nostra entrata in guerra. Costoro erano già al Brennero e la nostra "non belligeranza" del '39 li aveva già fatti incazzare parecchio, mentre non era svanito certamente il ricordo del "giro di valzer" del 1915!

    Un saluto.

  5. #15
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    A proposito di quanto accade in Europa all'inizio di settembre del '30, tenere sempre presente che la Francia si unisce alla Gran Bretagna nel dichiarare guerra alla Germania ESSENDO SICURA CHE TANTO L'ITALIA NON AVREBBE RISPETTATO I PATTI CON LA GERMANIA E CHE NON AVREBBE APPOGGIATO LA GERMANIA ATTACCANDO LA STESSA FRANCIA SULLE ALPI.

    QUESTO POICHE' CIANO LO SPIFFERA ALL'AMBASCIATORE FRANCESE A ROMA. SE LA FRANCIA NON FOSSE STATA SICURA DI CIO' forse la cose prendevano un'altra piega.

    La Germania si trova così in guerra con Gran Bretagna e Francia mentre era sicura che avrebbe avuto mani libere in Polonia.

    So anch'io che nel '44 i tedeschi premono per la condanna di Ciano. Li aveva presi in giro e sabotati. Alla fine il suo era un tradimento dell'alleato!

    Un saluto.

  6. #16
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    Grazie mille Ferruccio per quello che stai scrivendo su questo thread e per le lezioni di storia che ci stai dando!! Io sono fiero di leggere il mio nome all'inizio della tua testimonianza come promotore di questa cosa ma devo dire che tu descrivi quegli anni come se fossero successi ieri!! Veramente complimenti!!
    Saluti romani
    Camerata Angelo

  7. #17
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    Originally posted by angeloBNA
    Grazie mille Ferruccio per quello che stai scrivendo su questo thread e per le lezioni di storia che ci stai dando!! Io sono fiero di leggere il mio nome all'inizio della tua testimonianza come promotore di questa cosa ma devo dire che tu descrivi quegli anni come se fossero successi ieri!! Veramente complimenti!!
    Saluti romani
    Grazie, angeloBNA. Ora mi prendo un paio di giorni di riposo e quindi entrerò nel vivo. 1937: figlio della Lupa! Comincio ad andare a scuola ed entro nella organizzazione giovanile fascista.

    BENITO MUSSOLINI AMA TANTO I BAMBINI!! era una delle prime frasi che imparavamo a scrivere.

    Abbiamo vinto la guerra d'Abissinia e l'Italia ha il suo impero. Ero orgoglioso di essere italiano e la mia Patria (non il Paese, come si dice oggi) era forte e potente.

    Qui si fa l'Italia o si muore! Era uno dei detti che mio nonno preferiva citare dal suo repertorio di frasi storiche, ma l'Italia era fatta e cresciuta anche se non era tutto oro quello che luccicava.

    Ma noi eravamo contenti. Il lavoro andava bene e nel 1935 i miei avevano fatto un sopralzo della casa e così mio papà, mia mamma ed io avevamo un appartamento tutto per noi e avevamo pure una Fiat 526, acquistata usata, cui era seguita una Balilla a 3 marce, pure presa usata. Io avevo un'automobilina a pedali.


  8. #18
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    Predefinito Re: Re: ERO UN BALILLA - come si stava allora ?



    Caro Ferruccio abiti ancora a Milano? In caso affermativo e sempre se lo volessi potremo incontrarci, gradirei molto ascoltarti mentre racconti quanto stai riportanto nel forum.

    Grazie e vedrò di incontrarti. Non abito più a Milano ma ci vengo ogni tanto un poco per lavoro un poco per... nostalgia.

    Pensa che da decenni il giorno di Ferragosto lo passo a Milano girando in macchina: più o meno la stesa cosa di Nanni Moretti in "Caro diario". Poi al pomeriggio vado a trovare due mie ziette, una di novantaquattro e l'altra di ottantanove anni.

    MILAN ET PEU PU! Milano e niente più d'altro.

    A presto.

  9. #19
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    Predefinito ERO UN BALILLA - 1937/1939

    E finalmente arrivò il 15 di ottobre. Allora le scuole iniziavano in quella data. Grandi preparativi per il primo giorno di scuola. Grembiulino, colletto bianco e galla azzurra al collo. Quaderno di modesta fattura, cartella di cartone, cestino della merenda a base di "creminese" o "veneziane". Tutti uguali. I tempi dei quaderni e degli zainetti firmati erano di là da venire. Vigeva il criterio di non sollecitare l'emulazione sociale già nell'infanzia. Saggio criterio!

    La scuola elementare era quella di via Monte Velino. Nuovissima inaugurata l'anno prima da Re Vittorio Emanuele III e che è in funzione ancora oggi. Un'aria solida e con facciata di mattoni a vista.

    La direttrice aveva il mio stesso cognome e mi accolse con particolare calore. Ho l'impressione che, per almeno due mesi, non facessimo altro che aste ed esercizi di preparazione alla scrittura.

    Ma l'inizio della scuola aveva segnato anche il nostro ingresso nelle organizzazioni giovanili del Partito e, nella fattispecie, nell'Opera Nazionale Balilla, un ente che si occupava dei bambini e dei fanciulli non solo sotto il punto di vista scolastico ma anche sotto quello assistenziale gestendo colonie estive, cure mediche come quelle di malattie giovanili, ecc.

    Subito avevamo dovuto completare la mia divisa da Figlio della Lupa (la sezione della Opera Nazionale Balilla per i bambini della prima e seconda elementare), con la bandoliera a strisce bianche che si incrociavano sul petto, dove erano tenute insieme da una grande M di latta verniciata di scuro, e quindi anche con le famigerate "mollettiere", fatte sul modello della mollettiere dei nostri soldati nella guerra 1915-18. Erano fasce grigioverdi che rivestivano le gambe dal ginocchio in giù e che venivano avvolte sulla gamba in modo da incrociarsi davanti e dietro.

    Erano particolarmente facili ad afflosciarsi e bisognava stare attenti in particolare nella piccole parate che facevamo in occasione di ricorrenze nazionali e cerimonie di vario tipo a scuola.

    Uno-due, uno-due, uno-due PASSO!

    Era proprio al PASSO che le mollettiere maledette spesso si afflosciavano, con effetto poco estetico sulla sfilata. Oltretutto si svolgevano per terra e ci si incespicava pure. Però, a un certo punto, sparirono, forse in corrispondenza dell'adozione del PASSO ROMANO, imitazione italiana del passo dell'oca tedesco.

    I bambini non riuscivano a vestirsi da soli, in particolare a causa sia delle fasce bianche sia delle mollettiere. La mamma mi metteva a sedere sul tavolo e quindi mi vestiva di tutto punto.

    Ad onta di questi inconvenienti di vestizione, noi bambini eravamo entusiasti di indossare la nostra divisa. Ci sentivamo piccoli soldati e devo anche dire che l'educazione che ci veniva impartita contribuiva molto a motivarci e coinvolgerci.

    La motivazione principale era quelle di essere partecipi della costruzione di una Patria grande, di una Nazione potente alla quale anche noi eravamo chiamati a dare il nostro piccolo contributo. Era una nazione che, in sintesi, trovava i suoi fondamenti di grandezza prima di tutto nella vittoria nella prima guerra mondiale ma anche nelle lotte risorgimentali che ci avevano dato l'unità d'Italia, che si collegava, saltando a piè pari oltre un millennio di storia, alla grandezza di Roma e dell'Impero Romano. Mica per niente noi eravamo i Figli della Lupa.

    Noi eravamo molto orgogliosi di essere italiani e di esser guidati dal nostro Duce Benito Mussolini. La grandezza dell'Italia e la Sua affermazione nel mondo erano tutto ma questo penso che fosse vero un poco per ciascuno e che, in sostanza, i più accettassero il regime fascista nella prospettiva di un'affermazione nazionale che in quel periodo era prioritaria dopo - ripeto - la Vittoria nella prima Guerra Mondiale e l'epopea risorgimentale. La Nazione e la Patria prima di tutto.

    Ce la mettevamo tutta per essere bravi Figli della Lupa a scuola, nelle sfilate e nelle cerimonie patriottiche alle varie date comandate. Sfilavamo qualche volta in pubblico, e questo era per noi il massimo.

    Peccato che nessuno potesse riprenderci, allora, magari anche quando nella nostra classe di canto intonavamo il VA PENSIERO e le altre canzoni di quel tempo che non erano solo GIOVINEZZA. C'erano anche la CANZONE DEL PIAVE E MONTEGRAPPA TU SEI LA MIA PATRIA, tra le altre.

    La lezione settimanale di canto prevedeva, a fine anno, un esame collettivo e noi della mia prima classe dovevamo portare un coro dall'ERNANI di Verdi, mi sembra.

    Cacciavamo fuori tutta la nostra voce infantile: SI RIDESTA IL LEON DI CASTIGLIA! E ci sentivamo pure noi cuccioli di leone, i leoncini di Mussolini.

    Sempre presente nel nostro cuore era l'impresa d'Etiopia, condotta anche contro i paesi che ci volevamo fermare e che ci avevano boicottato con le sanzioni.

    Certo eravamo bambini e non potevamo capire tante cose, ma io ricordo ancora oggi l'entusiasmo di quei tempi. Ancora oggi, per esempio, il coro del Nabucco mi dà una forte emozione ed è proprio la stessa, in fondo.

    C'era in corso la guerra in Spagna e qualche eco arrivava anche a scuola. Ho ricordo di una pagina a colori della "Domenica del Corriere": un velivolo legionario che affronta un aereo da caccia repubblicano. Chiaro che il nostro nemico in Spagna erano i comunisti. I rossi, contro i quali eravamo scesi in guerra dando aiuto al Generale Franco.

    Nell'estate del '38 andai per un mese alla colonia estiva dell'Opera Nazionale Balilla a Milano Marittima e dopo anche a Sirmione, dove venni inviato per cure causa un sospetto soffio al cuore. Tutto a cura della ONB.

    A casa tutto bene. Come ho già detto, le cose ai miei andavano bene e i miei genitori avevano un intero appartamento per loro, anche se a pranzo ci trovavamo tutti in sala dove campeggiava un camino con la scritta dantesca PARVA FAVILLA GRAN FIAMMA SECONDA. Mio nonno imperava sempre e, nel febbraio del '38, era arrivato pure un fratellino.

    Non ricordo discorsi a casa su argomenti che potevano sapere di politica. Tutti erano entusiasti del Regime e a questo contribuiva certamente il fatto che l'Italia stava molto migliorando in tutti i settori e la gente lavorava tranquilla. Milano cresceva ogni giorno di più e si vedevano dappertutto cantieri per la costruzione di case popolari a chilometri quadrati.

    FINE DEL MESSAGGIO numero 4. Continua.

    Un saluto a tutti.

  10. #20
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    Predefinito ERO UN BALILLA - 1937/1939 (5° MESSAGGIO)

    Scavando nella memoria ho cercato di ricordare qualcosa, in famiglia o a scuola, che si collegasse in un modo o nell'altro alla situazione generale, una "spia" che recepisse gli umori in famiglia in rapporto al fascismo e agli accadimenti di quegli anni.

    Un ricordo sovrasta gli altri. Dovevano essere i primi mesi del 1938 e stavo con mia mamma a fare i compiti. Si parlava forse di geografia, quando lei se ne uscì dicendo esattamente: CHISSA' COME ANDRA A FINIRE CON QUESTA FACCENDA DELL'ABISSINIA!

    Questa frase non mi piacque e io rimproverai bruscamente la mamma di dubitare dell'Italia manifestando sfiducia nei riguardi dell'impresa di Abissinia che, se anche era ormai terminata con la proclamazione dell'Impero, aveva evidentemente creato situazioni di tensione tra noi ed altri e problemi vari.

    Lo ricordo perché mia madre mi rimproverò finché visse per la bruschezza dei miei modi in quell'occasione. Fui sgridato anche da mia papà e da mio nonno, ed ebbi una bella sculacciata.

    Quanto aveva espresso mia madre era la constatazione di una realtà non tranquilla e, in fondo, una prima quasi impercettibile frattura con il regime. C'era, in quelle parole, l’ombra di una paura che le cose potessero mettersi male. Era l'espressione di un’inquietudine e il segno che l'idillio con il fascismo cominciava ad incrinarsi.

    Ricordo, inoltre, che i sentimenti antitedeschi a Milano aumentavano, e ce n'era un'eco anche nei discorsi in famiglia. Rammento anche le celebrazioni per il 90° della Rivolta del marzo 1848, imponenti e certo atte più ad amplificarli che a sopirli. Grandi applausi per un reduce garibaldino, non so se dei Mille o delle Argonne.

    Mal digerita era stata anche la visita di von Ribbentrop a Milano (questo l'ho saputo dopo). Ricordo bene che i miei dicevano che, assolutamente, non potevamo stare con i tedeschi. Era un odio non molto razionale, perché in fondo ai tedeschi dovevamo molto (Sadowa, Sedan soprattutto), ma tant'è... Era così.

    La Guerra di Spagna era chiaramente meno sentita che quella d'Abissinia. Mancava l'entusiasmo che c'era stato per la guerra in Etiopia, nonostante a scuola se ne parlasse molto e seguissimo le imprese dei legionari italiani specie su “La Domenica del Corriere”. Ma il trasporto era minore e in casa, poi, non se ne discuteva proprio.

    Vennero anche le leggi razziali del '38. L'unica eco che ne ebbi fu una frase di mia madre, che disse che gli ebrei facevano sempre un poco "nazione" a sé, ma non c'era astio nelle sue parole. Oltretutto avevamo un buon cliente nella persona di un impresario edile di Milano, israelita, uomo integerrimo e onestissimo che, fra l'altro, fallì alla fine degli anni Cinquanta per non aver accettato mai il sistema delle tangenti, stecche, buste, ecc. C'era già allora la MILANO DA BERE, ma non se ne parlava proprio. Intendo dire subito dopo la fine della guerra, non prima. Prima tale sistema non esisteva o quasi e, comunque, non faceva parte del mondo imprenditoriale di Milano.

    Cosa posso aggiungere ora? Una cosa importante. Avendo imparato a leggere, ebbi in regalo il mio primo libro: era LE AVVENTURE DI TOM SAWYER di Mark Twain, seguito da "Storie della storia del mondo", un libro divertente sul mondo mitologico greco. Storie di dei, dee, ecc.

    E per oggi basta. Spero di non avervi annoiato. Proseguirò nei giorni prossimi con altri ricordi sul periodo 1937-1939.

    Dimenticavo: nel '38 il nonno mi portò in piazza del Duomo, a Milano, a sentir parlare il Duce. Io non ricordo cosa disse. Vedevo solo, in fondo alla piazza, la sua gran pelata che sberluccicava al sole. La cosa che ricordo di più erano enormi fiamme fatte di strisce di carta che sventolavano agitate da ventilatori. Attiravano la mia attenzione più di qualsiasi altra cosa.

    Un saluto.

 

 
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