Come è ovvio, i ricordi dei primi anni dell'infanzia sono molto evanescenti. Ho nel mio "file" l'immagine delle testa del cane bulldog Ariel mentre mi guarda da un'angolazione che mi fa pensare che io lo vedessi stando all'interno di quelle ceste di vimini che, una volta, le donne usavano per deporre i loro bambini di pochi mesi mentre accudivano alle faccende domestiche. Tra un figlio e l'altro, quelle ceste servivano per mettere la biancheria lavata e asciugata da stirare. Diceva mia mamma che Ariel non mi abbandonava mai e permetteva solo a lei e a mio padre di avvicinarmi.
Di quel periodo fino ai 5-6 anni, a parte mia mamma come è naturale, il personaggio per me più importante era certo mio nonno Ambrogio, il quale era molto fiero del suo primo nipote.
Mi teneva molto con sé e mi portava anche in giro nei posti adatti per un bambino. Quello che però è più importante ai fini del mio racconto è che la sera mi teneva compagnia quando già ero nel mio lettino; così una seconda immagine che ho in mente è il nonno vicino a me, la sera, che mi racconta qualcosa.
L'unica cosa che ricordo bene è che il suo pezzo forte erano i sommovimenti sociali a Milano nel 1898, con le cannonate sugli scioperanti, le cariche della cavalleria, il generale Bava Beccaris (il cui nome mi suonava particolarmente sinistro).
Mio nonno (questo lo seppi dopo) era una socialista turatiano, cioè riformista, seguace appunto di Turati e Treves che, per lui, erano un mito. Forse per questo il suo pezzo forte era la descrizione del 1898 a Milano, che aveva lasciato tracce fortissime nella storia sociale della città e dell'Italia, con lo strascico del regicidio di Monza pochi anni dopo.
Il nonno mi cantava anche canzoncine del suo tempo, quali CIRIBIRIN CHE BEL FACCIN CHE SGUARDO DOLCE ED ASSASSIN..., LA BELA GIGUGIN, LA SPAGNOLA SA AMAR COSI', VA PENSIERO.
Stranamente non mi parlava mai della prima guerra mondiale, cui aveva partecipato, nel Genio, come elettricista. Ci teneva, però, a farmi sapere che il nome Ferruccio lo aveva imposto lui in ricordo di Francesco Ferrucci, l'eroe di Gavinana che aveva assunto un grande valore simbolico nella lotta contro gli austriaci durante il Risorgimento e poi nella Guerra Mondiale contro i tedeschi. "Vile, tu uccidi un uomo morto!" (frase che peraltro Ferrucci non pronunciò, avendo detto solo "Vile tu dai a un morto!". Brutta figura era quel Maramaldo, che comandava i tedeschi o meglio i lanzichenecchi).
Mio nonno aveva anche un ampio repertorio di frasi storiche tipo: "Se voi suonerete le Vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane!" - "Bevi, Rosmunda, nel cranio di tuo padre!" - "Obbedisco!". Cioè tutte quelle esclamazioni che sostengono il quadro, piuttosto sdrucito, della storia patria.
Il nonno, tra l'altro, mi collezionò più tardi le dispense illustrate della "Storia d'Italia", con figure piuttosto approssimative e ad effetto. Ricordo Attilio Regolo con la botte e Muzio Scevola che si brucia la mano sul famoso braciere. Era una pubblicazione storica di livello molto popolare, ma a mio nonno piaceva un pozzo. Ce l'ho ancora.
Evento importante per me fu, allora, una piccolissima fuga, a tre anni: ero uscito dalla piccola via privata dove stava casa ed ero arrivato da solo al primo crocevia da cui potevo vedere i palazzi vicini e il tram in movimento. Avevo esclamato tra me: "IL MONDO!". Poi non ero andato più in là, perché avevo pensato di aver osato fin troppo, quel giorno, e che era meglio tornare in modo che non si accorgessero della mia mancanza.
In quel tempo era successo parecchio e, tra le cose più importanti, vi era la guerra d'Abissinia. Io, però, non ho ricordi esatti, ma avevo presente una situazione generale che prassapoco stava così: l'Italia, la mia nazione, aveva vinto la più grande guerra mai verificatasi conto gli austriaci, i vecchi dominatori di Milano. Il 4 Novembre era una grandissima festa e Milano sembrava sollevarsi per aria dalle bandiere che sventolavano ai balconi e alle finestre.
L'Italia si era resa indipendente con le guerre risorgimentali contro i predetti austriaci e l'episodio piu' importante era stato le Cinque Giornate di Milano. Ce n'erano stati altri, ma non così importanti. Questo mi rendeva particolarmente orgoglioso, abitando noi in zona Vittoria e cioè vicino a piazza Cinque Giornate dove c'era il famoso monumento ai moti del '48.
La ricorrenza di quei moti, a Milano, era celebrata con sfilate. Una volta vidi sfilare financo un uomo vecchissimo. Un garibaldino, mi disse mio nonno. Era in camicia rossa, ma mio papà aveva detto che forse non era un garibaldino dei Mille ma solo di quelli definiti "delle Argonne".
Passare con i miei da quella piazza era un piccolo rito e ci soffermavamo sempre a guardare il "NOSTRO" monumento.
I nemici nostri acerrimi erano i tedeschi, che avevano fatto morire tante persone con l'affondamento del piroscafo Lusitania (mio padre) e che avevano tagliato le mani a tutti o quasi i bambini belgi (mia madre).
Dopo la prima guerra mondiale c'erano stati gravi disordini, ma Benito Mussolini aveva salvato l'Italia dalla rovina.
Era in corso la conquista in Abissinia, dove gli italiani cercavano terra per lavorare in quanto erano troppi qui in Italia. E poiché gli alleati della guerra 1915-18 non avevano mantenuto le promesse si erano presi le colonie, che invece spettavano a noi che tanto loro ne avevano da vendere. La guerra era finita con la nostra vittoria contro tante nazioni che ci volevano male e ci avevano imposto le sanzioni per farci perdere.
Questo era il mio panorama, che dovevo aver assorbito come per osmosi dall'ambiente circostante.
A quel tempo non facevo ancora parte delle organizzazioni giovanili del Fascismo, poiché non andavo ancora a scuola; ma, come si usava allora, a cinque anni ero stato all'asilo dalle suore, dove di Balilla e Figli della Lupa non ricordo si parlasse.
Nonostante questo, ho una foto vestito con una divisa da Balilla (che non mi sarebbe spettata). Io sto su una sedia vicino a mia mamma e ho anche un fucilino a tracolla. Appena posso, vedo di mandarvela. Siamo pertanto, più o meno, all'estate del 1937, anno nel quale, a ottobre, iniziai le elementari e in quell'occasione passai, per così dire, d'ufficio nelle file dei Figli della Lupa.




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