
Originariamente Scritto da
Grifo
Caro Ferruccio,
stasera ho letto il tuo racconto, e ci ho fatto le tre!
Bellissimo, mi è sembrato di ripercorrere i racconti di mio padre e degli zii, che amavo sentire e che erano senza enfasi come i tuoi, ma proprio per questo veri e belli.
Poichè ho visto che altri lo hanno fatto, affido anchio a queste pagine un episodio di quegli anni di guerra, così non va perso, e riguarda mia madre.
Adesso la vecchietta è malmessa, sta a letto, ma ai primi mesi del '44 aveva 16 anni....
Mio nonno subito dopo il bombardamento di San Lorenzo aveva portato tutta la famiglia al paese (proprio come tuo padre), vicino Roma, si chiama Riofreddo.
Dopo l'8 settembre avevano aperto il campo di prigionia di Carsoli, dove stavano prigionieri inglesi e americani, e qualcuno di questi si era accampato proprio in un bosco a due passi dal paese.
A Riofreddo, che sta sulla Via Tiburtina, c'era anche un reparto tedesco, una officina che prestava manutenzione ai tanti mezzi tedeschi che la percorrevano (organizzazione teutonica!)
Quelli nel bosco vivevano come gli eremiti e non avevano da mangiare, e così si organizzarono e gli portavano da mangiare, più che altro i "sagnozzi", la pasta fatta con acqua e farina che mangiavano tutti. I tedeschi sapevano, ma lasciavano correre (fra loro c'era un certo "Fritz" che a momenti diventa mio padre.... Fraulein Elvira... come era bello! dice ancora la vecchietta).
Però, mia madre aveva due fratelli (che avevano già combattuto in Yugoslavia) che facevano gruppo con altri giovanotti. Il minore di questi fratelli, Dino, era bello e correva dietro alle sottane, e diventa l'amante della moglie di un tizio importante, che alla fine si accorge della tresca e li denuncia montando tutta una storia di partigiani che aiutavano gli inglesi.
Così una mattina del '44 arrivano un gruppo di tedeschi, non quelli bonaccioni dell'officina, e mia madre si ritrova bloccata sulla porta di casa dalla Feldgendarmerie che cercava suo fratello.
- Ma io ero furba, conoscevo casa mia! Così mi butto per terra e fingo di sentirmi male, coi forzi di stomaco. Un soldato mi accompagna al bagno e rimane fuori della porta, mentre io dalla finestrella scappo sul tetto, e poi di tetto in tetto fino a che riesco a scendere e risalendo il paese avverto tutti quelli che incontro: ci sono i tedeschi, li cercano...
Dopo poco la riprendono (Haò, io stavo in mezzo an plotone d'esecuzione, tutti col mitra, drammatizza adesso), ma intanto i cinque giovanotti sono già scappati dal paese, e se ne vanno a un paese vicino.
I gendarmi però prendono in ostaggio Raffaele, il fratello maggiore, e fanno sapere che se i ricercati non si presentano sarà fucilato, quindi tocca di nuovo a mia madre andare a parlare coi fuggitivi (nevicava, col carretto).
I cinque si presentano, l'ostaggio liberato, e finiscono nel braccio tedesco a Regina Coeli, che trovano deserta. Era il 26 marzo del '44, e quella fuga di pochi giorni li aveva salvati dal finire alle Fosse Ardeatine (tutti i detenuti del braccio tedesco fecero quella fine).
Poi li portano a Via Tasso dove gli voglio far confessare, con metodi spicci, di essere una banda di partigiani. Li fucilano per finta tre o quattro volte (quando quello diceva fuoco o non sparavano per niente o sparavano in aria. Dopo la prima fucilazione i soldati del carcere ci davano degli stracci per legarci i calzoni alle caviglie, perchè avevamo sporcato tutti i corridoi... Dino questa storia ce la raccontava ridendo!)
Poi si convincono che non erano una banda partigiana, ma si acconiscono su uno, che si chiamava Sebastiani, perchè dicevano che era un cognome ebreo e lo doveva confessare (subirà il distacco della retina ad un occhio).
Al paese intanto, una tragedia. Mia nonna diventa matta, si rapa a zero e si veste da tedesco, e girerà così acconciata per mesi, ma la madre di uno degli arrestati aveva preso un revolver del marito e se lo era nascosto in petto. Riesce a non farselo trovare ma dopo pochi giorni muore.
Alla fine loro finiscono tutti in germania, in un campo di lavoro, con il solito contorno di fame e pericoli, e dove Dino, incorreggibile, riesce ancora a mettersi nei guai per una questione di donne.
Si era innamorato di una prigioniera polacca, e un giorno che lei era rimasta in baracca perchè ammalata, lui riesce a sgattaiolare e andarla a trovare. Proibitissimo, un uomo in una baracca delle donne, nel settore delle donne, roba da fucilazione sul posto!
- Stavo li, lei coi capelli biondi, gli parlavo e la accarezzavo quando si apre la porta della baracca, e chi era? Il comandante del campo con una ispettrice svizzera della Croce Rossa, una brutta arcigna.... mo questo tira fuori la pistola e mi spara!
E invece mi fa: italiano? e mi molla uno schiaffone e mi caccia a calci dalla baracca.
Riportarono tutti la pelle a casa.
Tanti anni dopo, nel 1969, ero ragazzetto e come tutti gli anni stavamo in vacanza al paese. Stavamo alla "Villa", luogo di riunione per mattinate sfaccendate, quando arrivano due automobili con targa tedesca, con due famiglie. I classici "Herr" in vacanza in Italia.
Uno dei due signori comincia a guardarsi intorno, a cercare le facce, e alla fine da un gruppo di altrettanto attempati paesani viene fuori un grido, "Fritz!", un diluvio di abbracci, e lo svuotamento di buona parte delle cantine del paese.
Io avevo 17 anni, una bella motocicletta, peccato che Fritz avesse due figli maschi, se no magari questo apparentamento alla fine lo avrei potuto fare io.