Non conoscevo quest'intervista, che mi sembra contenere spunti di un certo interesse...
Io, nel bunker con Hitler
Repubblica — 13 marzo 2007 pagina 49 sezione: CULTURA
BERLINO - «Sì, eccomi, sono io l' ultimo testimone in diretta di Hitler. Io fui la sua guardia del corpo, io uscii tra gli ultimi dal Bunker. Parliamone». Ottantasei anni ben portati, ancora alto e aitante, Rochus Misch narra volentieri nella sua casetta di Rudow, alla periferia sudovest di Berlino. Mostra le foto, «Ecco Hitler alla Obersalzberg, guardi con che semplicità tiene le mani in tasca chiaccherando». Il suo libro di ricordi, L' ultimo, appunto, sta per uscire per i tipi dell' editore Castelvecchi (pagg. 233, euro 14). Nessuno come lui ha vissuto per anni a fianco del dittatore. E lui si confessa in esclusiva per Repubblica. Sono i ricordi di un testimone diretto, non vagliati dalla ricerca storica, ed egli parla senza dubbi, né rimorsi né pentimenti. Qual è il suo ricordo più intenso? «La calma di Hitler. Per anni e anni, l' ho sempre visto calmo. Oggi si raccontano tante storie, il film La caduta narra degli ultimi giorni nel Bunker mostrandolo collerico. Ma quel film è solo una tragica operetta». Perché? «Perché io vissi accanto a lui, da soldato incaricato della sua protezione, per anni. E pochissime volte, mi creda, lo vidi perdere la calma. Ebbe rarissimi scatti d' ira, quasi solo nelle ultime settimane di guerra, prima della disfatta. La sua calma colpiva. Pensi, a volte, durante i bombardamenti notturni alleati su Berlino, lui usciva a passeggiare nel giardino della cancelleria. Voleva vedere il duello tra i bombardieri e la contraerea, lo spettacolo dei riflettori. Invano lo invitavamo a mettersi al riparo, lo avvertivamo del pericolo delle schegge. "Non vi preoccupate, non mi succederà nulla", rispondeva». Com' era Hitler come persona, come capo, visto da vicino? «Era un ottimo capo. Almeno per noi soldati incaricati della sua protezione. E dal tratto umano, con noi. Guardi le foto che scattai alla Obersalzberg. Eccolo, le mani in tasca. E' un uomo normale, comune. Non infondeva paura. Ci chiamava per nome tutti, tranquillo. Non aveva l' aria maestosa da statista, sembrava quasi un proletario. Eppure aveva in pugno l' arte del potere». Quali erano i suoi compiti? «Chi era invitato da lui doveva prima presentarsi a noi. Noi controllavamo chi era, e poi lo introducevamo. I nostri capi dovevano controllare le liste dei frequenti inviti a cena da Hitler. Il Fuhrer non voleva che ci fossero mai insieme a tavola due persone che svolgessero la stessa professione. Lo infastidiva che due medici, due architetti, o che so io, parlassero solo del loro lavoro tra di loro e non più con lui e con gli altri». Avevate un addestramento speciale? «No. Fui solo un paio di volte al poligono per esercitarmi al tiro». Gli altri gerarchi com' erano? «Con noi erano tutti molto gentili. Goering ci chiedeva sempre, arrivando, se il Fuhrer stava bene. Aveva un' aria e un atteggiamento da statista. Era il solo ad aver il permesso di fumare al cospetto di Hitler. Una volta, ripiegando il suo impermeabile per il guardaroba, notai nella tasca un oggetto metallico, pesante e voluminoso. Controllai: era un grosso revolver. Era un suo hobby, il suo giocattolo preferito. Goebbels era sempre di buon umore, e sempre capace di dire a Hitler in faccia cosa pensava, anche di dirgli "Fuhrer, lei sbaglia". Bormann al contrario non parlava mai così chiaro». Lei fu il bodyguard di Hitler, eppure non fu mai iscritto al partito nazista. Non ebbe problemi? «Ero solo un soldato come milioni di altri soldati. Non ero neanche stato nella Hitlerjugend. Mia moglie era socialdemocratica. Quando un amico di mia moglie, socialdemocratico, fu arrestato dalla Gestapo, io intervenni e riuscii a farlo rilasciare. Nessuno mi chiese mai la tessera del partito». Hitler vi chiamava per nome? «Sì. Una volta seppe che avevo mal di pancia, e mi disse di rivolgermi subito al dottor Morell, il suo medico personale. Con noi si comportava come un semplice proletario. E chiaccherava volentieri, sempre con calma». Per lei giovane soldato cos' era il fascino della vicinanza con Hitler? «Lo vidi per la prima volta nel 1936 durante le Olimpiadi, mentre in piedi sulla limousine scoperta andava verso lo Stadio Olimpico. La folla entusiasta lo acclamava. Mi vennero le lacrime agli occhi. In me, giovane soldato, questo fu e restò a lungo un sentimento misto di timore riverente e di entusiasmo». Secondo i suoi ricordi fin quando Hitler credette nella vittoria, o quando cominciò a pensare a una sconfitta? «Il ricordo è preciso. Nel 1943, lui cominciò a pensare chiaramente che la guerra era perduta. Il colpo del volo di Rudolf Hess era ancora nel suo animo, quel giorno. Eravamo al Berghof, arrivò un messaggero con un dispaccio. Hitler lesse, e disse: "Cos' altro devo fare? Inginocchiarmi?". Erano forse messaggi che riferivano degli incontri in Portogallo, dei negoziati discreti con gli inglesi resi possibili dall' aiuto del conte Bernadotte». Vide un cambiamento nel suo animo, da quando cominciò a pensare alla sconfitta? «No, restò padrone di sé. Noi guardie del corpo discutevamo spesso di quanto doveva ingoiare. Una volta a Berchtesgaden parlò a 280 generali, già non credeva più nella vittoria, e lo fece capire. La sua vera arma segreta, dicevamo a lungo, non erano le V1 e le V2, era l' Inghilterra.
Lui restò quasi fino all' ultimo filoinglese. Sembrava sperare in una pace separata, non credeva che un popolo così dotato di pragmatismo commerciale come gli inglesi avrebbe fatto causa comune con i comunisti fino all' ultimo. Secondo me lui sperò fino all' ultimo negli inglesi». Come furono i momenti dopo il 20 luglio, dopo il fallito attentato a Hitler? «A un passo da lui, era come se nulla fosse accaduto. Lui non sembrava cambiato per nulla. Si era sempre aspettato un attentato. Su questo era lucido come sul pensiero della sconfitta militare dal 1943. Il suo pessimismo lucido era cominciato anzi da un anno prima: dal 1942, non apriva più bocca se non era presente uno stenografo per notare ogni sua parola». Lei quando seppe dell' Olocausto? «Molto, molto dopo. Solo quando, dopo anni di durissima prigionia in Russia, fui liberato e tornai in Germania, a Berlino Ovest, nel '53. Solo allora, quando dopo anni e anni rividi mia moglie, lei mi narrò anche di questo. Certo, si parlava di campi di concentramento, sapevamo che la Croce rossa internazionale li controllava, ma dello sterminio industriale non sapevamo nulla. E una cosa le dico di certo: Hitler di persona non visitò mai un campo di sterminio, non lo vide mai con i suoi occhi. Ne sono sicuro al cento per cento: se ci fosse andato noi lo avremmo scortato. No, lui non vide di persona l' Orrore. Ebbi la sensazione che lui fosse tenuto all' oscuro di alcune realtà. Nei circoli più vicini a Hitler, non si disse mai una parola sull' Olocausto. E non ne seppi nulla nemmeno durante la dura prigionia in Russia, durante le violenze e i maltrattamenti che subii laggiù». Quando seppe dell' Olocausto, cosa provò come ex guardia del corpo di Hitler? «Difficile dirlo così su due parole. Ero appena tornato in libertà, ero felice di tornare a casa. E sapere dell' Olocausto, proprio mentre tornavo in libertà e riabbracciavo i miei cari, fu un tremendo shock. Non avevo mai ucciso nessuno, ero solo stato un soldato in servizio. Tanto che ricordo bene che io e i miei camerati non avevamo un buon sentimento verso la Gestapo. Noi eravamo soldati, loro erano qualcos' altro». Come ricorda lo Hitler degli ultimi giorni? «Era teso, sempre in attesa di notizie. Il 22 aprile disse: la guerra è perduta, siete tutti liberi, andate tutti via, tranne chi deve restare per forza. Poche ore prima aveva ricevuto un dispaccio diplomatico. Si disse che gli alleati occidentali lo invitassero a resistere a Berlino ancora due o tre settimane. A che serve?, commentò lui, la guerra è comunque perduta». Lei quando cominciò a pensare che Hitler avrebbe potuto suicidarsi? «Molto presto. Lui si fece spiegare dai medici per tempo come era meglio farlo. Non fu una sorpresa». Come fu il clima tra i gerarchi, in quegli ultimi giorni? «L' emergenza tolse a ognuno la maschera, evidenziò i caratteri di ognuno. Goebbels restò l' unico che era sempre pronto a dire in faccia a Hitler quello che pensava, senza peli sulla lingua. A noi giovani soldati ci piaceva per questo. Era il contrario di Martin Bormann». Come ricorda Eva Braun? «Una giovane donna piena di gioia, molto sportiva, che al tempo stesso sapeva essere riservata. Eravamo con Hitler sulla terrazza, quando l' ambasciatore americano venne alla Cancelleria. Lei si allontanò al momento giusto. Era la dichiarazione di guerra tra Germania e Usa. E una volta - lui era a un vertice con Franco - lei invitò alcune sue amiche, chiese a noi giovani soldati di far loro da cavalieri nelle danze. Cosa troppo imbarazzante». Si parlò di piani di fuga dal Bunker, in quegli ultimi giorni? «Un quadrimotore a grande autonomia, uno Junkers 390, era pronto in uno degli aeroporti a portare in salvo il Fuhrer, ma non se ne fece nulla. Poi Hanna Reitsch, una famosa, eroica pilotessa della Luftwaffe, amica dei Goebbels, atterrò col suo piccolo "Storch" a un passo dalla Cancelleria. Offrì al Fuhrer, poi a Joseph e a Magda Goebbels di portarli in salvo. Voi adulti fate quel che volete, disse, ma io, Frau Goebbels, sono disposta a fare anche più voli tra Berlino e le zone in mano agli angloamericani, pur di portare in salvo i vostri bambini. Invano. Non la convinse». Goebbels e sua moglie uccisero i loro quattro figli, poi si suicidarono. Cosa ne ricorda? «Non potrò mai dimenticare quel momento nel Bunker, in cui Magda Goebbels venne a parlare con Eva Braun. Si appartarono un po' , in quel piccolo spazio, sedute su un divano. Si capiva solo che parlavano dei bambini. Poi sentii le voci dei quattro piccoli per l' ultima volta. Avevano appena salutato "zio Adolf", cantavano una canzoncina, "die blaue Dragonen, die reiten", i dragoni blu cavalcano». - ANDREA TARQUINI
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