l’omosessualità nell'antica Roma
Quella romana era una società “maschia”, nata e retta sotto il segno di Marte, simbolo divino del machismo anche sessualmente inteso. Ufficialmente non accettava quelle inclinazioni particolari che, in fatto di sesso, contraddicevano a quel vantato maschilismo su cui essa era fortemente basata: tanto per parlar chiaro, gli amori omosessuali, quegli amori, spesso anche solo platonici, certamente più diffusi e niente affatto deprecati nel mondo greco.
La cultura greca aveva concepito un donnaiolo accanito e prolifico come Giove, che si innamora anche di un efebico ragazzo come Ganimede, lo rapisce e lo porta con sé sull’Olimpo; o un macho palestrato e nerboruto come Ercole che ha una storia d’amore col bellissimo Ila; per non parlare delle coppie di guerrieri-amanti del Battaglione Sacro di Sparta, di Armodio e Aristogitone, tirannicidi e amanti, o di personaggi come Alessandro Magno, Alcibiade, Senofonte, Pindaro e tantissimi altri nel mondo politico, filosofico, artistico.
Roma era nata rozza e guerriera, e tuttavia, col tempo, quando “la Grecia conquistata conquistò il rude vincitore” fu profondamente pervasa dalla cultura greca anche in fatto di comportamenti sessuali: in tutti i suoi strati, dall’establishment politico agli intellettuali, dai militari all’ultimo degli schiavi. Finì praticamente col subirne gli influssi, introdotti dal fascino che il mondo greco nel suo complesso emanava e dal sempre maggior numero di schiavi di origine ellenica che venivano introdotti nel mondo romano: fino a che si ebbe un grande come Giulio Cesare che Cicerone definì “uomo di tutte le donne e donna di tutti gli uomini”, o un fustacchione come Marco Antonio che aveva un harem di concubine e di giovani boys; Seneca a cui piacevano gli sportivi, o Adriano imperatore, padrone del mondo e amante del bellissimo Antinoo; Properzio che ai nemici augurava l’amore di una donna e agli amici le effusioni di un ragazzo; o infine, tanto per farla breve, un personaggio del Satyricon di Petronio, come Eumolpo, che con roventi parole condannava i costumi omosessuali e intanto se la faceva di nascosto col suo giovane e insaziabile amichetto…
Il “vizio greco”, come fu definito, finisce con l’essere abbondantemente praticato nella società romana, divenendo nulla di meno che un “costume” comunemente accettato. Catullo si fa un vanto delle sue benemerenze omosessuali; lo stesso Cicerone esalta il sapore dei baci che scambia col suo giovane schiavo-segretario, mentre Orazio, pur essendo eterosessuale, non disdegna momenti di trasgressione con esuberanti giovanotti, quelli stessi che, in amore, sono la passione esclusiva di Virgilio.
Sulla base di questo ormai radicato comportamento sessuale, è facile intuire quanto si sia diffusa nel mondo romano la prostituzione maschile. Niente di nuovo sotto il sole.
Con una “attenuante” per la morale latina, tuttavia: no problem, diremmo oggi, se l’amore omosessuale veniva praticato nella forma attiva, il che attenuava evidentemente quel senso di colpa che il romano provava nei confronti del machismo in cui si identificava; tutto bene, in sostanza, se il maschio, pur facendo l’amore con un altro maschio, conservava la propria romana virilità sottomettendo l’altro e usando di lui come avrebbe usato di una donna. Sottigliezza ipocrita che serviva solo a salvare la faccia.
Coerentemente con la costruzione della società romana, che considerava gli schiavi soltanto “cose” o animali parlanti, l'omosessualità non era condannata se praticata da uomini liberi con schiavi e liberti (schiavi liberati), perché il dovere di questi era di compiacere in tutto la volontà del loro padrone, e quindi di soggiacere anche all’imposizione di prestazioni sessuali… poco ortodosse.
Infine, sulla molto diffusa pederastìa la società romana sviluppò comunque una precisa regolamentazione giuridica: in quella consuetudine, nata sull’esempio greco, che vedeva molti adolescenti nelle mire di maschi adulti, fu giustamente configurato un atto di corruzione della gioventù romana, e fu quindi varata una legge che, in caso di connubi di questo genere, condannava con una forte ammenda l’adulto corruttore, escludendo dalla sanzione la giovane vittima, non ancora consapevole del male che veniva inferto alla sua giovane e immatura personalità, di uomo e di cittadino. Grandezza del diritto romano.
Erano ancora di là da venire i tempi dei primi imperatori cristiani che, da Bisanzio, avrebbero decretato la morte sul rogo per gli omosessuali passivi, e poi, per… par condicio, anche per i loro attivi fruitori. E gli allegri falò sarebbero continuati per tutto il medioevo




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o si?
