«Il premier dovrà accontentare anche le colombe»
Yehoshua: l´alternativa per il leader del Likud sarà trascinarsi faticosamente verso altre elezioni
28/1/2003
QUESTA sarà una giornata molto importante per il futuro di Israele e dell´intera regione, ma temo che il successo scontato del Likud e di Ariel Sharon non lasci prevedere i cambiamenti che sono invece necessari, anche alla luce di quelle che saranno le pressioni americane legate alla guerra in Iraq». Dopo avere per mesi e anni sostenuto la necessità di una separazione fisica fra israeliani e palestinesi, quindi la nascita di uno Stato palestinese, Avraham Yehoshua vede allontanarsi le speranze che molti israeliani come lui - pacifisti e aperti al dialogo - avevano riposto nel candidato laburista Amram Mitzna, fautore di un nuovo assetto politico che risolvesse una volta per tutte i grandi motivi di tensione e di conflitto.
Quali sono le prospettive di un secondo mandato di Sharon?
«Molto dipende dal governo, cioè dalle alleanze che il primo ministro riuscirà a costituire. Perché non dobbiamo dimenticare che il Likud otterrà al massimo 31 o 32 seggi, su 120 del Parlamento d´Israele; e questa volta non gli sarà facile mettere insieme la vasta coalizione che gli ha regalato due facili anni di governo».
Facili?
«Sì, perché in realtà non si è impegnato a fondo per cambiare una situazione diventata sempre più grave. Con Sharon non ci sono stati progressi nei campi della pace, della sicurezza, dell´economia. Le condizioni del Paese sono deteriorate più che in qualsiasi altro momento della sua storia. In più c´è stato lo shock dell´Intifada e delle dimissioni di Barak: nessuno pensava che la resistenza palestinese sarebbe stata così aspra, con i suoi accenti suicidi. Risultato: Sharon non si è ritirato dagli insediamenti. Eppure, con appena 19 deputati e il sostegno del Labour, è riuscito a governare».
Non potrebbe ripetere quella situazione?
«No, perché la decisione laburista di non partecipare al prossimo governo gli renderà la vita molto più difficile. E poi c´è la guerra in Iraq, che sta avvicinandosi con passo rapido: è inevitabile che, dopo quel conflitto, gli Stati Uniti premano affinché Israele faccia qualcosa di concreto, come per esempio lo sgombero dei Territori».
Inevitabile?
«Per soddisfare in qualche modo il mondo arabo: Paesi come l´Arabia Saudita o l´Egitto, che a malincuore appoggeranno l´azione contro Baghdad. Chiederanno qualche genere di compenso, e quello verrà per forza da Israele. Il futuro governo di Sharon, in realtà, avrà le mani legate».
Quale ruolo potranno avere i palestinesi?
«Nessuno, non fino a quando il loro atteggiamento non ridiventerà ragionevole. Sono, in un certo senso, allo sbando: sono privi, in questo momento, di un potere centrale che li guidi, non sono in grado di fermare il terrorismo che li rende inaccettabili al mondo civile. Torno a dire quello che ho sempre detto: i due popoli, quello israeliano e quello palestinese, devono separarsi. Solo allora potremo davvero difenderci in modo ragionevole».
Quali allora le prospettive per Sharon?
«Non avrà molte alternative. Dovrà forse cedere qualche posizione al campo delle colombe e cercare di procedere verso una separazione unilaterale; oppure si trascinerà faticosamente verso altre elezioni. Ricordate la Francia, tutti i governi che ebbe negli anni della crisi algerina, fra il 1954 e il 1958: forse anche da noi potrebbe capitare qualcosa di analogo, con la speranza di risolvere una volta per tutte - come fece la Francia con quello algerino - il nostro problema palestinese».
Lei ha parlato di «un male che rode Israele dall´interno». E´ ancora di quell´avviso?
«Certo. E siamo molto tristi perché Mitzna era il nostro candidato e non è riuscito a dar vita al suo e al nostro sogno: troppo rigido e inflessibile, non ha saputo proiettare la convinzione di molti israeliani su quale sia il modo per uscire dalla crisi che ci attanaglia. E´ stato indebolito anche dal fatto che i sostenitori della pace patiscono per l´effetto negativo dell´Intifada. La verità è proprio quella: sono stati i palestinesi a danneggiare più di chiunque altro il campo della pace. Ho però una certezza: quel campo e quell´ideale non moriranno. Non ci sono altre vie».
tratto dalla Stampa di oggi
Cordiali Saluti




Rispondi Citando
