GERUSALEMME - Si può esultare ma anche soffrire per una vittoria, perché qualche volta le vittorie rischiano di trasformarsi in sconfitte. Nella notte, a Tel Aviv, un commosso Ariel Sharon ringrazia i sostenitori che lo acclamano «re d’Israele». Il vecchio generale è felice per la netta affermazione sua e del suo partito, ma nello sguardo si coglie un’ombra di tristezza mentre dice: «Non è tempo di festeggiare». La mente già si tormenta con i dubbi sul futuro. Il voto di ieri rispecchia infatti le angosce di una campagna elettorale rassegnata. I numeri dicono che il Likud ha stravinto, quasi raddoppiando i consensi del principale avversario, che il Paese ha sempre fiducia in Sharon, ma che l’unica coalizione immediatamente possibile, con il conforto di una robusta maggioranza parlamentare, è quella con l’estrema destra e i partiti religiosi.
Per il premier uscente e sicuramente rientrante è come consegnarsi alle temute pressioni interne e a una stagione di altri imbarazzi internazionali.
Il vecchio falco si ritroverebbe paradossalmente alla sinistra della destra nel suo governo, stretto fra le pretese degli oltranzisti, che non si accontentano del pugno di ferro ma pretendono la definitiva sconfitta dei palestinesi, e l’alleato e benefattore americano che pretende il contrario, cioè la ripresa del dialogo, in cambio di un urgente sostegno finanziario.
Non stupisce quindi che il primo appello del vincitore dimezzato (che ha continuato a citare un suo grande avversario, Yitzhak Rabin, ucciso da nemici della pace), sia rivolto agli sconfitti, i laburisti, con l’invito a ricreare quel governo di unità nazionale che il vertice socialista rifiuta, ma che è necessario per garantire la presentabilità dell’esecutivo. Non stupirebbe neppure (se fosse vero) quanto trapelato alla vigilia del voto: che Sharon, segretamente, abbia cercato di favorire almeno una modesta ripresa degli avversari di sempre. Ma gli exit poll, le proiezioni e le valutazioni degli analisti sono concordi nel prospettare una coalizione di destra-estrema destra-religiosi. Con qualche subordinata: un clamoroso ripensamento laburista, con il leader Amram Mitzna che si rimangia il veto a un’alleanza con Sharon e accetta l’offerta: assieme al Likud e ai laici-populisti del Shinui di Lapid, vera sorpresa delle elezioni, l’esecutivo avrebbe seggi sufficienti per guidare il Paese, anche se l’esclusione del religiosi (odiati dal Shinui) creerebbe seri problemi interni. Infine c’è la possibilità di prendere tempo, di aspettare la guerra all’Iraq, e di non cambiar nulla lasciando maturare gli eventi.
Così si rischia però di prolungare l’incertezza e la paura. I duri della destra, a cominciare dal ministro della Difesa Mofaz, minacciano la rioccupazione della striscia di Gaza. Vorrebbe dire la sepoltura definitiva dell’Autorità palestinese, e il probabile rilancio del terrorismo. Quasi a voler prevenire l’incubo, ieri notte il Paese ha cercato, davanti alla tivù, le risposte che non è stato capace di dare con il voto. Scoprendo che, alla fine, aveva scelto il brusco paternalismo del militare Sharon, che per piacere non è stato costretto a ricorrere alla divisa, tanto che in uno spot elettorale («scegli l’immagine che preferisci») si era fatto ritrarre accanto a uno dei figli, con il curioso e affettuoso contatto di due ventri debordanti.
Al contrario lo sconfitto Mitzna, che dice quel che diceva Rabin, e cioè che si può combattere il terrorismo come se il negoziato non ci fosse, e negoziare come se il terrorismo non esistesse, si è fatto fotografare, con tanto di mascella volitiva, accanto a un carro armato.
Adesso molti giudicano queste elezioni come le più noiose nella storia del Paese. Di sicuro non si sono annoiati gli arabi. Sette canali televisivi (di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Giordania e Palestina) hanno sconvolto i palinsesti per trasmettere la diretta dei risultati, con interviste, commenti e documentari su Israele. E’ la prima volta in assoluto che avviene una copertura così imponente. Sarà forse curiosità morbosa, ma voler conoscere l’altro è comunque un passo in avanti.
Antonio Ferrari
Dal Corriere di oggi.
Spero che i laburisti cambino idea. Poterbbero fare un governo a tre Likud Laburisti e Shinui. Con questa salda maggioranza sarebbe possibile negoziare meglio.
Cordiali Saluti




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