a cura di Tactical Media Crew
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web: http://www.tmcrew.org/no2wto/davos2003



Cosa si e' riuscito a sapere di quello che si sono detti i ricchi al loro vertice.

Davos e' una esclusiva localita' turistica per gli sport invernali nelle Alpi Svizzere, rinomata per l'aria particolarmente pregiata e tra le piu' grandi d'Europa.

Qui da una trentina d'anni si tiene il Word Economic Forum (WEF), giunto appunto alla 33a edizione (23/28 gennaio 2003), che e' un incontro i cui principali obiettivi sono: "Condividere informazioni per perseguire opportunita' di commercio, progredendo nelle relazioni internazionali e segnando una svolta nei maggiori processi socio-politici per creare alleanze e partenariato globale".

Per il WEF si riuniscono le elite del mondo degli affari insieme a leader politici, religiosi e altre personalita'.

In un ambiente informale e rilassante, che fa scrivere ai media circa lo "spirito di Davos", questa elite di "global-leader" si scambia opinioni, crea progetti e accordi per favorire il profitto ed il mercato.

L'edizione 2003 cade al termine di un anno difficile, con i numerosi scandali finanziari nelle grandi compagnie Usa (Enron, Worldcom su tutte) e la crisi Argentina, che hanno fatto perdere fiducia nei mercati, ma al centro dell'attenzione anche i modi per risolvere le crisi in Iraq e Corea del nord.

"Ricreare la fiducia / Building Trust" e' stato scelto, non a caso, come uno dei temi principali cui sara' dedicata la fitta agenda di incontri, seminari, conferenze e testimonianze.

Al meeting di quest'anno hanno partecipato delegati di 98 nazioni. Rappresentati quasi tutti i continenti, ad eccezione dell'Africa: a Davos infatti erano rappresentanti di meno della meta' degli Stati del continente nero.

Fra i settori, gli esponenti del 'business' la fanno da padroni (!), con circa 1.300 accreditati, pari al 63% del totale dei partecipanti, tra i tanti ci sono per esempio il fondatore di Microsoft, Bill Gates, Douglas Daft di Coca Cola, Nobuyuki Idei di Sony e Carly Fiorina di Hewlett-Packard.

Assai distanziate le personalita' dei media o gli 'opinion leader', in totale 264 (pari al 12%). Seguono le autorita' pubbliche (239, l'11%), professori ed esperti (172, l'8%). Tra questi il boss del WTO/OMC World Trade Organisation, Supachai Panitchpakdi, il presidente messicano Vicente Fox, Johannes Rau della Germania, re Abdullah II di Giordania, il primo ministro della Malesia Mahathir Mohamad ed il nuovo presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva.
Molto lontani gli esponenti delle organizzazioni non governative, 71 in totale.

37 i leader religiosi presenti, oltre il doppio della pattuglia di dirigenti sindacali che rappresenta il piu' esiguo drappello (appena 14 unita').

I poveri, i malati e i benefattori

Grande attenzione dei media (anche come nota di colore) per la partecipazione del presidente brasiliano, e in qualche modo portavoce e ponte delle istanze del Forum Sociale Mondiale, Lula.
Il popolo di Porto Alegre ripone una grande speranza, nonostante la sua partecipazione al World economic forum di Davos abbia suscitato pareri discordanti. "Parla per noi, compagno Lula", titolava l'altro ieri l'organo ufficiale del forum Terra viva, nello stesso giorno in cui il presidente del Pt si beccava una torta in faccia da una attivista dell'improvvisato gruppo "confeiteros sem frontieres" ("pasticcieri senza frontiere").
Lula ha chiesto la creazione di un fondo mondiale contro la poverta', di mettere in agenda oltre che la crescita dei profitti anche una piu' equa distribuzione della ricchezza e delle condizioni sociali. Ha avuto parole dure per il protezionismo dei paesi ricchi che predicano ma non praticano il libero mercato. (Infatti i paesi del sud del mondo devono essere aperti alla penetrazione dei prodotti Usa/EU/Jp ma mai il contrario.) Ha anche detto che il Brasile ha finito di essere un gigante addormentato e che da oggi giochera' un ruolo importante negli scenari globali.

Ma le risposte all'appello di Lula contro la poverta' a Davos sono state molto deboli, nonostante siano scesi in campo i pezzi da novanta, come l'ex presidente americano Clinton ed il solito Bill Gates. Gates, con la moglie Melinda, si e' impegnato con 200 milioni di dollari per la ricerca su AIDS, malaria ed altre malattie all'interno dell'iniziativa globale sulla salute, una partnership pubblico-privato promossa dal Forum economico mondiale. La questione dell'AIDS e delle altre malattie si trascina vergognosamente senza una soluzione dal vertice del G8 di Genova ai negoziati del Wto.

In realta', la potente casa farmaceutica svizzera Pfizer si era mossa gia' venerdi', quasi a prevenire le critiche dei partecipanti del sud, annunciando il lancio di un programma pilota per espandere l'accesso alle medicine per gli abitanti dei paesi piu' poveri del globo, in particolare garantendo l'uso non esclusivo della licenza per il delavirdine, un medicinale contro l'AIDS, a tutte quelle societa' che si impegnano a produrlo e a distribuirlo nei paesi piu' bisognosi.

Tornando a Gates egli ha affermato che tutti i ricchi dovrebbero essere piu' filantropi... anche se nel suo conto in banca ci sono 50 miliardi di dollari, che ne fanno l'uomo piu' ricco del pianeta (e questo da 5 anni), e che sono "decisamente" oltre il necessario per vivere una vita da tranquillo e ricco benestate per se ed i suoi eredi.

Cosa spinge una persona a possedere 50 miliardi di dollari e vivere tranquillamente in un mondo che ha bisogno di tutto?

Ovviamente alle sue dichiarazioni plaude commosso il segretario alla Salute USA "che persona meravigliosa sei" rivolto a Gates "ti ringrazio per la tua generosita'".

Infatti almeno Gates e sua moglie si sono minimamente posti il problema di mollare qualche dollaro per creare fondazioni caritatevoli, mentre pare che tutti gli altri CEO delle corporation continuino a bearsi della loro avidita'.

Anche se accurate campagne di stampa ci hanno fatto sapere che tra i ricconi di Davos c'era appunto chi metteva qualche briciola in elemosina e che anche qualche ricco ha una coscienza, e a dimostrazione sono stati appunto piu' volte citati i Gates (Microsoft), Lynn Fritz (United Parcel Service UPS), George Soros, Pere Roquet (Andorra Caixa Bank) ooops... gia' finiti!

La platea di miliardari si e' anche dovuta beccare l'intervento del primo ministro malese Mahathir Mohamad che ha detto senza mezzi termini che "il capitalismo ha perso la sua faccia umana" [se mai l'ha avuta!]
Anche il ministro delle finanze del Sudafrica, Trevor Manuel, ha dovuto dire che il vertice ha completamente ignorato l'Africa.

La fiducia nel mercato... dopo i crac Enron e Worldcom

Secondo un sondaggio, l'85% si dice fiducioso su una possibile crescita delle proprie aziende nel 2003 e meno della meta' pensa che il terrorismo e la guerra globale possano essere delle minacce per i propri business.

Il vicepresidente della Lehman Brothers, una delle maggiori banche americane, ha sostenuto che "ci si potra' dimenticare dei casi Enron e Worldcom, ma non della responsabilita' penale in generale". Subito pero' altri interventi hanno manifestato tutta l'insofferenza nei confronti di nuove regole piu' stringenti ed efficaci.
Il controvertice "Occhio pubblico su Davos", che ha pedinato dall'esterno il forum in questi giorni, ha lanciato la dichiarazione di Collevecchio, redatta da Ong internazionali nei mesi scorsi vicino Roma, che identifica un quadro di riferimento per la definizione di regole per le istituzioni finanziarie. Una sfida ai banchieri di Davos, che continuano a dipingere gli scandali di corruzione e la crisi argentina come casi isolati, da trattare caso per caso, senza generalizzare.
Gli e' stato risposto che sarebbe come la legge per la museruola ai cani... la legge c'e' ma nessuno la rispetta.

Un altro aspetto trattato e' stata la differenza di vedute tra una sponda e l'altra dell'Atlantico sia in fatto di vedute riguardo alla politica internazionale e la guerra che in quanto alle questioni economiche come commercio internazionale e corporate governance.

Differenze che sono state definite da Vernon Ellis, CEO di Accenture (multinazionale del management consultancy - consulenza aziendale di alto livello) alla sua ottava presenza al WEF, al meglio di poco aiuto, al peggio pericolosa. "Il mondo, specialmente i paesi in via di sviluppo", continua Ellis, "avrebbero bisogno di progetti di business di lungo respiro, concordati con i governi locali ed NGO, anche perche' i progetti di breve durata si stanno dimostrando alla fine anche poco redditizi, ... vorrei passare dalla teoria all'azione ... una delle prime cose potrebbe essere la questione del digital divide ...questo e' l'unico modo che conosco che metta insieme degli affari profittevoli ed una societa' benestante"

Difatti pero' le multinazionali capitaliste agiscono sempre piu' e con sempre maggiore forza distruttiva esclusivamente nel campo della speculazione finanziaria, della rapina delle risorse naturali e del lavoro semischiavistico; a Davos lo sanno bene, dato che da li si tirano le fila dell'economia di questo pianeta, ma fanno finta che questo non sia il problema chiave.

Anche per questo hanno impedito alle NGO presenti al WEF di distribuire materiale informativo. E malgrado le "belle parole" di Ellis, proprio i crac di Enron e Worldcom hanno dimostrato che i ricchi CEO di queste corporation hanno fino all'ultimo profittato dei piccoli risparmiatori, che poi hanno perso tutto e sono finiti rovinati.

Certo dentro il meeting i toni sono cambiati dagli anni 90 quando erano di tronfio trionfalismo basato su IT (information technology) e globalizzazione. La voce delle persone e dei movimenti antiglobalizzazione si sono fatti sentire.

Quest'anno a Davos sono anche tornati gli uomini d'affari russi, visti un po' da tutti come dei "sola" dopo la crisi finanziaria del 1998. Oggi la Russia, anche se trattata con prudenza e' vista dal mondo degli affari come un paese normale integrato nell'economia globale. Insomma non piu' come fino a qualche anno fa il paradiso delle speculazioni. Questi imprenditori, che spesso rappresentano l'oligarchia russa, sono andati a Davos per mostrare che la giovane elite economica e' cambiata. I partecipanti russi sono stati 52 (nel 1996 prima del crac erano 76) insieme agli altri piu' di 2.000 partecipanti, perlopiu' americani e dell'Europa occidentale.
Il fondatore del forum Klaus Schwab ha detto di aver volutamente limitato gli accrediti ad uomini d'affari con salda reputazione riguardo alla gestione d'impresa e parametri simili.
Bisogna dire che pero' i manager russi hanno avuto di che consolarsi rispetto a chi li biasimava paragonandoli all'alto rigore delle corporation americane guardando agli scandali Enron e Worldcom.

La guerra

Ujiie Junichi, chief executive (CEO) del gigante finanziario giapponese Nomura Holdings ha affermato: "Che sia una guerra breve o una guerra lunga, la migliore risposta sarebbe nessuna guerra".

Colin Powell, ha rassicurato il mondo dal Forum economic mondiale a Davos: gli Usa non hanno intenzione di attaccare la Corea del nord, ma ha anche sottolineato, di fronte ai suoi alleati Europei, divisi sulla "guerra preventiva" che gli USA potrebbero attaccare l'Iraq anche da soli.
Powell ha quindi portato le questioni militari tra la platea profondamente scettica del WEF che non sembra preoccuparsi tanto quanto il governo USA del fatto che forse l'Iraq di Saddam Hussein potrebbe essere in possesso di armi di distruzione di massa.
I governanti europei, pur se divisi al loro interno, vorrebbero andare fino in fondo con le ispezioni ONU ed analizzarne i risultati... almeno trovare qualcosa da mostrare all'opinione pubblica prima di scatenare l'inferno addosso agli iracheni.
Gli USA pensano comunque di poter recuperare la posizione di consenso con gli antichi alleati, con la diplomazia e la forza economica o con i metodi da boss di cosa nostra del tipo: ah non sei d'accordo... perderai la nostra protezione e ti armeremo un bel casino in casa tua.
Insomma il trattamento che e' in corso contro il governo di Chavez in Venezuela.

Dopo Powell ha parlato re Abdullah di Giordania che si e' detto molto pessimista e spera che qualsiasi cosa avvenga sia "il piu' veloce ed il meno cruenta possibile".

Anche un membro della casa reale saudita, il principe Turkial Aisal Al Saud, ha affermato, come anche il monarca giordano, che il punto chiave della stabilita' e della pace in medio oriente e' il conflitto israelo palestinese e la politica USA sfacciatamente filo israeliana. Ed e' questa la causa dell'ostilita' araba agli USA. Se gli USA non capiranno questo, ha continuato, continueremo ad avere questi problemi.

Un banchiere tedesco ha "sfidato" Powell chiedendogli di mostrare le prove delle violazioni irachene prima di lanciare l'attacco (in un sondaggio svolto tra i ricconi del WEF l'81% crede che comunque ci sara' la guerra).
E' stata anche applaudita la rappresentante di Amnesty Inernational UK che ha posto il problema delle probabili catastrofi umanitarie in caso di guerra. Powell ha risposto che gli USA anche adesso si preoccupano delle condizioni di vita degli iracheni e per questo fanno quello che stanno facendo.
Gli ha replicato M. Levy presidente della agenzia pubblicitaria francese Publicis groupe: "penso che al sua risposta sia un po' troppo sbrigativa".
Comunque standing ovation per Powell alla fine del suo intervento.

Negli incontri riservati di Davos si e' anche parlato del possibile appoggio logistico turco alle truppe USA. Gli Stati Uniti hanno offerto almeno 4 miliardi di dollari ed un piano economico per i prossimi tre anni per i danni che la Turchia potrebbe subire da un coinvolgimento diretto nella guerra contro l'Iraq.
Il premier turco Erdogan sentito cio' ha rilanciato affermando che 4 miliardi di dollari non risolvono i problemi della Turchia in questo momento di crisi. Ma questo pare faccia parte della strategia del bastone e della carota utilizzata da Washington per garantirsi la partecipazione dei turchi all'alleanza.
Gli americani sono interessati all'appoggio turco per la gestione del fronte settentrionale con l'Iraq ed anche per posizionarci 15.000 soldati.
Da tutto cio' il governo turco avra' un grande danno d'immagine per la sua opinione pubblica perche' troppo filo-USA rispetto ad una popolazione per la stragrande maggioranza mussulmana e contraria alla guerra ed anche un notevole danno economico al turismo (una delle principali risorse turche) durante il periodo di guerra.
Bush in persona ha poi anche scritto ai governanti turchi per bacchettarli dicendogli che se vogliono questi aiuti debbono comunque anche conformarsi ai piani del Fondo Monetario e della Banca Mondiale (taglio della spesa pubblica, privatizzazioni etc.) che, a quanto pare, la Turchia non sta rispettando.
Insomma piu' bastone che carota.

Controllo Totale

Uno dei tanti tavoli ha riguardato sicurezza e controllo, un campo dove poliziotti e tecnocrati con l'avvento delle tecnologie informatiche paiono vivere in un parco dei divertimenti.
Il Signor Dell (di Dell Computer) ed il Ceo di Sun Microsystem hanno intrattenunto la platea sulle piu' recenti applicazioni di controllo e telesorveglianza.
L'approccio filosofico e': ci mettiamo troppo tempo per controllare per bene la gente agli aereoporti, abbiamo bisogno di velocizzare altrimenti il business va a rotoli, abbiamo bisogno quindi che il grosso della popolazione si sottoponga ad una vita di controllo orwelliano cosicche' abbiamo la garanzia sui nostri cittadini schedati certificati e controllati e dobbiamo vedercela solo con gli stranieri.
L'esempio e' stato: io voglio bene al mio cane ed ho paura di perderlo quindi gli ho fatto installare un chip sottocutaneo, voglio bene anche a mio figlio ma ancora non l'ho fatto... (paura dello scandalo?). Insomma continuando cosi' a forza di allarmi per l'aggressione terroristica della madrepatria sappiamo bene dove andremo a finire.
Un po' tutti i partecipanti al WEF a Davos pensano che la privacy, dei sudditi non la loro, e' un dono che in questo momento non si puo' elargire.
Un po' tutti noi invece siamo consapevoli di questo e di quale vita sotto sorveglinza ci vorrebbero far fare per non disturbare i loro lucrosi affari, infatti se vedete i libri che la gente vorrebbe far leggere ai G8 il primo della lista e' 1984 di George Orwell (http://www.lurkprojects.com/intro.html)






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Tre interessanti articoli di ANTONIO TRICARICO di Campagna per la riforma della Banca mondiale pubblicati in questi giorni su il manifesto

1.
Potenti alla ricerca della fiducia perduta
Il Forum economico mondiale torna a Davos. E cerca di rifarsi il look invitando Lula e Colin Powell. A porte chiuse
Manifesto escluso. Ammessa solo la stampa "amica", vertice blindato dall'esercito. Con licenza di sparare. Cosi' i ricchi parleranno dei poveri

Come ormai consuetudine, l'inizio dell'anno coincide con un momento di riflessione a livello globale, non solo per i movimenti anti-globalizzazione che si riuniranno a Porto Alegre, ma anche per chi questa globalizzazione iniqua l'ha prodotta e non la mette in discussione. Dopo l'edizione in trasferta a New York del gennaio 2002, per consolare le elite americane colpite al cuore con i tragici attentati dell'11 settembre, il Forum economico mondiale torna dal 23 al 28 gennaio a Davos in Svizzera, dove sin dal 1971 si e' riunito a porte chiuse su invito di Klaus Schwab, accademico che voleva avvicinare il settore privato al mondo della politica, per poi essere apertamente contestato dai movimenti e dalle Ong a partire dal gennaio 2000, sull'onda lunga della vittoria di Seattle. Proprio perche' incalzati dalla contrapposizione con il Forum sociale di Porto Alegre, quest'anno i mille amministratori delegati delle piu' grandi multinazionali e banche del pianeta, invitando 250 esponenti di governi che contano ed altri 400 rappresentanti di peso della "buona societa'" globale, rilanciano la sfida, pur sempre nel loro stile di segretezza. In molti raggiungeranno Davos in elicottero dall'aeroporto di Zurigo, protetti dalle forze di sicurezza del governo svizzero, per costi intorno ai 2 milioni di euro, incluso pattugliamento aereo della zona e truppe tedesche allertate per qualsiasi emergenza. Le cento guardie del corpo delle personalita' di spicco - si attendono il segretario di stato americano Powell e il presidente del Brasile Lula - avranno anche il permesso di sparare. Soltanto la stampa gradita avra' accesso. Alla richiesta de il manifesto di assistere come stampa straniera, gli educati promotori svizzeri hanno risposto che nella blindata valletta svizzera lo spazio e' troppo ristretto per ospitare tutti i media. In realta' gli organizzatori del controvertice "Occhio a Davos" rivelano che esiste una vera e propria lista nera per le testate non gradite. Non potendo altro, curiosiamo sul sito ufficiale del forum (www.weforum.org) e troviamo notizie quanto mai singolari e sorprendenti. "Il forum e' un'organizzazione indipendente impegnata a migliorare lo stato del mondo", recita lo slogan di apertura, ricordando che la missione del forum e' quella di aiutare i leader mondiali ad affrontare le questioni globali, promuovere l'impresa nell'interesse pubblico internazionale, mantenendo pero' posizioni imparziali e indipendenti. Una sorta di setta tibetana, qualcuno direbbe, che ama sciare sulle montagne svizzere a fine gennaio, ma sufficientemente ricca e potente, molto pragmatica e poco mistica, visto che tra i partner strategici compaiono, tra gli altri, Abb, Accenture, Boeing, Coca-Cola, Ernst & Young, Goldman Sachs, Ibm, Merrill Lynch, Nestle, Pfizer, Siemens, Suez. Sorprende che proprio in prima pagina si trovi, pero', una citazione di Bill Gates, che, a mo' di Robin Hood informatico globale, vede con favore i movimenti per le strade di Davos perche' ricordano sempre ai leader globali che bisogna discutere su come il mondo ricco deve ridistribuire ai poveri.

E anche quest'anno le manifestazioni non mancheranno, quasi a fare da eco nella fredda Davos ai centomila e passa previsti negli stessi giorni nella calda Porto Alegre. Chi lo sa se non sara' proprio Lula, a una delle sue prime uscite, a rilanciare in Svizzera la sfida al liberismo che parte proprio da Porto Alegre e dai nuovi governi dell'America Latina. Il tema del forum 2003 e' quanto mai attuale: "Costruire la fiducia", globale ovviamente. Quest'anno gli organizzatori sono stati piu' democratici e hanno anche affidato in anticipo il sondaggio "La voce del popolo" alla Gallup international e alla Environics international per sapere cosa la popolazione mondiale pensa al riguardo. Le domande riguardavano il livello di fiducia nei leader internazionali delle varie categorie di attori: governi, imprese, Ong, leader Usa, Ue e delle Nazioni unite. Spesso banali, ma talvolta curiosi i risultati: il 75 per cento degli americani si fiderebbe dei suoi leader, ma al 66 per cento anche di quelli delle Nazioni unite; pero' in assoluto la fiducia in Bush e' soci e' solo al 25 per cento. Guidano la classifica, invece, le Ong, di cui pero' la gente si fida di piu' come organizzazioni che come leader (scarto molto marcato in Italia, dove pero' il non governativo in quanto tale ha grande fiducia da ben il 73 per cento degli intervistati). Globalmente la fiducia e' calata rispetto all'anno scorso e meta' degli intervistati non si fidano affatto delle multinazionali. I due terzi del campione scelto pensano addirittura di non essere governati nel rispetto della volonta' del popolo e un'ampia maggioranza crede che in generale il mondo non vada affatto nella giusta direzione (addirittura in Italia, Germania e Argentina solo il 13 per cento vede dei miglioramenti). Sul sito web del forum si tirano anche le somme dopo il 2002 delle grandi crisi, dall'Argentina all'Enron, ma senza mai esprimersi sulle cause e le responsabilita' di queste. La crescita stenta nel nord come nel sud - Cina a parte - gli investimenti diretti esteri, vero motore della globalizzazione, si sono contratti bruscamente, tornando ai livelli di meta' anni novanta. Anche il commercio mondiale e' diminuito e rischia la mancanza di un accordo in sede Wto alla prossima conferenza di Cancun nel settembre 2003, proprio per la posizione protezionistica dei paesi ricchi sulle questioni agricole che irrita il sud del mondo. Si rilanciano le partnership pubblico-privato come unica risposta innovativa alle sfide globali, gia' legittimate dal fallimentare vertice sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg lo scorso settembre, ovviamente descritto come un successo. Si ammette che il numero di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno rimane costante e pari a 1,2 miliardi, ma si afferma che la poverta' estrema e' un po' diminuita. Si rilancia il fondo globale sulla salute contro Aids, tubercolosi e malaria del G8 di Genova, ma non si dice che, dopo i discorsi pomposi del luglio 2001 dentro la zona rossa, alla fine il fondo non e' decollato proprio perche' i privati non hanno versato i propri soldi - incluso lo stesso Berlusconi, che aveva detto di contribuire di tasca propria. Nessuna parola sulla recente posizione Usa-Ue sulla questione licenze sui farmaci generici nei negoziati del Wto.

Soltanto sulla nuova guerra del Golfo la presentazione del forum per i leader mondiali sembra chiara, a sorpresa: "Il rischio di deflazione nelle principali economie appare all'orizzonte, una guerra in Iraq potrebbe avere significative ripercussioni negative su un'economia gia' fragile". Si ammette pure che il petrolio del Medioriente rimane nel lungo periodo la principale fonte petrolifera per l'occidente e che serve una diversificazione degli approvvigionamenti, ma soprattutto che l'intervento militare "pone in questione la stabilita' in Iraq, Arabia Saudita e persino tutto l'Opec".

2.
I tasselli mancanti
I ricchi del pianeta cercano di ricomporre il puzzle della globalizzazione

L'arrivo a Davos e' abbastanza bucolico, se si trascurano le stazioncine svizzere pattugliate dalla polizia e il passaggio a bassa quota degli elicotteri militari che trasportano i big al forum economico mondiale. Il treno che da Landquart porta fino alla cittadina svizzera, pieno di sciatori che snobbano il forum, attraversa un paesaggio di vallate innevate che ricorda quei puzzle che soltanto i piu' tenaci si azzardano a completare. Quest'anno sembra che con lo stesso spirito il forum dei ricchi del pianeta si raduni a Davos per ricomporre il puzzle della globalizzazione che inizia a perdere i primi tasselli tra crisi finanziarie, tracolli di multinazionali e interrogativi economici riguardo alla guerra del golfo. Sembra che il motto del forum economico mondiale di quest'anno, "Costruire fiducia", sia piu' un esercizio psicologico del business globale a proprio uso e consumo che un serio tentativo di convincere il pubblico e gli investitori, che non perdonano ancora gli scandali Enron, WorldCom e la crisi argentina. In uno dei pochi eventi del forum aperti al pubbico, nella scuola media alpina di Davos, si e' discusso del ruolo del settore privato nella controversa iniziativa dell'Onu, denominata Global Compact, lanciata nel 1999 al fine di ottenere l'impegno, seppur soltanto volontario, della grande industria su nove prinicipi generali concernenti i diritti umani, del lavoro e la protezione dell'ambiente. Alla domanda su come si potesse definire la sostenibilita', Peter Brabeck-Letmathe, amministratore delegato della Nestle' ha risposto con franchezza: per lui "la sostenibilita' si avra' se tra 150 anni i nostri pronipoti potranno ancora comprare i prodotti della Nestle'".

Nella rivista in carta patinata del forum Kofi Annan difende il Global Compact perche' "il settore privato e' il motore primario ed il beneficiario della globalizzazione" e il primo passo da fare e' il consenso volontario sui principi. Regole vincolanti subito, invece, ha richiesto a sorpresa il presidente svizzero, Pasqual Couchepin nel suo messaggio di apertura del forum ufficiale giovedi', perche' un impegno volontario non puo' bastare. Mentre per George Carey of Clifton, ex arcivescovo di Canterbury, serve una vera etica del business, paragonabile al giuramento di Ippocrate per i medici - forse dimenticando gli scandali della sanita'.

Sembra che al forum si parli piu' di old economy che della ormai sfiduciata e trascurata new economy, che tanto appassionava soltanto due anni fa la finanza globale. E l'old economy ripropone il tema del petrolio e con questo gli spettri della guerra in Iraq. E' senza dubbio la guerra che alla fine ha tenuto banco nella prima giornata del forum, come preannunciato dal padrone di casa Klaus Schwab nei giorni scorsi. Giovedi' e' stato Lafontaine, ex ministro tedesco delle finanze, ad aprire il dibattito, preferendo il forum delle Ong all'inaugurazione del forum dei potenti per dire chiaramente che questa guerra si puo' evitare. Ma e' il primo ministro malese, Mahathir bin Mohamad, a dividere la platea del forum ufficiale quando chiede una soluzione diplomatica alla crisi irachena perche' una guerra porterebbe soltanto nuove vendette. "La gente non si imbottisce di bombe o si schianta con gli aeroplani per divertimento. Terrorizzare i terroristi non funziona. Abbiamo bisogno di un cambio di paradigma, di un nuovo approccio mentale". Strappa applausi Kenneth Roth di Human Rights Watch negli Usa, quando ammonisce gli Usa che il rifiuto di applicare le norme internazionali sui diritti umani nel conflitto afgano mette a rischio il sostegno internazionale alla campagna anti-terrorismo. In attesa di Colin Powell, domenica, risponde debolmente John Ashcroft, ministro della giustizia americano: "Gli Usa hanno disperatamente bisogno della cooperazione degli amanti della liberta' i quali sostengono lo stato di diritto e rifiutano l'idea del terrorismo e la sua estorsione". E questo e' soltanto il primo round.

3.
Il petrolio al vertice dei ricchi
Il forum economico mondiale fa i conti alla questione energetica con gli occhi nello scenario iracheno

La seconda giornata dei lavori del forum economico mondiale si e' aperta all'insegna della questione energetica e della sicurezza per l'occidente degli approvvigionamenti petroliferi con un seminario che ha visto la partecipazione del presidente della Yukos russa, del ministro delle risorse petrolifere dell'Arabia Saudita e anche di Roberto Poli, nuovo presidente dell'Eni, uno dei pochi italiani che e' comparso al forum. E sembra che proprio di questo la finanza internazionale si stia occupando da diversi mesi, prefigurando scenari collegati alla guerra in Iraq tutt'altro che scontati. Secondo un rapporto interno degli analisti della Deutsche Bank dello scorso ottobre - dal titolo eloquente "Baghdad Bazaar" - la situzione in Iraq cambiera' velocemente nei prossimi mesi, ma il risultato dipendera' da quanto gli Stati Uniti riusciranno ad assicurare militarmente o meno il predominio sul petrolio iracheno ai colossi petroliferi americani piu' vicini all'amministrazione Bush, a partire da Exxon-Mobil e Chevron-Texaco.

Infatti, la finanza globale non da' ancora per scontata una guerra, ed ipotizza due scenari che vedono entrambi la fine del disastroso programma "food for oil" delle Nazioni Unite, per altro gia' violato da anni con una sovrapproduzione del 25 per cento: Saddam viene deposto militarmente e si insedia un governo di gradimento Usa, oppure cede alle richieste Onu e trova il modo di rimanere in sella riaprendo lentamente all'occidente.

Il primo dato che emerge nello scenario post-sanzioni e' l'infondatezza del timore che l'Iraq porti in breve tempo la sua produzione da tre a sei milioni di barili al giorno abbassando cosi' sensibilmente il prezzo del petrolio sui mercati mondiali. Una preoccupazione questa ben presente alla banda petroliera guidata dal duo Bush-Cheney, che cerca di mantenere il prezzo del barile poco sopra i 20 dollari al fine di consentire alle compagnie profitti sufficienti per investire nei costosissimi progetti per la diversificazione degli approvvigionamenti americani dai paesi non-Opecnell'area del Caspio, in Africa occidentale ed in America latina. In sostanza, i contratti per lo sviluppo dei nuovi campi petroliferi in Iraq siglati negli ultimi anni da Saddam con la Total francese, la Lukoil russa e compagnie cinesi - nonche' Shell ed Eni - escludendo deliberatamente le compagnie americane e la Bp inglese ("Blair Petroleum"), avrebbero una valenza piu' politica che commerciale, come si e' potuto vedere nelle recenti dinamiche all'interno del consiglio di sicurezza dell'Onu.

Secondo la Deutsche Bank i nuovi campi petroliferi richiedono 38 miliardi di investimenti e fino a venti anni per sviluppare una capacita' addizionale di 4,7 milioni di barili al giorno, mentre la priorita' energetica e finanziaria rimane la riabilitazione nell'arco di due anni degli impianti esistenti ma gestiti male oppure danneggiati durante la guerra con l'Iran e la prima guerra del golfo, quali gli inpianti petroliferi lungo il confine iraniano - operati tra l'altro negli anni `90 da compagnie russe sotto il controllo dell'Onu - gli oleodotti verso la Turchia e la Siria e i due principali terminali sul golfo persico. Questo porterebbe un aumento della produzione irachena di un milione di barili al giorno, tollerato dall'Opec in un primo momento, poiche' non porterebbe mai il prezzo del barile sotto i 18 dollari, ed al fine di mantenere l'Iraq nel cartello guidato dall'Arabia Saudita, conscia che nel lungo periodo a Baghdad spetterebbe una quota di 3,2 milioni di barili al giorno cosi' come all'Iran. Questa riabilitazione avrebbe bisogno di circa 1,5 miliardi di dollari principalmente per contratti di servizi che calzerebbero proprio per due compagnie americane, la Schlumberger e l'Halliburton, che ha fatto fare fortuna a Dick Cheney, tra numerosi scandali in Angola ed altri paesi. Ma soltanto uno scenario di guerra permetterebbe cio', nonche' alle compagnie americane ed alla Bp di rientrare nella partita della ridefinizione dei contratti per i nuovi giacimenti.

Proprio al riguardo potrebbe emergere la mediazione nell'ambito di un'operazione militare sotto l'egida Onu: il tasso di ritorno limitato dei nuovi investimenti e la necessita' di investire anche nell'industria petrolchimica ed elettrica, oggi alla deriva, farebbero si' che le compagnie americane coprirebbero soltanto una parte dei contratti lasciando anche ai concorrenti russi, francesi e cinesi una fetta della torta.

Resta l'incognita della possibile ulteriore distruzione degli impianti iracheni nel corso di una nuova guerra.


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Barbara Stocking, director of Oxfam, writes for BBC News Online a diary of her time at the World Economic Forum.

For someone whose working day is all about poverty and who occasionally has the privilege of staying amongst the poorest people of the world, the World Economic Forum at Davos takes some getting used to.
It's not the people. After all we are all human beings and I know there are those amongst the most powerful here who would like the world to be a better place.
No, it's the concentration of wealth, power and consumption that is overwhelming.
This year the focus is on Global Trust. I am here representing Oxfam, but also as one of the six report writers for the Forum.
I'm focusing on inequality and development.
Certainly poor people don't seem to have much trust in global corporations and institutions.

Subsidy battle
Off with a bang then as I speak at the session on trade.
The amount the US and EU spend on subsidies is outrageous and yet they have the nerve to argue that poor countries should open up their markets.
The US representative didn't turn up to the session, so the French minister bore the brunt of the concerns about subsidies and dumping.
I was able to describe what sugar subsidies do to farmers in Mozambique.
Sugar is dumped into Africa at such low prices that the Mozambique farmers just can't compete.
On to lunch, to chair a session on oil and conflict.
Why is it that the countries in Africa who have oil, or other natural resources are most prone to wars?
Pretty obvious really, but there are things that could help stop this, for example all companies delivering all the money they pay to local governments.
That would help local civil organisations and us to monitor where all the money goes.
Finally off to a dinner on Africa. It'll be good to be with a number of our African colleagues again.

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I attended an enjoyable dinner last night on building trust between Arab and Western women.
I could have been at the session on reinventing foreign aid or on the accountability of NGOs, but talking to other women seemed important.
Sadly, there weren't enough Arab women there, though the star was Queen Rania of Jordan.
But there was a good mix of women from around the world and excellent discussions on how we can support each other.

Shared values
Down to some hard work this morning.
I had to prepare my summary on Equality and Development for tomorrow's closing session.
I had discussions with a dozen people about what they had heard at meetings at this Forum.
We talked about the need for shared values and a commitment to social justice.
If people, governments, the corporate sector and institutions are to work together to reduce poverty they have to build trust.
There are too many broken promises.
So we came up with a set of priorities on trade, aid and corporate social responsibility to increase trust and help reduce poverty.

War fears
I've also been in touch with our Oxfam team at the World Social Forum in Porto Allegre.
There are 100,000 people there all over the world.
The issues they are talking about on trade mirror the discussions here.
Iraq is as big an issue in Porto Allegre as it is here.
Colin Powell did a remarkably good job yesterday in defending US policy but despite the standing ovation there was palpable unease about the US and the potential war.
From our experience of previous conflicts and working in the region, Oxfam does not believe the case has been made for a war at this stage.
We cannot see how a war can be waged now without causing terrible suffering to innocent civilians in a country already teetering on the brink of a humanitarian disaster.








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