Io pensavo a: "Sono stato lontano dalla politica fino alla discesa in campo"In origine postato da Montalbano
Non credo. Al titolo hai pensato? Io troverei bello "Il libro nero della servitù"...
(sottotitolo: l'eccesso di potassio fa male)


Io pensavo a: "Sono stato lontano dalla politica fino alla discesa in campo"In origine postato da Montalbano
Non credo. Al titolo hai pensato? Io troverei bello "Il libro nero della servitù"...
(sottotitolo: l'eccesso di potassio fa male)


Non è male!!!!In origine postato da Montalbano
Sarebbe bello anche "Cazzi vostri"...
Anche perchè, la loro NOTORIA allergia ai FATTI è nota; per quello che dici tu ho qualche dubbio.
Hai notato quante POCHE donne ci sono tra le LORO file?


da www.ilfoglio.it
" Chi sono i “vigliacchetti” accusati da Ingroia di aver lasciato soli i pm?
Gli accusatori di Andreotti e Dell’Utri, in difficoltà per lo scandalo Ciuro, non fanno nomi (ma il nome è: Violante)
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Palermo. Peccato che il maresciallo Giuseppe Ciuro, investigatore di punta e spione di complemento, sia da oltre due mesi rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Perché se fosse stato ancora lì, nella stanza del pubblico ministero Antonio Ingroia, dov’è rimasto acquartierato per oltre sei anni, avrebbe potuto ascoltare un bel po’ di cosine. Anche pesanti. Avrebbe potuto origliare, per esempio, le telefonate che hanno preceduto l’ultima esternazione dell’emerito “professore” – chiamava così Ingroia – e poi riferire, a chi di dovere, sia i nomi degli interlocutori sia l’esatta finalità delle “dichiarazioni rese alla stampa”. Ma Ciuro è, come si dice a Palermo, “costipato”. I retroscena dell’esternazione restano pertanto segreti e chiunque voglia capire che cosa sta succedendo dentro la procura di Palermo non ha altra strada se non quella di rileggere e interpretare le parole pronunciate da Ingroia l’altro ieri a “Primo piano”, l’approfondimento del Tg3 tornato improvvisamente in Sicilia non per raccontare la storiaccia dei “puri e ciuri” – quella rimescola le carte del processo a Marcello Dell’Utri ed è dunque roba del demonio – ma per dare la possibilità ai “vecchi eroi della primavera palermitana” di dire che “la mafia ha ripreso forza, mentre l’antimafia zoppica”. Una nota dolente, eccome. Che però – ha precisato l’emerito professore Ingroia – “non deriva né da una nostalgia dell’emergenza né da reducismo”. Deriva semmai da una grandissima delusione nei confronti della politica. Quella politica che prima ha “pensato di individuare nei processi la sede per trasformare le primavere in estati” e “portare così a coronamento la speranza di rinnovamento”. Ma che, poi, ha preferito scaricare “sulla magistratura un ruolo che la magistratura non poteva tenere sulle sue spalle da sola”; ed è arrivata al punto, “con un gioco un po’ vigliacchetto”, di accusare la magistratura di avere addirittura “determinato quei disastri”. Come botta, non c’è male. Ma – prima domanda – chi sono i “vigliacchetti” della politica ai quali è indirizzato il messaggio? Seconda domanda: Ingroia è solo o parla anche a nome degli altri magistrati palermitani che, negli anni chiodati di Gian Carlo Caselli, sono stati registi e protagonisti dei processi politici? Terza questione: che cosa avrebbero dovuto fare e non hanno fatto quei “vigliacchetti” della politica che prima hanno mandato i magistrati coraggiosi in avanscoperta e che poi, dopo la sconfitta, non hanno trovato di meglio che darsela a gambe senza nemmeno dare un saluto a maestro e musicanti? Quando, al posto di Caselli, è arrivato Pietro Grasso, i pubblici ministeri più politicizzati hanno accusato un momento di smarrimento. I cronisti di palazzo di giustizia parlano di “sindrome del nido vuoto”, simile a quella che provano gli uccellini quando la madre vola lontano in cerca di cibo. Per superare le difficoltà, hanno tentato di organizzarsi e di piegare Grasso alle loro ragioni. E stavano anche per riuscirci. Ma due fatti esterni – uno prevedibilissimo, l’altro un po’ meno – hanno di colpo annacquato le loro polveri: da un lato la sentenza della Cassazione che ha assolto Andreotti dal delitto Pecorelli; dall’altro, l’esplosione del cosiddetto caso Ciuro, di quel maresciallo della Dia che per sei anni e due mesi ha indagato, in nome e per conto di Ingroia, su Marcello Dell’Utri e che ora si trova, come il senatore di Forza Italia, accusato di essere colluso con la mafia. Il servizio “spionaggio giudiziario” I contraccolpi dello scandalo Ciuro hanno finito per sfiorare, come ombre fastidiose – niente di penalmente rilevante, per carità – non solo Ingroia, ma anche due altri “pilastri” dell’antimafia militante: il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, ex braccio destro di Caselli e stratega principe del processo Andreotti; e Anna Maria Palma, anche lei procuratore aggiunto, che qualche anno fa a Caltanissetta tentò di dare dignità di prova a una “deduzione” con la quale il pentito Salvatore Cancemi, già sbugiardato da tre tribunali e due Corti d’appello, voleva intrappolare Berlusconi come mandante esterno delle stragi mafiose di Palermo e Firenze. Dalle tante intercettazioni della “Ciuro connection” viene fuori infatti che Michele Aiello, il boss della Sanità al quale il maresciallo passava sottobanco i segreti dell’antimafia, aveva messo su una rete di informatori con la quale credeva di controllare non solo i magistrati (per lui) più pericolosi ma anche le inchieste - come quella sul presidente della Regione Totò Cuffaro, suo amico - che a quei magistrati facevano capo. Il primo dei sottopanza assegnati al servizio “spionaggio giudiziario” era, va da sé, Giuseppe Ciuro che stava attaccato alle costole di Ingroia, del quale comunicava, con un telefonino “pulito”, ogni minimo spostamento. Gli stava così attaccato e gli era così amico, personalmente amico, che se il vecchio padre del “professore”, in quel di Calatafimi, aveva bisogno di una squadra di operai per rimettere su la masseria, non c’era problema: Ciuro alzava il telefono e subito, da Bagheria, arrivavano i muratori mandati da Aiello. Poi c’era Aldo Carcione, un radiologo, che ad Aiello faceva credere di essere nel cuore di Lo Forte, suo vecchio compagno di scuola, e che è finito anche lui in carcere per concorso esterno. E poi c’era il maresciallo Antonio Borzacchelli che dopo avere indagato per anni sulle più maleodoranti storie di mafia e politica, alla fine si é convertito alla politica ed è diventato deputato regionale dell’Udc, con l’appoggio e i voti di Cuffaro. L’onorevole maresciallo – viene indicato così nelle intercettazioni telefoniche – è indagato a piede libero. I due complici di Aiello, Ciuro e Carcione, parlando al telefono ne dicono tutto il male possibile. Lo accusano di essere una sorta di sanguisuga, sempre pronto a spillare soldi alla Villa Santa Teresa, la clinica privata attorno alla quale giravano tutti gli affari del boss. E ostentano pure una certa gelosia quando, sorvegliando da spioni i corridoi della procura, si accorgono che Borzacchelli va a trovare Palma e si intrattiene “intra ’a stanza” per oltre tre ore. Che avevano da dirsi, si chiede Carcione, che conosce la Palma da tempo perché il marito, Adelfio Elio Cardinale, è suo collega alla facoltà di Medicina? Già, che avevano da dirsi? Probabilmente niente di particolare. Ma la circostanza ha costretto anche lei a puntualizzare, a smentire, a precisare: “Con Borzacchelli? Macché amicizia, solo una semplice conoscenza”. Con il risultato di indebolire ulteriormente il fronte di quelli che contestano Grasso. I quali ormai annunciano una riunione ogni due o tre giorni ma si ritrovano sempre meno numerosi. Venerdì scorso, nella stanza del leader dei Verdi, Gioacchino Natoli, anche lui vittima della sentenza Andreotti – era il terzo pm, con Lo Forte e Roberto Scarpinato – non toccavano quota dieci. E tutti con un timore nascosto: che se malauguratamente dovesse arrivare un’altra batosta, il fronte degli ex caselliani andrebbe inesorabilmente alla disfatta. Da qui il messaggio di Ingroia ai “vigliacchetti” e la chiamata alle armi di tutti i riservisti. Dove sono finiti quei gentiluomini della società civile che fino a qualche anno fa spingevano per trasformare, con i processi, “ogni primavera in un’estate”? Dove latitano quegli onestissimi campioni della politica che accarezzavano la via giudiziaria per schiantare Berlusconi e conquistare finalmente il palazzo d’inverno? Ingroia, come ogni magistrato aduso alle esternazioni e ai buoni rapporti con i giornalisti, evita di fare nomi e cognomi; e ciascuno, dietro le sue parole, può vederci le facce che vuole. A palazzo di giustizia è tutto un fiorire di ipotesi. Ma nessuno crede alla favoletta del primo livello, a un discorso tutto siciliano o, peggio ancora, palermitano. Leoluca Orlando, Ennio Pintacuda: chi se ne ricorda più? No, il destinatario innominato del messaggio lanciato dal professore Ingroia sembra Luciano Violante, capogruppo ds. Anzi è quel mondo – fatto di rapporti, di amicizie, di influenze – che per anni ha girato, come in una sotterranea danza copernicana, attorno a Violante. Quella rete, cioè, di mutuo soccorso che avrebbe dovuto spendersi per aiutare i combattenti palermitani e invece ha preferito “posarli”, se proprio si vuole usare quella parola tanto amata dai mafiosi quando decidono di mollare un complice bruciato o dalla cronaca o dalla storia. Posato Ingroia, posata la Palma, posati soprattutto i tre veterani – Lo Forte, Scarpinato, Natoli – reduci dal processo Andreotti. Non è un’ipotesi peregrina. La controprova sta nel fatto che, due giorni dopo l’esternazione di Ingroia, l’Unità ha pubblicato una lunghissima lettera – quasi una controsentenza – inviata da Caselli e dai suoi tre ex sostituti al presidente della Repubblica e al Csm perché facciano sapere al Parlamento, alla Cassazione e a tutto il vasto mondo che “il processo Andreotti andava comunque fatto”. Tanto è vero, vi si legge, che la Corte d’appello di Palermo, presieduta da Salvatore Scaduti, ha prescritto – ritenendole quindi provate – le mafioserie commesse dal solforoso senatore a vita negli anni della mafia ruggente, quella di Stefano Bontade e Tano Badalamenti, di Salvo Lima e dei cugini Nino e Ignazio Salvo. Ma c’è un ma. Che tiene insieme sia il messaggio di Ingroia che la lettera di Caselli. Il senatore Andreotti, dopo essersi liberato dei 24 anni di carcere piovutogli addosso per Pecorelli, ha presentato alla Suprema corte un secondo ricorso con il quale chiede l’annullamento anche di quella parte della sentenza Scaduti che lascia una “mascariata” sulla sua lunga carriera di uomo politico. Cosa succederebbe se la Cassazione – che già ha smentito tredici volte, che scalogna, le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, pietra angolare di tutte le accuse di Caselli – spazzasse via anche quest’ultima nube? Apriti cielo. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, potrebbe aprire la cartellina, ancora custodita in cassaforte, nella quale un diligente ufficio di ragioneria ha assommato, voce dopo voce, i costi del processo del secolo. Una cifra da capogiro: 87 (dicesi ottantasette) miliardi di vecchie lire: tanto per gli avvocati dei pentiti, tanto per le trasferte dei magistrati, e coì via elencando. Niente di scandaloso: la giustizia ha costi che non si discutono, anche quando assolve. Ma il processo Andreotti – e Ingroia indirettamente lo ammette – non era un processo e basta. Era il processo che avrebbe dovuto dare la spallata politica. Era un processo che “la magistratura non poteva tenere sulle sue spalle da sola”. Se lo mettano bene in mente i “vigliacchetti” di ogni ordine e grado che Ingroia, per carità di patria, ancora non nomina . "
Cordiali saluti


da www.ansa.it
" CASTELLI: GIUSTIZIA RECUPERI AUTOREVOLEZZA
ANNO GIUDIZIARIO: BRUTI LIBERATI, NON RISPONDO A CASTELLI
ANNO GIUDIZIARIO: BORRELLI, CONTRARIO A RINUNCIA CERIMONIA
ANNO GIUDIZIARIO: ROGNONI, UNICITA' CARRIERE E' GARANZIA PM
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NAPOLI - ''Nel nostro Paese la giustizia, in particolare la magistratura, ha certamente grande autorita'. Basti pensare che il nostro ordinamento penale si fonda ancora su un codice redatto agli albori della dittatura fascista. Ma mi chiedo: la giustizia italiana e' anche autorevole?''. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Castelli nel suo intervento all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario a Napoli.
''I dati demoscopici sulla fiducia dei cittadini sulla giustizia - ha spiegato - ci suggeriscono di no e questo deve indurre noi operatori tutti, legislatori, esecutori ed amministratori della giustizia a recuperare questa autorevolezza''. ''Ogni mio atto da ministro - ha continuato Castelli - pur criticabile e perfettibile che possa essere, va in questa direzione, e sono certo che nessun osservatore intellettualmente onesto possa affermare il contrario''.
Il ministro ha inoltre affermato di trovare ''veramente controproducente dovere assistere ad una sorta di campagna di discredito della giustizia messa in atto, inconsapevolmente, dai suoi stessi attori'', ha concluso il ministro della Giustizia.
Infine Castelli ha spiegato: ''Cosi' come il presidente della Repubblica e del Csm, cui rivolgo un deferente saluto, continuero' ostinatamente a ricercare la strada del dialogo e del rispetto istituzionale, pur in assenza, talora, di reciprocita' da parte degli interlocutori''.
17/01/2004 130 "
Saluti liberali


L'altolà del ministro Castelli
"Fermiamo i magistrati Cobas"
Si apre tra le polemiche l'anno giudiziario
di LIANA MILELLA
ROMA - "Sono un politico e per me la lotta politica è l'acqua in cui nuoto. Anche le invettive, nel nostro mondo, sono ammesse. Ma loro, i magistrati, che spettacolo offriranno? Cosa fanno, adotteranno lo stile dei Cobas? Fanno i Cobas della giustizia? Ormai sono isolati, ma non se ne rendono conto. Hanno tutti contro". Alle 15 e 30 il leghista Roberto Castelli è seduto al tavolo di lavoro nella sua stanza in via Arenula.
In maniche di camicia. Sotto gli occhi ha il dossier sulla malagiustizia dell'Anm. Lo sfoglia saltando da una pagina all'altra. Arriva alla fine, ma non fa mostra d'essere adirato. "Se è tutto qui, vuol dire che l'Anm ha poche frecce al suo arco. Perché il presidente Bruti dice bugie? Sono incredibili gli infortuni in cui cade quest'uomo. È fin troppo facile smentirlo sui dati". Il ministro della Giustizia tira fuori dati e tabelle per dimostrare le sue ragioni. Le porterà con sé a Napoli dove oggi, in un'atmosfera che si preannuncia caldissima, s'apre l'anno giudiziario.
Ministro, che fa, sorride del dossier Anm?
"Come cittadino e come magistrato, Bruti dovrebbe astenersi dal dire cose inesatte. O ne verifica la fondatezza, oppure, in malafede, racconta vere e proprie falsità".
Se reagisce così, oggi vuole proprio lo scontro.
"Le affermazioni di Bruti sono apodittiche. Come questa storia dei 90 milioni di euro che mancherebbero per il settore informatico. Perché proprio 90 e non 80, o cento, o 150? Altra inesattezza gigantesca sul personale amministrativo che dal 2001 non è calato, ma aumentato di 1.674 unità. A Brescia è stato aperto un nuovo tribunale, altro che uffici carenti. Ci sono 69 progetti per altrettanti edifici, approvati e finanziati. Non accadeva da 20 anni. Un magistrato per bene come il presidente del tribunale di Roma Scotti riconosce che le cose vanno meglio...".
Si fermi. In quel libro bianco ci sono dei dati. È vero o no che ci sono meno soldi per la giustizia?
"È falso, perché i dati dimostrano che per il 2004 ci sono più fondi di prima. Ma se noi ampliamo le disponibilità e le spese dilagano come per la stenotipia e le intercettazioni, non riusciremo mai a far quadrare i conti. Le intercettazioni costavano 150 milioni di euro nel 2001 e siamo arrivati a 350. Da 32mila sono passate a 74mila".
Vede che ha ragione l'Anm?
"Sono degli estremisti. A loro fa rabbia che le cifre dimostrino un miglioramento. Calano i processi civili. La durata media si accorcia".
Non è merito delle riforme del centrosinistra?
"Non faccio come la sinistra, non nego la verità solo per la voglia di denigrare l'avversario. Alcune riforme, come le sezioni stralcio o la competenza penale dei giudici di pace, hanno avuto effetti positivi. Ma dopo due anni è la spinta del nostro governo che si fa sentire. Guardi i magistrati: erano 8.659 nel 2001, ora sono 9.037".
Per l'Anm ne mancano 1.053 e lei non ha bandito i concorsi.
"Bugie. Il 12 marzo 2002 ne ho bandito uno, altri due saranno pubblicati a marzo. Quanto ai magistrati, non solo ne ho bloccato la fuoruscita con la pensione a 75 anni, ma 789 uditori giudiziari entreranno in servizio un po' alla volta. I mali della giustizia vanno affrontati concettualmente come il debito pubblico: non può cambiare tutto d'improvviso".
Come la mette con Milano dove l'inaugurazione avverrà in forma privata per il palazzo pericolante?
"Ecco la lettera del vicepresidente del Csm Rognoni che invitava i giudici a tenere lo stesso la cerimonia".
Visto che è ingegnere, non poteva far valere la sua autorità?
"Ho fatto il sopralluogo. Io avrei chiuso gli uffici per qualche giorno e ordinato una rapida verifica dei soffitti. Il caso è stato enfatizzato. Ma potevano accettare la sala offerta dal sindaco. In ogni caso, la commissione ha deciso così".
Le cerimonie saranno pessime per lei. Toghe nere, dossier, giudici toghe che se ne vanno per protesta. È preoccupato?
"E di che? Se davvero si dovessero comportare così, ma mi auguro proprio di no, vuol dire che saranno loro a fare una figuraccia. Ma sono abituato a ben altro".
Cioè?
"Quando ho cominciato a far politica alle mie iniziative venivano tre persone. Allora andavo a quelle del Pci dove ce n'erano 2-300, mi sedevo tra il pubblico, e appena potevo prendevo la parola. Spesso venivo costretto a un'uscita a passi rapidi. Figurarsi se l'Anm mi spaventa. Loro dovrebbero preoccuparsi. Sto leggendo il resoconto dell'inaugurazione dell'anno giudiziario inglese a Westminster cui ho preso parte. Una cerimonia con i tre poteri riuniti, da cui emanava un'enorme autorevolezza. Il magistrato dispone della vita dei cittadini. Come potrebbe star tranquillo uno che ha visto il suo giudice sfrenarsi in una manifestazione di parte? È solo controproducente per la loro immagine".
Non sarà che ha paura?
"Io? Al massimo posso temere che in futuro s'inventino qualcosa di giudiziario per farmela pagare e mi mandino in carcere".
Risponderà tono su tono?
"Assolutamente no. Sono e resto per il dialogo. L'ho detto. Mi insultate 365 giorni all'anno, smettete almeno per uno. Bisogna guardare al futuro: quando non sarò più ministro tornerò a fare l'ingegnere e il politico. Loro che faranno? Si porteranno sulle spalle un'immagine ridotta in pezzi".
Veramente, a sentire le toghe, la sua d'immagine è a pezzi. Minacciano un altro sciopero. Che ha fatto per evitarlo?
"Non ho chiesto all'Anm, quando è venuta da me, di non scioperare. Tanto non mi avrebbero dato retta. All'estero strabuzzano gli occhi se parlo di giudici in sciopero, ma in Italia possono farlo".
È stato un incontro inutile?
"Un dialogo tra sordi, con loro terrorizzati all'idea che si potesse giungere a un risultato. Quando ho cercato di entrare nel merito, mi hanno risposto che erano venuti per illustrare dei principi, non per trattare su singole rivendicazioni. Volevano lo scontro frontale".
Così ha contro toghe e avvocati.
"Nient'affatto, perché all'inaugurazione della nuova sede romana dell'avvocatura mi hanno applaudito per minuti. I magistrati hanno tutti contro, personale amministrativo, avvocati, pure la sinistra che considera alcuni dei massimalisti fuori controllo e da temere".
Meno male che è per il dialogo. Se fosse per la guerra che farebbe?
"Sono per il confronto ma dico la verità. Sono tutti contro tutti. Che può pensare il popolo sovrano? Che nessuno è all'altezza di gestire la giustizia. Ne usciremo con le ossa rotte".
Che fa per metterci una pezza?
"Per 15 giorni ho lavorato al mio discorso per l'inaugurazione. I dati sono positivi. Detenuti calati da 57 a 54mila. Superficie media aumentata per ogni detenuto. Senza chiedere una lira a Tremonti, ho fatto un piccolo miracolo: 3mila miliardi di euro investiti per edilizia giudiziaria e penitenziaria".
Non si butti sempre sui dati: il bilancio della giustizia è nelle riforme. Bocciato il lodo sospendi-processi, leggi ad personam per il Cavaliere, l'ordinamento fermo da due anni.
"Noi leghisti possiamo dire di aver avuto ragione perché abbiamo sempre spinto per le riforme vere, costituzionali e non. Volevamo mettere mano anche all'articolo 68 della Costituzione. Ho sempre detto che bisognava ripristinare le guarentigie ai parlamentari. È passato il tempo e siamo all'anno zero".
Colpa di Forza Italia?
"No, una somma di fattori porta al risultato di oggi".
Spera nella verifica?
"A pochi mesi dalle europee non mi faccio illusioni. Non vedo sconquassi nel governo e nei programmi. L'unica cosa certa è che se non si fanno le riforme, la Lega prenderà decisioni drastiche".
Riproporrebbe il lodo Schifani?
"Non l'ho proposto io, anche se l'ho condiviso. Quella legge ha rasserenato il clima degli ultimi mesi. Credo nella separazione dei poteri. E non ho mai commentato le sentenze".
Per il pg Favara pure l'ordinamento è a rischio costituzionalità.
"E dove? All'Anm ho detto che l'aspetto positivo nella bocciatura del lodo è che la Corte abbia agito non a favore del governo. Se c'è un fumus d'incostituzionalità, la Consulta interverrà. Ho lavorato a quella legge per mesi. Sulla separazione delle funzioni Favara ha fatto un'apertura; tutti vogliono la scuola della magistratura; i concorsi sono stati profondamente modificati, eliminando quelli obbligatori. Non mi pare che l'Anm abbia posto altre grandi questioni".
Conferma che farà altre concessioni?
"Ma che i magistrati stiano tranquilli, anche nella Cdl c'è il partito trasversale in loro favore che vigilerà a dovere".
Andrà a Venezia al congresso dell'Anm?
"Ci andrò per dovere istituzionale. Questo vale per oggi. Ma se a Napoli si dovesse oltrepassare la misura, non ci andrò. Di fronte a un dissenso civile, come negli anni passati a Roma e Milano, non mi lamenterò. Ma non sono disposto a piegare la testa alla rissa".
(17 gennaio 2004)