Futuro fuori dalla serra
GUGLIELMO RAGOZZINO
Afianco del referendum sull'ampliamento dell'articolo 18 della legge 300 ve ne è un secondo, molto meno gettonato, sugli elettrodotti. E' un peccato che non se ne parli, perché è una materia molto interessante, vitale, come era vitale il referendum sulle centrali nucleari, un'occasione di decidere che non si è sprecata da parte del movimento. Nel referendum in questione si chiede di abrogare l'articolo 119 del Testo unico delle disposizioni «sulle acque e impianti elettrici» , approvato l'11 dicembre 1933 col regio decreto n. 1775 che stabilisce: «Ogni proprietario è tenuto a dare passaggio per i suoi fondi alle condutture elettriche aeree e sotterranee che esegua chi ne abbia ottenuto permanentemente o temporaneamente l'autorizzazione dall'autorità competente». Si capisce bene che si tratta di una legge fascista che poi è ripresa pochi anni dopo, quasi con le stesse parole, dal codice civile di Rocco, all'articolo 1056.
Una legge fascista nel significato: è facile capire che la legge è passata dal padronato elettrico al governo del duce al decreto di re sciaboletta senza passare per l'approvazione di un qualsivoglia parlamento eletto. Inoltre, è una legge del periodo fascista nel tempo, perché considera soprattutto centrali idroelettriche che allora rappresentavano la quasi totalità della produzione elettrica. Vent'anni dopo l'approvazione del codice, superata la guerra, fatta la repubblica, ricostruito il paese, fu nazionalizzata l'industria elettrica. L'industria elettrica privata lasciò dietro di sé un ultimo disastro: la diga del Vajont, opera della Sade.
Per oltre trent'anni l'Enel, impresa pubblica, dovette fare i conti con le amministrazioni locali, democraticamente elette e a nessuno fu imposto di accettare condutture contro l'interesse pubblico. Del resto anche l'Enel veniva considerato come uno strumento di proprietà collettiva, tenuto a operare in vista del benessere generale.
La fase attuale, iniziata con la semiprivatizzazione dell'Enel e continuata con le scelte del decreto Bersani di cui si parla diffusamente qui sopra, ha reitrodotto il principio del profitto a tutti i costi, secondo il noto detto: prima i soldi e poi la lampadina. L'Enel dei partiti era già di difficile controllo prima; ora che l'Enel agisce in comunella con altre grandi imprese elettriche europee, il bene pubblico resta senza difesa; né sarebbe sufficiente l'autorità garante di Pippo Ranci, nata con il compito di regolare il sistema elettrico nazionale, ma troppo ingombrante (e quindi da ridimensionare) per gli inquilini della «Casa delle libertà».
Resta il referendum. Di fronte alle cento centrali elettriche consentite dal decreto Marzano e dalle Grandi opere di Lunardi-Berlusconi-Tremonti, senza una consultazione popolare, senza l'accordo dei comuni interessati, senza il rispetto delle leggi ambientali; di fronte al sopruso del carbone e di combustibili ancora più inquinanti, di fronte al disinteresse per ogni politica di risparmio energetico; di fronte al disimpegno pubblico per l'innovazione in tema di energie rinnovabili, non inquinanti, solari , non resta altro, per trasformare le lotte locali in una grande vertenza nazionale. Una occasione per discutere di energia, di bene pubblico, di risparmio intelligente; e in una parola, di futuro: futuro fuori dalla serra.
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