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    Predefinito Arturo Reghini fra politica e tradizione

    1. Mi propongo con questo scritto di prendere in considerazione le opere di Arturo Reghini (1878-1946) che riguardano il campo meta-politico.
    L’associazione vulturale IGNIS si è occupata della vita e dell’opera filosofica e matematica di questo scrittore e rimando il lettore desideroso di approfondire ai volumi elencati nel sito dell’Associazione Culturale IGNIS: ( I g n i s )
    L’esame di alcuni testi di carattere politico mi permetterà di esaminare gli aspetti del pensiero di R. sulla tradizione in generale e di evidenziarne i punti di contatto e di divergenza col pensiero di Julius Evola (1898-1974) e di Renè Guénon (1886-1951) che sono considerati insieme a Guido De Giorgio (1890-1957) gli autori più versati negli studi tradizionalisti.
    Nella maggior parte dei casi ho preferito un’esposizione testuale e lasciare la parola allo stesso Reghini. Si tratta in realtà di testi difficili da riassumere e i brani riportati permetteranno al lettore di rendersi conto da solo della lucidità e della profondità del pensiero reghiniano.
    Preso atto del fallimento politico e dello sconfortante epilogo che il pensiero evoliano e in parte anche quello guenoniano hanno avuto tra i militanti di destra, con questo saggio mi propongo di fornire specialmente ai più giovani, senza alcuna distinzione di destra o sinistra, anzi nello spirito di un superamento di queste fittizie contrapposizioni ideologiche, uno strumento di meditazione e di azione meta-politica col quale ricominciare la ricostruzione morale e politica dell’Italia, umiliata dalla sconfitta militare dell’ultima guerra e governata da regimi politici succubi dello straniero occupante.

    2. Ecco i pilastri del pensiero politico reghiniano:

    a. il paganesimo, gioioso e tollerante, eclettico e pragmatico e più particolarmente il pitagorismo e la tradizione dei Misteri;
    b. l’imperialismo, con un’ estensione storica e politica che include il ghibellinismo, il pensiero di Dante e il concetto di “gerarchia”;
    c. il nazionalismo che non si oppone all’idea imperialista e la cui origine va ricercata nella tradizione di Roma e nell’unità geografica e politica dell’Italia.

    Il tutto sotto l’usbergo di una Scuola o tradizione italica che non è altro che la continuazione, a volte palese, a volte occulta, della Scuola Pitagorica.
    Eviterò di parlare della massoneria filosofica perchè, per quanto essa abbia avuto grande importanza nella vita di Reghini, da questi era vista in maniera diversa dai massoni del suo tempo, come una derivazione degli antichi misteri pagani e della dottrina pitagorica e quindi funzionale al suo disegno politico imperialista.
    Ai suddetti tre termini positivi Reghini oppone:
    a. il cristianesimo, triste e intollerante, dogmatico e sentimentale, asiatico;
    b. il guelfismo e il clericalismo che rappresentano l’invadenza della religione negli affari dello Stato, la democrazia e l’umanitarismo, questi due ultimi creature della rivoluzione francese;
    c. l’internazionalismo, spesso identificato a quello della Chiesa e dei gesuiti, in risposta ai nazionalisti guelfi che identificavano l’internazionalismo soltanto a quello della massoneria.

    Cercherò adesso di riassumere la sua visione meta-storica. La tradizione per eccellenza è la “tradizione occidentale” , intesa come una forma appartenente ai popoli europei ed opposta pertanto alle tradizioni orientali asiatiche, levantine,semitiche con tutte le varie sfumature che le caratterizzano.
    La “tradizione occidentale” risale alla tradizione primordiale, iperborea, da cui discende attraverso i canali del pitagorismo, del mondo greco, egiziano poi ellenistico, fino a Roma, l’ultima manifestazione, la più alta.
    Vinta, ma non annientata dal cristianesimo, la tradizione occidentale pagana ha continuato a vivere come una potente corrente sotterranea, facendo da supporto a movimenti politico-spirituali come il ghibellinismo nel Medio Evo, una sorgente inesauribile a cui attinsero diverse organizzazioni iniziatiche: ermetisti, templari, Fedeli d’Amore, Rosa-Croce, massoni ecc. i cui diversi esponenti furono sistematicamente perseguitati dalla chiesa.
    Tradizione, sia ben chiaro, presente in tutte le nazioni d’Europa anche se l’Italia, ci tiene a precisare Reghini facendo suo il mito di Saturno, ha conservato e nel quale si è occultato il centro propulsore.
    Roma, infatti, è stata la capitale di un Impero ed il cristianesimo, nemico di quell’Impero e dei culti che in esso si praticavano, si oppose sempre, con l’aiuto di potenze non italiane come Francia, Germania, Spagna ecc., alla riunificazione politica dell’Italia.ed alla proclamazione di Roma capitale d’Italia.
    E poichè Pitagora, benchè di lingua e di cultura greca, si riteneva fosse di origini toscane ed in Italia aveva fondato la sua Scuola, la “tradizione occidentale” è una “tradizione italica” e Napoleone, di famiglia italiana, è esaltato come una delle ultime espressioni della tradizione imperiale e pagana.
    Tra questi due casi estremi dal punto di vista cronologico Reghini fa i nomi di numerosi uomini celebri e dichiara nell’infuocato clima politico di allora che un vero nazionalista “deve volere al disopra di tutto il bene della nazione”.
    “Se l’Austria resta sempre la vecchia Austria clericale, in ottimi rapporti con la Compagnia [di Gesù], la Francia, dopo aver corso di cadere nelle mani dei clerico-militaristi a causa dello sfortunato caso Dreyfus, è anch’essa nemica dell’Italia, anche se ora manovra per il tramite della massoneria e della democrazia” (“Imperialismo Pagano” Atanor, 1924).
    “Il papato è un’istituzione essenzialmente internazionale, ufficialmente cattolica, e i clericali, nella vita politica di tutti i popoli, rappresentano l’esercito di questa istituzione; diventare dei nazionalisti, è per loro perdere la loro stessa natura”.
    E ancora: “Con Dante la concezione monarchico-romana, divenuta la tradizione imperiale italica riprende visibilmente e integralmente coscienza di se stessa. Questa grande idea unisce infatti tra loro Numa, Pitagora, Cesare, Virgilio, Augusto, Dante e gli altri grandi italiani venuti dopo”.
    Aggiunge: “Dante non era cattolico e il suo imperialismo era pagano e romano!” “Dante si atteneva alla grande e immortale Tradizione della Scuola Italica, cronologicamente e essenzialmente anticristiana”. (idem, 1924).

    3. Quanto a Machiavelli, è esaltato da Reghini perché il segretario fiorentino ha visto il pericolo rappresentato dalla divisione politica dell’Italia; mentre gli altri popoli si costituivano in unità politiche Machiavelli invocava per l’Italia la venuta di un principe capace di compiere l’opera di unificazione.
    Altri gloriosi italiani: i neo-pitagorici Giordano Bruno, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella, precursori e iniziatori della moderna filosofia europea, davano origine alla cultura laica occidentale che “disinfetterà lentamente dal cristianesimo la mentalità europea”.
    Siamo quindi arrivati alla Rivoluzione Francese, “risultato , si sa, dell’opera pratica delle società segrete, della massoneria e dell’illuminismo, tutte animate da uno spirito profondamente anticristiano” , ma è necessario guardare a fondo nell’opera “di un altro grandissimo italiano, Giuseppe Balsamo, più conosciuto come conte di Cagliostro, meraviglioso rappresentante dell’esoterismo italiano”. (AR, Cagliostro, Ignis, 2006).
    Ed era ancora “un altro grande italiano [che] arginava e dominava la Rivoluzione francese, facendo di essa lo strumento dell’immensa energia scatenata per realizzare l’Impero”.
    “L’aquila romana prendeva dunque di nuovo il volo con le legioni napoleoniche e l’Italia tornava alla libertà (...). Dopo la caduta dell’Impero, il cristianesimo, con i suoi rami cattolico, protestante e greco-ortodosso ricominciava, grazie alla Santa Alleanza, a pesare su tutta l’Europa.
    Tuttavia, due giovani generali agitavano nel loro spirito l’antica idea immortale: Giuseppe Mazzini, il veggente genovese, il quale diceva che l’Italia era predestinata da Dio a dominare sui popoli, a dare al mondo, dopo Roma, la luce di una terza civiltà; e Giuseppe Garibaldi, che aveva una visione chiara dell’importanza trascendentale di Roma per il destino dell’Italia” (Imp.Pag. Atanor 1924).
    Reghini consacra un vero culto a Mazzini e Garibaldi, per essere non solo i “padri della patria” ma per le loro doti particolari. Nello scritto “Del Simbolismo e della Filologia” (1914) parlando dell’oro “simbolo del tesoro metafisico, della divina luce” e del suono emesso dall’oro, ricorda “certe voci, armoniose e pure, misteriosamente affascinanti – come quella che aveva Garibaldi” e che sono dette “voci d’oro”.
    Quindi esclama: “Oh, possa l’esempio di questi grandi uomini non sospetti di cristianesimo essere seguito dai repubblicani che hanno abbandonato lo spiritualismo mazziniano per le teorie materialiste importate dalla Germania!”.
    E se questa nazione è biasimata per il suo materialismo e l’Austria per il suo clericalismo, nemmeno la Francia ha motivo di rallegrarsi visto che Mazzini aveva “avvertito gli Italiani di non fidarsi della Francia”. La conclusione non è meno netta: Reghini rivendica “l’immutabile paganesimo dell’imperialismo italiano”, di una “tradizione, vecchia di trenta secoli, puramente italica” opposta a “una religione esotica che non ha smesso di essere, per venti secoli, la disgrazia dell’Italia”.

    4. Discorso più complesso è la critica della democrazia con cui R. sapeva di dover affrontare problemi di enorme portata e con i quali tutte le forze politiche e sociali del suo tempo erano impegnati.
    Tra Bruto che aveva assassinato Cesare e Cesare caduto vittima di una congiura, Reghini non aveva esitato a mettersi dalla parte di Cesare che si accingeva a compiere “la grande opera romanamente concepita”. Bruto pugnala Cesare in nome di presunti ideali di libertà che accendevano i cuori dei democratici e dei massoni, mentre Cesare il dittatore era visto come il simbolo della tirannide e dell’impero.
    Reghini conduce la sua critica della democrazia partendo dalla matrice ideologica degli “immortali principi dell’ ‘89” visti come il vessillo contro-iniziatico innalzato dagli illuministi francesi per combattere “la monarchia, la nobiltà e il clero, in nome di fantastici diritti naturali dell’uomo”.
    In buona sostanza, un problema della società francese di rapporti tra il ceto popolare e le avidi classi feudali della nobiltà e del clero, viene elevato a dimensioni universali e col supporto della massoneria locale aspira a legittimazioni iniziatiche e spirituali.
    Eppure, la massoneria inglese, chiarisce Reghini, era nata nel 1717 senza quelle pretese rivoluzionarie.
    “Il suo rispetto per il governo costituito è esplicitamente e tassativamente affermato dalle Costituzioni ed è sempre stato osservato in due secoli di storia”
    “Ma quando la massoneria nel 1730 circa passò dall’Inghilterra in Francia...trasportò nel campo sociale il concetto del brotherly love e della uguaglianza iniziatica...”.
    Ciò non poteva che peggiorare le cose e soprattutto non poteva che aprire le porte a quelle potenti forze sovversive già pronte a irrompere in tutte le istituzioni e a dare il colpo di grazia all’assetto politico europeo minato dall’interno.
    “La massoneria italiana, inoltre, come quella francese, più che determinare l’indirizzo intellettuale dell’ambiente profano, ne seguiva e ne subiva tutte le correnti. Il pregiudizio del Progresso le creava la preoccupazione di mantenersi all’altezza dei tempi, di non farsi superare (piccola collezione di frasi cretine di cui Pareto ha mostrata l’inconsistenza), e colla massima incoscienza dimentica e rinnega la sapienza iniziatica tradizionale dell’Ordine e la propria privilegiata superiore posizione filosofica spiritualista, al di fuori e al di sopra di credenze, scuole, teorie, religioni e partiti; e si lasciava trainare alla deriva dall’ateismo, dal materialismo, dal positivismo, dall’evoluzionismo, dal comunismo, dal determinismo economico, dall’umanitarismo, dal pacifismo, dalla religione del libero pensiero, e da tutti i sogni e le pazzie dell’ideologia insipiente e profana”. (“Libertà e Gerarchia”, 1923).
    Trasformandosi infine in un’Associazione internazionalista dove convivono uomini che ordiscono le più aberranti scalate al potere politico ed economico.
    La frattura che si verificò nel mondo massonico alla vigilia della prima guerra mondiale aveva convinto Reghini a dedicarsi alla creazione di un’istituzione prettamente italiana, come d’altronde stavano facendo gli altri paesi europei che fortificavano le proprie logge in senso accentuatamente nazionalista ed espansionista.
    Mentre però in Italia l’operazione non ebbe successo per una serie di ragioni che non è qui il caso di ricordare, in Francia e soprattutto in Inghilterra il riassetto riuscì perfettamente e le istituzioni massoniche presero il carattere “moderno” e “democratico” che tuttora conservano e difendono.

    5. La “riforma” che auspicava Reghini era di natura ben diversa da quella operata in Europa e in America. Per questa ragione non poteva che suscitare consensi nelle forze giovanili che si stavano risvegliando in Italia e che emergevano dalle profonde scaturigini della nostra terra.
    Più che una “riforma” voleva essere un “ritorno” alla tradizione pura.
    Gli inglesi furono i primi a capire che qualcosa bolliva in pentola e a percepire i primi segnali di un risveglio politico e spirituale dell’Italia. Infiltrarono subito organizzazioni come la Società Teosofica, l’Ordine Martinista, l’O.T.O con loro agenti fiduciari (valga su tutti il caso di Aleister Crowley), mentre l’America sfornava i primi rosa-croce dell’AMORC (fondata nel 1909 da H. Spencer Lewis) e sguinzagliati anche in Europa.
    Reghini, bene informato su questi “movimenti”, si era posto lo stesso problema e si sforzava di studiare in che modo creare uno spazio e, ove fosse possibile, fronteggiare la situazione dando vita ad un movimento italiano che si inserisse nella dinamica sociale politica e culturale di allora..
    Per Reghini occorreva “risalire alle confraternite pitagoriche per trovare delle oligarchie e delle aristocrazie iniziatiche socialmente costituite. Il miglior governo è quello dei più sapienti, quindi il governo gerarchico nel senso etimologico del termine. E’ la concezione iniziatica pitagorica e dantesca, che fa poggiare l’ordine sociale monarchico sull’analogia con la monade dell’universo. Ed è veramente la concezione politica, iniziatica, italiana, quella che Pitagora, Platone, Cesare, Augusto, Giuliano, Dante, Campanella e altri sostennero non soltanto in teoria, ma tentarono di applicare sul piano pratico con risultati diversi”.

    6. Nel quadro di una stretta analisi della situazione italiana pre-fascista, R. attacca il sistema tirannico dei partiti i quali, entrati in una “folle competizione per meglio servire il signor proletario”, hanno finito per fare “comprendere alla stessa massa il carattere necessario e fatale di un regime gerarchico”.
    La situazione era arrivata ad un punto tale che “la scelta non era tra regime democratico e regime gerarchico, ma tra la dittatura comunista, la dittatura di don Sturzo e quella di Mussolini. La coscienza degli italiani non poteva esitare ed è stato l’istinto collettivo, assistito dall’intuizione di quelli che erano coscienti, che ha dato la vittoria al fascismo”. (idem, 1923).
    La sua intuizione lo induce ad affermare che “le delizie della libertà hanno fatto liberamente desiderare un regime fortemente gerarchico” e basandosi sulle sue conoscenze giunge a stabilire il seguente confronto: “Come Dante, aspettando il Veltro, invocava e accettava Arrigo, così si può augurare il benvenuto a Mussolini...”. In poche parole Mussolini avrebbe dovuto aprire la strada al profetato Veltro “l’uomo divino che, data la costituzione del mondo, deve fatalmente manifestarsi presto o tardi”. (Il Veltro, 1923).
    Verso la fine dell’articolo Reghini, anticipando le vedute del fascismo, afferma che la corrispondenza tra la concezione del Santo Impero e quella di Dante aveva operato in una direzione ben precisa e si era manifestata fin dal 1911 dentro il Rito Filosofico Italiano di cui Reghini stesso era stato uno degli esponenti più prestigiosi.
    La conclusione è eloquente e la dice lunga sui contenuti metafisici della politica reghiniana: “Non bisogna dimenticare che esiste un’arte regia, fondata su conoscenze ignorate dai profani. Il meccanismo pensante dell’uomo lo rende sensibile alle correnti del pensiero, e i saggi hanno dunque sempre la possibilità di farsi ascoltare e di esercitare la loro influenza. In ultima analisi al disopra degli uomini e degli iniziati, ci sono i grandi fati, destini superiori agli stessi dei; gli iniziati non possono che augurarsi di conoscerli e collaborare coscientemente e intelligentemente alla loro manifestazione nel mondo dei mortali”.
    In un articolo dello stesso anno, nel parlare di Mussolini a cui aveva dato un appoggio sincero e disinteressato, ricorda, lodandolo, il sociologo Vilfredo Pareto che era stato maestro di Mussolini all’Università di Losanna.
    Pareto aveva pubblicato un articolo sulla rivista “Gerarchia” diretta da Mussolini e Reghini dopo averne esaltato i meriti di pensatore nella demolizione degli errori e dei pregiudizi: critica dell’umanitarismo e del cristianesimo, dei miti del progresso , della libertà e della morale protestante, dell’ideologia hegeliana, dei positivisti e della follie comuniste, rileva che nell’articolo intitolato “Libertà” Pareto se la prende soprattutto col feticcio della libertà e con le ideologie che vi si riferiscono.
    Si sofferma soprattutto sulla parte dell’articolo in cui Pareto mette in guardia contro alcune rivendicazioni esagerate del partito cattolico che potrebbero produrre effetti negativi analoghi ai movimenti clericali in Francia sotto la restaurazione.
    Nello stesso tempo si indigna per la campagna subdola condotta dai massoni cosiddetti democratici contro i massoni che appoggiano Mussolini, e chiarisce: “Non possiamo tacciare Mussolini di gesuitismo perchè segue una politica conciliante. Comprendiamo bene che Mussolini si ponga di fronte alla chiesa cattolica in posizione diversa da quella tenuta da una associazione come la Massoneria. Egli è un uomo di Stato e dal punto di vista della scienza o dell’empirismo politico deve tenere nel debito conto, per il bene della nazione, che la religione cattolica ha tutt’ora una grande importanza in Italia”.
    L’articolo “L’intolleranza cattolica e lo Stato” del 1923 è un attestato di fiducia nei confronti dell’uomo di Stato alle prese con un’eredità geo-politica complessa e pericolosa, aperta a differenti sviluppi e imprevisti.
    Questa fiducia è ribadita nel brano che segue: “Bastano dunque delle considerazioni sociali e patriottiche per giustificare il proposito di Mussolini di vivificare i valori spirituali, capaci di rinsaldare la compagine sociale e di aumentare la forza morale nazionale. E il nostro Ordine, che ha per base la conoscenza spiritualistica iniziatica e il sentimento patriottico, è tratto per la sua stessa natura a favorire ogni intendimento di questo genere”.
    Le cose andarono diversamente perchè “Mussolini agì spinto dai grandi fati” e cedendo sul terreno umano e patriottico fu spinto a sottoscrivere un accordo politico con gli antichi nemici dell’impero e della nazione italiana.

    7. Reghini aveva fatto del suo meglio per aprire gli occhi a Mussolini e nello stesso articolo gli ricordava che occorre tenere conto dell’esistenza in Italia di una “tradizione spirituale indigena, pura, pitagorica, romana, non esotica per origine e per carattere. E’ una gloriosa catena spirituale che da Pitagora, Virgilio, Ovidio, Boezio, Dante, Bruno, Campanella, sino al Caporali, si perpetua ancor oggi”.
    E poco dopo aggiunge: “L’Impero per essere degno del nome, per essere giustamente erede e continuatore dell’Impero Romano, occorre che si riallacci coscientemente a tutta quella vita imperiale, pagana, profondamente spirituale che, sommersa sedici secoli or sono dalla barbarie nordica e dalla democrazia ebraica, ancora permane nell’intimo della stirpe”.
    La via quindi era tracciata, l’Italia avrebbe dovuto tenersi lontana da modelli di vita estranei alla sua stirpe e alla sua tradizione, avrebbe dovuto creare un corpo di leggi ed un’organizzazione sociale su basi proprie, autonome, e nell’appoggiare ed incoraggiare liberamente Mussolini che ha fibra di costruttore, conclude additando l’esempio di Napoleone il quale “sentiva e sapeva servendosi del Concordato”.

    8. Il 20 settembre 1925, anniversario della breccia di Porta Pia, festa nazionale, Reghini pronuncia un discorso solenne pubblicato su “Era Nuova”.
    Esaltando la concezione imperiale dantesca e più generalmente la concezione gerarchica tradizionale, Reghini afferma che essa “si basa sulla concezione monistica iniziatica dell’universo. Alla monade pitagorica corrispondono, sul piano politico, l’unicità e l’unità della più alta autorità governativa,cioè la monarchia nel senso etimologico del termine, che si ritrova anche in Orinete con la concezione islamica (Califfato), indù (il Cakravartiri), e l’idea imperiale presso cinesi e giapponesi”.
    In un’analisi molto interessante Reghini fa un confronto tra l’idea imperiale romana e la concezione del Santo Impero propria ad organizzazioni iniziatiche più o meno leggendarie come i Templari e i Rosa Croce. Ritorna quindi a parlare dell’italiano Napoleone il quale”ricostituendo l’Impero, piegando l’autorità del papa alla sua, dando a suo figlio il nome augurale di Re di Roma, facendo celebrare nel 1813 l’anniversario della distruzione del Tempio, mostrò tutta la sua comprensione del dovere da compiere e sembrò quasi ispirarsi alla tradizione imperiale dantesca quando al momento dell’incoronazione, con un gesto studiato, tolse dalle mani del prete officiante la corona di ferro e se la posò sulla testa con le sue mani affermando così che Dio (e non una qualunque autorità) gliela aveva data”.
    Torna a parlare nuovamente di Giuseppe Garibaldi e di Giuseppe Mazzini, infiammati di amore ardente per la patria e ribadisce da parte sua la ferma volontà di non voler sacrificare in nessun modo e per nessuna ragione ad alcuna autorità il suo dovere nei confronti della patria.
    Ribattendo le accuse che gli erano state rivolte di vagheggiare la venuta di un imprecisato Santo Impero di obbedienza massonica afferma che la sua aspirazione tradizionale ed iniziatica non ha niente a che vedere con le correnti profane internazionaliste del bolscevismo, del pangermanismo, dei “Saggi anziani di Sion” e dell’universalismo cattolico.

    9.”L’Imperatore, quello auspicato da Dante, il Veltro, non si nutrirà nè di terra nè di peltro, ma di Sapienza, di Amore e di Virtù ” .
    Subito dopo, nello stesso articolo dedicato al Veltro, fa un paragone lusinghiero e trasparente tra la marcia su Roma di Cesare e quella che ha portato al potere il fascismo. E così conclude: “Oggi l’Italia sta per ristabilirsi. Le virtù antiche riaffiorano. Il sacro suolo della Patria esprime le superbe legioni fasciste che amava Augusto; le masse stanno per guarire dal morbo asiatico. Roma locuta est... E in verità il popolo saprà vivere in modo austero, virtuoso, se il Duce ha fede e reverenza romane per gli Dei della Patria; ci sia permesso,in questo anniversario del giorno Natale di Roma, di leggere i segni, secondo i costumi dei nostri Padri, e di dichiarare augurali i presagi”.
    Ma quando il Duce perse la fede negli dei della patria incominciarono i guai. “...Certi pezzi grossi della sua molto profana gerarchia, dovevano produrre i frutti che i nostri lettori conoscono in parte e che sono culminati nella tragedia di Matteotti...”
    Quel che è accaduto dopo è noto ed è nelle pagine di storia.

    10. Infine, come risposta all’ostracismo che gli era stato dato dai tanti nemici della “Scuola Italica” dopo la firma dei Patti Lateranensi nel 1929, scrisse il saggio sul fascio littorio premiato dall’Accademia d’Italia nel 1936.
    Ultima testimonianza della sua fedeltà a Roma formulata in questi termini: “Felicissimo di vedere il fascio littorio riannodarsi alla gloria, fascio che noi veneriamo profondamente, con cuore pagano, esente da infezioni esotiche, gli auguriamo sorte favorevole; auguriamo un ritorno sempre più cosciente e profondo alla romanità, in tutto e per tutto, senza submittere fasces a influenze avverse o diverse”.

    11. Riassumendo e concludendo: da queste poche pagine l’intento di Reghini appare chiaro, egli mirava a dotare Mussolini e il fascismo di alcuni strumenti sacrali, tradizionali, spirituali, di origine prettamente italiana e di cui il giovane fascismo aveva assolutamente bisogno.
    Naturalmente, il suo era un intento più che ambizioso: occorrevano uomini, mezzi, scuole, laboratori e quanto di meglio un paese può offrire in termini culturali e sociali per la realizzazione di un programma come questo.
    Quel sogno, realizzabile o meno che fosse, fu interrotto dalle leggi speciali contro le società segrete del 1925, concepite ufficialmente per mettere fuori legge la massoneria, mentre nella realtà stroncarono sul nascere il rinascente spiritualismo italiano.
    Ciò che fu lasciato sopravvivere e vivacchiare, dopo quel terremoto, in termini di tradizione e di tradizionalismo non doveva dispiacere alla religione di Stato e agli alleati politici del fascismo. E nell’immediato secondo dopoguerra si è mostrato utile e funzionale al ruolo atlantico di un determinato schieramento politico.
    La massoneria, dopo la sconfitta dell’Italia, è ritornata più forte di prima e manda avanti i propri affari con l’appoggio interessato delle “fratellanze” internazionali.
    Sul Vaticano non faccio commenti, perchè la sua presenza nella politica italiana è ben nota e si commenta da sola.
    E quindi? Non resta che il progetto di Reghini a cui ricollegarsi per un altro rinascimento italiano. Il fascismo della prima e dell’ultima ora ha lasciato una grande eredità storica e morale. Ma se i fati prima e gli dei poi lo vorranno, è alla tradizione italica e romana che occorre tornare per nutrire un briciolo di speranza e ricominciare da dove il lavoro è stato interrotto.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-02-10 alle 02:08

  2. #2
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    Predefinito Rif: Arturo Reghini fra politica e tradizione

    Benvenuto nel forum e molti complimenti per questo scritto che illumina la visione metapolitica del grandissimo pitagorico fiorentino, purtroppo la nostra italietta naviga in acque sempre più limacciose, il mostro guelfo e il pseudo nazionalismo gesuitico la fanno da padrone. Mi sono sempre chiesto se la visione di Armentano fosse simile a quella del Reghini o se, almeno in ambito politico, i due avessero diverse opinioni, penso proprio di no comunque. Che dire poi dello strampalato tradizionalismo integrale di Guénon, Evola, De Giorgio? Praticamente niente, una sorta di salsa (marcia) adatta per tutte le pietanze...

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-02-10 alle 02:06

  3. #3
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    Predefinito Rif: Arturo Reghini fra politica e tradizione

    Nessuna divergenza tra Arturo Reghini (discepolo) e ARA (Maestro). In nessun senso, sia politico, sia inziatico. Ciò risulta chiaro da "Il figlio del Sole".

  4. #4
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    Predefinito Rif: Arturo Reghini fra politica e tradizione

    Benvenuto nel forum e grazie per il contributo.
    Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)

  5. #5
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    Predefinito Rif: Arturo Reghini fra politica e tradizione

    Citazione Originariamente Scritto da donerdarko Visualizza Messaggio
    Benvenuto nel forum e grazie per il contributo.
    Sottoscrivo.
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  6. #6
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    Predefinito Rif: Arturo Reghini fra politica e tradizione

    Elémire Zolla

    ARTURO REGHINI

    Nacque nel 1878 Arturo Reghini, ne sopravvive un'eco molto fievole, anche se assistita da un drappellino di fedeli.
    Adolescente toscano, fu accostato da chi serbava il culto, mai estinto nella Massoneria italiana, del pitagorismo o Scuola Italica, che Bertrando Spaventa si propose di estinguere, sostituendola col culto di Hegel. Reghini invece ne restò improntato, arrotato per la vita. Sentì d'aver ricevuto in dono una chiarezza intellettuale ineguagliabile, che lo poneva a una superba distanza dal penoso positivismo dei più, dal cristianesimo come dal socialismo, dagli occultismi e dalla teosofia.
    Chi mai fosse che a quel tempo, alle soglie del Novecento, era in grado di istruirlo a fondo, non si può dire o non so dirlo io. Emerse una figura che gli era molto prossima, dalla scrittura stringata, Amedeo Armentano; di lui rimangono poche tracce su riviste del tenìpo, era padrone d'una torre sopra una spiaggia calabrese dove negli anni Reghini si ritirò a studiare e a meditare.
    La Scuola Italica conferì a Reghini una eccitazione intellettuale inesauribile, gli offrì innanzitutto uno scenario per la storia, che prende inizio con la fondazione della confraternita pitagorica, che si arguisce quando non si ravvisa dietro le vicende sia greche che romane, fino all'estinzione del mondo pagano. Dubito però che si esprimesse con l'univocità che ai seguaci della Scuola Italica piace proiettarle addosso.
    Le attribuiscono il dono che rallegrava il mondo antico, la tolleranza; Numa, Cesare, Augusto, Virgilio, sarebbero i nomi più sicuri.
    Questa sapienza antica riuscì a sopravvivere all'oppressione cristiana, riemergendo come Imperialismo ghibellino e fu porto da Dante a Machiavelli, a Campanella, a Napoleone, a Mazzini e infine a Garibaldi, facendo in ultimo riemergere una Roma indipendente dalla Chiesa. In particolare se ne coglie la continuità a Napoli, nel primo Vico della de antiquissima e nel Cuoco romanziere della Magna Grecia. Riformulò con ampia erudiziene tutta la dottrina pitagoricoitalica .

    Capitolo tratto da Uscite dal mondo, Adelphi, Milano, 1992, p. 4
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-02-10 alle 02:09
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

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    Predefinito Rif: Arturo Reghini fra politica e tradizione

    Racconto minore su Arturo Reghini

    Arturo Reghini nella mia famiglia era chiamato “lo zio Arturo”; essendo fratello del mio nonno paterno non è mai stato per me un parente lontano: tra noi corre del sangue fresco. Dopotutto non siamo così distanti nel tempo. Sono cresciuta tra le sue cose: dai tre ai sei anni ho vissuto in quell’attico fiorentino a Lungarno Acciaioli dove gli oggetti quotidiani erano ancora carichi di una memoria fisica, che ricordo ancora incisa in quelle instabili architetture, buio carcere Mamertino sudato nell’odore del legno, una scala malferma con dei cascami di corda che portava verso l’enorme terrazzo assolato che apriva su Ponte S.Trinita, o quella poltrona lunga, dove un tempo si sdraiava Arturo, di damasco rosa consunto, inesorabilmente macchiata dall’urina di quei trentadue gatti che scorrazzavano liberi per casa. Conservava ai miei occhi una sua sontuosa regalità: trono dismesso dalla Storia, non riusciva trattenere il suo essere sinuosa e sensuale, blasfema forma ellittica, nello spazio si imponeva come un’astrazione neometafisica, comunque un po’ bislacca. Almeno io la vedevo così. Il cestino di vimini scendeva e tornava su carico di roba da mangiare. O quella scala in bilico che dai piani bassi portava fin su, sulla terrazza, dove sdraiati al sole, socchiudevano gli occhi i gatti di zio Ugo, fratello di Arturo. Uomo sicuramente sicuro, quell’Ugo che da buon borghese aveva impalmato la signorina Maria, compiacente bracciante del limitrofo bordello fiorentino. Ricordo ancora che, con infame sterco borghese, mia madre l’ha sempre tenuta a distanza, come fosse un corpo estraneo al rispettabile onore della famiglia Reghini. Poveretta mia madre, pensava di rendersi immune da quel vortice sociale che già da fine del secolo avanzava rivendicando il privilegio di future scalate, una tempesta che l’avrebbe inesorabilmente travolta, visto che - per giusta vendetta della Storia - nel giro di pochi lustri, l’antico blasone Reghini si sarebbe inevitabilmente imbastardito dal contatto con una plebe che socialmente premeva. Sono così entrati nella nostra famiglia, benzinai, ballerini, faccendieri, coatti che avanzavano come un’ onda anomala dalle borgate romane… Comunque, quella di Firenze era la casa di Ugo, uno dei tre fratelli Reghini, zii di mio padre. Forse per un oscuro gioco della natura o molto probabilmente per un sangue non troppo “rinnovato”, dei tre fratelli Reghini - Arturo, il più grande, Ugo e Gino – soltanto quest’ultimo fu dal buon Dio reso fertile, tant’è che nacque mio padre Francesco Giuseppe Ottorino Maria, più comodamente chiamato Franco. A sette anni scrivevo con la vecchia Olivetti di Arturo e quando mi divertivo a scompaginare con le dita quel sottile nastro di inchiostro per metà rosso e metà nero mio padre, nel tentativo di mettermi paura, mi diceva che lo zio Arturo sarebbe venuto quella stessa notte a tirarmi i piedi… E poi ancora Arturo, con il suo dono dell’ubiquità. Sicuramente non mentiva il fratello di mio padre - generale, uomo d’arme notoriamente tutto d’un pezzo - quando mi raccontava di un suo ricordo, quando da bambino vide Arturo contemporaneamente sia nel giardino di casa che nello studio. E chiedendo, come ogni bambino, il perchè ad Arturo questi gli rispose che queste cose ancora non poteva capirle, ma che un giorno le avrebbe comprese. Nel corso della mia vita sono più di una volta sono incappata in fatti, letture, frequentazioni che non hanno fatto altro che confermare la tenuta logica e veritiera di quel che almeno apparentemente poteva sembrare l’allucinazione un po’ tronfia di un’intima esegesi familiare comunque fatalmente affidata all’inattendibilità di un racconto orale. Per caso (o forse no?, dal momento che mi stavo occupando di un artista fiorentino inizi secolo, tale Armando Spadini, intimo della famiglia, legato da una comunione di amorosi sensi ad un’ ennesima Maria Reghini, sorella di Arturo), studiando gli anni del ‘Leonardo’, rivista d’idee, seconda edizione a Palazzo Davanzati, indagando sui frequentatori del ritrovo fiorentino delle Giubbe Rosse (frequentato da Arturo “appassionato giocatore di scacchi sui tavolini delle Giubbe Rosse”) ho ritrovato nel “Diario” di Giovanni Papini il riferimento a quell’Arturo Reghini, “il più grande mago che Firenze abbia mai conosciuto” e le testimonianze di chi, come l’Hermet (1941), lo frequentò a Firenze attorno al 1903, nella Biblioteca Teosofica che ricorda “la presenza di un giovane matematico, mistico e mago. Era Arturo Reghini”. Poi i racconti della mia nonna paterna, cognata di Arturo, che così a lungo l’aveva frequentato soprattutto nel periodo fiorentino. E mi parlava, mi parlava di Arturo come di un essere quasi alieno, costretto a farsi abiti e scarpe su misura per via di quella sua spropositata altezza che sfiorava i due metri; Arturo che doveva chinarsi per varcare porte e soglie. Mia nonna parlava di un Arturo totalmente glabro, ma forse era solo un po’ biondiccio, slavato, come tutti i veri Reghini(“Il candido gigante (…) sopravanzava di molto in statura ogni altro, con la sua breve testa dalla fronte ben costruita sotto una cedua capigliatura bionda (…), bianche erano le sue guance, ancor assai dopo l’adolescenza non conoscevano rasoio”, A.Hermet, cit.), grande matematico, solitario, profeta poliglotta, vicino negli ultimi anni ad una signorina inglese, forse qualche adepta della Golden Dawn in Toscana. Mi parlava dell’eremo di Arturo, eremita segregato dal regime a Budrio, o del giorno della sua morte quando appoggiò la mano su un tavolino, vicino al letto e del segno dell’impronta lasciata come fuoco su legno combusto. Descrizione similare a quella fatta dal Parise che così bene l’aveva conosciuto: “il segno era apparso. Arturo Reghini si volse al Sole declinante per l’ultimo saluto, per l’ultimo rito; poi si appoggiò con la destra al vicino scaffale, piegò la gigantesca statura verso la Grande Madre, eretto il busto; e fu libero”. Allora non capivo, o non sapevo apprezzare quell’esegesi di mia nonna quando mi ripeteva che tra tutti i Reghini solo io avevo preso l’intelligenza di Arturo. Sicuramente esagerava per troppo amore. Forse solo adesso posso misurare il giusto peso di quelle parole, anche se mi schermisco, anche se mi urtano complimenti di qualsiasi genere. Mi ricordo di un sogno fatto da mio padre un paio di giorni prima di morire quando piangendo mi confessò di aver paura. Entrambi ce l’eravamo già detto con gli occhi. Piangeva nel parlarmi di quel sogno in cui c’erano i Reghini defunti al gran completo: Arturo, in prima fila, poi mia nonna, mio nonno, lo chiamavano ad unirsi a loro. Tempo due giorni guardò la mia vita dall’alto. E dopo la sua morte, della famiglia che un tempo m’ ero illusa d’avere, non rimase nulla, forse solo astio, personaggi equivoci destinati sicuramente ad un’imminente morte (dello spirito). Di quell’antica famiglia fiorentina, sfregiata e vilipesa da un repentino raptus cannibale mi è rimasto un libro che ho rapito alle casse, ai vecchi archivi destinati al robivecchi. L’ho rubato con la gioia e l’eccitazione del soppiatto, comunque certa dell’approvazione da parte di quei Reghini non erano più tra noi. D’altra parte chi si sarebbe ricordato di quel vecchio libro?, chi avrebbe saputo dargli il giusto, attendibile, valore?. L’avrebbero sicuramente venduto, come hanno fatto per tutto il resto. Soltanto mio padre sapeva e riconosceva l’importanza simbolica di quel libro “Il Crepuscolo dei Filosofi” regalato dal suo autore Giovanni Papini all’amico Arturo al suo ingresso nella Loggia fiorentina Lucifero (1907). Mi piace pensare che provenga da quello “scaffaletto di libri”, ricordato dal Parise, collocato negli anni ’20 nel suo rifugio, “una modesta stanza” a Roma. Nel frontespizio una dedica ad inchiostro, scolorito dal tempo:“Al nuovo fratello Arturo Reghini il suo GPapini”. E da queste pagine ingiallite io inizierò a ricostruire. Alla faccia di chi mi vuol male. Amen.

    Chi è Arturo Reghini
    Ultima modifica di Arthur Machen; 31-01-10 alle 10:56

 

 

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