So quanto sia duro questo momento. So che si tratta di un momento d’incertezze per il nostro paese. Ma so anche che ne usciremo, e che ne usciremo insieme.
Ne usciremo restando fedeli alle cose in cui crediamo. Ad esempio nelle Nazioni Unite. Sono tuttora deciso a risolvere la questione irachena e delle armi di distruzione di massa tramite l’ONU. Ed è proprio per questo che nel novembre scorso abbiamo insistito sul ritorno degli ispettori dell’ONU in Iraq, per disarmarlo.
Ieri, l’ispettore Blix ha esposto il suo rapporto all’ONU. Lo farà nuovamente il 28 febbraio. Ma è bene che nessuno dimentichi due cose. A chiunque abbia dimestichezza con le tattiche evasive e ingannevoli di Saddam, tutto ciò evoca un senso di déjà vu. Come al solito, si fanno concessioni all’ultimo minuto. E come al solito è la sua longa manus a gestirle. Le concessioni sono dubbie. Sfortunatamente le armi sono vere.
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L’anno scorso, 12 lunghi anni dopo che le Nazioni Unite gli ebbero concesso 15 giorni per consegnare un rapporto completo sui suoi programmi di armamenti chimici, biologici e nucleari, e di cui egli negò ogni esistenza, votammo la Risoluzione 1441 delle Nazioni Unite. Con essa gli veniva data “un’ultima opportunità” per il disarmo, gli si intimava di collaborare pienamente con gli ispettori delle Nazioni Unite. Perché le ispezioni furono così severe? Perché per 12 anni si era preso gioco degli ispettori.
Nel 1991 l’Iraq negò d’avere un programma per lo sviluppo di armi biologiche d’offesa. Gli ispettori faticarono per quattro anni. Ma fu soltanto nel 1995, con la defezione in Giordania del genero di Saddam e le sue ammissioni circa la vera natura del programma, che il problema fu in parte risolto. Naturalmente, fu poi convinto a rientrare in Iraq e assassinato.
Il tempo di cui abbiamo bisogno non è il tempo necessario agli ispettori per individuare le armi. Non sono degli investigatori. Ci siamo già prestati a questa farsa per tutti gli anni novanta. No, si tratta del tempo necessario a dare un giudizio: Saddam è davvero pronto a collaborare oppure no? Se lo è, allora, che gli ispettori si prendano tutto il tempo necessario. Ma se così non è, se questa deve essere una ripetizione degli anni novanta – e sono convinto che lo sia – allora che a tutti sia chiara la posta in gioco.
Nel percorrere la via delle Nazioni Unite abbiamo conferito all’ONU una straordinaria opportunità ed una gravosa responsabilità. L’opportunità di dimostrare che siamo oggi in grado di affrontare questa minaccia mondiale insieme, collettivamente, come un’unica comunità internazionale. Un traguardo davvero supremo. La responsabilità, al contempo, è proprio nel portarlo a termine.
La Lega delle Nazioni fu anch’essa investita di una tale opportunità e responsabilità negli anni trenta. Agli albori della minaccia fascista, suo era il compito di proteggere l’Abissinia dall’invasione. Ma quando si trattò di dare corpo a quella garanzia, i timori di una guerra prevalsero. Il resto lo sappiamo. La minaccia crebbe; la Lega delle Nazioni cadde; venne la guerra.
Ricordate: gli ispettori delle Nazioni Unite non sarebbero neanche a mille chilometri da Baghdad se non avessimo minacciato un’azione di forza. Saddam non avrebbe fatto la benché minima concessione se non fosse perché le nostre forze si stanno schierando contro di lui. Io spero, anche ora, che l’Iraq possa essere disarmato pacificamente, con o senza Saddam. Ma se adesso ci mostriamo deboli, se lasciamo che le richieste di più tempo diventino solo una scusa per tergiversare fino a quando il momento d’agire sarà passato, allora Saddam non sarà il solo a far sì che la storia si ripeta. La minaccia, e non solo quella di Saddam, crescerà; l’autorità dell’ONU verrà annullata; e il conflitto, quando avverrà, sarà ancora più cruento. Certo, lasciamo che sia l’ONU a risolvere la questione di Saddam. Ma che le Nazioni Unite credano in ciò che dicono e facciano ciò in cui dicono di credere. Qual è la minaccia di cui parliamo? Non si tratta solo di Saddam. Viviamo in tempi di grande incertezza. Guerre; la minaccia del terrorismo; improvvisamente cose a noi aliene incombono alle nostre porte, mettendo a repentaglio il nostro sistema di vita.
Lasciatemi chiarire questo concetto. Per secoli l’Europa è stata in guerra, i confini di molte nazioni determinati di volta in volta dal passare degli eserciti, paesi minori occupati e rioccupati, le loro popolazioni senza pace. Grandi nazioni che si scontravano per interi decenni, letteralmente, con pochi fugaci attimi di quiete in cui tirare un sospiro di sollievo prima di riprendere le ostilità. Generazioni come quella di mio padre dovettero crescere in quell’Europa.
Nell’Europa di oggi i nemici di allora sono diventati amici, uniti, seppur talvolta con divergenze diplomatiche. L’Unione Europea è un formidabile risultato di pace è prosperità, ora impegnato ad accogliere quei paesi che soffrirono per quell’altra grande tirannia dei tempi di mio padre e miei: l’Unione Sovietica. La realtà dei primi quarant’anni della mia vita fu una: la contrapposizione tra blocco Comunista e Occidente. Oggi, la guerra fredda è cessata. L’Unione Europea si appresta a comprendere 25, poi 30 e anche più nazioni. La Russia è nostra partner, e noi i suoi nella sua ricerca di un nuovo futuro democratico. La Cina sta sviluppando un’economia di mercato socialista, ed è alleata dell’Europa e degli Stati Uniti.
Non ci svegliamo con la paura della Russia e della Cina come un tempo. L’America non è concentrata sulla lotta per l’egemonia ideologica tra comunismo e democrazia liberale. Il problema non quello di uno scontro tra grandi potenze per la conquista.
Ma alla vecchia minaccia se n’è sostituita una nuova: la minaccia di caos, disordine e instabilità. Una minaccia che scaturisce da una perversa interpretazione della vera fede islamica da parte di gruppi terroristi estremisti come Al Qaeda. Scaturisce da paesi instabili, di solito da dittature repressive che usano le ricchezze a disposizione per proteggere e incrementare il loro potere grazie a armi chimiche, biologiche o nucleari in grado di provocare distruzione su vastissima scala.
Cos’hanno in comune questi gemelli del caos – terrorismo e stati canaglia – con le armi di distruzione di massa? Non rispondo ad alcun mandato democratico, e non sono quindi arginati dalla volontà della gente comune. Sono estremi e disumani. Detestano e temono i valori liberali, democratici e di tolleranza. E il loro obiettivo è destabilizzarci.
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L’11 settembre non ha solamente ucciso migliaia di persone innocenti. Ha voluto colpire l’economia occidentale. Ciò non è avvenuto. Ma suoi effetti sulla fiducia nell’economia si ripercuotono su di noi ancora oggi. Intendeva dividere musulmani e cristiani, le nazioni arabe da quelle occidentali, e scatenare l’odio reciproco. Non c’è riuscito, ma era questo che cercava di fare.
Questi stati che sviluppano armi di distruzione di massa, che le moltiplicano, importando o esportando le competenze scientifiche, la tecnologia balistica missilistica; le industrie e gl’individui che le aiutano, non operano nel rispetto di alcun trattato internazionale. Non seguono alcuna regola. La Corea del Nord è un paese il cui popolo muore di fame eppure spende miliardi di dollari cercando di perfezionare la bomba atomica. L’Iraq, sotto Saddam, è diventato il primo paese ad usare armi chimiche contro la sua stessa gente. Siamo sicuri che se gli lasciamo tenere e sviluppare armi simili, non le userebbe di nuovo contro i paesi confinanti, magari contro Israele? Saddam, l’uomo che ha ucciso un milione di persone in otto anni di guerra contro l’Iran, e poi, avendola persa, ha invaso il Kuwait? O le altre nazioni che si affannano a partecipare alla scalata nucleare, ci rassicura che lo facciano?
E i gruppi terroristici che già impiegano agenti chimici e biologici, e hanno denaro da spendere, crediamo davvero che se Al Qaeda riuscisse a procurarsi una bomba sporca non la userebbe? E poi pensate alle conseguenze. La paura e l’ansia già minano la nostra sicurezza. Pensate alle conseguenze, poi. Pensate ad una nazione che usa un ordigno nucleare, non importa quanto piccolo, non importa in quale paese lontano. Pensate al caos che provocherebbe.
È per questo che Saddam e le armi di distruzione di massa sono importanti.
Ogni volta che ho chiesto al paese di andare in guerra, mi è stato odioso. Ho passato mesi cercando di ottenere da Milosevic la fine della pulizia etnica in Kosovo, rinviando l’azione con infiniti negoziati. Concordavo con il Presidente Bush di non colpire l’Afghanistan dopo l’11 settembre, ma di offrire invece ai Taliban, per quanto fossero esecrabili, un ultimatum: consegnate Al Qaeda e vi lasceremo restare. Alla fine abbiamo usato la forza, ma in Kosovo solo come ultima risorsa, e anche se ho gioito con il suo popolo alla caduta di Milosevic, così come ho gioito con il popolo afgano alla caduta dei Taliban, so che insieme alla necessaria vittoria militare ci sono stati dolore e sofferenze che non hanno portato alcuna gioia.
Dovremmo cercare di evitare la guerra in qualunque caso. Ma se la minaccia non può essere eliminata pacificamente, non sia mai che soccombiamo all’illusione di poterci ritenere al sicuro ignorandola. Se non affrontiamo questa duplice minaccia degli stati canaglia in possesso di armi di distruzione di massa e del terrorismo, essa non sparirà. Continuerà a crescere nutrendosi della nostra debolezza.
Quando si dice “se agite provocherete questa gente”; quando ora si dice “tenete un basso profilo e questa gente ci lascerà in pace”, ricordate: Al Qaeda ha attaccato gli Stati Uniti, non il contrario. Le vittime di Bali erano in prima linea nella campagna contro il terrorismo? L’Indonesia “ha fatto di sé un bersaglio”? I terroristi non saranno gentili con noi solo perché noi lo siamo con loro. Quando Saddam ci ha trascinato nella Guerra del Golfo, non era stato provocato. Aveva invaso il Kuwait.
Tutto ciò dove ci porta? Tutti concordano sulla necessità di disarmare Saddam. Tutti concordano che in caso contrario costituisca un pericolo.
Nessuno crede davvero che egli stia collaborando pienamente. In tutta onestà, la maggior parte delle persone non credono realmente che lo farà mai. E allora cosa le trattiene? Cosa spinge migliaia di persone in tutto il mondo a marciare nei cortei di protesta. E non fingiamo, davvero, che a marzo o ad aprile o a maggio o a giugno la gente avrà cambiato idea. Non è una questione di tempi, o di inviare 200 ispettori piuttosto che 100. Si tratta di un giusto ed interamente comprensibile odio per la guerra. Si tratta di una questione morale, e questo lo rispetto.
Come una donna mi ha detto: aborrisco le conseguenze della guerra.
E so che molti nel nostro stesso partito, molti di voi qui oggi, sono d’accordo con lei; e non capiscono perché io sia così insistente a questo riguardo. Vi ho dato la ragione geopolitica: la minaccia delle armi di distruzione di massa e il suo collegamento col terrorismo. E di questo sono convinto.
Se devo essere sincero, c’è un’altra ragione per cui questa questione mi sta così a cuore. Una ragione che riguarda meno il mio essere Primo Ministro che l’essere un membro del partito laburista, riguarda le politiche progressiste in cui crediamo. Alle argomentazioni morali contro la guerra c’è una risposta morale: è la ragione morale per cui Saddam deve essere rimosso. Non è questa la ragione che ci spinge ad agire. L’azione deve essere in accordo con il mandato delle Nazioni Unite sulle armi di distruzione di massa. Ma francamente, è la ragione per cui, se dobbiamo agire, dovremo farlo con la coscienza pulita.
Sì, la guerra ha delle conseguenze. Se rimuoviamo Saddam con la forza, delle persone moriranno, e tra loro degli innocenti. E dovremo sopportare le conseguenze delle nostre azioni, anche quelle involontarie.
Ma ci sono anche conseguenze al “no alla guerra.”
Se seguissi quel consiglio, e non insistessi sul disarmo, sì, non ci sarebbe guerra. Ma ci sarebbe ancora Saddam. Molte delle persone che manifestano dicono che odiano Saddam. Ma la conseguenza del seguire il loro consiglio sarebbe che egli rimarrebbe al comando dell’Iraq, al comando del popolo iracheno. Un paese che nel 1978, l’anno prima che egli prendesse il potere, era più ricco della Malesia o del Portogallo. Un paese dove oggi, su ogni 1000 bambini iracheni, 135 muoiono prima di aver compiuto cinque anni: il 70% di queste morti sono causate da diarrea e infezioni delle vie respiratorie facilmente prevenibili. Dove quasi un terzo dei bambini nati nel centro e nel sud dell’Iraq soffrono di denutrizione cronica.
Dove il 60% della popolazione sopravvive grazie agli aiuti alimentari.
Dove metà della popolazione delle aree rurali non ha acqua potabile.
Dove ogni anno, e anche in questo momento, decine di migliaia di prigionieri languono in condizioni spaventose nelle prigioni di Saddam e vengono abitualmente giustiziati.
Dove negli ultimi 15 anni oltre 150.000 tra musulmani Sciiti nell’Iraq del sud e musulmani Kurdi nell’Iraq del nord sono stati massacrati; e quattro milioni di iracheni hanno trovato asilo in tutto il mondo, 350.000 di loro soltanto in Gran Bretagna.
Questo non è un regime con armi di distruzione di massa altrimenti benevolo. È un regime che contravviene ad ogni singolo principio o valore in cui crede chiunque abbracci la nostra politica.
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Non ci saranno marce per le vittime di Saddam. Nessuna protesta per le migliaia di bambini che muoiono senza ragione ogni anno sotto il suo regime, nessuna indignata rabbia per le sale di tortura, che, se sarà lasciato al potere, continueranno ad esistere.
Sono lieto che tutti noi viviamo in un paese dove la protesta pacifica è parte naturale del processo democratico.
Ma chiedo ai dimostranti di capire questo.
Non cerco l’impopolarità come segno di distinzione. Ma a volte è il prezzo della leadership. E il costo delle proprie convinzioni.
Ma mentre guardate alla televisione le immagini dei cortei, riflettete su questo:
Se in quel corteo ci sono 500.000 persone, sono sempre meno del numero di morti di cui Saddam è responsabile.
Se sono un milione, sono sempre meno delle persone che sono morte nelle guerre che egli ha scatenato.
Voglio leggervi una e-mail inviata da una familiare di uno di quei quattro milioni di esuli iracheni. È interessante perché è estremamente, e secondo me ingiustamente, critica nei confronti dell’America. Ma in un certo senso per questo motivo vale la pena di leggerla.
È indirizzata al movimento contro la guerra. In un passaggio dice: “Forse pensate che l’America stia cercando d’impedirvi di vedere la verità sulle reali ragioni di un’invasione. E io ribatto che in realtà voi siete ancora cechi alle più grandi verità sull’Iraq. Saddam ha assassinato più di un milione d’iracheni negli ultimi 30 anni, volete forse permettergli di ucciderne un altro milione?
Saddam governa l’Iraq con il terrore: regolarmente imprigiona giustizia e tortura la popolazione senza alcuna ragione. Potrà essere difficile da credere, forse non vi è nemmeno possibile comprendere la portata di una simile barbarie, ma credetemi, vi sarebbe molto difficile trovare una sola famiglia in Iraq che non abbia avuto un figlio, un padre o un fratello ucciso, imprigionato, torturato e/o “scomparso” a causa del regime di Saddam.
Perché ora ritenete appropriato dar voce al vostro disincanto sulle politiche americane sull’Iraq, quando è proprio ora che al popolo iracheno viene data una reale speranza, per quanto fragile e per quanto precaria, di poter vivere in un Iraq libero dai suoi orrori?” Consegneremo questa e-mail ai delegati. Leggetela tutta. È la ragione per cui non mi sottrarrò ad un’azione contro Saddam se si dimostrerà necessaria.
Leggete la lettera che mi ha inviato il Dottor Safa Hashim, che vive qui a Glasgow, e che dice di scrivere nonostante il suo timore di rappresaglie irachene. Dice che l’opposizione alla guerra da parte dell’opinione pubblica è vista con favore dagli iracheni in quanto rivela il desiderio della gente di evitare le sofferenze. Ma sostiene che non coglie il punto essenziale, perché per il popolo iracheno è necessaria la rimozione di Saddam per far cessare le sofferenze nel paese. Il Dottor Hashim dice:
Il livello delle loro sofferenze va ben oltre qualsiasi cosa il popolo britannico possa immaginare, e men che meno comprendere l’ossessione di Saddam per lo sviluppo e il possesso di armi di distruzione di massa. Queste persone sanno che per il regime di Saddam è normale amministrazione far pagare alla famiglia dei condannati il costo del proiettile usato per l’esecuzione del loro caro senza poi nemmeno permettere un funerale adeguato?
Se la comunità internazionale non tiene conto delle difficoltà del popolo iracheno, continuando ad affrontarle in modo superficiale, terrorismo ed estremismo si svilupperanno in seno alla popolazione irachena. E non si può permettere che questo accada.
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Ricordate il Kosovo di cui ci avevano detto che una guerra avrebbe destabilizzato l’intera area balcanica, e ora quella regione ha la migliore prospettiva di pace degli ultimi 100 anni?
Ricordate l’Afghanistan, dove ora, nonostante tutti gli enormi problemi, tre milioni di bambini vanno a scuola, comprese, per la prima volta in oltre vent’anni, un milione e mezzo di bambine, e dove due milioni di afgani esiliati dai Taliban hanno potuto fare ritorno?
Quindi se il risultato della pace è che Saddam resti al potere, senza essere disarmato, allora vi dico che ci saranno conseguenze da pagare col sangue anche per quella decisione. Ma queste vittime rimarranno invisibili. Non verranno mai mostrate sui nostri schermi, ne spingeranno milioni di persone a scendere in piazza. Ma esisteranno nonostante tutto.
Liberare il mondo da Saddam sarebbe un atto di umanità. È lasciarlo dov’è che è in verità disumano.
E se si arriverà a questo, che sia chiaro: Dovremo impegnarci nel lavoro umanitario di ricostruire l’Iraq per il popolo iracheno quanto ci saremo impegnati per liberarlo da Saddam.
http://www.ilriformista.it/documenti...sp?id_doc=4155
Cordiali Saluti




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