…dell’opposizione.
Il più “raffinato” pare essere D’Alema, con il “pacato giudizio” sui “quattro scalzacani”.
Su Repubblica Scalfari, il Fondatore, preconizza “l’imbarbarimento generale del mondo e un restringimento generale dell’area di applicazione del diritto” se Saddam viene deposto. Al solito Rutelli non incide molto annunciando la nascità dell’Ulivo 2. Lasciamo pure perdere Fassino il pensoso e i sparsi Margheriti.
Quello che annoia è il tono saccente usato nel presentare un ritratto di leader “democratici”, cioè dell’opposizione in Usa.
Ci vuole poco per smascherare il vecchio abusato trucco. Andare alla fonte.
La rivista Foreign Policy ha chiesto proprio ai quattro candidati di punta alla nomination democratica di esporre la propria opinione sulla guerra in Iraq.
Il senatore John Kerry, del Massachusetts, che nel 1991 con altri 44 democratici votò il “no” all’uso della forza in Iraq chiesta da Bush padre, non ci pensa nemmeno a ripetere quell’errore. Il suo intervento si chiude con un “we will never surrender or submit” con il quale critica “gli strateghi democratici che pensano che dobbiamo occuparci soprattutto della politica interna”. Franklin Delano Roosevelt, dice, elettrizzò gli americani non solo perché offrì una risposta a Pear Harbor ma perché non permise che l’America si sedesse fino allo sbarco in Normandia e Ivo Jima. “Sostengo pienamente l’obiettivo di Bush di un cambio di regime in Iraq”; Saddam “è un fuorilegge che ha voltato le spalle alle condizioni della sua resa poste dall’Onu nel ‘91”.
Sembra stia dando una sbirciatina in Europa quando dice che per vincere la guerra al terrorismo bisogna evitare “che i campus universitari e gli intellettuali tornino a demonizzare Cia e Fbi come ai tempi del Vietnam”. La sua critica non è ricolta contro Bush per la questione Iraq ma al “pappamollismo verso la Corea del Nord.
Il senatore John Edwards, eletto solo dal 1998, dichiara il suo pieno sostegno all’uso della forza in Iraq. È tra quelli che nel 1999 si opposero all’uso della forza in Kosovo chiesta dal presidente democratico Clinton. Oggi considera quel suo voto un errore. Anche lui è critico con Bush per il doppiopesismo riservato a Pyongyang. E non ha dubbi: la vittoria contro il terrorismo si realizza solo “attraverso la leadership Usa del mondo”.
Il più critico di tutti è il vecchio leader democratico alla Camera dei rappresentanti, Dick Gephardt, anche lui un pentito del “no” alla guerra all’Iraq del ’91, mentre sul Kosovo votò sì ai bombardamenti e no alle azioni a terra. Giudica positivamente l’azione dell’amministrazione Bush nel quadro dell’Onu, e in Afghanistan ma critica la mancanza di decisione nei rapporti con Putin, nel dopo liberazione di Kabul, di poca coordinazione internazionale negli aiuti al continente africano e tentennamenti sulla questione palestinese.
Il senatore Joe Lieberman crede nella riforma della Nato a fini antiterrorismo, nella diplomazia “della fermezza” e, “quando necessario, in una determinazione senza compromessi all’uso della forza”. E chiude inneggiando alla necessità “che i principi dell’America abbiano muscoli adeguati”.
Noterella: nessuno dei quattro leader democratici dedica all’Europa una sola parola.
Così parla l’Opposizione in America.
Evviva le opposizioni italiane.
da Foglio di martedì 25\02\03
saluti




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