Uno dei temi che più ci sta a cuore e che trattiamo con gran profondità sul Legno Storto è quello della giustizia. Per questo vi mando uno degli articoli più freschi in materia che riassume l'incredibile vicenda di Stefano Surace e che testimonia quanto la giustizia nel nostro Paese sia malata
Una delle pagine più indecorose della malagiustizia italiana: Stefano Surace, tutta la storia!
Mandato da ABC Flash Venerdì, 28 February 2003, 13:50 uur.
TUTTA LA STORIA DELL'INFAME AGGRESSIONE A STEFANO SURACE COMPIUTA DA MAGISTRATI ITALIANI
I nomi di questi magistrati, da non dimenticare, sono: Gerardo D'Ambrosio ed i suoi scagnozzi della Procura di Milano, Angelica Di Giovanni - presidente del cosiddetto Tribunale di sorveglianza di Napoli, Donatella Ventra, il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Ormanni, Giulio Benedetti e Fabrizio Poppi, l'uno membro della Procura di Milano e l’altro, incredibile, presidente di una sezione del Tribunale della stessa città.
Tutti i particolari nell'efficace e chiarissimo articolo firmato dall'agenzia ABC Flash!
RIASSUNTO DELLA VICENDA GIUDIZIARIA DI STEFANO SURACE
Prima di iniziare questo percorso è ben opportuno sfatare immediatamente un equivoco: Surace venne messo in prigione non per articoli di più di trent'anni fa, per i quali era stato condannato in contumacia per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Ma per un ordine di carcerazione a 2 anni 6 mesi e 12 giorni basato su una condanna "definitiva ed esecutiva" per... traffico di droga.
Solo che questa condanna non gli era mai stata emessa e che lui non era mai stato minimamente accusato di cose del genere.
Proprio così.
In effetti Surace, che viveva abitualmente a Parigi da quasi un trentennio, si era recato in Italia, a Napoli, per occuparsi di alcune pratiche relative alla madre 92enne e ad un fratello invalido.
Trattandosi di pratiche particolarmente complesse, dovette trattenervisi per vari mesi.
Durante questo soggiorno si occupò anche, secondo il suo costume, di un gravissimo fenomeno esistente in Italia su larga scala, ma di cui nessuno osava parlare.
Il fenomeno per cui oltre 5000 persone sono tenute indebitamente nelle carceri italiane per farvele stare per anni ed anni, a seguito di condanne emesse in loro assenza (cioè in contumacia) e tuttavia dichiarate definitive ed esecutive.
Senza quindi che costoro abbiano mai potuto difendersi, e senza che possano farlo neppure ora.
Tutto ciò in piena violazione delle leggi italiane, dei dettati dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione (a sezioni unite) oltre che della Convenzione europea dei diritti dell'uomo sottoscritta dall'Italia da quasi cinquant'anni (e che è appunto legge italiana, che per di più prevale su qualsiasi altra norma italiana che ne sia in contrasto).
E questo, in uno Stato che si dichiara democratico e di diritto.
Surace se ne occupò dunque con una serie di reportages diffusi da varie agenzie giornalistiche italiane e francesi e pubblicati su vari quotidiani.
Ora, con questa sua campagna ebbe a profilarsi un serio pericolo per i numerosissimi magistrati implicati in questa situazione, trovatisi davanti alla prospettiva di essere chiamati a rispondere di queste illegalità sistematiche e indifendibili.
Divenne quindi di assoluta urgenza per certi ambienti della magistratura italiana far cessare, in un modo o nell'altro, questa sua campagna.
E non trovando alcun appiglio legittimo, data l'onestà adamantina di Surace, si ricorse a una impostura semplicemente colossale : la Procura della repubblica di Milano gli lanciò quell'ordine di carcerazione per una condanna per droga mai emessa.
Così a fine agosto 2001, nel cuor della notte, una sessantina di agenti di polizia circondarono l'immobile in cui soggiornavo a Napoli, e bussarono alla sua porta.
Invano, poiché Surace era partito proprio il giorno prima per Parigi, per assistere al matrimonio di una delle sue figlie, Marina.
Che venne celebrato dal sindaco Jean Tiberi, suo buon amico ed estimatore.
Appreso così, a seguito di quel "blitz" fallito, di quell'ordine di carcerazione per quella condanna inesistente, Surace tornò in Italia e andò a presentare di persona una denuncia contro il capo di quella Procura, Gerardo D'Ambrosio.
Ebbene, a poche ore appena dalla presentazione di quella denuncia, Surace venne arrestato nello studio di un suo avvocato e condotto nel carcere di Poggioreale a Napoli, in esecuzione di quell'ordine di carcerazione fasullo per quella condanna mai esistita.
Il programma era dunque di farlo restare in carcere, come "detenuto definitivo", per almeno 2 anni, 6 mesi e 12 giorni... Senza contare che nel frattempo, com’è noto, molte cose possono succedere nelle patrie galere.
Insomma, per bloccare quella sua campagna di stampa così pericolosa per certi ambienti della magistratura, non si era trovato di meglio che seppellirlo in carcere, inventando una condanna infamante per traffico di droga in realtà mai emessa.
Situazione, come si vede, a dir poco criminale.
Ora, la notizia del suo arresto non aveva tardato a spargersi e vari giornalisti contattarono le autorità per conoscerne i motivi.
Si sentirono rispondere, ben ufficialmente, che la sua detenzione non era affatto per questioni di stampa, com'essi pensavano, ma per un reato particolarmente infamante: traffico di droga. E con condanna definitiva.
In tal modo venne bloccata in partenza qualsiasi prevedibile reazione da parte della stampa per l'incarcerazione di un giornalista.
Ciò mette in luce la perfidia nettamente criminale di quei magistrati che avevano architettato e messo in opera quel suo arresto abusivo.
Costoro tuttavia non avevano previsto che a Parigi Surace aveva una figlia anch'essa giornalista, Marina, accreditata presso il governo francese (la stessa che aveva da poco accompagnato all'altare, per il suo matrimonio).
Appreso dell'arresto del padre, essa piombò in Italia, scoprì l'impostura e costrinse la Procura di Milano ad ammettere ufficialmente l'inesistenza di quella condanna per droga.
A questo punto non restava a quei magistrati che restituire subito a Surace quella libertà di cui lo avevano privato in quelle circostante nettamente criminali.
Ma in tal caso sarebbe stato di nuovo libero di riprendere quella sua campagna che si doveva assolutamente impedire...
E allora ci si guardò bene dal rimetterlo in libertà, ricorrendo, tanto per cambiare, a una nuova impostura: affermando stavolta che la sua detenzione era dovuta a quattro condanne per pretesa diffamazione a mezzo stampa, emesse oltre 20 anni prima in contumacia (e quindi in sua assenza e a sua insaputa) per quattro suoi articoli pubblicati oltre trent'anni prima.
E inventò che quelle condanne erano «definitive ed esecutive» mentre erano nulle, e comunque non definitive, perché emesse in assenza e all'insaputa di Surace.
Nullità sancita con estrema chiarezza, per questi casi, dalla Corte Costituzionale, dalla Corte di Cassazione italiane, nonché dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Sennonché successe che il buon D'Ambrosio cadde nella sua stessa trappola.
Non si era mai visto in effetti in Occidente che un giornalista fosse stato incarcerato per articoli pubblicati oltre trent'anni prima.
Di conseguenza, si ebbe una reazione massiccia dei media non solo italiani, ma del mondo intero.
Il quotidiano inglese "The Guardian" definì "giustizia criminale" quella italiana, indicando Surace come "versione italiana dell'affare Dreyfus".
In Francia l'autorevole quotidiano "Le Monde" ebbe in prima pagina parole molto dure sulla sua incarcerazione e sul funzionamento della giustizia in Italia.
Così pure "Le Figaro" e tutti i quotidiani francesi, grandi e piccoli.
Analogamente in Belgio "Le Soir", in Spagna "El Pais", e perfino... in Turchia "Akla".
Oltre naturalmente all'intera stampa e televisioni italiane, che battevano costantemente sull'argomento.
Lo scandalo per la magistratura italiana che ne derivò fu tale che le cronache parlarono di "Suracegate" della giustizia italiana.
Si ebbe a creare un forte movimento di opinione a favore di Surace, in campo nazionale e internazionale.
Il Presidente della repubblica Ciampi si dichiarò pronto a concedergli la grazia (che Surace rifiutò, pur apprezzando il gesto: non voleva grazie ma voleva - anzi pretendeva - giustizia).
Il Capo del governo gli offrì il proprio avvocato per difenderlo.
Si schierarono al suo fianco la Federazione nazionale della stampa, l'Ordine dei giornalisti, Reporters sans frontières, il movimento per i diritti civili di Corbelli, il movimento per i diritti umani di Vittorio Trupiano, i radicali, innumerevoli deputati, senatori, intellettuali di ogni orientamento politico.
Molti di essi vennero a trovarlo in carcere, alcuni intrapresero uno sciopero della fame a suo favore.
Il segretario della Federazione della Stampa, Paolo Serventi Longhi, parlò appunto, in una dichiarazione ufficiale, di «autentica persecuzione ai danni di Surace e di suoi familiari».
Reporters sans Frontières sottolineò che «l’Italia è attualmente un Paese in cui la libertà di stampa è in pericolo».
Un appello fu lanciato da intellettuali e giornalisti, in cui si sottolineava la gravità di quella situazione e «come non meno grave è lo stato di una macchina giudiziaria capace di produrre situazioni come quella di cui Surace è vittima...Ci auguriamo che il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia intendano fare al più presto quel che è necessario e possibile, prima che sia troppo tardi».
Fra i firmatari dell'appello Sergio Zavoli, Giorgio Forattini, Emilio Fede, Lino Jannuzzi, Sergio Staino, Antonio Tabucchi, Vittorio Feltri, Antonio Ghirelli, Curzio Maltese, Gad Lerner, Maurizio Belpietro, Paolo Guzzanti, Andrea Pamparana, Gian Antonio Stella, Francesco Merlo, Lorenzo Del Boca, Dimitri Buffa, Gigi Moncalvo, Renato Farina, Giordano Bruno Guerri, Marcello Sorgi, Piero Vigorelli, Massimo Bordin, Lucia Esposito, Adele Cambria, Luca Telese, Mario Petrina, Roberto Martinelli, Lino Micciché, Raffele Nigro, Ruggero Guarini, Michele Mirabella, Carlo Panella, Andrea Pucci, Giovanni Valentini, Giancarlo Santalmassi, Diana De Marco, Toni Capuozzo, Massimo Tesio, Paolo Hendel, Lamberto Sposini, Toni Garrani.
A questo punto la Procura di Milano, presa con le mani nel sacco al cospetto dell'opinione pubblica mondiale, cercò di cambiare ancora versione: non era più per quei 4 articoli che Surace si trovava in prigione, ma per altri reati, uno più infamante dell'altro; dall'estorsione alla calunnia.
Giorno dopo giorno, si attribuiva la sua detenzione a sempre nuove condanne inesistenti.
E intanto certi ambienti della polizia diffondevano false informative "ufficiali" in cui si affermava che era stato condannato addirittura per associazione a delinquere, altro reato di cui ovviamente non era mai stato neppure minimamente accusato.
Questa campagna di intox fu tuttavia smascherata ancora dalla figlia di Surace, per cui ebbe un effetto-boomerang, facendo aumentare lo sdegno generale contro la Procura di Milano e moltiplicare le iniziative a favore del Surace.
Sicché il 16 agosto 2002 lo si dovette far uscire dal carcere (di Milano-Opera) praticamente a furor di popolo, dopo otto mesi di detenzione abusiva.
Questa sua detenzione in carcere non fu tuttavia rimpiazzata con la completa libertà benché fosse suo pieno diritto, ma con una "detenzione domiciliare provvisoria" in una sua casa di Napoli, con caratteristiche tuttavia assai prossime alla completa libertà.
In previsione - si tenne a sottolineare per placare l'opinione pubblica - della sua imminente, completa liberazione.
In realtà questa sua liberazione era subordinata alla condizione che non si occupasse più di quell'argomento che turbava i sonni di certa magistratura, quella dei 5000 cittadini deportati abusivamente nelle prigioni italiane.
Ma era senza fare i conti con la tempra eccezionale di questo grande maestro di Arti Marziali, non a caso al più alto livello mondiale.
Che infatti non esitò a riprenderla, quella campagna, per di più arricchita dall'imponente materiale che aveva potuto raccogliere "dal vivo" nelle tre carceri in cui aveva soggiornato in quegli otto mesi: Poggioreale a Napoli, Ariano Irpino presso Avellino e Opera a Milano.
Fra l'altro pubblicò 29 articoli, praticamente uno al giorno, sul quotidiano "Libero" diretto da Vittorio Feltri (che per primo aveva sollevato il suo caso nella stampa) e una serie di altri per alcune agenzie di stampa italiane e francesi, e su un quotidiano, "Cronache di Napoli", emanazione partenopea de "La Stampa".
Si ripresentò così con assoluta urgenza, per certa magistratura, l'imperativo criminale di farlo tacere.
Ed ecco intervenire un nuovo personaggio: Angelica Di Giovanni, presidente del cosiddetto Tribunale di sorveglianza di Napoli. La quale emise un'ordinanza in cui si ingiungeva a Surace, giornalista, di... non più scrivere.
La Di Giovanni aveva evidentemente ritenuto di poter sopprimere la libertà di stampa.
Gli si ingiungeva inoltre di non aver alcun contatto con chicchessia, e di non più uscire assolutamente di casa, neanche per un minuto.
Furono anche bloccate le sue due linee telefoniche, la fissa e la mobile.
E si diede ordine perentorio a polizia e carabinieri di stringere al massimo la sorveglianza su di lui.
Insomma, Surace non doveva avere il minimo contatto con anima viva. Diventava un problema perfino cibarsi, visto che non poteva aver contatti neppure col garzone del pizzicagnolo.Molto peggio che stare in prigione, addirittura peggio del cosiddetto "carcere duro" (detto anche "regime 41 bis").
Al confronto, la galera era un soggiorno privilegiato.
Si era insomma calata, su quella sua abitazione, una specie di pietra tombale."Mancava solo che gli mandasse gli ispettori dell'ONU" commentò qualcuno sulla stampa.
A questo punto, Surace si trovava di fronte a un provvedimento del tutto al di fuori da qualsiasi criterio giuridico e di civiltà. Aveva pertanto non solo il diritto, ma il preciso dovere civile di reagire.
Ciò gli fu possibile grazie proprio all'indignazione degli stessi poliziotti e carabinieri cui era stato ordinato di stringere al massimo la sorveglianza su di lui.
Costoro - non sentendosela di partecipare ad un'iniquità di cui neppure i più anziani fra loro ricordavano precedenti, e ritenendo quell'ordine contrario alla loro coscienza - non solo si guardarono bene dall'eseguirlo, ma cessarono praticamente del tutto la pur blanda sorveglianza che avevano effettuata fino a quel momento.
Surace poté così tranquillamente allontanarsi (il 2/10/02) da quel domicilio divenuto tombale e raggiungere Parigi, dov'è il suo normale domicilio da quasi trent'anni, e dove è circondato dalla migliore stima delle autorità anche al più alto livello (basti dire che è stato decorato da Jacques Chirac «per i suoi meriti di giornalista, scrittore, maestro di Arti Marziali di rinomanza mondiale, educatore dei giovani e creatore di campioni». A proposito, che aspetta Ciampi a decorarlo? Surace ha fatto ben più per l’Italia che per la Francia).
A Parigi era del tutto irragiungibile dalle iniziative di quei magistrati italiani poiché la Francia - come avviene in tutti i Paesi occidentali salvo, sola pecora nera, in Italia - non riconosce la definitività delle sentenze contumaciali, e quindi non concede estradizioni per condanne del genere.
Non ammettendo che una condanna emessa in contumacia possa essere dichiarata definitiva senza prima rifare il processo in presenza dell'accusato.
Sicché a Parigi Surace poté essere subito contattato apertamente da giornali e televisioni di mezzo mondo, a cui rilasciò innumerevoli interviste dalla sua casa parigina o passeggiando per i Champs Elysés o boulevard St-Germain.
Reporters sans frontières organizzò un suo incontro con la stampa internazionale, dove poté denunciare non solo le gesta di quei magistrati italiani - che definì pubblicamente "a caratteristiche criminali" - ma anche il funzionamento generale, particolarmente scandaloso, della giustizia in Italia. Quanto alla Di Giovanni, Surace commentò: "La buona donna ha bisogno di uno psichiatra”.
Coperta di ridicolo, costei cercò di rifarsi con un altro noto giornalista, Lino Jannuzzi, ingiungendo anche a lui di... non scrivere.Ma non ebbe fortuna neppure con costui, tanto più che anche Surace, con cui Jannuzzi si era incontrato a Parigi, gli diede una ben solida mano.
Sempre più sommersa dal ridicolo, la Di Giovanni non trovò di meglio che lanciare querele contro tre deputati (Sgarbi, Cicchitto e Gargani) e anche contro un magistrato, presidente di Corte d'Assise d'Appello, Pietro Lignola.
Quest’ultimo l'esortò tuttavia pubblicamente a smetterla, se non voleva rispondere di calunnia.
E la Di Giovanni dovette ritirare la querela e chiedergli scusa. Si trovò emarginata perfino dall'Associazione Nazionale Magistrati, tanto che dovette dimettersi da questa.
Per di più gli avvocati penalisti napoletanti, e dell'intero distretto della Corte d'Appello di Napoli, hanno chiesto ufficialmente all'unanimità il suo allontanamento dal Tribunale di Sorveglianza per manifesta inidoneità.
Hanno presentato al Consiglio Superiore della magistratura un dettagliato dossier su costei, dichiarata la propria astensione dalle udienze e l'hanno esortata “ad avere il pudore di dimettersi, essendo assolutamente inidonea per tale carica”. E poiché la Di Giovanni non ha ancora seguita questa calda esortazione, sarà forse compito di chi dovere trovarle una collocazione per la quale sia più idonea, magari al di fuori della magistratura.
Ma oltre alla Di Giovanni e al D'Ambrosio è doveroso menzionare altri protagonisti di questa esemplare ed illuminante vicenda. C'è anche una certa Donatella Ventra, coautrice con la Di Giovanni della già citata "ordinanza" che disponeva che Surace fosse isolato dal mondo.
Costei è la stessa che si è poi resa protagonista di un altro "exploit": quello di «ordinare» di non curare un detenuto che, entrato in carcere con 94 chili di peso per un metro e ottanta di altezza, in poche settimane si era ridotto a 50 chili per anoressia a base depressiva, riducendosi a uno scheletro tipo Mathausen.
Non bisogna dimenticare inoltre il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Ormanni, che fece eseguire materialmente l'ordine del D'Ambrosio di incarcerare Surace.
Nei sui confronti il Consiglio superiore della magistratura è intervenuto sospendendolo dalle funzioni e dallo stipendio, implicato com’è in una squallida faccenda di distrazione di fondi.
Personaggi tutti esemplari, come si vede.
Né bisogna dimenticare Giulio Benedetti e Fabrizio Poppi, l'uno membro della Procura di Milano e l’altro, incredibile, presidente di una sezione del Tribunale della stessa città. Costoro avevano ritenuto tranquillamente di infischiarsi delle leggi italiane, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, della Cassazione, della Corte Costituzionale, della Corte europea, e così via.
Sicché avevano potuto affermare come «definitive» quelle quattro «condanne» per quegli articoli di Surace di oltre 30 anni fa, che erano invece nulle, gettando ulteriore ridicolo sulla giustizia italiana.
Questi sono dunque i principali protagonisti del «Suracegate».
I quali quando Surace passò tranquillamente dal suo domicilio a Napoli al suo domicilio a Parigi - con ciò passando da un paese a magistratura incivile ad un paese a magistratura civile - non poterono trattenersi dall’esprimere la loro rabbia impotente. Tanto più che Surace, forse per tirarli un pò su di morale, aveva loro inviato delle cartoline con tanto di torre Eiffel.
Insomma il "Suracegate" ha colpito a fondo, prendendola con le mani nel sacco, una certa magistratura italiana indegna di un paese civile.
Nei cui confronti ormai hanno finalmente deciso di reagire anche gli avvocati, e quei magistrati stanchi dell’imperversare di certi loro «colleghi» che gettano a mani piene discredito sull’intera loro categoria. A questo punto, che fare, caro Ciampi - Presidente, non dimentichiamolo, anche del Consiglio Superiore della Magistratura - con quella faccenda dei 5000 tuoi cittadini deportati nelle carceri senza che abbiano mai visto il tribunale che li ha condannati? E quindi senza aver mai potuto difendersi e senza poterlo fare neppure ora?
Perfino nel selvaggio Far West all’epoca di Buffalo Bill, Toro seduto e dei ladri di cavalli, prima di condannare qualcuno lo si portava davanti a un giudice. Ma in Italia, tomba del diritto, no. Che fare con queste schiere di magistrati che, con quelle deportazioni, operano sistematicamente al di fuori della legge?
Subissarli di denunce per sequestro di persona? Metterli in galera come serial-sequestratori di cittadini? Come delinquenti abituali? In carceri ad essi riservate per preservarli dalle rappresaglie degli altri detenuti, che li considerano amabilmente “iscatolatori di carne umana”?
Si danno anni di galera ai banditi dediti a sequestri di persona infinitamente meno numerosi rispetto a quelli operati da quei magistrati. E quanti anni si dovranno dare a questi ultimi che ne sequestrano a migliaia, divenendo fonti di abusi senza limiti? Come possono costoro giudicare i cittadini che violano la legge, se sono essi per primi a violarla, e in modo così grave e generalizzato? L’Italia è ancora uno stato di diritto, o la sua giustizia è nelle mani di serial-sequestratori? Si può attribuire una qualche attendibilità alla magistratura italiana, di fronte a un fenomeno di deportazione abusiva di massa come questo? E se essa è capace di questo, di quante altre cose è capace?
Uno Stato che si rispetti è basato innanzitutto sulla certezza del diritto.
Ma quando la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione stabiliscono una cosa e i tribunali fanno costantemente il contrario, dov’è la certezza del diritto?
Non a caso la nostra magistratura è praticamente messa al bando da quelle delle altre nazioni. Tanto che esse si rifiutano di concederle l’estradizione di cittadini italiani che si trovino nel loro territorio, se sono stati condannati in Italia in contumacia. Celebri i rifiuti recisi e sistematici della magistrature cugine francesi e spagnole.
La Corte Costituzionale spagnola (il “Tribunal Costitucional”) ha sentenziato in tutte lettere che “l’istituto italiano della contumacia colpisce il contenuto essenziale dell’equo processo, intaccando la dignità umana”.
Più chiari di così...
Con quanto precede, riteniamo di aver dato un piccolo spaccato di cos’è certa magistratura italiana. E non è che la punta dell'iceberg. E il più bello che, in tutto questo, il Gerardo D'Ambrosio è ancora a piede libero. E ciò ne spiega, di cose.
Vero che i magistrati validi cominciano a reagire, non sopportando più questi "colleghi" che non fanno che gettare fango sulla loro categoria. Comunque, dopo il "Suracegate" non è difficile prevedere che nulla sarà più come prima, per la giustizia italiana. Succede, quando si capita con un giornalista che ritiene, incredibile, di esercitare effettivamente la libertà di stampa perfino in Italia...
ABCflash - Parigi




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Nobis ardua 