Questo santo è sepolto accanto a Sant'Agostino, che considerazioni si possono fare su San Boezio.


Questo santo è sepolto accanto a Sant'Agostino, che considerazioni si possono fare su San Boezio.


Spero possa uscire l'immagine che prima non son riuscito a riportare
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L'artico non è completo, ma chi lo volesse leggere integralmente lo trova sul sito Est-ovest.
Francesco Lamendola
SEVERINO BOEZIO
TRA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA
E FILOSOFIA DELLA CONSOLAZIONE
Quando scrive il De consolatione philosophiae, Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, che
assomma nel suo nome le più antiche e prestigiose gentes dell'aristocrazia senatoria, sa bene di
avere i giorni contati. È rinchiuso, dall'inizio del 525 (secondo gli studi più recenti; la data
tradizionale è invece il 524), nel carcere di Pavia, sotto la triplice, gravissima accusa di aver
intralciato l'opera della giustizia nei confronti del senatore Albino; di aver complottato per il ritorno
dell'Italia sotto la sovranità di Costantinopoli; di aver aspirato illegalmente a un'alta carica pubblica,
macchiandosi di sacrilegium; poi, perché gli accusatori capeggiati da Cipriano, esponenti del partito
filo-goti, non trascurassero nulla per ottenere la sua condanna, alle accuse "politiche" è stata
aggiunta anche quella di magia e stregoneria. Boezio è caduto dai vertici del potere alla condizione
di detenuto in attesa della sentenza capitale in un tempo rapidissimo. Console sine collega nel 510;
consoli i suoi due giovani figli nel 522; magister officiorum lui stesso nel 522-23 (praticamente
capo dell'amministrazione di corte), allo scadere di quest'ultima carica, in agosto, viene accusato e
trasferito nel carcere di Pavia. Si appella a Teoderico, in altri tempo suo grande estimatore, anche
per la vastissima cultura e il prestigio conseguito con la traduzione di molte opere filosofiche
greche, ma è inutile. Il re delega il giudizio a carico di Boezio al Senato romano, ed esso, intimidito
o corrotto dalle male arti di Guadenzio, Basilio e Opilione, sulla base di lettere falsificate pronuncia
la sentenza di morte, che viene eseguita, probabilmente, nella primavera del 526. Scrive l'Anonimo
Valesiano: «Gli legarono attorno alla fronte un capestro e glielo strinsero a lungo, fino a fargli
scoppiare gli occhi; poi, dopo averlo torturato, lo finirono a colpi di bastone». Le sue spoglie
verranno traslate nel 725 nella basilica di San Pietro in Cielo d'Oro, per volontà del re longobardo
Liutprando, lo stesso che vi farà inumare anche le spoglie di S. Agostino.
Durante la prigionia, che forse, almeno all'inizio, ha carattere più simile a degli arresti domiciliari,
vista la possibilità di consultare libri necessari al suo ultimo lavoro, Boezio scrive –o dà la versione
definitiva– dell'opera che lo avrebbe reso famoso per tutto il Medioevo, più di tutte le traduzioni da
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Platone e Aristotele, i trattati teologici, gli studi scientifici (tra i quali la costruzione dei primi
orologi ad acqua) e la stessa carriera politica, svolta all'insegna di un progetto di pacificazione, se
non proprio di integrazione, fra l'elemento latino e quello gotico: il De consolatione philosophiae.
Dante Alighieri gli assegnerà un posto eminente fra gli spiriti beati del Paradiso (X, 121-129) e, in
genere, la cultura italiana ha visto in lui la vittima più illustre di una generosa utopia, quella di una
attiva e proficua collaborazione tra la forza militare dei Goti e la grande tradizione giuridica dei
Romani (accanto alla stessa regina Amalasunta, figlia di Teoderico, che verrà strangolata nel 525
per motivi sostanzialmente analoghi). La tradizione cattolica ne ha fatto un santo, mentre ha
pronunciato una vera e propria damnatio memoriae di Teoderico, che pure aveva governato con
saggezza e moderazione per quasi tutta la durata del suo regno; ma, come scrive perfino Ferdinand
Gregorovius, uno storico tedesco non certo immune dallo spirito nazionalistico, «una vittima come
Boezio costituisce un accusatore troppo importante perché una fosca luce non ricada su colui che
ne volle o ne permise l'esecuzione»; Giosué Carducci, in una famosa poesia, immagina il castigo
divino che si abbatte sul re barbaro sotto forma di un pauroso cavallo nero che trascina il suo
cavaliere dritto nella bocca del vulcano Stromboli. La verità è che la congiuntura politica
internazionale, dopo l'elezione di papa Giovanni I, era difficilissima per il fragile equilibrio creato
da Teoderico e dai suoi ministri e consiglieri latini: il nuovo pontefice apparteneva alla fazione filoimperiale
del Senato, e Giustino, l'imperatore d'Oriente, non aspettava che l'occasione per rompere i
rapporti con la corte ostrogota, ariana e, in un certo senso, usurpatrice delle prerogative imperiali
sull'Italia. Forse, un lungo periodo di pace e tranquillità all'esterno avrebbe consentito alla politica
conciliante di uomini come Simmaco, Boezio e Cassiodoro di dare i suoi frutti; forse, se gli
Ostrogoti –poco numerosi e perciò tanto più sospettosi di ogni cosa che potesse apparire come una
minaccia verso di loro– avessero avuto il tempo per assorbire adeguatamente l'influsso culturale
romano (cosa per cui esistevano le premesse, mentre non vi sarebbero state per gli oltre due secoli
del dominio longobardo), le cose avrebbero potuto andare diversamente. Tuttavia la storia, è una
verità banale ma talvolta trascurata, non si può fare con i se; la stessa aristocrazia senatoria,
attaccata ai suoi anacronistici privilegi, non credette fino in fondo alla politica di conciliazione con i
Goti e diede esca, in qualche misura, ai sospetti della corte gotica, contribuendo all'acuirsi della
tensione che sarebbe sfociata nel processo e nella condanna a morte di Boezio, del suocero di lui
Simmaco (ne aveva spostata la figlia Rusticiana), di quel senatore Albino che, accusato per primo di
aver spedito lettere alla corte di Costantinopoli per incoraggiare un ritorno dei Bizantini in Italia,
aveva dato il via al meccanismo che avrebbe travolto il filosofo, poiché quest'ultimo ne aveva preso
audacemente le difese affermando che «se Albino è colpevole di aver desiderato la restaurazione
dell'Impero Romano, allora tutto il Senato condivide con lui la medesima colpa; ma se è innocente,
tutto il Senato lo è altrettanto». Parole coraggiose, certo, ma politicamente e –diremmo–
psicologicamente imprudenti: infatti il Senato, spaventato, si era tirato indietro, lasciandolo solo
davanti agli accusatori di Albino, che avevano esteso a lui la stessa accusa di alto tradimento.
Boezio aveva sopravvalutato il coraggio dei suoi colleghi e, come un eroe virgiliano spintosi troppo
avanti incontro al pericolo, era caduto vittima della propria intrepidezza.
La cosa più curiosa è che la tradizione cattolica non ha mai puntato sulla produzione teologica del
Nostro, che pure è ampia e interessante, per trasfigurarne la figura in quella di un santo e di un
martire della fede cattolica, di fronte alla violenza persecutoria dei Goti ariani. Né il De Trinitate,
né l'Utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur, né il
Quomodo substantiae in eo quod sint, bonae sint, né, infine, il De fide catholica gli hanno dato la
fama, né sono mai usciti da una ristretta cerchia di lettori specialisti. Quasi tutta la celebrità del suo
nome è racchiusa in quel trattato composto in una cella del carcere di Pavia, in attesa della morte:
trattato in cui, invero stranamente, Boezio non dice una parola della propria fede cristiana, anzi non
nomina mai la religione cristiana: circostanza che ha fatto sorgere dubbi e perplessità nei critici
moderni, fino al punto che alcuni ne hanno messo in dubbio l'appartenenza al cristianesimo. Un
Boezio pagano, allora, ultimo esponente della gloriosa tradizione pagana e neoplatonica, scambiato
per una serie di circostanze fortuite in un campione e in un martire della religione di Cristo?
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Placatasi gradualmente la polemica, e riconosciuta ormai generalmente la paternità boeziana di tutti
gli scritti teologici sopra ricordati, oggi sono ben pochi coloro che negano o che seriamente
revocano in forse la sua fede cristiana; quanto al fatto dell'assenza di argomentazioni propriamente
cristiane e, comunque, religiose, nella Consolatio, la spiegazione migliore è che in questo estremo
atto di omaggio alla filosofia classica Boezio, "l'ultimo dei Romani", ha voluto celebrare la forza
della ragione e del pensiero quale suprema via di giustificazione di fronte alla morte. E questo ha
fatto non perché gli argomenti religiosi gli sarebbero apparsi meno validi o meno efficaci, ma per
mostrare che si può pervenire alla redenzione della vita umana davanti all'arbitrio dell'ingiustizia e
della violenza anche solo con la forza lucida e pacata del ragionamento, senza che ciò escluda
affatto - costituendone, semmai, la premessa e la base - l'esistenza di un altro ordine di cose e di un
altro piano di realtà, ossia la fede, capace di dare all'uomo il conforto più grande e la speranza più
viva nei confronti del destino ultimo dell'anima.
A questo proposito, ci sembra quanto mai opportuno riportare un passo della illustre medievalista
Christine Mohrmann, grande studiosa di Boezio e di S. Agostino, tratto dall'edizione della
Consolatio da lei curata (Milano,Rizzoli, 1976, 1981, ecc., traduzione di Ovidio Dallera),.
"Rimane da provare quale sia stata la ragione per cui Boezio ha volutamente escluso da
quest'opera, che sembra concepita come suo testamento spirituale, tutti gli elementi cristiani. Può
darsi che questa formula 'testamento spirituale' non sia esatta e che si debba piuttosto parlare di un
testamento filosofico. Comunque mi pare impossibile dare alla questione suddetta una risposta
sicura e definitiva. Chi saprebbe ricostruire i motivi più intimi che hanno guidato gli atti di un
uomo messo di fronte alla morte? Si rimarrà dunque nel campo delle ipotesi.
"Questo mi pare evidente: Boezio era in primo luogo filosofo, per vocazione e per predilezione. Se
si esaminano le sue opere, frutto di una vita breve, si può concludere che l'esistenza di quest'uomo
è stata piena - nonostante i suoi incarichi politici e amministrativi - di ciò che si era proposto come
impegno e ideale: rendere accessibile ai suoi compatrioti, in latino ,l'eredità dei grandi filosofi
greci, e in primo luogo di Platone e di Aristotele. Trovandosi in prigione, accusato di 'crimini'
considerati gravi, Boezio si rese conto senza dubbio che non gli sarebbe stato più possibile
tradurre in atto il suo progetto ardito e immenso. Nello stesso tempo egli si domandò certamente
quale fosse il valore di questa filosofia, alla quale aveva votato la sua vita. Nulla impedisce di
supporre che nella malattia di Boezio si nasconda un fatto autobiografico: una specie di
depressione che lo porta a dubitare di ciò che ha riempito la sua vita di filosofo. Sforzandosi di
mostrare nella Consolatio quale sia il vero valore della filosofia nella vita umana, anche nelle
situazioni più tragiche; volendo, nello stesso tempo, dare una compiuta sintesi di ciò che non
poteva analizzare ed esporre nei particolari, Boezio considera suo dovere giustificarsi di fronte a
se stesso e nello stesso tempo pagare il debito che credeva di avere nei confronti dei suoi
contemporanei e particolarmente dei suoi lettori.
"Se si considera così la Consolatio nel quadro della vita di questo filosofo assetato di saggezza
umana, si comprende che egli ha voluto - ha dovuto - distinguere tra ragione umana e dottrina
della fede. Con un eroismo tragico ha difeso, di fronte alla morte, i valori ai quali aveva votato la
sua vita."...............................