Chirac non difende la pace ma i suoi interessi
di Francesco Fusco
Reportage de L'Express scopre le carte di Chirac
Ha ignorato per 8 anni l'embargo ONU
Ha armato l'Iraq e fornito il nucleare
Adesso difende i suoi interessi petroliferi
Diciamocela tutta. O come dice appunto l'autorevole settimanale francese L'Express , nel suo ultimo numero, "Scopriamo le carte". Da più parti, soprattutto da sinistra, negli ultimi mesi gli Stati Uniti sono stati accusati di due nefandezze: 1. Di aver armato l'Iraq di Saddam Hussein; 2. di voler fare la guerra all'Iraq per impadronirsi del petrolio di quel paese, non tenendo conto della quantità di vittime civili. Nello stesso tempo l'opposizione unita ha accusato il Governo italiano di aver diviso l'Europa perché non si è schierato con Francia e Germania, che unilateralmente avevano preso una posizione antitetica agli Stati Uniti, senza neppure immaginare di consultare gli altri partners che compongono a pari titolo l'Unione Europea. L'applauso a de Villepin, il ministro degli Esteri francese, alla fine del suo intervento alle Nazioni unite, ha esaltato l'opposizione italiana.
Tutte queste considerazioni ci costringono a rileggere, assieme a Dominique Lagarde e Alain Louyot, che hanno avuto il coraggio appunto di scoprire le carte della politica francese, la storia degli ultimi trenta anni. E che vengono clamorosamente a smentire i due assunti di cui sopra.
"Ricordiamocene" - sostengono i due giornalisti - "Era ieri. Ministri e opposizione, alti funzionari, mercanti d'armi, petrolieri o banchieri: per niente al mondo sarebbero mancati al ricevimento organizzato ogni anno il 17 luglio , in occasione della festa nazionale irachena, all'ambasciata di Bagdad. Il tout-Paris della politica e degli affari si spingeva quel giorno nei giardini della residenza a passy.
Serge Dassault e Jean-Luc Lagardére,i presidenti Direttori Generali di Dassault e Matrà si incrociavano con Jean Pierre Chevènement e Jacques Chirac o Charles Pasqua." Soltanto un anno fa, malgrado l'embargo, 80 imprese francesi avevano ancora il loro stand alla fiera di Bagdad. " Se c'è un campo nel quale si esercitata la continuità dello Stato francese si è esercitata è stato proprio con l'Iraq. George Pompidou e Michel Jobert, Jacques Chirac e Raymond Barre, François Mitterrand e Claude Cheysson: tutti hanno portato il loro contributo all'edificio".
Dal 15 giugno 1972, allorché George Pompidou riceve all'Eliseo il vice presidente del Consiglio del comando della rivoluzione irachena. Si chiama Saddam Hussein, ha 35 anni, è il numero due del regime di Bagdad, ed è già l'uomo forte del potere. Da diversi mesi l'ambasciatore francese Pierre Cercle chiede che gli si dia una mano. "La Francia ha i mezzi - afferma il diplomatico - per controbilanciare l'influenza sovietica in quel paese". A Pompidou Saddam dichiara che lui "ha scelto la Francia e perciò promette che i Francesi non avranno a soffrire della nazionalizzazione del petrolio iracheno che lui stesso ha decretato proprio quindici giorni prima". E' l'inizio di una storia che culmina nella politica odierna di Chirac.
Ad accelerare i rapporti viene la crisi petrolifera del 1973. Sotto la spinta del Commissario per l'energia atomica, André Giraud, e del ministro degli esteri Michel Jobert, si spinge l'acceleratore sullo sviluppo del nucleare come fonte energetica alternativa, e un' inizio sistematico della conquista dei mercati nei paesi del Golfo e del Medio Oriente produttori di petrolio. "E' questa politica dei conti esterni - affermano gli articolisti de L'Express - in gran parte all'origine di quella che allora viene chiamata la politica araba della Francia". Gli interessi economici francesi innanzitutto, allora come oggi.
E l'Iraq va a occupare subito un posto importante in questa politica per i suoi incontestabili atout: non solo è una spugna di petrolio, ma ha anche ingegneri e tecnici con i quali portare avanti certi discorsi con immediatezza. E ha l'acqua, un'altra delle ricchezze da tenere da conto. Il governo ha fatto della modernizzazione uno degli obiettivi, e per questo hanno bisogno della tecnologia occidentale: "L'antica Mesopotamia diventa per la Francia il paese dei mille e un affare". Chirac come primo ministro di Valéry Giscard d'Estaing persegue e amplifica la politica inaugurata da Pompidou.
L'Iraq gli appare come "un terreno favorevole a una politica attiva d'espansione dell'influenza francese, in tutti i campi", tanto da fargli pronunciare il 1 dicembre 1974, a Bagdad, un discorso pieno di entusiasmo per " Il nazionalismo nel miglior senso del termine e il socialismo (lui uomo di destra mostra così tutto il suo cinismo politico) come mezzo per mobilitare le energie e di organizzare la società di domani sono dei sentimenti molto vicini al cuore dei Francesi". Alla faccia degli elettori francesi.
Ma con questo inneggiare al socialismo baathista torna in patria con la promessa di tanti contratti per l'industria francese, e soprattutto con un grosso dossier che anima ancora le preoccupazioni del mondo: quello della cooperazione nucleare franco irachena.
E' da diversi mesi che se ne parla, già nell'agosto 1974, una delegazione irachena venuta per preparare la visita di Chirac viene ricevuta da Giraud, Commissario per l'energia nucleare. La Francia vuole vendere centrali atomiche, e Giraud ne propaganda i meriti. Gli iracheni sono interessati al tipo grafite-gas, quello che ha permesso alla Francia di dotarsi dell'arma nucleare. Quando pochi mesi dopo la Francia abbandona quel tipo di centrali, il ministro dell'Industria francese propone agli iracheni di spedire loro un reattore di ricerca del tipo Osiris già in funzione a Saclay. Gli iracheni sono contenti: il reattore utilizza uranio arricchito al 93 per cento, quindi utile anche ai fini militari.
L'affare si conclude a Parigi il 5 Settembre 1975 allorchè Chirac accoglie Saddam Hussein assicurandogli la sua "amicizia" e il suo "affetto". E dopo aver visitato le installazioni nucleari di Caradache, e un week-end a Baux-de-Provence, all'Oustaou de Baumaniere, nel corso di una galà a Versailles dichiara che l'Iraq "è in procinto di mettere a punto un programma nucleare coerente" e la Francia "intende associarsi a questo sforzo".
Mentre Saddam viene ricevuto all'Eliseo da Giscard d'Estaing il quotidiano libanese Al Ousbou' Al Arabi pubblica una intervista dell'uomo forte di Bagdad che dichiara come l'accordo con la Francia sia "il primo passo concreto verso la produzione dell'arma atomica araba". Il contratto - malgrado l'aperta minaccia insita in quella dichiarazione ( solo uno stupido poteva sottovalutarlo, mentre un cinico affarista poteva ignorarlo) - viene firmato il 18 Novembre 1975. La Francia venderà due reattori nucleari: uno piccolo di 800 kilowatts e un altro molto più importante di 70 megawatts funzionanti ad uranio arricchito al 93 per cento. I francesi li chiamano Isis e Osiris, gli uomini di Saddam Tamouz I e Tamouz II. Nel contratto si prevede anche la formazione di 700 ingegneri e tecnici nucleari. Gli affari sono affari per i francesi e altre quattro centrali uguali vengono vendute anche all'Iran, alla faccia della possibilità di proliferazione e dei pericoli che costituiscono per il mondo!
E' la stessa filosofia adottata da Chirac e Co. allorché si tratta di vendere armi all'Iraq. Si comincia nel 1973. "Radars, elicotteri, carri armati", secondo L'Express , "pagati cash" da Saddam. Il 1 settembre 1974 viene firmato un protocollo "relativo all'equipaggiamento dell'armata irachena". " A Paris on se frotte les mains", a Parigi si sfregano la mani, scrive l'autorevole settimanale d'oltralpe. Gli acquisti iracheni faranno girare le industrie dell'armamento e permetterà all'esercito francese di equipaggiarsi a basso costo. E inoltre si assicura l'approvvigionamento regolare di petrolio ( ancora oggi la Total-Elf sfrutta i giacimenti di quel Paese).
Nel 1975 Dassault propone a Saddam il suo Mirage F1, e nel 1979 - Chirac non è più primo ministro, ma ha presentato Saddam a Raymond Barre, facendo scalo a Bagdad sulla via di ritorno di un viaggio in India (Notre alliè Saddam di Claude Angeli e Stephanie Mesnier, 1992) - si firma un primo contratto per 36 caccia bombardieri.
Tre giorni dopo che il 22 Settembre 1980 l'Iraq ha invaso l'Iran, Tarek Aziz viene ricevuto a Parigi da Giscard d'Estaing, che lo rassicura che le forniture di armi continueranno. E i primi quattro Mirages F1 vengono spediti a Bagdad il 31 gennaio 1981, mentre tre vedette lanciamissili destinate all'Iran e già pagati dai tempi dello Scià al 90 per cento vengono bloccate nel porto di Cherbourg. Il mondo intero ha posto l'embargo nei confronti di Iran e Iraq ( le fregate costruite in Italia per l'Iraq non sono state mai consegnate, come gli elicotteri per ambedue i contendenti, in ossequio a tale embargo con grave danno economico per le aziende italiane Fincantieri, Agusta, Fiat messe in ginocchio dall'osservanza di questo divieto), ma la Francia di Chirac se ne frega.
L'Iraq in quel momento è il secondo fornitore di petrolio di Parigi e soltanto i contratti firmati nel 1980 rappresentano più di 27 miliardi di franchi (8.100 miliardi di lire di allora). La Francia non sa rinunciarvi per amore della pace, e per accelerare la fine di una guerra destinata a durare otto anni con milioni di morti.
Mitterrand eletto nel maggio 1981 cerca di uscire da questa posizione, ma le pressioni arrivano da tutte le parti, dall'estero ( egiziani e altri paesi arabi - eccetto la Siria - capeggiati da Sadat, preoccupati di una vittoria del fondamentalismo dei mullah iraniani) e dall'interno. Mitterand cede e nell'estate del 1981 Parigi proclama la sua decisione di mantenere gli impegni militari presi in precedenza, e Pierre Mauroy quale presidente del comitato interministeriale sulle vendite di armi afferma che le vendite all'Iraq devono essere intensificate. Charles Hernù, ministro della Difesa, giudica che le vendite sono indispensabili per il mantenimento di un'industria francese dell'armamento, e Jaques Delors al ministero dell'Economia e delle Finanze dichiara che il debito dell'Iraq verso Parigi è così alto che la Francia ha tutto l'interesse a sostenere Bagdad per non rischiare di perdere tutto in caso della disfatta di quel Paese.Quanta nobiltà d'animo, quanto amore per la pace! Oggi Chirac teme di perdere le concessioni petrolifere?
Quando Tarek Aziz ( lo stesso che ha parlato di pace con il Pontefice, con i verdi di Pecoraio Scanio, i Comunisti di Cossutta e con Formigoni) arriva a Parigi il 19 Agosto del 1981 "i francesi stendono un tappeto rosso". Viene ricevuto all'Eliseo da Francois Mitterand e a palazzo Matignon da Pierre Mauroy, si incontra con Claude Cheysson, Charles Hernu alla Difesa, Jean-Pierre Chevévenement al Ministero della Ricerca, Michel Rocard alla Pianificazione, Alain Savary alla Pubblica istruzione. La lista della spesa è impressionante, deve sostituire il materiale distrutto e rafforzare il suo potenziale. Mitterand da via libera, anche perché "la maggior parte delle armi saranno pagate dalla Arabia Saudita e da Kuwait..." Totale del giro d'affari concluso: 14,5 miliardi di franchi nel 1981, e 13 miliardi nel 1982! Moltiplicate per 300 e avrete la dimensione.
Quando nell'autunno 1982 gli Iracheni hanno la peggio nella battaglia di Korramchahr in attesa di ricevere i Mirage armati di missili Exocet, chiedono ai francesi la pronta consegna di cinque Super Etendard. Ma questi aerei sono ormai fuori produzione in casa Dassault, e allora si prestano a Bagdad cinque di quelli in dotazione alla marina francese. Siamo al limite della cobelligeranza! E sempre in barba all'embargo ONU.
L'Iran protesta dapprima diplomaticamente all'ONU, poi organizza attentati sul suolo francese. Finalmente arriva la fine della guerra, e dal 1988 al 1991 si discute del debito iracheno di 4 miliardi di dollari da riscadenzare. Poi finalmente nel 1991 Mitterand di fronte all'invasione dl Kuwait decide di schierarsi con Stati Uniti e Onu contro Bagdad.
La lobby pro Iraq riprende vita in Francia nel 1993. All'Assemblea nazionale, Roselyne Bachelot presiede con passione il nuovo gruppo d'amicizia franco irachena, e il 6 gennaio 1995 Tarek Aziz viene ricevuto ufficialmente da Alain Juppé ( l'attuale capo del partito di Chirac), allora Ministro degli Esteri, che gli annuncia che la Francia vuole aprire una sezione d'affari a Bagdad. Non sono più i mercanti d'armi che spingono ma i petrolieri, le imprese che sperano in affari dopo embargo e i nostalgici della politica filoaraba. Sperano nella elezione di Chirac il 7 maggio 1995, e organizzano a palazzo Bourbon, lo stesso giorno, un colloquio di sostegno a Bagdad. Ma Chirac si fa prudente, e personalmente rimane estraneo agli affari iracheni fino al 1988 quando cerca di convincere Saddam Hussein a riammettere gli ispettori ONU, ma senza successo per un voltafaccia di questi all'ultimo minuto.
Poi il 30 luglio 2002 si schiera assieme a Schroeder contro l'interventismo USA, e con una faccia degna di miglior causa si richiama alle decisioni di quel Consiglio di Sicurezza che lui stesso, da Primo ministro e tutto il suo entourage aveva ampiamente ignorato durante la guerra di Saddam Hussein contro l'Iran di Khomeini. Ancora affari, stavolta legati al petrolio, per salvaguardare le concessioni della Total francese? La migliore definizione della politica di Parigi l'ha data proprio dieci anni fa lo stesso Saddam Hussein : " La Francia lavora soltanto per difendere i propri interessi senza preoccuparsi dei suoi principi ... Non ha più un ruolo da giocare sulla scena internazionale". Grazie tante.




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