Pagina 1 di 6 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 51

Discussione: Pacifismo e Pacifisti

  1. #1
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Pacifismo e Pacifisti

    dal sito di IDEAZIONE

    " Pacifismo,
    da Castro a Saddam il lungo abbraccio alle dittature
    di Stefano Magni

    Nel fine settimana un’ondata di pacifisti si riversa a protestare contro la possibilità di un intervento armato statunitense contro l’Irak di Saddam Hussein. Non è la prima volta che ciò accade, per cui è utile ricordare i precedenti - 1945-1949: i “partigiani per la pace” gridavano contro l’esistenza di armi nucleari, considerate, in sé, “armi orribili” o “disumane”. Allo scoppio della prima bomba sovietica le manifestazioni contro l’atomica, magicamente, scomparvero . 1950: la Corea del Nord invase, dall’oggi al domani, la Corea del Sud. Nessun pacifista fiatò. I pacifisti scesero in piazza solo quando gli Stati Uniti, dietro mandato Onu, intervennero in difesa del Sud . 1962: i sovietici installarono segretamente missili a Cuba, minacciando direttamente il territorio americano. I pacifisti non si mossero. Fu solo quando l’amministrazione Kennedy impose il blocco navale a Cuba che i pacifisti si mossero . Contro il blocco stesso. 1956-1964 il Vietnam del Nord continuò a infiltrare guerriglieri comunisti nel Vietnam del Sud, con il chiaro intento di erodere il paese per invaderlo. Il regime comunista di Hanoi si macchiò di crimini orribili, come lo sterminio “per quota” delle popolazioni dei villaggi occupati o lo sterminio fisico totale di quelle che venivano arbitrariamente classificate come “classi borghesi” [gli assassini di Hocimin anticiparono quelli di Pol Pot, più famosi : ndr], di regione in regione. I pacifisti non si mossero.

    1965: quando Johnson inviò i primi contingenti combattenti americani nel Vietnam del Sud e autorizzò gli aerei a colpire obiettivi militari nel Vietnam del Nord, i pacifisti si svegliarono ovunque con le loro prime manifestazioni oceaniche, sia in Europa che negli Stati Uniti. Protestavano contro l’intervento americano . 1975: l’invasione di un paese, il Vietnam del Sud, che si compì con la conquista militare di Saigon, non destò alcuno scandalo. E i pacifisti furono ciechi di fronte alla repressione perpetuata dal regime di Hanoi, ai danni dello stesso popolo vietnamita, che mieté un milione e mezzo di vittime . 1979: i sovietici installarono missili di teatro, i famosi SS-20, puntati sulle città europee occidentali. Fra i loro bersagli risultano, documenti recenti alla mano , città quali Brema, Amburgo, Hannover, Anversa, l’intera area della Ruhr, Monaco, Vienna, Verona, Vicenza e Piacenza . Nessuno ha mosso un dito per denunciare il pericolo che incombeva sulle nostre teste. I pacifisti si svegliarono solo più tardi, per denunciare la risposta, difensiva, della Nato, l’installazione dei Pershing 2 e dei Cruise. E quella campagna pacifista coinvolse milioni di persone fino al 1983.

    1975-1982: dal Libano meridionale partivano regolarmente raid missilistici e attentati contro civili inermi israeliani. Nessun pacifista si è mai mosso per protestare. 1982: quando gli israeliani decisero di farla finita con questa minaccia che incombeva su di loro da sette anni e occuparono, manu militari, il Libano meridionale, i pacifisti si sono mobilitati violentemente. 1990: l’Irak di Saddam Hussein invase il Kuwait. Nessun pacifista ha detto una sola parola sull’invasione, brutale quanto immotivata, di uno Stato sovrano che non aveva mai fatto del male a nessuno. 1991: la decisione di usare la forza per liberare il Kuwait dall’invasore iracheno, ha sollevato l’ira della piazza pacifista, con decine di migliaia di manifestanti in piazza . 1992-1995: la Serbia di Milosevic, appoggiando apertamente le milizie serbo-bosniache, perpetuò, di massacro in massacro, un’opera di pulizia etnica nella Bosnia orientale. L’artiglieria e i carri armati serbi ripulivano con la forza intere città e nella Sarajevo assediata i cecchini prendevano di mira, scientemente, donne e bambini provocare l’estinzione dell’etnia bosniaca musulmana. Nessuna mobilitazione pacifista . 1995: per fermare il massacro, la Nato incominciò a colpire le postazioni militari serbe in Bosnia. I pacifisti, magicamente, si svegliarono per protesta contro la Nato . 1998: il regime di Milosevic, già in crisi, anche per poter riaffermare militarmente il proprio potere, incominciò un’operazione di pulizia di vasta scala ai danni dei kosovari albanesi. L’esercito jugoslavo si mosse per colpire direttamente i civili nelle loro città e nei loro villaggi. Nessuna manifestazione pacifista . 1999: per fermare anche questo massacro, la Nato ha colpito obiettivi militari serbi in Serbia e nel Kossovo. I pacifisti si sono nuovamente mobilitati in massa. Contro la Nato .

    14 febbraio 2003


    p.terenzi@libero.it
    "



    Shalom!!!!

  2. #2
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal sito di IDEAZIONE

    " Le domande della Santa Sede
    di Paolo Terenzi

    Molti osservatori si chiedono le ragioni della posizione del Vaticano nell’attuale crisi internazionale. Il 13 gennaio, in occasione dell’Udienza al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Papa ha detto: “Come ricordano la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale, non si può far ricorso alla guerra, anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni”. Nel Catechismo della Chiesa si legge che “si deve fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per evitare la guerra, dati i mali e le ingiustizie di cui è causa” (n. 2327) e che solo “una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa” (n. 2308). Il Catechismo elenca tutte le condizioni che devono sussistere per poter parlare di una “guerra giusta” (n. 2309): 1) il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni deve essere durevole, grave e certo; 2) tutti gli altri mezzi per porvi fine devono essersi rivelati impraticabili o inefficaci; 3) ci devono essere fondate condizioni di successo; 4) il ricorso alle armi non deve provocare mali e disordini più gravi del male da eliminare .

    Negli ultimi mesi, autorevoli esponenti della Santa Sede, come il card. Sodano, segretario di Stato, il card. Tauran, il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Martino, presidente del Pontificio Consiglio Justitia et Pax e già Osservatore permanente della Santa Sede all'Onu, e i vertici dell'episcopato statunitense, hanno richiamato l’attenzione su alcuni interrogativi. E’ legittimo ampliare drammaticamente i tradizionali limiti morali e legali della causa giusta per includervi l’uso preventivo della forza militare per abbattere regimi pericolosi o per affrontare il problema delle armi di distruzione di massa? Esiste una chiara e sufficiente evidenza di una connessione diretta tra l’Irak e gli attacchi dell’11 settembre o una chiara e immediata evidenza di un imminente attacco di carattere grave? Avrebbe successo una guerra preventiva per rendere vane le gravi minacce, o invece provocherebbe gli attacchi che pretende di evitare?

    E ancora, sono state percorse tutte le strade della diplomazia? Quale impatto avrebbe la guerra sulla popolazione civile in Irak a breve e a lunga scadenza? Quanti soldati americani morirebbero? Quanti soldati e civili iracheni morirebbero o resterebbe senza casa, senza i mezzi di sussistenza e senza lavoro? L’impiego della forza militare condurrebbe alla nascita di un ordine legittimo o farebbe crescere la conflittualità e l’instabilità in un’area delicata come il Medio Oriente? Una guerra contro l’Irak darebbe forza o indebolirebbe la coalizione contro il terrorismo? Che ne sarebbe, in caso di un’azione unilaterale, del ruolo dell’Onu nelle controversie internazionali e del suo impegno per evitare o comporre i conflitti nel mondo? E’ proprio alla luce di questi interrogativi che il Papa e i suoi più stretti collaboratori ritengono che, almeno allo stato attuale , non ci siano le condizioni per parlare di un intervento armato legittimo .

    14 febbraio 2003

    p.terenzi@libero.it
    "

    Saluti liberali

  3. #3
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal sito di IDEAZIONE

    " No welfare, no warfare
    di Carlo Lottieri

    Per la tradizione liberale esiste uno stretto collegamento tra la libertà e la pace, tra la tutela dei diritti individuali e il rigetto di ogni forma di imperialismo . Quando nel sedicesimo secolo le Province Unite si sganciarono dal dominio spagnolo e costruirono una società basata sulla tolleranza e sul libero scambio, all’ingresso del porto di Amsterdam venne scritto a caratteri cubitali il motto Pax et commercium . E qualcosa di simile si può dire per l’America delle origini, un Paese nato ugualmente a seguito di una guerra d’indipendenza, la quale fu pure una lotta contro la fiscalità eccessiva, l’uso arbitrario del potere, l’erosione dei diritti individuali. Quanti vogliano cogliere la centralità del rapporto tra guerra e statalismo (e quindi, anche tra pace e mercato) oggi però devono fare i conti con l’opera di Murray N. Rothbard , che non solo fu per quasi mezzo secolo il più radicale difensore del progetto di una società di mercato, ma anche uno degli scrittori più critici verso la politica estera americana: condannando ogni prospettiva “interventista” o, se si preferisce, bellicista.

    Questa attenzione ai temi della pace e della guerra da parte dell’autore di The Ethics of Liberty non può stupire, d’altra parte, specie se si considera che egli sottolineò sempre l’esistenza di un legame fortissimo tra il welfare (l’interventismo economico) ed il warfare (l’interventismo militare). In sintesi, la tesi libertaria è che il controllo statale sull’economia e sulla società si rafforza grazie alle situazioni di emergenza che ogni conflitto armato fatalmente crea: con la conseguenza che la vita, la libertà e la proprietà finiscono per essere sempre più esposte a varie forme di minacce ed aggressioni. Ogni stato di guerra produce un’economia socialista, che è tale anche quando non viene definita così. Ma per Rothbard è vero ugualmente il contrario. Uno Stato che si dilata ed arriva a controllare una larga parte della vita economica diviene prigioniero di una prospettiva “colbertista” e mercantilista, finendo prima o poi per lanciarsi in politiche espansionistiche. Nel momento in cui un Paese è sotto il controllo della classe politica, questa giunge a disporre di un micidiale potenziale aggressivo che, prima o poi, utilizzerà. A tal punto, la stessa vita economica viene raffigurata non più come interazione tra individui, ma quale scontro tra “blocchi” e quella che un tempo era la libera concorrenza tra soggetti ed imprese, diventa solo un altro modo di combattersi. Con una progressiva interferenza dei poteri pubblici nella vita culturale e nell’informazione e, soprattutto, con un controllo crescente dell’istruzione, l’avvento di uno Stato a vocazione totalitaria e di un sistema giacobino di manipolazione delle coscienze apre fatalmente la strada all’interventismo militare. L’istruzione pubblica produce non soltanto “cittadini” ed “elettori”, ma anche docili “soldati” pronti ad uccidere.

    Come già fecero grandi liberali quali Richard Cobden (fiero nemico dell’imperialismo inglese), William G. Sumner (che avversò il conflitto tra Stati Uniti e Spagna) e Vilfredo Pareto (che fu un membro attivo della Società internazionale per la Pace), Rothbard evidenzia l’incompatibilità tra la guerra ed il libero mercato, contrapponendo lo Stato ed i diritti individuali. Ai suoi occhi appare del tutto chiaro che gli autentici difensori della libertà del singolo devono rifuggire ogni forma di colonialismo e militarismo. La logica della libertà è la logica del diritto (del rispetto del prossimo), e quindi anche dello scambio. Tutto ciò è però negato quando il piccolo gruppo di persone che controlla un apparato statale pretende di imporre la propria volontà con l’uso delle armi.

    Per il libertarismo giusnaturalista di Rothbard, d’altra parte, gli interventi statali nell’economia e nella vita sociale sono in primo luogo da rigettarsi perché immorali, contrari ai diritti fondamentali e lesivi della dignità dell’individuo. E se tale immoralità è riconoscibile in ogni atto dello Stato (che per definizione fa ricorso all’intimidazione e alla violenza), questo è ancor più vero quando si tratta di un’iniziativa volta non già solo a “sostenere l’economia” o “promuovere la cultura”, ma addirittura ad affermare il dominio di un apparato militare in questa o quell’area. Per giunta, il libertarismo coniuga diritti individuali e libera concorrenza. E se un mercato aperto è meglio adeguato ad offrire servizi e beni di alta qualità e basso costo, non si capisce perché tutto ciò non debba essere vero di fronte ai problemi della sicurezza. Nel 1849 questa tesi era stata avanzata sul Journal des Économistes da un economista belga che proprio Rothbard ed i libertari hanno contribuito a riscoprire, Gustave de Molinari1, ma ogni giorno abbiamo ulteriori conferme della bontà di quell’intuizione.

    La stessa tragedia dell’11 settembre 2001, d’altra parte, ha dimostrato come i nostri sistemi sociali siano particolarmente fragili, ed esposti ad ogni rischio, in quei settori, come la sicurezza, che sono stati monopolizzati dallo Stato e perciò sono gestiti da burocrazie inefficienti. Nel momento in cui il mondo intero ha assistito al più completo fallimento della Cia e dell’Fbi (che hanno divorato miliardi di dollari inutilmente o peggio), è davvero un peccato che pochi abbiano compreso come quell’attacco portasse nuovi argomenti alla tesi rothbardiana mirante a liberalizzare la protezione. Oltre a ciò, l’inacerbirsi delle relazioni internazionali ha mostrato la saggezza delle critiche libertarie verso la politica estera dell’Occidente, illusosi di divenire il tutore del Nuovo ordine mondiale senza suscitare odi e senza diventare oggetto di minacce e attacchi.

    Diritto naturale e competizione tra istituzioni

    Nel momento in cui difende i princìpi del capitalismo di mercato, Rothbard rigetta ogni ipotesi di aggressione, imposizione, violenza. L’utilizzo della forza, insomma, è legittimato soltanto in funzione difensiva: come strumento per tutelarsi da possibili attacchi. Ma per comprendere la posizione di Rothbard in tema di guerra è forse necessario partire dalla reinterpretazione libertaria di quello che oggi è chiamato il “diritto penale”. Secondo Rothbard, ogni uomo ha il diritto di difendere la propria incolumità e resistere alle aggressioni: proprio per questo motivo la sua opzione per la pace non conduce necessariamente ad un pacifismo assoluto . Una simile posizione (tolstojana) è considerata del tutto legittima, ma è ugualmente possibile che chi è minacciato si organizzi a propria difesa ed a tutela dei familiari, così come è comprensibile che chi ha subìto un torto pretenda di ottenere giustizia.

    Nel pensiero politico libertario vi è poi, ed è un elemento fondamentale, il rigetto del monopolio della giurisdizione, dato che una condizione essenziale perché si abbia una buona amministrazione del diritto è che numerosi ordini siano posti in competizione tra loro. Questo spiega perché Rothbard mostri interesse per l’ordine penale medievale (dell’età longobarda, ad esempio) e per la sua logica policentrica, all’interno della quale più soggetti erano autorizzati – se lesi nei loro diritti – ad organizzare in prima persona un’azione volta ad ottenere giustizia. Va pure aggiunto che nel diritto libertario non solo ogni azione legale muove da una querela di parte, ma mira essenzialmente a “raddrizzare il torto”. Non c’è quindi un’intenzione punitiva né “educativa”, ma piuttosto l’obiettivo di porre rimedio all’ingiustizia compiuta. Di fronte ad un furto o a qualunque altro atto criminale, la vittima ha la facoltà di fare tutto il possibile per ricevere un adeguato indennizzo (a tale proposito, Rothbard utilizza la formula “due occhi per un occhio”).

    Quando allora un gruppo ne aggredisce un altro, gli individui che subiscono un danno o temono di subirlo sono autorizzati ad intraprendere azioni di autotutela. E’ però ugualmente vero che questa “difesa” non può essere esercitata che nei riguardi degli aggressori e secondo un principio di proporzionalità. Non è lecito, in particolare, ferire o uccidere chi non ha alcuna responsabilità nell’azione criminale. La reinterpretazione libertaria degli antichi princìpi scolastici del bellum justum muove da qui. Ed è per tale ragione che di fronte ad un esercito invasore è lecito per la popolazione aggredita reagire anche con strumenti militari, a condizione però che i mezzi di offesa siano orientati verso quanti hanno deciso tale atto di guerra o comunque hanno partecipato all’invasione. E’ giusto difendersi, attaccare le colonne armate, respingere gli attacchi aerei e distruggere le basi navali del nemico, ma certo non è in alcun modo giustificabile un’azione di guerra che leda i diritti delle popolazioni civili: bombardando le città, ad esempio . In questo senso, secondo la nuova storiografia libertaria che ha preso le mosse da Rothbard non esiste possibilità di giustificare le scelte di quegli uomini politici e di quei generali che hanno preteso di coinvolgere nei conflitti i semplici cittadini e hanno quindi considerato legittimo l’impiego di armi di distruzione di massa quali gli ordigni sganciati dagli aerei o le bombe atomiche. Se quando si utilizza una pistola o un fucile si è in condizione di controllare con ragionevole certezza chi potrà trovarsi sulla traiettoria dei propri spari, un attacco nucleare – per ovvii motivi – è destinato a spargere lutti tra persone innocenti. L’ampio raggio della sua azione è tale che, salvo casi estremi (come nell’ipotesi, davvero improbabile, di un gruppo terrorista che fissi la propria base in un deserto), il ricorso ad un simile strumento appare del tutto ingiustificato.

    E’ una riflessione coerente con i criteri fondamentali del diritto libertario, quindi, quella che conduce lo studioso americano ad esprimere un giudizio severissimo sui conflitti novecenteschi, che a Rothbard appaiono tutti sostanzialmente illegittimi e criminali. Per l’autore di The Ethics of Liberty le stragi hitleriane e staliniane sono da condannarsi, ma lo stesso si deve dire per i bombardamenti anglo-americani sui centri abitati della Germania o del Giappone, che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di vittime innocenti. Essere cittadini tedeschi o giapponesi all’inizio degli anni Quaranta non può essere considerato un crimine da punirsi con la pena di morte. Per Rothbard non vi è una morale “emergenziale” a cui si possa fare ricorso in tempo di guerra e tale da rendere legittime quelle azioni terroristiche che, in tempo di pace, nessuno giudicherebbe tali. E’ nel nome di un garantismo liberale coerente, quindi, che Rothbard prende le difese di quanti (innocenti e disarmati) finiscono sotto l’attacco di un esercito . La netta affermazione dei diritti naturali individuali, quindi, finisce per rigettare ogni forma di Realpolitik e, più in generale, ogni pretesa della sovranità statuale di ignorare i diritti dei più deboli.

    Nel momento in cui Rothbard teorizza tale antistatalismo egli finisce in effetti per mettere sotto accusa l’intera politica statunitense: accentratrice, aggressiva, guerrafondaia. Ma è ugualmente importante sottolineare come questa prospettiva di Rothbard sia perfettamente nel grande solco della tradizione liberale . Se ci si volge ad esempio verso un autore come John Locke (certamente l’interprete più autorevole del liberalismo classico), si vede come il governo limitato sorto contrattualmente al fine di assicurare ordine e protezione possa operare unicamente entro ben ristretti confini: esso “è tenuto ad usare la forza della comunità, in patria, solo per l’esecuzione di quelle leggi (poste a difesa dei diritti individuali); e, fuori, al fine di prevenire e risarcire offese esterne e mettere la comunità al sicuro da scorribande e invasioni”. In Locke stesso, insomma, non vi è alcuno spazio per logiche espansionistiche, “interventi umanitari” ed altre forme di politica imperialista.

    Nell’età contemporanea, purtroppo, tutto questo sembra dimenticato e non è raro che si autodefiniscano “liberali” autori ed uomini politici che ogni giorno celebrano la guerra quale strumento atto a “portare la democrazia”, “difendere la civiltà” e “diffondere i valori dell’Occidente”. Il risultato è che negli Stati Uniti di questi ultimi decenni nel dibattito sulla pace e sulla guerra gli unici ad interpretare la tradizione liberale (che è tradizione, va detto, isolazionista e quindi non interventista) sono stati i libertari come Rothbard, taluni conservatori old style non immemori della lezione di Albert Jay Nock e qualche radical irriducibile (Gore Vidal, ad esempio): con toni diversi, tutti fedeli all’idea che se l’esercito americano ha una funzione da assolvere essa consista solo nel tutelare la popolazione degli States da effettivi attacchi militari o di altro genere provenienti dall’esterno. Si tratta di un isolazionismo che ovviamente non comporta alcuna forma di isolamento o chiusura, dato che in generale costoro sono – per usare le parole di Rothbard stesso – “favorevoli al non-intervento politico negli affari della altre nazioni, e anche all’internazionalismo economico e culturale nel senso di libertà pacifica di commercio, d’investimento e di scambio tra tutti i cittadini di tutti i Paesi”.

    Questa, come è noto, fu per lungo tempo la teoria prevalente nelle ex colonie inglesi: e questo fu a lungo lo spirito autentico dell’America. Secondo Thomas Jefferson, l’uomo che più di tutti ha contribuito a definire l’americanismo stesso, l’America doveva intrattenere rapporti di “pace, commercio ed onesta amicizia con tutte le nazioni, senza stringere alleanza con nessuna di esse”; e, soprattutto, senza intromettersi negli affari altrui. Ma un’analoga ispirazione si ritrova in The Proclamation on Neutrality, promulgato da George Washington il 22 aprile 1793 mentre l’Europa stava precipitando in una più che decennale lotta contro l’imperialismo francese. I padri fondatori dell’America originaria, insomma, non si proponevano di salvare il mondo con la lama delle loro baionette ed anzi avevano una concezione molto ben definita dei compiti del potere federale. Le cose cambiano quando la società americana inizia ad “europeizzarsi”. E non è certo un caso se negli scritti di Rothbard sono proprio i presidenti americani del ventesimo secolo ad essere oggetto delle critiche più feroci, in quanto fautori di politiche illiberali in economia (alta spesa pubblica, forte tassazione, crescente controllo sull’economia) ed al tempo stesso di un sempre maggiore coinvolgimento degli Usa in ogni area calda del pianeta. Sono stati soprattutto tali politici ad essere in prima linea quando si trattava di abbandonare i buoni princìpi del liberalismo classico per lanciarsi in politiche avventuristiche più o meno “umanitarie”: almeno dalla prima guerra mondiale in poi.

    Difendersi dallo Stato e senza lo Stato

    Usando le parole di Randolph Bourne, Rothbard afferrma che “la guerra è la salute dello Stato”, il quale grazie ad essa rafforza il proprio potere, il proprio orgoglio ed il proprio dominio sulla società. Interi Paesi, in tal modo, divengono accampamenti militari e la società stessa adotta, per dirla con Albert J. Nock, “la moralità di un esercito in marcia”. E’ ugualmente chiaro che non vi è alcuna significativa differenza tra polizia ed esercito, dato che entrambi questi apparati dello Stato si giustificano quali strutture monopoliste protettive ed assolvono alle loro funzioni disponendo (diversamente dalle polizie private) di risorse estorte con la tassazione. Oltre a questa, esiste un’altra nota caratteristica del “realismo libertario”. Essa è riconoscibile nella volontà di abbandonare ogni fittizia ed artificiosa distinzione tra le due specie di individui che vengono invece costantemente prese in esame dalla tradizione giuspubblicistica. Secondo la cultura politica dominante, in effetti, vi sarebbe una sorta di alterità ontologica che separerebbe l’individuo investito di un qualsiasi potere statale e quanti non hanno alcun ruolo all’interno delle istituzioni. Mentre l’uomo di Stato può sottrarre risorse (con la tassazione), rapire persone (con la coscrizione obbligatoria) e minacciare il prossimo (con la regolamentazione), gli stessi comportamenti compiuti da una persona priva di ogni investitura ufficiale sono stigmatizzati quali reati e comportano gravi conseguenze per chi li compie.

    Qualche esempio può illustrare bene la situazione. Il generale che in guerra ordina un attacco e in questo modo si rende responsabile di uno sterminio è un servitore dello Stato e una persona rispettata, mentre non lo è il capomafia che ordina una strage del tutto analoga; il rapimento è tale se il protagonista del gesto è un cittadino qualunque, ma viene diversamente interpretato se la vittima è un giovane ventenne e l’organizzazione che gestisce il kidnapping è l’esercito di uno Stato, che impone la coscrizione militare; il ladro che entra nelle abitazioni per rubare denaro e gioielli viene indagato e messo in prigione, mentre certo non subiscono questo trattamento coloro che lavorano per l’apparato fiscale e tolgono ai contribuenti una parte considerevole di ciò che essi possiedono. E’ certamente una buona cosa che i criminali comuni siano contrastati, ma è difficile capire per quale motivo non si possa essere ugualmente severi con chi compie azioni del tutto identiche per conto dello Stato.

    Se l’universo sociale statizzato è un universo che include uomini con divisa e uomini senza divisa, agli occhi dei libertari appare molto difficile giustificare che il medesimo comportamento possa essere legittimo se compiuto dai primi ed inaccettabile, invece, se ad agire sono i secondi. Quando contestano tutto ciò i libertari non fanno altro che recuperare il senso profondo di quell’espressione lockiana secondo la quale “i monarchi assoluti non sono che uomini” e – nello spirito cristiano che pervade la riflessione del pensatore inglese –fratelli dei loro sudditi. Rothbard chiede quindi che si proceda anche ad un’integrazione metodologica tra Stato e società, grazie ad una reductio ad unum che elimini ogni frontiera artificiosa e imponga di usare lo stesso metro nel giudicare gli uomini che agiscono entro l’apparato statale e quelli che operano al suo esterno. Egli è esplicito nell’ammettere che “il libertario si rifiuta di dare allo Stato quella licenza morale di commettere azioni che quasi tutti ritengono immorali, illegali e criminali se commesse da privati. Il libertario, in sintesi, insiste sull’applicazione della legge morale generale a tutti, senza eccezioni”. Il carattere radicalmente demistificatorio di tali proposte aiuta a capire come il libertarismo sia in condizione di svelare tutta la fragilità della tradizione politica moderna, incapace di spiegare la differente natura del governante e del governato. Quando si sforza di operare una lettura unitaria e integrata della società, Rothbard si rifiuta di prendere per buone le autointerpretazioni ideologiche (nell’accezione marxiana del termine) che le classi politiche ci offrono. Dietro alle maschere della democrazia e del bene pubblico, insomma, vi è solo un gruppo criminale vincente che è riuscito a conquistare il centro della scena e per questa ragione può definire legale la sua posizione e automaticamente illegale quella di tutti coloro che vi si oppongono. Come scrisse Spooner: “I fatti sono questi: il governo, come un bandito, dice all’individuo: “O la borsa o la vita”. E una larga parte, se non la maggior parte, delle tasse viene pagata sotto questa minaccia”.

    Per questo motivo, mentre la violenza aggressiva dello Stato è illegittima, agli occhi dei libertari (che non sono necessariamente pacifisti assoluti) è del tutto legittima la resistenza operata da gruppi armati che combattano il potere istituito e non coinvolgano soggetti innocenti nella loro lotta. Scrive Rothbard: “la guerriglia possiede l’antica e onorata virtù di bersagliare solo il nemico, risparmiando i civili innocenti”. Egli non manca di aggiungere che i guerriglieri, “per guadagnarsi ancor più il sostegno dei civili, spesso rinunciano alla coscrizione e alla tassazione, e contano, per procurarsi uomini e materiali, sugli aiuti volontari”.

    Proprio perché è segnato fin dalle sue origini dall’aggressione e dall’ingiustizia, lo Stato non può in alcun modo essere considerato garante della pace e della giustizia. In fondo, nell’etica libertaria il diritto di resistere alla violenza si esprime anche e soprattutto nel diritto di resistere allo Stato. Proprio per questo motivo la prospettiva integralmente liberale adottata da Rothbard implica una fondamentale condizione: che il sistema giuridico e protettivo sia anch’esso parte del mercato e quindi si lasci alle spalle la logica coercitiva che è propria degli odierni sistemi statizzati. Bisogna chiedersi come sia possibile difendersi dalla criminalità e dare vita ad una società ordinata, però, in assenza di un apparato pubblico di protezione. Nessuno può dire esattamente come davvero opererebbe un mercato concorrenziale della sicurezza e della giustizia quando esso dovesse vedere la luce, ma certo è già ora possibile avanzare alcune congetture in merito a come sarebbe un universo sociale liberato anche in questo ambito particolare dal monopolio pubblico. In primo luogo, Rothbard evidenzia come in una società libera ogni individuo vedrebbe riconosciuto il diritto a possedere armi: un diritto che non è più nemmeno rivendicato dalle popolazioni europee (da secoli abituate ad elevati standard di coercizione), ma che invece è fortemente sentito negli Stati Uniti, dove è tutelato dal secondo emendamento alla Costituzione e dalla forte opposizione popolare che si costituisce ogni volta che ne viene proposta l’abolizione.

    L’ordine libertario permetterebbe, inoltre, il costituirsi di milizie volontarie (locali, professionali o di altro genere) e di iniziative imprenditoriali miranti proprio a soddisfare la domanda di sicurezza e anche ad offrire protezione, in forma no profit, a quanti sono privi dei mezzi economici necessari per acquistarla sul mercato. Già oggi numerose industrie e banche ricorrono a compagnie private per tutelarsi di fronte alla delinquenza: a dispetto dell’alta tassazione subìta per finanziare le polizie statali, molti ritengono necessario rivolgersi a soggetti privati al fine di proteggere la propria attività e i propri beni. Questa offerta concorrenziale di sicurezza dimostra meglio di tanti discorsi cosa intende Rothbard quando sostiene che nemmeno la protezione è un bene pubblico. Pure essa, infatti, è caratterizzata da rivalità nel consumo (se alcuni poliziotti pattugliano un quartiere, non potranno essere presenti in un altro) ed escludibilità (le guardie giurate impegnate a difendere una banca non sono interessate ad intervenire contro un ladro che stia per entrare in un negozio che non è loro cliente), così da non corrispondere affatto a quei criteri individuati da Paul Samuelson nel noto articolo del 1954 sui beni pubblici.

    Resta ancora da chiarire come si possa evitare il caos hobbesiano o, in termini moderni, l’esplodere di una criminalità organizzata che prenda il sopravvento sulla società civile e sugli individui rispettosi dei diritti altrui. E’ il caso di chiedersi cosa ci permetta di ritenere che in una futura società libertaria variamente organizzata non emergerà, al di là di ogni migliore intenzione, un inferno disordinato in cui saranno i più violenti e spregiudicati, alla fine, a prevalere. Rothbard sottolinea come vi siano molte esperienze storiche, soprattutto prima dell’avvento della statualità moderna (si pensi all’ordinatissima “anarchia medievale”, per usare la nota espressione di Jean Baechler), che ci permettono di avanzare ragionevoli congetture su come potrebbe essere, oggi, una società senza monopolio statale. Da americano, per giunta, egli non può ignorare la libertà radicale del West, dove – in contrasto con quanto ci è stato spesso raccontato in film e romanzi d’avventure – l’assenza del monopolio legale della violenza permise la nascita di un ordine basato sull’autotutela e sulla libera coordinazione volontaria: grazie ai servizi di mercato offerti da sceriffi, bounty killers, società di protezione privata (la più nota fu la Pinkerton), e così via. E’ anche interessante rilevare come numerosi studi storici abbiano non solo evidenziato gli altissimi tassi di crescita dell’economia della Frontiera (verso la quale per decenni affluirono grandi masse di coloni), ma anche che la criminalità era meno significativa nel West – in rapporto al numero degli abitanti – rispetto alle aree “statizzate” dell’Est.

    Di fronte all’ipotesi di una completa scomparsa dello Stato molte perplessità sono infatti avanzate da quanti ritengono che un sistema di protezione e giustizia di tipo privato difficilmente potrebbe essere in grado di assicurare un’efficiente difesa militare, ovvero un’adeguata tutela di fronte a eserciti e gruppi terroristici. Ma a tale proposito non si deve trascurare il fatto che un’occupazione militare, come rileva Rothbard, è del tutto priva di quella pur parziale legittimazione di cui ora godono normalmente gli Stati. Gli occupanti potrebbero insomma dover fare i conti con una conflittualità endemica e quindi con costi crescenti. Ricordando le molte guerriglie popolari contro gli eserciti stranieri, Rothbard evidenzia che “il ventesimo secolo ci ha dato una lezione (una lezione data per la prima volta al potente Impero britannico dai rivoluzionari americani vittoriosi): nessuna forza di occupazione può sottomettere troppo a lungo un popolo determinato a resisterle”10. La stessa eventualità di dover fare i conti con tale resistenza, allora, rappresenterebbe di per sé un forte disincentivo a lanciarsi in simili imprese.

    Quanti ritengono che una difesa comune non potrebbe emergere volontariamente trascurano che in una società di mercato ogni piccola realtà (agenzia di protezione, comunità, county privata e così via) sarebbe portata a sottoscrivere accordi ed intese con altre entità simili o anche di taglia maggiore: prenderebbero corpo, insomma, federazioni e consorzi capaci di garantire i vantaggi delle istituzioni di grandi dimensioni senza che necessariamente gli individui siano costretti a subire l’aggressione dello Stato. Come è stato mostrato da Hummel e Lavoie in un loro articolo consacrato proprio alla difesa nazionale11, non è affatto vero che a causa dell’interesse personale gli individui non sono in grado di collaborare. Questi due economisti hanno infatti mostrato come un Dilemma del Prigioniero iterato (e quindi l’adozione di un modello meno lontano dalla realtà di quanto non sia il semplice gioco a due usato, ad esempio, da Joan Robinson per mettere in discussione la società di mercato) ci faccia comprendere che perfino individui razionali ed utilitaristi possono essere motivati a partecipare alla produzione di un bene di cui anche altri beneficeranno. Tali considerazioni trovano un’ulteriore conferma nell’attenzione crescente che i libertari riservano al tema delle comunità volontarie, ai fenomeni secessionisti contemporanei, ma anche a quell’insieme di elaborazioni neo-federali che stanno progressivamente rivoluzionando il nostro stesso modo di guardare al rapporto tra le istituzioni e il territorio.

    Perché un libertario deve opporsi all’imperialismo

    Alcune interessanti analisi di Rothbard sul tema della guerra si trovano in un saggio che egli scrisse nel 1963 sulla rivista The Standard, avviando una delle sue caratteristiche polemiche con il più celebre opinion-maker dell’universo conservatore americano, William F. Buckley Jr., che aveva accusato i libertari di entusiasmarsi magari su questioni marginali come la privatizzazione dei rifiuti urbani, salvo poi ignorare i grandi problemi politici: quelli, in particolare, che concernono la pace e la guerra. La tesi di Buckley era che i libertari potevano certo divertirsi a fare gli utopisti su questa o quella questione, ma solo perché di fatto seguivano una logica conservatrice “ortodossa” su ogni tema cruciale. A partire, appunto, dalla questione della difesa. Rothbard coglie qui l’occasione per opporre alle accuse di Buckley una riflessione molto rigorosa sul tema delle relazioni internazionali. Il suo punto di partenza, ovviamente, è il rifiuto di ogni azione lesiva dei diritti naturali. Nel linguaggio rothbardiano, “il fondamentale assioma della teoria libertaria è che nessuno può minacciare o commettere violenza (“aggredire”) la persona o la proprietà altrui”. Da questo egli non fa affatto discendere un pacifismo assoluto, poiché è persuaso che sia possibile usare la violenza, ma solo contro chi attacca per primo: per evitare l’aggressione o per porvi rimedio.

    La riflessione di Rothbard sulla guerra rinvia costantemente a questa premessa, essenzialmente etica. Quando Smith aggredisce Jones, quest’ultimo ha diritto di reagire, ma egli non può certo mettere in discussione la vita, l’incolumità e la sicurezza di altre persone (innocenti ed incolpevoli). E come queste considerazioni generali possano avere immediate traduzioni sulle questioni della pace e della guerra lo si comprende immediatamente. Abbiamo già rilevato che alla luce degli assiomi rothbardiani tutti i conflitti che abbiamo conosciuto nell’età moderna e contemporanea appaiono illegittimi ed ingiusti. Non è lecito bombardare civili; non è moralmente ammesso distruggere città, campi e fabbriche; non è possibile neppure bloccare le attività economiche di quanti appartengono ad un Paese il cui governo è in guerra con un altro. L’aggredito ha diritto di difendersi e fare guerra, ma unicamente se resta entra i limiti dettati da quelle norme di giustizia che lo obbligano a reagire soltanto nei riguardi dell’aggressore.

    Come già sarà risultato chiaro, Rothbard è erede di una lunga riflessione – soprattutto medievale e scolastica – sulla guerra giusta (bellum justum) e sulle condizioni da rispettare, se attaccati, per non passare a propria volta dalla parte della colpa. In questo senso, per lo studioso americano non esiste solo una differenza di grado tra i conflitti del passato e quelli dell’età presente: la differenza è pure una differenza di genere. Secondo Rothbard, molti strumenti bellici contemporanei – le bombe nucleari come quelle “convenzionali” sganciate dagli aerei – sono infatti intrinsecamente illegittimi dal momento che “tali armi sono ipso facto macchine di distruzione indiscriminata di massa”, che non possono non uccidere e ferire un gran numero di innocenti. Per questo motivo, “l’uso di armi nucleari, o anche la minaccia di farvi ricorso, rappresenta un peccato ed un crimine contro l’umanità per il quale non ci può essere alcuna giustificazione”. E’ sulla base di tali considerazioni, quali discendono da elementari ed incontestabili valutazioni morali, che Rothbard fu sempre – al tempo stesso – un deciso partigiano del disarmo nucleare ed un fiero difensore del diritto di avere e portare armi (tutelato, in America, dal secondo emendamento del Bill of Rights) . Ma anche quanti hanno il diritto di difendersi non possono – neppure in questa loro azione di auto-tutela – mettere a rischio i diritti di persone innocenti. Questa considerazione aiuta a comprendere perché, per Rothbard, nessun conflitto legittimo può vedere protagonista lo Stato, dato che esso è in definitiva costituito da una piccola organizzazione che dispone del monopolio della violenza aggressiva in un dato territorio e in tal modo ottiene il controllo delle persone che vivono in quell’area e delle loro risorse. Anche in tempo di “pace”, allora, lo Stato è lo strumento di un’aggressione ingiusta (una specie di guerra anch’essa, in definitiva) contro soggetti innocenti, a cui viene negato il legittimo diritto di ribellarsi.

    Come John Locke nel suo celebre passo sull’appello al Cielo (e come i monarcomachi cattolici e protestanti del sedicesimo secolo), Rothbard giudica legittimo il tirannicidio. Al tempo stesso, ogni guerra condotta dagli Stati è illegittima perché utilizza risorse estorte con la violenza (tassazione) e aggredisce persone del tutto innocenti (i cittadini dello Stato “nemico”). Se quindi vi sono certamente ribellioni che possono essere legittime, non vi sono guerre condotte da Stati che possano pretendere di essere considerate tali. In questo senso, l’estraneità di Rothbard a buona parte del pensiero contemporaneo non viene tanto e solo dal rigetto del paradigma statuale di origine hobbesiana, ma anche e soprattutto dalla fedeltà al realismo filosofico aristotelico-tomista e, in particolare, ad una concezione “etica” delle relazioni sociali. Per tanti aspetti, Rothbard è l’anti-Machiavelli del ventesimo secolo : egli non solo ha rige ttato l’idea che la politica possa essere sottratta ad ogni relazione con l’etica ed i suoi imperativi, ma più di ogni altro si è sforzato di restare fedele a tutto ciò. Ma di fronte alla realtà attuale delle relazioni internazionali e ai problemi che oggi essa solleva come può atteggiarsi un libertario?

    La risposta di Rothbard è chiara. Nel momento in cui vi sono entità straniere che vorrebbero aggiungere la loro minaccia all’aggressione già messa in atto dal “proprio” Stato (come era in passato di fronte al pericolo sovietico ed oggi dinanzi al terrorismo fondamentalista), il solo modo per ampliare gli spazi di libertà consiste nel “fare pressione sul proprio Stato al fine di limitare le sue attività all’area che esso monopolizza e non aggredisca altri Stati monopolisti”15. Più in generale, la tesi libertaria è che si deve cercare di evitare ogni guerra tra Stati, ingiusta per definizione. In un contesto come quello presente, dominato da relazioni internazionali che ancora oggi sono essenzialmente relazioni tra Stati, per lo studioso americano l’obiettivo dei libertari “è impedire ad ognuno di essi di estendere la propria violenza alle altre nazioni, affinché la tirannia di ogni Stato possa essere se non altro confinata alla propria giurisdizione”. Ogni conflitto militare reale o potenziale (come ai tempi della Guerra Fredda) offre alle classi politiche nazionali il pretesto per continuare una politica estera interventista e, di fatto, imperialista. Con la conseguenza che l’odio e l’ingiustizia, in tal modo, rischiano di causare altri risentimenti ed ulteriori reazioni. Tanto più che nessuna potenza desiderosa di dominare il mondo (dalla Roma antica all’Unione Sovietica) è mai stata amata da popoli costretti ad ubbidire.

    Questa posizione non sempre è stata compresa al punto che proprio Rothbard (il più strenuo difensore, nel corso del Novecento, della libertà individuale e della proprietà privata) è stato ripetutamente accusato – da parte conservatrice – di essere un fiancheggiatore o un simpatizzante dell’Unione Sovietica. Ovviamente non è così e qualcuno certo può essere stato indotto ad esprimere questo giudizio dal fatto che, nella sua attiva e spregiudicata militanza in difesa della pace e dell’isolazionismo, egli ha sempre cercato le “alleanze” più eterodosse: dalla sinistra radical di Noam Chomsky alla destra populista di Pat Buchanan. Rothbard era pronto ad allearsi con tutti pur di difendere la libertà e quindi la pace stessa . Sapeva che la sua personale “compromissione” con questo o quel personaggio poco contavano di fronte all’obiettivo che egli perseguiva. Oggi sappiamo che aveva ragione e che certo l’America attuale sarebbe molto migliore se il suo insegnamento non fosse stato ignorato e se egli non fosse stato vittima di un’emarginazione da cui solo ora, dopo la morte, inizia ad uscire.

    14 febbraio 2003

    (da Ideazione 1-2003, gennaio-febbraio)

    "

    Saluti liberali

  4. #4
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal quotidiano IL GIORNALE

    " il Giornale del 21/02/2003


    --------------------------------------------------------------------------------

    Ulivo senza unione
    Renzo Foa
    --------------------------------------------------------------------------------

    Metti che nell'Ulivo sia Giuliano Amato l'unico a capire che votare in Parlamento contro la mozione della maggioranza, alla fine del dibattito sull'Irak, equivaleva a votare contro il documento del vertice di Bruxelles . Metti che sia egli stesso a dirlo pubblicamente, come ha fatto in una lunga intervista uscita sulla Repubblica di ieri. Che conclusione trarne? Certo, dal suo punto di vista che è "sciocco regalare l'Europa alla sola maggioranza". Ma, allargando un po' lo sguardo, che la sinistra italiana alla fine è diventata ex-europea. Dopo anni di lezioni impartite a tutti, dopo aver accusato un giorno sì e uno no il centrodestra di allontanarsi dall'Unione, dopo aver sofferto e cercato di esorcizzare il "tradimento" di Tony Blair, dopo essersi rintanata nella trincea della "saggezza", secondo la formula coniata da Romano Prodi, dopo aver cercato di promuovere la soluzione politica franco-tedesca per il Golfo che non esisteva se non nella fantasia di Schr=der, ha compiuto l'ultimo passo: pronunciarsi, alla Camera e al Senato, contro l'accordo raggiunto dai quindici capi di Stato e di governo solo perché, qui in Italia, quella è la cornice politica entro cui si muove l'esecutivo guidato da Berlusconi. Non è una fantasia. E' stato Giuliano Amato a sottolinearlo, insomma è un giudizio pronunciato in casa. Ed è doppiamente pesante.
    In primo luogo perché dice esplicitamente che l'involuzione dei centrosinistra ha superato anche un confine che sembrava invalicabile. L'Europa non come feticcio, ma come entità in costruzione, appariva fino a due giorni fa come un'impresa comune delle grandi forze politiche italiane. Certo, con idee e visioni diverse. Ma l'obbiettivo della coesione - per usare il termine su cui non si stanca di insistere Ciampi - era almeno a parole un elemento condiviso. Oggi non lo è più. Una parte consistente della sinistra sembra considerare carta straccia l'Unione che non parla più il suo linguaggio. Lo stesso dubbio di legittimità avanzato in Italia nei confronti del governo Berlusconi viene rilanciato - è successo dopo le marce di sabato scorso - nei confronti dei governi del continente nel momento in cui non cavalcano la ventata populista contro l'America di Bush. L'idea di Europa è ridotta alle contraddittorie posizioni di Francia e Germania, mentre il resto non si sa cosa sia. Jacques Chirac è diventato l'ultimo punto di riferimento di una cultura politica che non ha più orizzonti. Così, accanto alle bandiere pacifiste a quelle rosse con il profilo di Che Guevara, spunta anche quella della tradizione gollista, cioè la rivendicazione della potenza della patrie francaise, l'ultimo nazionalismo occidentale, la distinzione tra le due sponde dell'Atlantico, che ha raggiunto il suo culmine nella diffidenza verso i nuovi partner dell'Est ex-comunista. Si tratta di un punto di arrivo sorprendente per chi ha nella sua storia tutt'altro. Ma questa strana e occasionale alleanza tra i no-global di Porto Alegre e i veti di Jacques Chirac - la cui autonomia dall'America si manifesta in modo roboante quando si tratta di restare fermi davanti a Milosevic o a Saddam Hussein - è l'unico posto in cui sembra trovarsi a suo agio l'Ulivo nel dibattito di questi giorni.
    Ma il giudizio di Giuliano Amato è pesante anche per un'altra ragione. Il fatto che uno due schieramenti che si fronteggiano stia uscendo dalla cornice europea non è privo di conseguenze sul sistema politico italiano, che appare sempre più dimezzato. Dopo i giro tondi e gli scioperi generali, anche su questo fronte si apre un vuoto. Un centrosinistra che non sa resistere alle sirene del massimalismo e del populismo neanche di fronte a un problema chiave che riguarda la democrazia nel mondo, come è quello della liquidazione del regime di Saddam Hussein, finisce con il porsi su una prospettiva di isolamento e di contrapposizione frontale che, tra i suoi effetti, può aprire un vulnus nel rapporto tra una parte dell'opinione pubblica e l'Europa. E un rischio serio. Il fatto che, con una rapida correzione di rotta rispetto al giorno prima, una parte dell'Ulivo abbia votato per il finanziamento della missione degli alpini in Afghanistan è il segnale che un minimo di consapevolezza comincia a farsi strada. La spaccatura tra i Ds è, sotto questo aspetto, il dato più importante. Segnala che all'ombra della Quercia c'è finalmente un po' di consapevolezza della scomodità della condizione di ex-europei.
    "

    Saluti liberali

  5. #5
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dalla rete

    " Nel Vangelo di Matteo, leggiamo che quando i suoi avversari cercarono
    di prendere in castagna Gesù su questioni legate alle tasse, rispose
    "date a Cesare quello che è di Cesare - e a Dio quello che è di Dio".

    Quando va in guerra l'Australia lo decide il nostro governo, eletto
    democraticamente, ed è una delle sue responsabilità più gravi.
    Le decisioni sulla guerra appartengono a Cesare, non alla Chiesa.

    I cristiani quali ottiche possono offrire a Cesare?

    Il Vangelo sottolinea l'amore, il perdono dei nemici e la benedizione
    speciale per i portatori di pace.
    Ma riconosce anche la legittimità dell'autorità politica e il dovere
    di reprimere i malfattori.
    Qui ci sono delle tensioni reali.

    Molti esponenti della minoranza cristiana perseguitata nell'Impero
    romano pagano erano pacifisti, una posizione più facile da sostenere
    quando c'erano gli eserciti pagani a difendere i confini e a
    mantenere l'ordine interno.
    La posizione dei cristiani allora era come quella di quegli
    australiani di oggi che sono invariabilmente anti-americani, mentre
    beneficiano della pace americana conseguita negli ultimi 60 anni.
    Un mondo senza la superpotenza americana sarebbe molto più costoso e
    pericoloso per gli australiani.

    La teoria di una guerra giusta, definita per la prima volta da
    Sant'Agostino, nell'Africa del Nord nel V secolo, è stata da allora
    continuamente in divenire, e ha visto i politici e gli intellettuali
    delle forze armate, a volte anche di più dei teologi, alle prese con
    la fondamentale esigenza agostiniana che perché una guerra sia giusta
    essa debba avere un motivo giusto, un'autorità legittima e una retta
    intenzione.

    Oggi, la teoria della guerra giusta cerca quali siano le attività
    legittime in tempo di guerra, insieme ai criteri necessari per fare
    la guerra, e in questa categoria spuntano spesso altre tre
    pre-condizioni. La guerra dovrebbe essere
    - l'estrema ratio,
    - avere una probabilità di riuscire e
    - non dovrebbe produrre mali ancora peggiori.

    Nel 1994 il catechismo della Chiesa cattolica limitò l'uso legittimo
    della forza militare al caso di difesa contro un'aggressione.
    Non comprendeva la possibilità di un intervento militare contro la
    pulizia etnica, il terrorismo e la guerriglia urbana (1).
    Adesso l'esigenza di impedire l'accesso delle reti terroristiche alle
    armi di distruzione di massa prodotte dagli stati canaglia
    costituisce una sfida significativa e prudenziale.

    Gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'Australia hanno fornito una causa
    sufficiente per condurre una guerra giusta, alla luce di una simile
    lista aggiornata di criteri?
    Ancora no.
    I nostri governanti non ci hanno ancora dato prove chiare di armi
    irachene di distruzione di massa e dei collegamenti con i terroristi
    (2).

    Il Presidente Bush sta minacciando un attacco preventivo da parte
    degli alleati, con o senza l'approvazione dell'ONU, per prevenire
    possibili attacchi futuri causati o assistiti dall'Iraq (3).

    Un attacco unilaterale preventivo, senza approvazione internazionale,
    sarebbe una spada a doppio taglio, una dottrina pericolosa,
    destabilizzante dell'ordine internazionale.
    Ci dicono che l'inattività potrebbe essere ancora più pericolosa, ma
    per dire se questo sia vero servono prove più chiare.

    È dal 1837 che è consuetudine degli Stati Uniti opporsi agli attacchi
    preventivi. In quella data gli inglesi catturarono la nave americana
    Carolina e la buttarono giù per le cascate del Niagara, perché la
    ritenevano una minaccia agli interessi britannici per aver dato
    sostegno ai ribelli canadesi.
    Daniel Webster, all'epoca Segretario di Stato degli Stati Uniti,
    affermò che azioni preventive si potevano giustificare solo quando
    c'era una schiacciante necessità di auto-difesa all'istante, che non
    lasciava scelta quanto a mezzi né dava tempo per deliberare."
    Erano tempi più semplici.

    Molti di noi ricordano le fotografie dei silos dei missili sovietici
    durante la crisi cubana del 1962.
    Bisognerebbe avere prove di questo tipo, per dimostrare che l'Iraq
    sta aiutando i terroristi musulmani, che sta producendo e ammassando
    armi di distruzione di massa, che non è disarmata.
    Le prove che Colin Powell produrrà al Consiglio di sicurezza questa
    settimana saranno cruciali.

    Saddam Hussein è tiranno del suo popolo, oppressore della minoranza
    curda, ha usato armi di distruzione di massa contro l'Iran e contro i
    curdi.
    Ha sfidato per 12 anni le condizioni dell'ONU per la pace, che
    esigevano il suo disarmo.
    Si dice che Hussein finanzi i kamikaze palestinesi, e che fino a poco
    tempo fa finanziasse il gruppo terrorista di Abu Nidal.
    Un ramo di Al Qaeda sta combattendo una guerriglia contro i nemici di
    Hussein, i curdi, nel nord dell'Iraq.
    Gli esperti insistono che ci sono molte altre prove.
    Bisognerebbe che queste prove fossero rese disponibili, e a
    sufficienza.

    Un altro criterio importante per una guerra giusta è che non si
    facciano male i civili non combattenti.
    In questo campo il XX secolo ha registrato un deterioramento
    terribile.
    Nella prima guerra mondiale le vittime civili furono il 5 percento del
    totale e nella seconda guerra mondiale furono il 50 per cento.
    In Vietnam, le vittime civili aumentarono ancora e arrivarono al
    60/70 per cento.
    Un imperativo fondamentale per gli alleati deve essere quello di
    evitare le vittime civili in Iraq.

    Il giusto processo è sempre importante nei tribunali australiani e a
    livello internazionale.
    Ciò comporta la necessità di lavorare attraverso l'ONU, uno strumento
    imperfetto per interessi nationali contrastanti, in cui si trovano
    molte nazioni che hanno un brutto profilo nel campo dei diritti
    umani.
    Ma l'ONU è l'unico strumento che abbiamo.

    Importanti Paesi democratici come la Francia e la Germania rimangono
    perplessi, nonostante il fatto che Hussein abbia sfidato 17
    risoluzioni dell'ONU e che sia ancora valida la risoluzione 678 del
    1990 che autorizza l'uso della forza militare.
    L'11 settembre e Bali costituiscono dei ricordi gravi.

    Se il sostegno internazionale non può determinare la moralità
    dell'invasione dell'Irak, l'autorità morale legittima è uno dei
    criteri per una guerra giusta.
    Abbiamo bisogno che siano rese pubbliche altre prove che dimostrino
    che la causa alleata è giusta e per ottenere il sostegno del
    Consiglio di Sicurezza.

    Anche le persone di buona volontà che concordano sui criteri della
    guerra giusta a volte si divideranno nelle conclusioni pratiche.
    I governi decidono ma i cittadini dovrebbero poter discutere della
    moralità delle loro decisioni.

    Secondo me, è moralmente giustificabile che la marina australiana
    contribuisca a rafforzare l'embargo all'Iraq e che le truppe
    australiane facciano pressioni sul dittatore iracheno perché
    ottemperi alle condizioni dell'ONU per la pace, che aveva accettato
    nel 1991.
    Queste sono attività onorevoli.
    Ma le prove rese pubbliche finora sono insufficienti per giustificare
    l'entrata in guerra, particolarmente se non c'è il sostegno del
    Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

    + Mons. George PELL
    ROMAN CATHOLIC ARCHBISHOP OF SYDNEY
    http://www.sydney.catholic.org.au/

    Da "The Australian", Sydney, 4 febbraio, 2003,
    ripubblicato con permesso, da Zenit, 8 febbraio, 2003

    [Traduzione cortesemente offerta da A. Nucci]

    NOTE

    (1) In merito all'intervento bellico a fini umanitari nella ex
    Jugoslavia, cosi' si e' espresso Papa Giovanni Paolo II:
    "La pace è un fondamentale diritto di ogni uomo, che va continuamente
    promosso, tenendo conto che 'gli uomini in quanto peccatori sono e
    saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta del
    Cristo' (Lumen gentium, 78).
    Talora questo compito, come l'esperienza anche recente ha dimostrato,
    comporta iniziative concrete per disarmare l'aggressore.
    Intendo qui riferirmi alla cosiddetta 'ingerenza umanitaria', che
    rappresenta, dopo il fallimento degli sforzi della politica e degli
    strumenti di difesa non violenti, l'estremo tentativo a cui ricorrere
    per arrestare la mano dell'ingiusto aggressore" (NDR).

    (2) L'arcivescovo di Sidney ha scritto questo articolo prima che il
    ministro nordamericano Colin Powell avesse mostrato al mondo le prove
    della presenza di armi di distruzioni di massa chimico -
    batteriologiche (NDR).

    (3) Si tratta di una situazione analoga a quella della
    cosiddetta «guerra dei Sei giorni» nel 1967, in cui Israele attaccò i
    Paesi arabi per prevenire una aggressione egiziana
    "

    Shalom!!!

  6. #6
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    da www.lastampa.it

    " costi della pace
    23 febbraio 2003

    di Barbara Spinelli

    CHI vuole seriamente la pace e non si limita a sognare gli effimeri splendori del neutralismo è di fronte a una difficile scelta, in questi giorni. Deve mostrare una volontà molto più ferrea di chi si accinge a preparare guerre. Deve lavorare molto di più, deve mettersi letteralmente a sgobbare con la mente e l’azione, e deve armarsi di un’immaginazione infinitamente più grande di chi vuol regolare presto la questione irachena e sradicare la malattia con la forbice svelta di un’armata, senza troppo attardarsi in defatiganti imprese. Deve calcolare dentro di sé tutti i costi della pace, che sono minori di quelli pagati per una guerra ma sono pur sempre costi, pesanti. Se l’Europa volesse avere un peso, nella crisi del Golfo, e se volesse davvero tener conto della domanda di pace dei suoi cittadini, il suo compito dovrebbe oggi essere questo: pensare un’alternativa alla guerra che sia efficace, enumerare le condizioni perché il risultato che Washington vuol ottenere con le armi sia conseguito con mezzi pacifici, spiegare a se stessa e alle proprie popolazioni che la pace è molto diversa e più ardua, da pensare e da fare, che la semplice non-guerra.

    La pace non è qualcosa che ci si limita a vivere passivamente, come rifiuto dei conflitti armati. Non basta desiderarla con calore mite, per averla, perché questa è pace complice del sopruso. Occorre apparecchiarla, costruirla con fatica, con pazienza determinata. Occorre pagare prezzi, consentire a sacrifici, se si vuole fare in modo che essa appaia - alla fine - più remunerativa della soluzione militare.
    Costruire la pace lì dove non esistono né giustizia né libertà significa rifiutare lo status quo, e darsi da fare in vista di una trasformazione non cruenta e però radicale dei regimi che perturbano zone strategiche del mondo. Il vero pacifista non può prescindere dalla natura totalitaria del regime di Saddam Hussein, dalle efferatezze che esso ha commesso e commette, e dal luogo geografico in cui la sua dittatura è annidata (il Golfo Persico: principale fonte di rifornimento delle nostre economie). Non può neppure ignorare l’aiuto esplicito che Saddam fornisce alle famiglie dei terroristi kamikaze in Palestina, anche se non vi sono prove di un legame fra Baghdad e Al Qaeda. Lo status quo di Saddam è stato una polveriera, lungo molti anni.

    Un milione di morti nella guerra con l’Iran, seimila curdi gasati nella sola città di Halabja a Nord dell’Iraq, il Kuwait annesso nel ‘90: la tirannide irachena ha mostrato di essere un pericolo per il mondo, non solo a causa del petrolio. E’ per smontare simile status quo che l’amministrazione Usa ha disposto intorno al paese un esercito di circa duecentomila uomini, ed è pronta ora a sferrare l’attacco. Per fermarla, conviene guardare in faccia questa polveriera, riconoscerne la minaccia, e pensare in maniera non passiva le alternative alla guerra.
    Occorre anche essere sinceri sino in fondo con se stessi: se oggi una gran parte di paesi europei e milioni di manifestanti giudicano sufficienti le ispezioni, è perché l’armada americana è stata dispiegata intorno all'Iraq come forza di pressione e dissuasione. Senza l’armada, Saddam non avrebbe concesso nulla, e gli stessi europei lo hanno ammesso nella dichiarazione del 17 febbraio: «Riconosciamo che l'unità e la fermezza della comunità internazionale come espresso nell’adozione unanime della risoluzione 1441, e lo schieramento militare, sono stati essenziali per ottenere il ritorno degli ispettori. Questi fattori resteranno essenziali per raggiungere la piena cooperazione che cerchiamo».

    Ai costi della pace il pacifista pensa di rado, ma in cuor suo<CW26> lo sa bene: se la sua battaglia non è ipocrita, se non è fondata sulla rassegnazione di fatto all’opzione bellica, la sua missione consiste nel mobilitare la fantasia e immaginare i modi in cui Saddam può essere ingabbiato pacificamente, ma pur sempre ingabbiato. Se la guerra è l’ultima ratio, occorre render fertili e operanti tutte le ragioni che vengono prima dello scontro bellico. E’ il metodo su cui insistono alcuni avversari della guerra, soprattutto negli Stati Uniti . Il filosofo Michael Walzer lo ha esposto con grande lucidità, in un articolo su La Repubblica del 19 febbraio.

    Ha fatto capire che la guerra è evitabile solo se Saddam è messo nell’impossibilità permanente di nuocere : con un embargo più selettivo e tale da non penalizzare le popolazioni; con il controllo accresciuto delle zone che già oggi sono vietate al sorvolo iracheno, a Nord e a Sud dell’Iraq; con incarichi più coercitivi affidati agli ispettori. E non per ultimo: con il mantenimento attorno all’Iraq di un’armata che le nazioni libere, unitariamente, usino come pacifica arma di dissuasione. E’ la strategia proposta da un’autorevole istituzione americana, la Carnegie Endowment for International Peace: nel documento presentato dall'istituto in gennaio (Iraq: What Next?) si propone di «rinchiudere» il regime Saddam in una «scatola di ferro», fatta di minacce armate credibili e predisposta da un fronte occidentale compatto. La pace che inscatola Saddam non è guerra ma non è neppure conciliazione, appeasement: gli strateghi le danno il nome di contenimento. La guerra fredda si è nutrita di simile filosofia, e non ha dato risultati malvagi.

    Gli estensori del rapporto lo dicono a chiare lettere: mettere Saddam in gabbia è immensamente costoso, dal punto di vista non solo finanziario ma anche umano. Per tenere un’armata all’erta, ai confini con l’Iraq, bisogna convincere i soldati, e le loro famiglie che in America li aspettano. Bisogna persuadere i governi arabi circostanti, facendo loro capire che lo spiegamento di forze è preferibile all’uso della forza. Bisogna costruire nel Golfo un apparato simile a quello schierato nella guerra fredda, quando si trattava di contenere l’Urss. In fondo, Bush vuole con tanta intensità la guerra perché spinto dalla fretta, e perché incapace della tenacia che ebbero i suoi predecessori nella politica di contenimento. Dal suo punto di vista, la pace è da rifiutare perché assai più dispendiosa e lenta di una guerra sbrigativa e apparentemente risolutiva.

    Un’altra condizione necessaria per ottenere con armi pacifiche quel che Bush vuole ottenere con la guerra è l’unità del fronte occidentale, che americani ed europei riuscirono a coltivare nella guerra fredda e che oggi non sanno, per colpa anche statunitense, ricostituire. Non solo gli europei ma anche gli americani dovrebbero ricordare che mai la guerra fredda sarebbe stata vinta, se l’Occidente fosse stato diviso. E anche oggi è così: se l’armada nel Golfo fosse euro-americana, o se l'Unione europea fosse presente nel Golfo con proprie truppe dissuasive, il prezzo da pagare per una pace giusta sarebbe ripartito meglio e dunque risulterebbe meno oneroso . Gli europei non se la sono sentita di partecipare al dispiegamento delle forze, ed è una scelta che si può capire: non c’era mediazione possibile, tra il loro metodo di pressione e quello statunitense, tra il loro legalismo e la tendenza Usa all'illegalità, tra il loro investimento su istituzioni multinazionali come l’Onu e l'orrore che esse suscitano nelle nuove destre americane. Non era possibile neppure un compromesso sul Medio Oriente, perché Washington sa premere su tutti tranne su Israele. Ma oggi gli europei sono costretti a ammettere l’utilità dell’armata Usa, e questo rende ancor più grave la loro assenza non solo politica ma anche militare.

    Si è parlato molto nelle scorse settimane del tradimento dei governi Est-europei. Ma lo sguardo che essi portano sull’Iraq dovrebbe far riflettere l’Unione. Essi sanno cosa significa avere vent’anni sotto una dittatura, conoscono i tranelli di una pace che si accontenta dello status quo, e hanno un ricordo più recente di quella che è stata la seconda Liberazione in Europa, nell’89. Hanno alle spalle una lunga resistenza al dispotismo, e comprendono più prontamente i desideri dell’opposizione irachena, o dei curdi e sciiti che hanno patito massacri ad opera di Saddam. Anche questi ultimi sperano che cada un Muro, a Baghdad, e la loro speranza non vale meno di quella dei tedeschi orientali, dei polacchi, dei cechi. Dire all'Europa dell’Est che ha «mancato un’occasione, quella di tacere», è un insulto che Chirac ha lanciato a decenni di lotta europea per la libertà, e complica i tentativi di creare un’unità politica del continente.

    Già negli Anni Ottanta il pacifista ignorava i dissidenti, quando si batteva contro la dissuasione armata. Adesso rischia di ignorare il dissidente iracheno, che giudica freddamente cinico il pacifismo che noi chiamiamo caloroso e mite, e che chiede una pace fondata su libertà e giustizia. La stessa pace di cui godiamo noi: una pace che è costata lavorii incessanti e sacrifici, e che proprio per questo ha avuto la forza di abbattere senz’armi i muri della vergogna.
    "


    Cordiali saluti

  7. #7
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal sito di IDEAZIONE

    " Pacifismo, il trionfo della Moralpolitik
    di Luciano Priori Friggi

    I venti di guerra che spirano di nuovo in questo inizio di secolo, dall'Afghanistan all'Irak, impongono una riflessione sul tema della pace. L'argomento è complesso da trattare in quanto se si facesse un sondaggio in cui si chiedesse tout court se si è favorevoli o contrari alla guerra avremmo un 99,9% di contrari, ma se si chiedesse se si è favorevoli o contrari a una delle guerre che si sono combattute in passato o che, forse, sono da combattere in futuro le proporzioni cambierebbero radicalmente . Anche nell'antichità l'argomento fu al centro della riflessione di filosofi e storici. La pax romana viveva su un preciso presupposto. Ce lo ricorda Tito Livio quando afferma “Ostendite modo bellum pacem habebitis” (mostrate di essere pronti alla guerra e avrete la pace). C'è nell'antichità la convinzione che di fronte ad un atteggiamento remissivo la guerra sia ineluttabile e che in alcuni casi questa può essere evitata solamente mostrando di non avere meno forze e determinazione dell'avversario .

    Nell'ultimo secolo si sono sviluppati orientamenti che hanno cercato di impostare il problema della pace e della guerra in modo diverso. In particolare ciò è avvenuto per merito del socialismo riformista. La migliore esemplificazione di questo punto di vista ce l'ha data Filippo Turati quando, in un discorso parlamentare del 1909, ebbe ad affermare "il famoso si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara [gli armamenti per] la guerra, n.d.r.) non è che un giuoco di parole da oracolo di Delfo. Torniamo signori al senso comune che dice si vis pacem para pacem". Apparentemente le posizioni del pacifismo odierno sono assimilabili a quelle turatiane, in realtà la faccenda è più complessa. E' proprio sugli obiettivi che si creano delle differenze.

    Un primo filone del pacifismo è contro la guerra sempre e ovunque. E' un pacifismo pre-politico che prescinde dall'evoluzione concreta delle società e si appella continuamente ai popoli contro i loro governanti, unici responsabili, secondo questo modo di vedere, del precipitare della dialettica politica nello scontro militare . A costoro si addice molto bene la definizione di Spinoza "la pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia". Questi pacifisti sono in genere l'inconsapevole massa di manovra di un tipo di pacifismo ben diverso e che è poi quello che gestisce la protesta e ne capitalizza in termini di consenso politico i risultati di mobilitazione. Potremmo definire quest'ultima tendenza pacifismo a senso unico.

    Le argomentazioni che provengono da questa parte nascono tutte da una premessa di tipo sociale: "Le guerre sono il frutto della disuguaglianza economica tra i popoli", quindi per evitarle bisogna eliminarne la causa. In realtà con questa impostazione si possono commettere le più nefande attività contro la pace. La premessa finisce infatti per giustificare qualsiasi regime e qualsiasi azione contro il "ricco e opulento occidente", per comodità identificato con Stati Uniti e (a fatica, perché è bene non avvicinarsi troppo geograficamente) con la Gran Bretagna. Si finisce persino per giustificare regimi come Cuba, dove un dittatorello sudamericano da più di quarant'anni si è impossessato dell'isoletta, vorrebbe che alla sua morte il potere passasse al fratello, impedisce ai suoi concittadini persino di aprire un bar, li fa vivere in condizioni miserevoli e poi li costringe a subire i suoi discorsi sotto un sole cocente per sette/dieci ore per spiegargli che la colpa è degli Stati Uniti. I più giovani forse non lo sanno, ma questo campione dell'antimperialismo appena preso il potere chiamò i sovietici e gli fece installare dei missili nucleari, puntandoli contro l'America, con ciò riuscendo quasi a far scatenare uno scontro armato tra le uniche due superpotenze di allora, dagli esiti facilmente intuibili.

    Ma questo tipo di pacifismo finisce per giustificare anche regimi di estrema destra. Ancora una volta per i più giovani vogliamo ricordare quanto successe alla vigilia della seconda guerra mondiale. Quando Hitler decise di mostrare chiaramente i suoi intenti aggressivi verso il resto d'Europa, per coprirsi le spalle, fece un accordo di spartizione della Polonia con l'Urss di Stalin (nota 1). Cosa che poi avvenne di comune accordo (i due eserciti si ricongiusero il 19 settembre 1939 a Brest-Litovsk). Questa fu la causa e l'inizio della seconda guerra mondiale. Forse è bene che i giovani sappiano anche questo: in Europa il proletariato, come allora si diceva, fu mobilitato per la pace e contro la guerra, in appoggio alla patria del socialismo e contro l'imperialismo dei paesi democratici.

    Il pacifismo a senso unico è pericoloso perché usa argomentazioni capziose scambiando le cause con gli effetti In questo modo si finisce per individuare il nemico da combattere nella democrazia, in particolare laddove ha raggiunto il più alto grado di realizzazione (permettendo quindi di raggiungere anche il più alto livello di vita). Con buona pace di Turati non si vede, purtroppo, all'orizzonte una via diversa da quella ipotizzata da Aristotele nell'Etica nicomachea (e che è alla base di tutte le affermazioni simili successive): "Facciamo la guerra per poter vivere in pace". La riflessione (la guerra come ultima chance) veniva dal profondo della civiltà greca, dunque meditata e non certamente estemporanea . E quella civiltà è il fondamento della democrazia occidentale, al centro oggi del più terrificante attacco degli ultimi secoli (l'obiettivo ultimo è la distruzione dell'intera civiltà occidentale). Non ci sono alternative: oggi, con l'esplodere del terrorismo, bisognerà arrivare al disarmo di tutte le nazioni potenzialmente pericolose per la pace. Se ci sarà guerra o no dipenderà dall'atteggiamento di queste ultime e da nessun'altro.

    11 ottobre 2002

    luciano.priorifriggi@tin.it

    (1) PROTOCOLLO SEGRETO ADDIZIONALE
    (al patto Ribbentrop-Molotov - Mosca 23 agosto 1939)

    In occasione della firma del patto di non aggressione tra il Reich tedesco e l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, i plenipotenziari firmatari delle due parti hanno discusso in conversazioni strettamente riservate il problema della delimitazione delle rispettive sfere d'influenza nell'Europa orientale. Tali conversazioni hanno portato al seguente risultato:
    1 - Nel caso di mutamenti territoriali e politici dei territori appartenenti agli Stati baltici (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania), la frontiera settentrionale della Lituania rappresenterà la linea divisoria delle rispettive sfere d'influenza della Germania e dell'Urss. Al riguardo le due parti riconoscono l'interesse della Lituania al territorio di Vilnius.
    2 - Nel caso di mutamenti territoriali e politici dei territori appartenenti allo stato Polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno approssimativamente delimitate dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San. Soltanto in base ai futuri sviluppi politici sarà possibile decidere in modo definitivo se gli interessi delle due parti rendono desiderabile il mantenimento di uno Stato polacco indipendente; in tal caso, debbono essere delimitate le frontiere di tale Stato. In ogni modo i due governi risolveranno tale questione mediante un'intesa amichevole.
    3 - Per quanto riguarda l'Europa sud-orientale, da parte sovietica si sottolinea l'interesse per la Bessarabia. Da parte tedesca si dichiara il totale disinteresse politico per questi territori.
    4 - Questo protocollo sarà tenuto rigorosamente segreto da entrambi le parti.
    Mosca, 23 agosto 1939.
    Per il governo del Reich tedesco, v.Ribbentrop
    Per procura del governo dell'Urss. V. Molotov.

    "

    Cordiali saluti

  8. #8
    Le fondamenta di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    NAPOLI
    Messaggi
    5,374
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La pace “senza se e senza ma” della sinistra piena di “se” e di “ma”

    I rappresentanti dell’Ulivo riescono sempre nell’impresa di mostrare il proprio lato più farsesco e ridicolo. L’ennesima dimostrazione la si è avuta in quest’ultima settimana che li ha visti protagonisti di manifestazioni di piazza e di singolari posizioni in sedi istituzionali, capaci di contraddizioni involontarie davvero notevoli.

    Sabato 15 febbraio tutti in corteo a Roma per gridare il proprio categorico “no” alla guerra, sposando il motto “pacifista” di una “pace senza se e senza ma”. Una vera e propria svolta per l’Ulivo che dichiara in tal modo il rifiuto di ogni ipotesi di conflitto, anche qualora fosse l’Onu stesso a prevedere una iniziativa del genere. Tutto sommato un passo avanti, la decisione di assumere una posizione discutibile ma chiara, senza incoerenze. Una presa d’atto che è durata il tempo di un fine settimana necessario perché, con il candore di un neonato, gli stessi esponenti dell’Ulivo hanno giurato fedeltà alle decisioni che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu prenderà sulla questione irachena. Dunque sempre pacifisti, ma con i soliti “se” e “ma”. E tra i troppi “forse” cui siamo abituati da tempo non poteva mancare la contrapposizione interna al centro sinistra con Verdi, Comunisti italiani e correntone Ds pronti a votare la mozione in Parlamento proposta da Rifondazione comunista. L’ennesima conferma della pericolosa spaccatura che sta spingendo i Ds verso posizioni sempre più lontane da quel riformismo sbandierato negli anni di governo.

    Del resto alcuni esponenti della sinistra hanno posto il problema di questo finto compattamento in occasione della discussione in Parlamento. Mastella prevede che la rottura “ci sarà quando la guerra sarà dichiarata e sul ruolo dell’Onu” visto che l’odierno accordo non sana la frattura tra l’ala pacifista, che ha in Cofferati il suo riferimento essenziale, e quelli che sono con l’Onu e qualsiasi decisione il Consiglio di Sicurezza assumerà. Come si possa far finta che un pezzo d’Ulivo stia con Bertinotti è un quesito che ci poniamo tutti e non solo Ugo Intini che lo ha formulato. Insomma un accordo con tanti se e tanti ma, ma a sinistra cercano di distogliere l’attenzione riversando sul Governo responsabilità e latitanza non sue.

    Molto grave, invece, vedere partiti che si definiscono democratici sposare una manifestazione nella quale è stata impedita ai curdi italiani di esporre, accanto agli striscioni contro la guerra, quelli contro il regime di Saddam. Striscioni ritenuti poco opportuni dagli organizzatori della manifestazione della pace. Ogni commento è superfluo.

    L’Ulivo ed i suoi rappresentanti un giorno dovranno assumersi le proprie responsabilità per aver appoggiato movimenti che non hanno fatto altro che attaccare l’oppressore Bush contro la vittima Saddam, ovvero uno spietato dittatore responsabile per la morte di almeno due milioni di persone, che ha imposto alla sua gente un regime del terrore che dura da quasi 25 anni, che ha usato armi chimiche contro le minoranze curde e sciite del suo paese, che ha invaso l’Iran e cercato di annettere il Kuwait, che affama il proprio popolo ma in compenso usa il ricavato della vendita del petrolio per procurarsi armi ed anche per “regalare” dieci mila dollari alle famiglie di ogni palestinese che compie attentati suicidi contro Israele. Ebbene si, quest’uomo si è visto gratificato da quei milioni di “pacifisti” che hanno avuto parole offensive contro l’infame Occidente, i perfidi americani che con il loro intervento rischierebbero di far saltare il suo regime.

    Comico ascoltare questi grandi esperti della politica italiana appellarsi al lavoro della diplomazia per raggiungere quei risultati che Bush vorrebbe ottenere con la guerra, senza sapere che senza lo schieramento da parte dell’alleanza anglo americana delle proprie forze armate nel Golfo, Saddam non si sarebbe mai sognato di “accogliere” nuovamente il ritorno degli ispettori che erano stati messi alla porta nel 1998. Ancor più comico vedere chi ha promosso l’intervento militare contro Milosevic per salvare bosniaci e kosovari, sfilare oggi con la bandiera della pace contro la guerra e voler dare lezioni con la solita spocchia ed arroganza di chi non ha la minima dignità politica.

  9. #9
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'Ulivo ha iniziato la sua campagna all'insegna dell'europeismo contro l'americanismo e ha finito per bocciare la risoluzione europea in cui si sono ritrovati tutti i paesi dell'Unione, pur di votare contro il Governo che più ha lavorato per quella ricucitura ...

    Shalom!!!

  10. #10
    Sospeso/a
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Bergamo, Italy
    Messaggi
    144,981
     Likes dati
    3,827
     Like avuti
    14,800
    Mentioned
    3947 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)

    Predefinito

    Apprezziamo tutti l'intento del moderatore di trovare giustificazioni alla guerra per far piacere a Bush, senza tanti se e ma. Perfino il Papa, a leggerlo bene, non la esclude. Ma un buon cristiano non deve dare retta al papa.


    All'erta, pollisti, che se non li bombardiamo rischiamo di trovarci i terroristi in casa. Se li bombardiamo invece stiamo tutti più tranquilli, i terroristi cominciano a ragionare di sicuro.

    Certo che se nel 91 Bush avesse cacciato Saddam sarebbe stato meglio. Ma ha preferito tenerselo. Mah, ste americani.

    Shalom (che vuol dire pace)

 

 
Pagina 1 di 6 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Islamismo e Pacifismo
    Di Pieffebi nel forum Imperial Regio Apostolico Magnifico Senato
    Risposte: 80
    Ultimo Messaggio: 27-07-05, 13:00
  2. Islamismo e Pacifismo
    Di Pieffebi nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 98
    Ultimo Messaggio: 18-12-04, 17:13
  3. Pacifismo? Che robaccia....
    Di mustang nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 24
    Ultimo Messaggio: 20-08-04, 14:04
  4. Pacifismo peloso
    Di Delaware nel forum Padania!
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 09-04-03, 18:41
  5. Pacifisti buoni e pacifisti cattivi!
    Di lucia (POL) nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 02-03-03, 11:07

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito