di Dario Danti e Nicolò Pecorini
www.liberazone.it
Cascina è una piccola città d'una grigia periferia, alla mattina presto dorme e non sa. Da Grisignano di Zocco a Pisa S. Rossore ce ne sono tanti di paeselli edificati intorno alla ferrovia.
Una cartografia febbrile ci ha fatto esperti: stanchi, sparsi lungo gli svincoli in cui possono cambiare direzione, gli occhi fanno fatica nel rimanere aperti. Ma le vedette non si possono assentare, una volta tanto siamo noi che diamo la caccia a loro. O a Carrara o a Prato, altri posti per passare non ci sono.
Intanto alla base continua ad arrivare gente: chi conosci chi meno, non c'è tempo per approfondire. Sono passate le tre, ma nessuno se ne cura. Semmai sono i volti che si deformano, involontarie raffiguzioni delle notti non dormite. La polizia fuori controlla ed aspetta. Tutto è pronto, una volta scoperto se e dove passerà, qualunque tratta scelgano, sappiamo dove andare (ma chissà se arriva).
I ferrovieri sono bella gente. La nostra cimice umana nelle stanze dei bottoni. Squilla il telefono, Michele risponde: «Sono due non uno, davanti treno vedetta di tre carrozze carico di reparti speciali, a Prato tra mezz'ora». Da Bologna quasi contemporanea la conferma: il blocco realizzato dai pacifisti è stato rimosso, i convogli sfilati da poco.
«Hai paura?». «Un po'». «Ma abbiamo le catene». «Appunto». «Ma ci portiamo i giornalisti». «Meno male…»
L'utopia della libera mobilità
Quando gli indiani d'America raffiguravano il diavolo, pensavano al rimbombo sordo che scuoteva la terra espandendosi a cerchi concentrici dalla strada ferrata. Quella paura s'è purtroppo rivelata una tragica profezia. E il treno, utopia della libera mobilità, tante volte è stato ridotto a strumento corresponsabile di tragedie opposte all'idea che lo pensò. Con le debite proporzioni, anche queste notti.
La macchina corre veloce, la città vuota, qualche sparuto avventore rintanato nel cappotto, un camioncino che pulisce la strada, volanti nelle piazze, blindati alla stazione centrale. In viaggio, in ogni via balconi, terrazze, finestre e case ci salutano avvolti in bandiere arcobaleno. E' un augurio rassicurante, non ci sentiamo soli.
«Una sigaretta, dammi una sigaretta, le ho perse». La sigaretta spunta fuori, non l'accendino, l'accendisigari, ovvio, non funziona. Su cinque tre tengono in bocca la cicca spenta, masticano nervosi. Si esce a Sud, i giornalisti ci sono dietro, non soltanto loro. La parte consistente del gruppo ci segue a dieci minuti di distanza, niente blocchi lungo il tragitto, per ora tutto come previsto.
La nostra forza è la nostra debolezza
Cascina è una piccola città d'una grigia periferia, alla mattina presto dorme e non sa. Nel piazzale solo due volanti, ci infiliamo lesti nella stradella laterale. Si fermano le macchine, scendiamo, cento metri di corsa, i binari, trenta secondi e siamo incatenati. «Nicola sbrigati, accendi le torce che sennò l'intercity ci acchiappa...». Tentiamo di sdrammatizzare, una giornalista ironizza e poi, con fare gentile, ci accende le sigarette masticate, pensiamo ai condannati. Ma la nostra debolezza è la nostra forza.
Da sotto i lampioni un ferroviere ci guarda curioso, la paletta immobile riflette il suo stupore, ci fissa e non ci nega un sorriso d'approvazione. Lucciole blu invadono lo spazio. Scendono, ci circondano, abbiamo paura. Prima blu poi neri, tanti, troppi. Le tenaglie, poi ci alzano di peso e ci sbattono sotto la pensilina. Sono rudi e non vanno per il sottile, di più non possono.
Frattanto tutti e cento abbiamo raggiunto la stazione, la voce di Ciccio risuona dal megafono nel piazzale illuminato, si alzano i fumogeni e gli striscioni, tutto secondo copione. Anche stasera li abbiamo fregati, ancora dove non hanno avuto il coraggio di pensare potessimo essere. Il treno passerà, ma che sudata, ci vorrà del tempo per ripulire gli ingranaggi del vostro mortale giocattolo dalle copiose manciate di sabbia che ci abbiamo gettato dentro.
Lungo i binari si affacciano le abitazioni basse, qualche luce si illumina, si apre una finestra, poi altre. I convogli sfilano, la mattina viene. Appoggiati alla staccionata, sorridiamo, l'aria tersa ci risveglia lo stomaco, la tensione si scioglie nei primi soli, davanti a noi l'obiettivo più urgente, un bar e la lauta colazione, il bilancio e la base, almeno questa volta, possono attendere.
Una notte come tante notti, sette otto dieci, di preciso non so. Una stazione un porto un aeroporto una base una banca un ufficio, di preciso non so. Uno nessuno centomila, di preciso non so. Abbiamo avuto paura, ne abbiamo fatto una forza.
Fenomenologia dei nostri corpi
Noi usiamo il corpo, la fenomenologia del concreto, per contrapporci all'astratta logica della guerra globale che sostituisce agli esseri umani in carne ed ossa le variabili numeriche di un calcolo computazionale. Il corpo di ciascuno e ciascuna, la sua caducità, le sue debolezze, ci consegnano l'alba di una nuova epoca opposta a quella dei santi, dei martiri, dei profeti o degli eroi. E' un misto difficile da digerire, tra testimonianza evangelica e culto dionisiaco.
Il mito della forza e della prestanza fisica, l'efficientismo razionalista e produttivista: ecco i nostri nemici. Ci innamorano le voci monche, le idee nane, le donne e gli uomini che sbagliano, cadono, piangono, comunque ci provano.
Le nostre azioni sono pubbliche e ripetibili da chiunque. Chiamano in causa la politica come dimensione integrale dell'umanità, rifiutano l'esclusione, vivono per esondare. Noi non forniamo un modello, al contrario la pratica concreta di una possibilità. La diserzione, il sabotaggio, il boicottaggio, tutte le forme di disobbedienza attiva ai codici di guerra che noi e per fortuna tante e tanti altri sapremo inventare e fantasticare, sono la lanterna di una ricerca, non il cemento di un'autostrada già lì pronta da percorrere alla svelta. Ecco perché siamo oltre il Novecento, piantati con entrambi i piedi nel nuovo millennio, senza nostalgie o rimpianti. C'è molto di più in tutto quello che ancora si deve fare e deve avvenire.
Crediamo ciecamente nel valore e nella potenza dell'irripetibile singolarità di ciascuno. Le disobbedienze sono un'articolazione inedita del conflitto, capace di diffonderlo socialmente, di amplificarlo qualitativamente. Decidono, invece di rimpiangerle, di investire, sulla scomparsa di figure sociali omogenee, per estendere e radicalizzare gli obiettivi della liberazione non certo per accantonarli.
Così prendono corpo la cittadinanza universale e il reddito sociale. E il corpo rende semplici, esperibili, opzioni che parevano impossibili. La fisicità come valore (in quanto non scindibile dalla fragilità) ricostruisce non solo l'opposizione ma anche l'alterità.
Noi odiamo la clandestinità, quella epocale imposta ai milioni di donne e uomini che producono le migrazioni dei nostri giorni, quella virtuale dietro cui rendono inafferrabili i nostri bisogni e ancor più quella di chi pensa che il celarsi possa essere addirittura una pratica della politica. Non c'è mondo a cui ci sentiamo più distanti. Eppure il paradosso è che ci alimentiamo ed anzi siamo questa mondanità clandestina e selvaggia: anche noi con chi credono e vogliono ai margini, identificati con i nuovi barbari.
I nuovi anabattisti
Violento e non violento, legale o illegale sono dicotomie che non ci appartengono. La nostra debolezza è la nostra legittimità.
Noi non siamo contro la guerra in Iraq, siamo contro tutte le guerre, noi non siamo contro le pistole dei poliziotti, ma contro tutte le pistole. Noi non soffriamo soltanto la generica causa del popolo irakeno, ma piangiamo la tragedia di Tareq - fanciullo di Baghdad che abita nei pressi dell'ospedale - che i traccianti verdi d'una delle prossime sere inchioderanno alla finestra di casa. Se la guerra ci sarà, nessuno potrà mai restituirgli un'infanzia negata.
Ci vediamo come allo specchio nella foto d'uno studente che nei pressi di piazza di Tien a Men frappone il proprio corpo tra il carrarmato e l'umanità. Ci parlano le manovre goffe ed inutili con cui il carrista, non potendolo schiacciare cerca di cambiare direzione e nulla può contro la sua «nuda vita». Ma il messaggio ammette anche un'altra lettura: guarda in faccia l'umanità e, riconosciutala, le chiede di levarsi.
Noi siamo la produzione sociale di cui i potenti abbisognano.
«No-global» è una scomunica che non siamo disposti ad accreditare: agli albori della modernità, una corrente radicale di riformati subì un simile destino. Queste comunità, inseguendo il mito della primitiva cristianità, rifiutavano la spada e il tribunale, conducevano una vita frugale e morigerata nella totale comunione dei beni e non riconoscevano il valore del battesimo impartito ai pargoli ancora incoscienti pretendendo per questa via a se stessi il nome di battisti. Furono perseguitati e uccisi non solo nell'Italia o nella Spagna della Controriforma, ma anche nella Germania di Lutero o nella Svizzera riformata di Zwingli e Calvino. Il nomignolo dispregiativo con cui passarono alla storia fu "anabattisti", non a caso coniato dai più accaniti tra i loro persecutori.
Noi siamo la globalizzazione proprio perché non siamo la vostra globalizzazione.
Abbiamo imparato da una televisione indipendente di Seattle che è possibile non odiare il telecomando se ti vien la voglia di aggiungere un pulsante nuovo. Non solo non ci vergogniamo di usare tutti i media disponibili, ma ce ne fabbrichiamo in proprio, ricostruendo così un apparato simbolico all'altezza del tempo presente. Solo gli stolti possono pensare che dei simboli si possa fare a meno. A Rio vedo Ronaldo sulla rocca atteggiato in sembianze da Cristo protettore, sullo sfondo giganteggia il baffo della Nike, assomiglia ad un sorriso beffardo.
«Ma in fondo chi sono questi Disobbedienti?», incalza un cronista qualunque.
Esattamente… non sono. Ovvero non guardano al tema dell'identità come ad un valore ma casomai come ad un limite. Un limite angusto dove si dibatte la retorica di chi già si presuppone unità, identità, minorità. Il secolo che abbiamo alle spalle ha percepito e vissuto l'appartenenza come circolarità chiusa e forgiata dalla certezza del «noi siamo»: il partito, il sindacato, lo stato. A noi piace, diverte, «non essere», soprattutto dove ci aspettano. A noi piace appartenere a ciò che è ancora da pensare e da fare, da mettere in comune. Ecco la nostra comunità che viene: non si fonda e non ha rimpianti, ma vive dell'aperto e dell'altro a partire da cosa non c'è, da quello che manca, da quel che sarà. Il contagio e la contaminazione, l'esodo e la diffusione sono la carovana, nomade e meticcia, di quest'inedita appartenenza. Come una malattia virale sappiamo scegliere infiniti e indefiniti canali di propagazione e il corpo molle di questo mondo malato non ci può cacciare.
Assomigliamo più ad una via di fuga che non ad una roccaforte.




Rispondi Citando
