Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito Orazio Coclite consiglia qualche lettura interessante

    Mi va di consigliare qualche testo che ho letto, che sto leggendo o di cui mi hanno parlato bene. Eccoveli:





    Maurizio Blondet
    Chi comanda in America
    Edizioni Effedieffe
    Anno 2002 Pagine 182 Euro 13,00


    Questo saggio è il logico sviluppo di "11 settembre, colpo di stato in Usa", in cui Maurizio Blondet ipotizza lo scenario non di un attentato ma di un putsch. In "Chi comanda in Ame- rica" si analizza chi sono i componenti principali dell`establishment USA; in questo paese, per esempio, viene istituita una festa nazionale per celebrare il compleanno del rabbino capo della potentissima setta Lubavitcher e il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, ha inaugurato un`importante "privatizzaziione" del Pentagono (mercenari privati, a contratto, formano ormai il 1O per cento della forza armata spiegata sui teatri di guerra, dall` Afgha- nistan all`Iraq); la strategia militare è appaltata a istituti di ricerca privati come il "Defence Policy Board" dell`americano israelita Richard Perle. Ora, Richard Perle (già dirigente della Saltam, fabbrica d`armi israeliana) siede con il numero due del Pentagono Paul Wolfovitz e col numero tre, Douglas Feith, in un`altra "fodazione culturale" privata: il "Jewish Institute for National Security Affairs" (JINSA). Qui, con i "consiglieri strategici" privati e filo-israeliani, compaiono generali e ammiragli che presiedono i consigli d` ammi- nistrazione delle grandi fabbriche di armamento a contratto per il Pentagono, il cosiddetto complesso militare-industriale. Nel JINSA si annodano le volontà politiche convergenti, l`abitudine alla segretezza, l`ideologia guerrafondaia, la disponibilità di mercenari tecno- logicamente avanzati e - soprattutto - tecnologie militari e top secret che possono trasfor- mare un Boeing di linea in un proiettile volante teleguidato, solo modificando il software del pilota automatico. Insomma, le competenze necessarie per attuare gli eventi dell`11 settembre e realizzare, dietro la maschera dell`attentato "arabo", un colpo di Stato.





    Carlo Consiglio & Vincenzino Siani
    Evoluzione e alimentazione
    Bollati Boringhieri, Torino
    15x22 cm, 242 pp., 19,00 euro


    Attraverso il confronto tra l'alimentazione dell'uomo attuale e quella degli altri Ominoidei (scimmie antropomorfe) e l'esame delle prove dirette e indirette dell'alimentazione dei nostri antenati e degli adattamenti alimentari dell'uomo si cerca di stabilire quale è il cibo "naturale" per l' uomo. Ne risulta che i nostri progenitori più antichi si nutrivano quasi esclusivamente di vegetali e che l'onnivorismo dell'uomo moderno è un'acquisizione relativamente recente. Oggi, nel riconsiderare il problema del proprio sostentamento alla luce di acquisizioni scientifiche e di valenze etiche, l'uomo sembra ritornare verso scelte nutrizionali antiche, impresse nella sua natura.





    Ralph Bircher
    Gli Hunza. Un popolo che ignora la malattia
    La Fierucola, Fiesole.
    15x21 cm, 160 pp.


    È ormai luogo comune che nelle epoche passate si faceva una vita disperata e si moriva presto di scorbuto, pellagra, peste o di qualche altro flagello. Qui si racconta di un caso in cui sarebbe successo il contrario, quello di un popolo famoso per la sua grande longevità: i vegetariani Hunza. Gli Hunza sono una popolazione che vive nell’omonima valle situata in Territorio Pachistano, alle pendici del Karakorum, a circa 2000 mt. Di religione Ismaelita basano la loro economia sull’agricoltura e in modo particolare sulla coltivazione di albicocche che, malgrado l’elevata altitudine,crescono rigogliose lungo . Per la loro longevità vengono chiamati: “ il popolo della salute”.

  2. #2
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito

    Da: http://tecalibri.altervista.org/M/MESSNER-R_popoli.htm



    Reinhold Messner
    Titolo Popoli delle montagne, fotografie e incontri
    Bollati Boringhieri, Torino, 2002


    Indice

    6 LE MONTAGNE D'EUROPA

    8 Problemi comuni
    10 Contadini di montagna del Sud Tirolo
    in trasformazione
    12 Riti alimentari
    14 I miei antenati
    15 Grandi famiglie e società rurale
    16 Dall'interno e dall'esterno
    17 Il futuro dei bambini
    19 Dio, mandaci la pioggia!
    20 Il mio bisnonno
    22 Un piccolo maso in Sud Tirolo
    24 Le donne delle montagne
    26 Fiori alle finestre
    28 Sotto il monte Rosa
    30 Se i contadini di montagna scendono a valle
    31 Armonia

    32 LE MONTAGNE DELL'ASIA

    34 Nazionalismo come stimolo
    36 Inshallah
    38 Tra il Demavend e il Sahara
    39 I curdi
    40 Dimostrazioni di forza e terrore
    42 Esodo in Caucaso
    43 Fiducia atavica
    44 L'eredità culturale come vincolo
    46 Popolazione rurale tra l'Oxus e l'Hindukush
    47 Ai piedi dell'Hindukush
    48 Gioco e lavoro dei bambini
    50 Il pane
    52 Come ospiti in cammino
    54 Le valli disabitate del Tien Shan
    56 Gli hunza, tra il Karakorum e l'Himalaya
    58 Ultar Nullah
    60 Roccaforte e pascoli
    63 Isar Khan
    64 Latte e burro
    65 Rischi in alta montagna
    66 Shangri La
    67 Antiche arti
    68 Realizzare se stessi
    70 Preghiera e sciopero
    70 I balti
    72 Semina scarsa su una terra dura
    74 Pulizia
    76 Prima che il tempo li raggiunga
    78 In alto oltre l'ansa dell'Indo
    80 Incertezza
    81 Autunno nella valle di Rakhiot
    84 Esodo
    86 Come secoli fa
    88 A cavallo e nelle iurte, come un tempo
    90 Identità regionale
    92 Sotto la protezione di madre, padre e muri
    94 Uiguri nel Taklimakan
    95 Strati
    96 Danze e giochi
    98 Ladakh, l'ultima roccaforte del lamaismo
    100 Architettura dei paesaggio
    102 Regole della vita in comune
    103 Nascoste e sporche
    104 L'altopiano del Tibet
    106 Amuleti e ornamenti
    108 Karma
    111 Ricchi sono solo i monasteri e gli dei
    112 Morte, distruzione e ricostruzione
    114 Migrazione di popoli
    116 Sale dal Tibet
    118 Attraverso il Tibet
    120 Nel Tibet del nord
    123 Nella terra degli sherpa
    124 Alberghi, l'inizio del turismo
    126 Il vecchio lama di Pangboche
    128 I portatori d'acqua degli scalatori
    130 Lavoro e pericoli
    132 Guide alpine in Europa e
    sherpa sull'Himalaya
    134 Contadini di montagna nepalesi
    136 Urkien
    138 Mani Rimdu
    140 In cammino
    141 Sentieri ripidi
    142 Gli sherpa del Rolwaling
    144 Impotenza
    147 L'artigianato
    148 Povertà e ricchezza
    150 Religiosità
    151 Fede, felicità e bellezza
    152 Non solo un re
    154 Centomila monaci circondati dal mistero
    156 Il lavoro dei bambini
    157 Alcol
    159 Con gli occhi aperti
    161 Cultura tibetana in Nepal
    162 Inverno nel Mustang
    164 Cascine in inverno
    166 Acqua e mulini
    167 Villaggio in inverno e in estate
    169 Inverno a Manang
    170 I granai sono chiusi
    172 Ritorno al Medioevo
    174 Cieli della migrazione annuale

    176 LE MONTAGNE D'AMERICA

    178 Sulle vette delle Ande
    179 Sospinti verso le valli impraticabili delle
    Ande
    18o Morte a Pokpa
    182 Nessun riparo nella Puna de Atacama
    184 I valori di chi resta
    186 Window Rock e il Terzo mondo
    188 Fiducia nella terra
    1gi Dall'esterno e dall'interno
    192 Kucherla

    194 LE MONTAGNE DELL'AFRICA

    196 Sempre in cammino
    198 Alis, la guida dei masai
    200 Uomini nel deserto
    202 Architettura senza architetti

    204 LE MONTAGNE DELL'OCEANIA

    206 L'altopiano della Nuova Guinea
    208 Nessuna paura dei cannibali
    210 Freddo, fame e piedi nudi
    212 Sulle tracce delle ultime tribù di montagna

    214 APPENDICE ETNOLOGICA

    224 Consigli utili per chi viaggia
    225 Bibliografia



    Pagina 7 LE MONTAGNE D'EUROPA

    Il motivo principale che mi ha spinto a scrivere questo libro è il fatto che sono cresciuto in un paese di contadini del Sud Tirolo e ancora oggi vivo in montagna. Se non avessi mai vissuto e lavorato insieme ai contadini delle Alpi, non avrei potuto capire neppure gli altri popoli che vivono in montagna. Per questo mi sono familiari i tetti delle case di Ilaga, il letame davanti alle stalle di Hunza o lo sgabello per mungere a Namche Bazar. Non ho osservato le tribù montane di tutti i continenti per indagare le loro condizioni di vita, ho soltanto cercato di capire in che cosa si assomigliano o si differenziano i loro mondi.



    Pagina 16 DALL'INTERNO E DALL'ESTERNO

    Da bambino trascorsi due estati lavorando nel Braunhof sul Renon. Ho lavorato nelle stalle, nel bosco e nei campi. Durante la fienagione bisognava alzarsi molto presto, alle quattro, e spesso era già notte quando, alla sera, ritornavamo a casa. Questa straordinaria esperienza in un maso mi ha permesso di capire molto bene la vita dei contadini. In casa, alla domenica, dalla finestra, seguivamo con lo sguardo i «signori» che passeggiavano per il sentiero tra l'abitazione e la stalla con il magazzino dei foraggi. E quanta rabbia provavamo quando i villeggianti stavano a guardare, per ore intere, come noi mettevamo insieme il fieno, avvolgendolo nei teli. Ci guardavano come animali in uno zoo.

    In seguito, durante le mie spedizioni, sebbene all'inizio inseguissi soltanto mete alpinistiche, abbandonai per la prima volta il mio ambiente culturale e imparai a conoscere paesi stranieri. Ben presto cominciarono a interessarmi non solo le vette ma anche gli uomini che vivono ai piedi delle grandi montagne. La cosa che mi colpiva ancor più degli aspetti sconosciuti, dei riti e dei modi di vivere, era la naturalezza che i bambini dei contadini esprimevano ovunque, sebbene fossero obbligati a lavorare insieme agli adulti. Nei bambini dei portatori più poveri, uomini che avevano imparato soltanto a servire, trovai quella fiducia in se stessi che manca al cittadino che si crede affermato. Non è la fierezza che questi uomini contrappongono alla crescente angoscia esistenziale di chi mira unicamente al proprio benessere, è la gioia di vivere riuscendo a nutrirsi dei propri prodotti.



    Pagina 17 IL FUTURO DEI BAMBINI

    Quanti genitori che vivono nelle grandi concentrazioni urbane sognano che i loro bambini possano giocare nei prati e nei boschi. Oggi i sentieri dove si può gridare e saltare liberamente, i fienili e le stanze per accogliere tutti quando piove o nevica, sono considerati un lusso.

    I bambini dei contadini di montagna vivono ancora questa realtà quando iniziano a esplorare e conquistare il loro mondo. Ed è per questo motivo che, al momento di affrontare la prova della scuola, trovano difficile abituarsi alle aule piccole e sovraffollate delle città rumorose e caotiche. Durante gli anni delle elementari, affaticati dal lungo tragitto tra casa e scuola e dal lavoro in casa, a volte restano indietro rispetto agli altri bambini; nelle scuole superiori invece è l'animo che ne soffre perché, costretti in collegio, devono vivere lontani dai genitori e dall'ambiente familiare. Questa situazione è la medesima ovunque, che si tratti di un bimbo di contadini del Sud Tirolo o delle ragazze curde.

    Nel frattempo in molti insediamenti montani sono sorte le scuole. Sull'altopiano dell'Irian Barat i missionari olandesi si occupano della scuola, nel Solo Khumbu Edmund Hillary, il primo scalatore dell'Everest, ha fondato una scuola, e in altri luoghi sono intervenute associazioni private appoggiate dallo stato. Tuttavia soltanto gli insegnanti in grado di capire le condizioni particolari in cui crescono i bambini dei contadini e di iniziare a gettare le basi della loro cultura, possono costituire un valido aiuto. In caso contrario molti saranno costretti ad andare nelle città per consentire ai fratelli, svantaggiati fin dall'inizio, di sopravvivere nei villaggi.



    Pagina 28 SOTTO IL MONTE ROSA

    Nell'estate del 1993 mi recai sotto il monte Rosa insieme al professar Zanzi e a suo figlio per un motivo preciso, non per una semplice passeggiata in montagna. Il mio interesse era rivolto ai walser, che da secoli vivono nelle valli ai piedi di questo possente massiccio, e alla possibilità di sopravvivenza della loro cultura. Ci spostavamo da una valle all'altra per incontrare la gente e parlare. Osservavo le persone e facevo domande.

    Non ottenni risposte. Sul monte Rosa gli uomini sono molto silenziosi, come le gole, profonde e cupe. Ogni cosa resta senza risposta. Le valli giacciono tra le montagne come bocche mute, aperte. Spalancate ma senza che ne escano suoni.

    Gli uomini, che un tempo continuavano ad arrampicarsi sui pendii delle montagne per creare insediamenti, fissavano il fondo di queste gole come pervasi da una sensazione di vuoto. Ed era così ovunque: sull'Himalaya, sulle Ande, nel Caucaso o sulle Alpi. Questi uomini di montagna si sono costruiti case adeguate al clima, utilizzando i materiali del posto, di solito pietra e legno. Le tecniche, gli attrezzi e il ritmo di lavoro in molti luoghi sono così simili che le distanze tra le singole popolazioni a volte confondono. Sherpa e walser, indios e cimbri potrebbero essere vicini di casa.

    I torrenti, le barriere di detriti, le frane in montagna sono simili dappertutto e coloro che devono vivere cercando l'armonia sui pendii ripidi dei monti diventano ingegnosi quando sono minacciati dalle catastrofi.

    Ovunque sulla terra, dove le montagne s'innalzano fino al cielo, l'uomo cerca di sfruttare i terreni da pascolo in alto, fino al limite della vegetazione arborea. Conosce la conformazione della regione e non ha bisogno né di carte geografiche né di bussola per correre dietro agli animali domestici o alla selvaggina; con un complicato sistema di canali porta l'acqua dai nevai della vetta fino ai terreni coltivati a fondovalle per irrigarli. Con la medesima ostinazione con cui le montagne un tempo si sollevarono dal profondo della terra verso il firmamento, l'uomo usa i luoghi pianeggianti come campi, dissoda le foreste, costruisce sentieri, ponti, case.

    La vita degli uomini delle montagne, diversamente da quella di coloro che vivono nelle città, pare serena e tragica nello stesso tempo. Non ho mai voluto scoprire se dietro tutto ciò ci sia la consapevolezza che non esiste alcuna via di scampo oppure semplicemente l'ingenuità di coloro che sono prigionieri delle gole e delle zone detritiche.

    Nel corso dei secoli l'uomo «razionale» ha costruito un regno di comodità e sicurezze, la città, e considera «normale» questo modello di organizzazione sociale. Tuttavia c'è ancora qualcuno che continua a vivere tra le montagne. Lassù cercare di cavarsela è molto diverso dal vivere in un bassopiano: faticoso, con molti impedimenti, monotono. Malgrado tutto, vogliono restare lassù. Anche gli antenati soffrivano di nostalgia e d'angoscia e spesso pativano il freddo. Nascevano e morivano in solitudine ma non abbandonavano le loro cascine, le valli, le montagne. Essere soli è come essere lassù, sopportabile fintantoché si risparmia il proprio mondo dall'ordine sociale delle città. Sono molto pochi coloro che raccontano le loro storie nei libri o nei film. Vivono la loro vita fino alla fine e ogni singolo destino resta visibile nei tetti, nei muri, nei canali d'acqua. La loro realtà non ha bisogno di essere verificata. Anche gli arnesi degli artigiani vengono inventati e dimenticati.



    Pagina 184 I VALORI DI CHI RESTA

    Nessun dubbio, abbiamo portato i valori di chi resta nelle nazioni industrializzate. Collegati in rete ovunque e, in qualche modo, socialmente sicuri, controlliamo il mondo e il nostro denaro controlla il mercato capitalistico. Tuttavia la nostra vita sembra essere costantemente minacciata. Le situazioni di allarme si susseguono, e così pure i programmi d'emergenza. Minacciati dall'esaurimento delle fonti di energia e dalla catastrofe climatica, spaventati dall'AIDS e dalle intossicazioni alimentari, preoccupati per la foresta tropicale e per la molteplicità delle specie, la speranza e la gioia di vivere si dileguano.

    Una vera tragedia ma senza rimproveri o dubbi e alla fine senza la nostra partecipazione: il declino dei popoli delle montagne. Molti credono che l'ultimo atto dell'esodo dalle montagne significhi un guadagno per noi, un beneficio per le città. «I popoli delle montagne devono scomparire?» chiedo a me stesso e ai miei lettori.

    Forse presto ci ricorderemo di loro nei nostri musei, degli hunza e degli sherpa, dei walser e degli indios, delle società tribali senza rappresentanti, delle società non costituite in nazione, degli aborigeni dei continenti più lontani. Tra alcuni decenni forse li avremo scacciati, integrati, assimilati oppure molto semplicemente eliminati. Ma quando avremo tolto all'ultimo khampa il suo orgoglio, al dani della Nuova Guinea l'astuccio penico e alla donna ladakhi i gioielli di turchesi per metterli nel nostro zaino, sarà troppo tardi. Perché se berremo il tè al burro sotto qualche tetto di lamiera o in qualche albergo di paese e ci entusiasmeremo per i tempi passati, nessuno saprà più che cosa è andato realmente perduto. Le strade, le case e gli stili di vita saranno come i nostri.

    Se vogliamo «civilizzare» gli uomini delle montagne, diventeranno come noi, nostri pari. Ma come faranno le generazioni future a capire che cosa è andato perduto con il declino delle culture di montagna? Chi sentirà la mancanza di qualcosa che non ha mai conosciuto?

    Cento anni fa un terzo della superficie terrestre apparteneva ancora ai popoli delle montagne. Ma gli uomini delle montagne non hanno costituito uno stato proprio, non hanno conservato le loro religioni, di rado hanno creato industrie. Non si espandevano, non facevano i missionari. Non investivano il denaro in azioni, non brevettavano il loro know-how. Sono stati conquistati, incorporati, evangelizzati, senza che potessero difendersi. Per i colonialisti non sono mai stati più che popolazioni esotiche. Esistevano ma non contavano. Certo, noi li visitiamo, offriamo loro aiuto per lo sviluppo dei turismo, li rispettiamo, paghiamo per i loro servizi, ma non cerchiamo di capirli. Quale forma dovrà assumere dunque una promozione del turismo che risulti adeguata anche per loro?

    Se la povertà materiale dovesse essere paragonata alla diaspora culturale, nel nostro mercato globale potremmo rinunciare alla cultura dei caucasici, dei masai e dei tuareg. Ma tutte queste popolazioni di montagna hanno un'esperienza di vita così grande per ciò che concerne la sopravvivenza che potremmo diventare loro eredi: ricchezza di sentimenti, parsimonia, rispetto di fronte all'universo. Conservare tutto ciò sarebbe più importante del tentativo di renderli simile a noi. Il fatto che ai khampa, ai kalash e ai curdi non interessi cambiare il loro mondo in un miscuglio di carceri e parchi per il tempo libero, grandi magazzini e discariche, non significa negare la civilizzazione. Non devono diventare tutti come noi. Gli uomini che vivono in montagna hanno bisogno di mantenere la coscienza della propria identità, i valori che corrispondono al loro modo di vivere, i diritti sulla terra in cui vivono, le scuole che si fondano sul sistema di valori della loro cultura e non della società industriale. Sono loro che devono poter stabilire il grado della loro povertà e del loro isolamento. Forse lo sparuto manipolo degli scampati avrebbe ancora una possibilità di restare lassù dove solo loro sono in grado di sopravvivere.










  3. #3
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito

    Da: http://www.gegeonline.it/montagna/libri/corona1.htm



    Mauro Corona
    Il volo della martora
    Editrice Vivalda, 1997



    Un libro nel segno del Vajont

    «Il volo della martora» è il primo dei tre libri finora scritti da Mauro Corona ed è sicuramente quello che meglio descrive il dramma del Vajont, il disastro che ha lasciato profonde ferite nella povera vita degli abitanti di quei luoghi.
    Nella descrizione che l’autore fa dei suoi compaesani, dei suoi amici, delle persone che in cinquant’anni ha conosciuto, si evince che la vita ad Erto e ne paesi vicini sia stata per molti una vita semplice, fatta spesso di sofferenze. E l’illusione di una vita migliore, grazie alla diga del Vajont ed ai benefici economici, ha distrutto quel poco di felicità che la vita ha riservato loro. Questo libro può essere considerato una vera e propria biografia del paese e di alcuni dei suoi abitanti (forse i più stravaganti, o forse alcuni tra i tanti).
    «Il volo della martora» è diviso in quattro parti, ben collegate tra loro e che dicono molto sul trascorso dell’autore.

    Il libro inizia con alcuni capitoli dedicati agli alberi, tema ripreso poi in maniera più approfondita in «Le voci del bosco», mettendo in evidenza alcuni particolari aspetti della natura, descrivendo il passato di Corona dal punto di vista del boscaiolo e dello scultore. Qui il primo pensiero è rivolto al nonno dell’autore stesso, il primo vero fautore di quell’amore per il legno, per la scultura, per la vita nei boschi. Si prosegue quindi con vari riferimenti al rapporto dell’uomo con gli alberi e già qui si è soffermata la mia attenzione.
    Nel capitolo “La Mina” viene descritta nel dettaglio la tecnica poco ortodossa che Mauro Corona e suo padre usavano per raccogliere la legna, evitando gli sprechi: la dinamite. Eppure nonostante tutto non vi era un disboscamento incontrollato, cosa che affligge ormai molte delle foreste mondiali...
    «La raccolta non è mai rapina selvaggia e senza scrupoli, ma si effettua rispettando il bosco quanto più possibile. Si ha cura di abbattere le piante vecchie, quelle che mostrano segni inequivocabili di malattia e quelle storte, incurvate dall’ira dei venti. Oppure, dove la famiglia è troppo numerosa, la si sfoltisce lasciando vivere solo tre o quattro fusti».
    Al termine di questa parte c’è anche lo spazio per una riflessione sulla morte; parlando delle foglie, che muoiono cadendo a terra, Corona fa notare che come per l’uomo c’è chi muore in silenzio e chi se ne va nel clamore generale; ma nonostante questo, una volta sopraggiunta la morte diventiamo tutti uguali, coperti dalla neve.

    Nella seconda parte, “Animali”, si ha forse la parte più cruda dell’intero libro. L’autore parla ancora una volta del suo rapporto con la natura, ma questa volta dal punto di vista del cacciatore, raccontando soprattutto delle esperienze vissute con il padre. Prima, però, non manca un capitolo dedicato al cuculo, animale che per Corona deve avere un significato particolare dato che lo si ritrova in moltissimi passaggi e che dà il titolo all’ultimo dei tre libri da lui scritti (Finché il cuculo canta). Mauro Corona ora non caccia più, lui stesso crescendo ha «capito la brutalità di questa pratica», ma in queste pagine si comprende cosa volesse dire la caccia per quelle persone. E benché io vi sia fermamente contrario, ho dovuto accettarla poiché per la gente di montagna, essa era una delle poche forme di sostentamento.
    Nelle parole del capitolo “La volpe” si apprende tutta la tristezza che la morte di una bestiola può causare nella mente di un ragazzino, costretto per tradizione di famiglia a seguire gli appostamenti del padre nei boschi: «Ai miei piedi stava la piccola, innocente volpe distesa nella neve [...]. Allora tutto il carico di tensioni e suggestioni trasmessimi dal vecchio nei giorni d’attesa, se ne andavano con imbarazzo. Sentivo salire la vergogna mentre fissavo quel piccolo corpo inerme [...]». Tra i capitoli, anche “Il volo della martora”, da cui il libro prende il titolo. Infine, sempre nella parte dedicata agli animali, c’è un aspetto particolare che mi ha colpito: l’uccisione del maiale per il Natale. Il capitolo relativo mi ha fatto pensare ad una persona che conosco, che quand’era piccolo aveva un maialino che portava a passeggio e che accudiva come un cagnolino; quell’amico, una volta cresciuto, è finito appeso in cantina, sottoforma di speck. Allo stesso modo il maiale curato da Corona ed i suoi fratelli è divenuti, sotto i loro occhi, il pranzo di Natale. E’ difficile pensare che episodi come questo non abbiano lasciato un segno nelle menti di quei ragazzi, agli occhi dei quali si ripeteva ogni anno la stessa scena.

    Parlando della “Gente”, l’autore riesce a riportare alla luce figure ormai scomparse come il vecchio e saggio cacciatore, l’arrotino o le “sedonere” (venditrici ambulanti di sedòn, ovvero di cucchiai di legno). E racconta ancora di persone a lui care, persone che hanno lasciato in lui un ricordo particolare. Ciò che mi ha lasciato un po’ perplesso è stato l’elemento comune a gran parte dei racconti, la vita stravagante delle persone descritte e la loro morte, spesso accompagnata - ed in alcuni casi causata - dall'alcool; è comunque chiaro che delle persone qualunque, senza pregi né difetti, non c'è sicuramente meno da raccontare.
    Parlando di Svalt, vecchio compagno di scorribande di bracconaggio, riemerge il tema della caccia e qui si trova la conferma di quanto già in precedenza (leggendo anche gli altri due libri di Corona) avevo intuito: «Da piccolo era cresciuto in un collegio per orfani, dalle parti di Udine, perciò non aveva assimilato quella passione per il bracconaggio che quassù in montagna finiva per essere quasi imposta». Proprio queste ultime parole sono significative. Un ultimo pensiero è infine rivolto al fratello, morto quand’era ancora giovane, emigrato in Germania nel tentativo di cambiare vita.

    Fin qui non ho parlato molto di quello che in ogni caso è il tema principale dell’intero libro, quel maledetto Vajont che si ritrova praticamente in ognuno dei racconti del libro. Gli ultimi capitoli parlano ancora di uomini, ma sono esprimono in maniera molto esplicita il dramma causato da un fiume che si è portato via più di 2000 anime. Era il 9 ottobre del 1963. Da allora la già difficile vita di quella gente, vissuta praticando lavori umili e senza troppe comodità, ha subito un profondo cambiamento. In molti si sono fidati dei geologi, in molti hanno collaborato nella costruzione della diga che ha permesso loro di guadagnarsi da vivere. Poi il monte Toc ha emesso il suo grido, seguito dal silenzioso grido degli abitanti di quei luoghi. Da allora nulla è stato come prima, c’è chi in quella tragedia ha perso tutto e chi è scampato ne corserva il triste ricordo.
    Ma descrivere questi ultimi capitoli, comunque, sarebbe riduttivo e pertanto ve ne consiglio la lettura.





    Mauro Corona
    Le voci del bosco
    Editore Biblioteca dell'Immagine
    152 pag., 1998, € 10,33


    "Le pagine di questo libro non contengono un trattato di botanica e nemmeno parole di assoluta verità. Ciò che in esse vi si potrà leggere sono 'verità personali' suscitate da riflessioni indotte da oltre quarant'anni di vita nei boschi e dialoghi con le piante. Durante questo lungo tempo ho capito che tutto, in natura, ha un proprio carattere, una personalità, un linguaggio, un destino. Osservando e ascoltando con attenzione il creato, è possibile udire la sua voce..."

    Da: http://www.gegeonline.it/montagna/libri/corona2.htm

    Storie di alberi e di uomini

    Non è semplice commentare questo libro di Mauro Corona. «Le voci del bosco» può sembrare un libro banale, come può invece risultare un libro difficile da comprendere nelle sue diverse sfumature. Tra queste due definizioni io sono più per la seconda perché a fronte di una retorica piuttosto semplice, l’autore sembra voler comunicare messaggi diversi e più profondi. L’intero libro è un continuo alternarsi di contenuti. La mancanza di una suddivisione in capitoli è un po' fastidiosa perché nonostante il testo sia continuativo si passa da una descrizione all’altra in maniera abbastanza radicale. Tutto sommato, comunque, questo riguarda solo alcuni passaggi, e alla fine la lettura risulta piacevole.
    L’argomento principale sono gli alberi, gli alberi dei boschi di Erto (e della zona di Longarone, a cavallo tra Veneto e Friuli) con qualche piccola intrusione di piante che con il bosco non hanno molto a che fare. Corona parla degli alberi come se avessero un’anima; ed in questo modo riesce a raffrontarli con gli uomini. Ecco quindi che un bosco di faggi viene paragonato ai lavoratori di una fabbrica, la betulla ad una bella donna che si atteggia, l’abete bianco ad un vecchio saggio che porta consiglio, l’agrifoglio ad un genitore cattivo, il tiglio ad un uomo semplice che vuole apparire sfoggiando in maniera troppo vistosa elementi superflui. Questi sono solo alcuni degli esempi, ma molti sono gli alberi di cui si parla. Per rafforzarne ulteriormente le caratteristiche, l’autore descrive gli alberi con gli occhi dello scultore; non bisogna dimenticare, infatti, che Mauro Corona fondamentalmente non è uno scrittore, ma uno scalatore ed uno tra i più apprezzati scultori lignei d’Europa.

    Anche gli alberi hanno un’anima e, come negli uomini, spesso gli “atteggiamenti” rispecchiano la vera natura del legno: ogni singola specie di albero possiede caratteristiche particolari ed il libro le descrive molto bene. In effetti se c’è una critica da fare, devo dire che le analogie tra alberi e uomini sono state rese troppo esplicite, in alcuni casi. Personalmente avrei apprezzato di più se non vi fossero stati riferimenti agli uomini, perché già nella descrizione degli alberi, della loro anima, della loro personalità risultavano evidenti tali riferimenti. Per fare un esempio al riguardo vi riporto due brevi passi dal libro.
    «Alta, elegantissima, diritta, sempre perfetta nel suo abito bianco, la betulla è la regina del bosco. [...] Riservata, ma conscia della sua bellezza, si fa desiderare e non concede facilmente le sue grazie. [...] Il suo desiderio, la sua scelta, i suo gusti, li devi intuire dall’impercettibile movenza delle fronde. E nemmeno allora sei sicuro che ti abbia detto sì. Sa di essere la protagonista del bosco e questo la rende un po’ superba e vanitosa [...]».
    Passi come questo, riferiti agli alberi, sono molto frequenti nel libro e nascondono un riferimento all’uomo, alle sue caratteristiche, ai suoi atteggiamenti, alle sue debolezze. E’ bello, secondo me, il paragone che può nascere tra le persone che noi conosciamo, che ci stanno attorno, e noi stessi con gli alberi. Ma questo viene reso esplicito dall’autore in diverse occasioni. Riferendosi alla betulla, infatti, Corona scrive: «Io, che di legni un po’ ne capisco, quando vado in città le donne betulla le vedo subito: alte, eleganti, con un certo che di malizioso negli occhi, non si muovono mai a scatti [...]». E’ un peccato che non sia stato lasciato al lettore la possibilità di analizzare autonomamente a quale tipo di persona possa essere paragonata la betulla. E lo stesso, naturalmente, vale per tutti gli altri legni.
    Tutto sommato, comunque, resta qualcosa di diverso, interessante, curioso. Mauro Corona descrive così il proprio libro: «Ho passato quasi cinquant’anni di vita nei boschi e ho parlato con gli alberi. Gli alberi non si spostano, ma possiedono un loro carattere che comunicano in vari modi, anche con la diversa reazione che hanno nei confronti di chi li tocca. In queste righe si parla di loro e di uomini: a volte bene e altre male... e così il cattivo, senza quasi rendersi conto, proverà simpatia per il sambuco, il buono per il larice, il sempliciotto per il faggio, l’elegante per la betulla, il cocciuto per il carpino e via dicendo...». Credo che in queste poche righe l’autore sia riuscito a riassumere in maniera eloquente il contenuto del suo libro. Se mai lo leggerete vi renderete conto che quello che sembra un “delirio” ha alla fine un senso profondo.

    Ma «Le voci del bosco» non è solo uomini e alberi; è anche cultura, tradizione e storie personali che Mauro Corona vuole tramandare, far conoscere. Per molti degli alberi descritti, l’autore ha riportato in maniera dettagliata gli usi che venivano fatti del legno: carpino e maggiociondolo per costruire i denti dei rastrelli, la corteccia di betulla per costruire le scatolette per il tabacco, l’acero per degli sci rudimentali e via dicendo, riportando anche le proprie esperienze vissute sulle orme del nonno e del suo maestro Augusto Murer.
    L’intero volume (140 pagine circa) è impreziosito da un buon numero di illustrazioni, realizzate dallo stesso Mauro Corona, che descrivono in maniera dettagliata gli oggetti di legno che venivano fabbricati a Erto, o che riportano alberi particolari che l’autore ha potuto osservare nei suoi boschi, alberi che per lui hanno un particolare significato. «Le voci del bosco», rispetto a «Finché il cuculo canta» da me letto in precedenza, mi sembra un libro al di fuori del comune. L’essere troppo esplicito è stato forse l'unico limite di Mauro Corona. Ma sicuramente per chi lo legge è un invito a riflettere non solo sull’uomo, ma anche sul rapporto che noi abbiamo con la natura anche nei momenti in cui pensiamo di essere immersi in essa, spesso un po’ troppo distaccato e che non ci fa apprezzare a pieno la sua bellezza.





    Mauro Corona
    Gocce di resina
    Editore Biblioteca dell'Immagine
    141 pag., 2001, € 10,33


    La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cola dall'albero ferito. Quelle gocce giallo miele, non scappano, non scivolano via come l'acqua, non abbandonano l'albero. Rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, aiutarlo a resistere, a crescere ancora. I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita. Anche quelli belli diventano punture. Perché, col tempo, si fanno tristi, sono irrimediabilmente già stati, passati, perduti per sempre. Gocce di resina sono piccoli episodi, aneddoti minimi, spintoni che hanno contribuito a tenermi sul sentiero. Proprio perché indelebili sono rimasti attaccati al tronco. Come fili di resina emanano profumi, sapori, nostalgie.

  4. #4
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Messina
    Messaggi
    18,411
     Likes dati
    1,422
     Like avuti
    1,210
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Orazio Coclite consiglia qualche lettura interessante

    Originally posted by Orazio Coclite
    Mi va di consigliare qualche testo che ho letto, che sto leggendo o di cui mi hanno parlato bene. Eccoveli:
    Grazie...

    Ormai sono rovinato (gli ultimi tre volumi li ho ordinati stanotte, e la settimana scorsa ho ricevuto un pacco al giorno... Senza contare le incursioni in librerie, bancarelle, ecc. ... ), quindi farò tesoro anche di questi consigli... Molto accattivanti e insoliti mi sembrano quelli di Corona...

    Ciao.

  5. #5
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito

    Corona è sicuramente un personaggio interessante, così come i suoi libri.

    C'è anche un sito a lui dedicato: http://www.dispersoneiboschi.it/



    PS - Siamo allora in due a rovinarci nell'acquisto di carta stampata...

  6. #6
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito

    Prenditi anche questo:



    Stefano Momentè
    Il Vegan in Cucina
    Oltre 300 ricette senza carne, pesce, uova e latticini
    Prezzo: E 9,80
    Macroedizioni - 152 pagine - 17x24




    È un ricettario divertente e completo per la programmazione quotidiana dei pasti Vegan, che integrando gli utilissimi consigli per realizzare la Piramide Vegan degli Alimenti, modellata sul Dietary Guidelines for Americans (Linee-guida per la Dieta degli Americani), ci offre veloci e gustose preparazioni per evitare la monotonia e le carenze delle nostre porzioni di cibo.

    Mentre i Vegetariani evitano solo la carne, i Vegan evitano anche latte e formaggi, uova, miele, pellicce, cuoio, lana e tutti i prodotti testati sugli animali; Vegan o Vegano è chi evita di usare o consumare prodotti di origine animale.
    Il Veganismo è il passo successivo del Vegetarismo. Non più solo una scelta alimentare, ma una scelta di vita a tutto tondo, priva di crudeltà nei confronti di noi stessi, dell'ambiente e degli animali. È ovvio che, per chi decide di diventare Vegan, la dieta ha un'importanza fondamentale.

    Il percorso qui proposto prende come base l'alimentazione, affrontando tutti i dubbi e le perplessità che possono nascere in chi vi si affaccia per la prima volta. In questo libro vengono presentate oltre 300 ricette Vegan, di varia provenienza, molte dalla cucina italiana, altre da quella internazionale, tutte estremamente gustose, nutrienti e sane sia per il nostro corpo che per la nostra coscienza.

    Una carrellata di sfiziose e leggere pietanze:
    dalla besciamella Vegan, al brodo vegetale o ancora al latte di mandorle come basi per le nostre preparazioni, patè di tofu, ma anche crostini al seitan per antipasto, paella vegetariana, zuppa di crescione o gnocchi di soia come piatti unici e tofu al forno con contorno di crocchette verdi e falafel per sostituire il secondo piatto, infine budino di riso, bignè di mele o torta ai cereali.

    Per vivere in modo sano, completo e divertente, la scelta alternativa in cucina.

 

 

Discussioni Simili

  1. Orazio Coclite
    Di Alvise nel forum Destra Radicale
    Risposte: 10
    Ultimo Messaggio: 14-04-06, 02:08
  2. Per Orazio Coclite
    Di janus77 (POL) nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 15-05-05, 17:17
  3. Per Orazio Coclite
    Di nel forum Destra Radicale
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 28-03-05, 07:46
  4. Orazio Coclite consiglia: letture fiumane
    Di Orazio Coclite nel forum Destra Radicale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 24-05-03, 19:54
  5. x Orazio Coclite
    Di Paul Atreides nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 03-06-02, 20:53

Chi Ha Letto Questa Discussione negli Ultimi 365 Giorni: 0

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito