set 22
Filosofisti
‘Chi stabilisce che cosa è giusto e che cosa non lo è? I gusti non sono arbitrari? No? E allora chi avrebbe il diritto di decidere di essi?’
Come sono petulanti e prevedibili i paladini dell’egualitarismo! E com’è degradante prendere in considerazione le loro questioni-insinuazioni, rovistando tra le parole e le immagini in cerca dell’ennesima parafrasi per esprimere l’evidenza più radiosa e ingenua! Ma occorre darsi ogni tanto la pena di una replica: sbugiardarli di fronte a loro stessi, questi filosofisti, accelerare il moto della nevrosi che li smangia, far sì che il buio si rovesci sui loro capricci dialettici e li travolga. Credete forse che non sappiano di aver passato l’esistenza a stuprare la natura e l’essenza della filosofia, il buon gusto e i discepoli, gli auctores e, male minimum, i contribuenti? Che non crepino dallo schifo di sé ogni volta che restano soli, magari in mezzo a un bosco (non quello pipparolo, con decenza parlando, di Heidegger: quello vero, dove niente li bada e tutto è brutale bellezza), in riva a un fiume senza argini e ponti, a un mare senza hotel e stabilimenti balneari, a una montagna (selvaggia o meno: la fioritura aumana delle rocce fa dimenticare subito le cabinovie), al cielo notturno senza luci meccaniche che lo sbiadiscano? (Fate pure l’esperimento, accompagnateli a dar conto a Madre Natura del loro operato e vedrete se non vi scalciano come vitelli, o come impiccati…) Credete che possano nascondersi la spaventosa realtà che questo mondo è completamente (completamente! cioè senza pompose élite e aristocrazie a resistere) marcito e loro stessi ne periranno in modo increscioso? Che i pochissimi (unità più che decine) monaci della decenza, ugualmente e avventurosamente lievi nel vivere e nel morire, avranno da sollazzarsi di fronte all’arabesco della loro agonia? Che la storia è piuttosto sarcastica con chi fida nell’oggi e in un domani su misura? Che bastavano poche parole, poche ammissioni, una manciata di omissioni in meno, e si sarebbero salvati? Bastava concedere il passo a minute semplici verità per serbare nell’uomo almeno una nostalgia di giustizia. Ammettere che imporre diritti è un assurdo logico, che le caste non sono barbarie ma l’unica possibile salute ed estetica della socialità. Che l’uomo non è naturalmente vocato al bene, ma lo si può dirottare almeno verso il grandioso. Che impossibile è il connubio di pietas e superficialità, di poesia e parossismo, di miracoli e miseranda compiacenza, di pavidità e generosità,
“perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.”
Cultrura - Rubrica delle Edizioni di Ar | Filosofisti




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