Enduring oppio
L'unica cosa che sembra andare a gonfie vele in Afghanistan è il traffico della materia prima per la produzione dell'eroina, mai così fiorente dagli anni Novanta. L'Onu lancia l'allarme
La vera trionfatrice dell'operazione Enduring Freedom? Sembra essere l'eroina. Il 2002 è stata una gran annata per i coltivatori di oppio afgani: dalle 185 tonnellate raccolte nel 2001 la produzione è schizzata a 2.700 tonnellate. Un bel salto del 1.400 %. E le previsioni per il raccolto del 2003 non sono certo incoraggianti. La campagna militare che ha stanato i talebani dalle grotte, nulla ha potuto contro le sterminate piantagioni di papaveri a cielo aperto. E a sbugiardare la vetusta regola della domanda e dell'offerta, pare che il ritorno dell'Afghanistan nella partita dei produttori dopo un periodo di mercato in crisi, abbia fatto lievitare i prezzi dell'oppio fino ai 350 dollari al chilo. Il ritorno, sì, perché nel luglio del 2000 il mullah Omar vietò le coltivazioni di papavero da oppio e per convincere i contadini, usò delle argomentazioni molto convincenti fatte di incendi e mutilazioni. Risultato: la produzione crollò, tanto che tra il 2000 e il 2001 i satelliti spia non scovavano quasi più un campo di papaveri, con grande stupore e soddisfazione del Programma delle Nazioni Unite per il Controllo delle Droghe che, sotto la direzione dell'italiano Pino Arlacchi, aveva offerto nel 1997 aiuti economici al regime dei talebani in cambio della sostituzione della coltivazione dell'oppio con quella di albicocche, mandorle, funghi e cipolle.
In realtà, sono in molti a pensare che il blocco della produzione decisa dal regime di Kabul fosse stato deciso non tanto per accedere ai contributi dell'Onu, quanto per contrastare l'eccesso di produzione degli anni precedenti che aveva riempito i magazzini e provocato una diminuzione dei prezzi. Comunque sia, prima degli aiuti, arrivò l'11 settembre, e poi l'operazione Enduring Freedom. Oggi i talebani sono sconfitti, ma il prosperare del mercato dell'oppio minaccia di trasformare il sogno di libertà del dopo-regime in un incubo. E non soltanto per l'Afghanistan, dato che è da lì che proviene il 75% delle partite di eroina sul mercato mondiale. Il presidente afgano Hamid Karzai promette che il suo governo intensificherà gli sforzi per ripulire il Paese dalle piantagioni, la cui produzione «nutre il terrorismo» e «distrugge l'economia e l'agricoltura». L'Onu concorda: nel rapporto annuale del Comitato internazionale per il controllo degli stupefacenti si legge che il traffico delle droghe illegali non fa arricchire chi le coltiva (al contadino va solo l'1% dei profitti) ma solo chi le smercia. «Gli Stati Uniti hanno tardato a contrastare la coltivazione e la produzione di stupefacenti - ha dichiarato Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il crimine, presentando alla fine di febbraio i risultati dello studio sulle dimensioni e l'impatto dell'economia dell'oppio in Afganistan -. Una politica in parte deliberata, volta a evitare la diffusione della droga fra i loro soldati, dopo la massiccia penetrazione di droghe nell'esercito durante la guerra del Vietnam». «Gli Usa cercano qualcuno, non qualcosa - concludeva Costa - e solo negli ultimi tre mesi hanno iniziato a distruggere alcune raffinerie, ma non coltivazioni».
Una storia sfortunata, quella della lotta alla produzione di oppio in Afghanistan. Proprio quando si cominciava a parlare di stabilizzazione… Solo dieci giorni fa il commissario alle relazioni esterne dell'Ue, Chris Patten, annunciava la concessione di un nuovo finanziamento per 400 milioni di euro a favore di Kabul per sostenere lo sviluppo rurale e sradicare la coltivazione del papavero. Il 17 marzo il capo-delegazione della missione Usa, Alan Parson, annunciava che gli Stati Uniti avevano stanziato 820 milioni di dollari per sovvenzionare la ricostruzione in Afghanistan nel 2003. Tra le priorità d'intervento, la necessità di «offrire valide forme alternative di sviluppo agricolo». Il 20 marzo, il mondo si è voltato per guardare da un'altra parte. La guerra in Iraq e le ipotesi sul dopo-Saddam sollevano nubi pesanti sul futuro sociale ed economico dell'Afghanistan. Il pericolo è che Bagdad rubi la scena a Kabul, trainando una buona fetta dei fondi erogati dalle istituzioni internazionali.
25 marzo 2003
Elena Cipriani




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