Ultime notizie dal mondo
1-16 Marzo 2003
(Home, Archivio notizie)
USA. 1 marzo. Gli Stati Uniti sono pronti ad usare armi chimiche in Iraq. Lo ha detto Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa, ammettendo che Washington ha da tempo dato l’autorizzazione alla sperimentazione di armi chimiche da utilizzare in Iraq. Una Ong tedesco-americana, The Sunshine Project, ha rivelato come il JNLWD –il Consiglio per le Armi Non Letali– abbia lavorato con alcuni scienziati della Penn State University e con il centro biochimico dell'esercito americano su un progetto di ricerca che ha sviluppato un'arma chimica simile a quella che ha ucciso il 20% di coloro che ne sono stati esposti, nell'ottobre del 2002, nel teatro di Mosca. Alcuni documenti declassificati che Rumsfeld non vuole discutere si possono consultare sul sito del Sunshine Project, http://www.sunshine-project.org
Corea del Nord. 1 marzo. Pyongyang accusa Washington di oltre 180 violazioni del suo spazio aereo nell’ultimo mese e con crescente frequenza negli ultimi giorni. Citando «fonti militari», l’agenzia stampa ufficiale KCNA ha sottolineato che un aereo spia RC5 avrebbe invaso lo spazio aereo nordcoreano, dalla costa orientale, almeno una volta al giorno e per diverse ore dal 21 febbraio. Tra gli obiettivi la città di Musduon, sulla costa orientale, dove sarebbe ubicata una delle principali installazioni missilistiche nordcoreane. Non sarebbero mancati voli dall’altro lato della frontiera, violando stavolta lo spazio aereo sudcoreano, da parte di un aereo U-2 e di un EP-3 dotato di strumentazione elettronica di osservazione. Obiettivi: installazioni militari e «strategiche».
Iraq. 1 marzo. Studiosi di storia ed archeologia, riuniti in un comitato coordinato da Arthur Houghton del Paul Getty Museum di Los Angeles, hanno rivolto un appello al governo degli Stati Uniti affinché «faccia tutto il possibile per evitare di arrecare danni al patrimonio archeologico dell’Iraq, che costituisce uno dei tesori dell’umanità (..) Qui si svilupparono le prime civiltà umane di cui le fonti scritte ci hanno conservato il ricordo, alcune delle quali sono ricordate anche dalla Bibbia, che hanno sviluppato per prime la scrittura, l’astronomia e perfino la fermentazione della birra (..) Qui sorsero città splendenti come Ninive, Ur, Assur, Babele ed Uruk». Preoccupa la vicinanza di molti siti archeologici a possibili obiettivi militari: già nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, i bombardieri statunitensi danneggiarono il sito archeologico di Ur, la più antica città del mondo. I firmatari dell’appello invocano il rispetto della convenzione di Hague del 1954, che vieta di considerare luoghi culturali e religiosi come obiettivi militari. USA e Gran Bretagna non hanno però ratificato questo accordo, e del resto, all’indomani della prima guerra del Golfo, bloccarono all’ONU una commissione dell’UNESCO per la stima dei danni causati dai bombardamenti. Il patrimonio archeologico iracheno, denunciano inoltre gli archeologi, subisce danni anche a causa delle sanzioni. La miseria provocata dall’embargo ha portato all’aumento dei saccheggi nei siti e nei musei per la vendita clandestina all’estero, denuncia John Malcolm Russell, storico dell’arte dell’Università del Massachusetts: «Prima i siti archeologici erano l’orgoglio del popolo iracheno e i saccheggi erano estremamente rari. In Iraq c’era uno dei dipartimenti di antichità migliori del Medio Oriente (..) Tutto è cambiato con la guerra e con le sanzioni economiche».
Euskal Herria. 2 marzo. La dispersione dei prigionieri politici baschi provoca un’altra tragedia. La madre ed il fratello di uno di questi, Juan Karlos Balerdi, sono morti in un incidente stradale a 750 km da casa. Il padre, invece, è rimasto ferito gravemente. Stavano recandosi in visita al carcere di Almería, a più di mille chilometri dalla loro residenza. Il fatto è accaduto nella notte di venerdì. Non è la prima volta che accade. L’anno scorso furono 25 gli incidenti che hanno coinvolto i familiari dei prigionieri baschi; nel 2003 è il terzo incidente, incluso quello di venerdì. Le vittime salgono così a tredici. Associazioni a sostegno dei prigionieri e di aiuto alle loro famiglie, come Askatasuna e Etxerat, hanno denunciato la condizione che soffrono quasi tutte le famiglie dei prigionieri, costrette a dover percorrere migliaia di chilometri per esercitare il diritto alla visita dei propri cari. La dispersione delle carceri è una misura applicata da tempo dalle autorità spagnole per contribuire all’isolamento dei prigionieri. Dei 536 prigionieri/e baschi detenuti dallo Stato spagnolo, solo 44 si trovano in Euskal Herria. Quanto allo Stato francese, dei 108 prigionieri/e baschi, nessuno è detenuto nel suo paese d’origine, Euskal Herria appunto.
Cecenia. 2 marzo. Il governo statunitense lancia ammiccamenti alla Russia, aggiungendo tre gruppi ceceni nella lista delle organizzazioni terroriste. Secondo la BBC si tratterebbero della Brigata Islamica Internazionale, del Reggimento Speciale Islamico e del Battaglione dei Martiri Ceceni.
Afghanistan. 2 marzo. Grazie anche ai voti del centro-sinistra, il Parlamento ha confermato e prolungato la partecipazione militare italiana all’operazione statunitense “Libertà duratura” in Afghanistan. Si è così sancita la partecipazione dell’Italia in un’azione di guerra, in totale spregio dell’art.11 della propria Costituzione. Contrari gli esponenti di Rifondazione comunista, Verdi e Comunisti italiani; astenuti 8 parlamentari Diessini.
Afghanistan. 2 marzo. I compiti del contingente militare italiano sono stati già indicati a dicembre dall’ammiraglio James Robb dell’Us Central Command. I circa mille soldati (in prevalenza alpini, ma anche carabinieri-parà del battaglione “Tuscania”, paracadutisti della “Folgore” ed incursori di marina del “Col Moschin”) agiranno in sinergia con altre truppe speciali. L’area è una delle più calde ed instabili dell’Afghanistan. Tutti, comunque, saranno direttamente agli ordini del Comando Militare degli Stati Uniti. La strategia USA appare di corto respiro: occupare Kabul per sostenere il loro Karzai, peraltro alle prese, nel suo stesso governo-fantoccio, con “signori della guerra” in conflitto tra loro. A tal fine Washington ha consentito a taluni di questi la ripresa della produzione e commercializzazione in grande stile dell’oppio, ad altri elargisce denaro, riservandosi di intervenire militarmente contro quelle fazioni che appaiano troppo pericolose per la stabilità complessiva. Nel frattempo si consolida il fronte dell’opposizione agli USA, che vedrebbe taliban ed esponenti di Al Qaeda uniti ai nemici di ieri, come il guerrigliero islamico Gulbuddin Hekmatyar, segnalato nell’area pashtun di Khost, al confine con il Pakistan. È proprio qui che opererà il contingente italiano, alloggiato nella base di Bagram, quasi giornalmente bersagliata da razzi e mortai.
USA. 2 marzo. Attivo da ieri un nuovo ministero, il Dipartimento di Sicurezza Interna. Nasce dalla fusione di oltre 20 agenzie investigative, incluse quelle sinora dipendenti da altri Dipartimenti. Si occuperà di «terrorismo» e immigrazione. La direzione è stata affidata ad un uomo vicino al presidente George W. Bush. In totale vedrà l’impiego di 200mila persone.
Italia. 3 marzo. I gestori italiani di Fondi di investimento sono fra i peggiori del mondo. Ad affermarlo è Giuseppe Turani, giornalista economico del quotidiano La Repubblica e del suo supplemento economico del lunedì Affari e finanza. Avvalendosi anche dei dati di Mediobanca e Assogestioni, l’associazione di categoria dei Fondi italiani, Turani scrive che negli ultimi tre anni i Fondi italiani avrebbero bruciato «quasi 150mila miliardi di vecchie lire (..) E la cosa più grottesca è che, per bruciare questi soldi dei risparmiatori, si sono anche fatti pagare, mediamente il 2% all'anno sui soldi gestiti, ma ci sono anche commissioni d'ingresso e altre diavolerie (..) probabilmente, investimenti fatti a casaccio o con i dadi avrebbero dato risultati migliori». Dando uno sguardo ai singoli Fondi più grandi e più diffusi tra i risparmiatori, Turani rileva che «il “migliore” tra questi ha perso più del 42% dei soldi che gli erano stati dati», ma ce ne sarebbero alcuni che avrebbero perso fino al 90% dei risparmi ricevuti: perdite comunque superiori a quelle registrate nello stesso periodo dagli indici di borsa. Turani evidenzia come, nonostante le miriadi di sigle esistenti, «i 6 maggiori gruppi di società di gestione italiani controllano il 70% del risparmio gestito», e si domanda: «Come si può pensare, un domani, di affidare a queste stesse persone la gestione dei Fondi pensione?».
Gran Bretagna. 3 marzo. Washington spia le delegazioni all’ONU dei cosiddetti «paesi cerniera» nel Consiglio di Sicurezza. Lo scrive ieri il britannico The Observer, rendendo pubblico un memorandum di un ufficiale della NSA (Dipartimento della Sicurezza Nazionale adibito alle intercettazioni delle comunicazioni nel mondo) che però non fornisce indicazioni sulle forme in cui si svilupperebbe, nella circostanza, questa attività spionistica. Obiettivi principali sarebbero gli uffici all’ONU di Cile, Angola, Camerun, Pakistan e Guinea Conakry. Washington sta cercando consensi alla sua guerra d’aggressione e per questo esercita pressioni, ricatti e compravendita su alcuni paesi, a seconda del loro grado di dipendenza e debolezza.
Iraq. 3 marzo. Più di un milione di bambini iracheni sotto i cinque anni rischierebbe di morire per malnutrizione in caso di guerra. È quanto afferma, tra l’altro, un rapporto dell’ONU disponibile sul sito internet del gruppo anti-guerra della Gran Bretagna Campaign Against Sanctions in Iraq (http://www.casi.org.uk/pr/pr030217.html).
Corea del Nord. 3 marzo. Alta tensione fra aerei militari USA e nordcoreani sui cieli del Mar del Giappone. È accaduto ieri nello spazio aereo internazionale, a circa 240 chilometri dalle coste della Corea, quando quattro Mig si sono avvicinati a un aereo-spia USA, decollato dalla base aerea americana di Kadena in Giappone, volandogli a fianco per venti minuti. La distanza è scesa pericolosamente fino ad appena 15 metri. «Uno dei jet ha attivato il radar da puntamento in maniera tale da indicare che avrebbe potuto attaccare», ha raccontato il portavoce del Pentagono Jeff Davis. Si tratta del primo incidente di questo tipo dall'agosto del 1969, quando un aereo EC-121 venne abbattuto dai nordcoreani e nessuno dei 31 militari americani a bordo sopravvisse. Il timore del comando delle forze USA nel Pacifico è stato quello di un contatto fra velivoli militari, come avvenne nell'aprile del 2001 al largo delle coste cinesi quando vi fu una collisione al limite dello spazio territoriale fra un aereo-spia Usa EP-3 e un caccia F-8 cinese. Dopo il contatto l'aereo di Pechino precipitò in mare, provocando la morte del pilota, mentre l'aereo-spia venne obbligato ad atterrare sull'isola di Hainan, dove l'equipaggio fu per settimane al centro di un braccio di ferro fra Washington e Pechino. Contatti visivi fra aerei dei due Paesi sui cieli del Mar del Giappone non sono una novità. Il fatto che questa volta i Mig nordcoreani si siano avvicinati al punto di rischiare una collisione e attivando un radar da puntamento lascia intendere che Pyongyang abbia voluto lanciare un monito a Washington affinché ponga fine ai frequenti voli-spia.
Venezuela. 3 marzo. Attentato presso gli uffici della compagnia petrolifera statunitense Chevron. Nessuna vittima. È accaduto nella mattinata di oggi a Maracaibo.
Irlanda del Nord. 4 marzo. Londra tenta di disincagliare l’agonizzante processo di pace. In sintonia con Dublino ha presentato ai partiti politici nordirlandesi riuniti nel castello di Hillsborough, a Belfast, un documento congiunto di cinque annessi e 28 pagine contenente proposte su sicurezza, riforma della polizia, giustizia, diritti umani, uguaglianza. L’esecutivo nordirlandese cosiddetto autonomo è stato sospeso alcuni mesi fa dal segretario di Stato britannico John Reid per le minacce unioniste di far collassare le istituzioni autonome nordirlandesi dopo le accuse, non provate, che l’IRA avrebbe installato una rete di spionaggio nelle strutture di governo delle Sei Contee. I repubblicani del Sinn Féin puntano, in questa fase, a questi obiettivi. applicazione della raccomandazioni della relazione Patten sulla riforma della polizia; smilitarizzazione britannica; riforma del sistema giudiziario, particolarmente eliminando la deroga della legislazione antiterrorista che permette processi senza giuria; trasferimento del controllo della polizia e del potere giudiziario al governo nordirlandese; limitazione dei poteri che permettono a Londra di sospendere a sua discrezione le istituzioni autonome; una commissione legislativa per l’armonizzazione della legge nel nord e nel sud dell’Irlanda; maggior sostegno per la lingua irlandese; maggiore rapidità nell’applicazione della «agenda di uguaglianza»; emanazione di disposizioni relative al ritorno degli esuli repubblicani.
Macedonia. 4 marzo. Due soldati della NATO sono morti per l’esplosione di una mina. Si tratterebbe di polacchi, ma l’ufficio NATO di Skopje non fornisce chiarimenti in merito. La jeep sulla quale viaggiavano è saltata in prossimità della città di Kumanovo, vicino al confine con la Serbia. Gravemente ferite altre tre persone: una interprete NATO e due contadini macedoni. Attualmente stazionano in Macedonia circa 3mila soldati della NATO, con l’obiettivo di monitorare l’accordo tra forze governative e guerriglia albanese nel 2001. Si tratta del più grave incidente dall’impiego della NATO nel settembre 2001.
Colombia. 4 marzo. Le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) non intendono negoziare con gli Stati Uniti lo scambio dei prigionieri «perché non ci sono persone integrate all’Organizzazione, private della libertà, in carceri degli Stati Uniti». «Le cause e le conseguenze del conflitto interno alla nostra Patria saranno risolte tra colombiani», spiegano in un comunicato datato 2 marzo. Le FARC ricordano di aver, con precedente comunicato del 21 febbraio, garantito la vita e l’integrità fisica dei tre ufficiali statunitensi loro prigionieri, solo se l’esercito colombiano sospende le operazioni militari nella zona dove è stato abbattuto l’elicottero. Ricordano inoltre, come da precedente comunicato del 24 febbraio, che i tre saranno liberati solo in «cambio dei prigionieri di guerra detenuti dallo Stato colombiano, scambio che dovrà avvenire in una zona smilitarizzata tra il governo di Uribe Vélez e le FARC-EP».
Palestina. 4 marzo. Proibito l’acquisto di terreni a chi non è ebreo. Il governo israeliano ha approvato una proposta di legge che per ragioni di sicurezza riserva la vendita di terreni del pubblico demanio agli ebrei. In attesa dalla sua approvazione da parte del Parlamento (Knesset), il decreto è stato approvato da 17 ministri ed è stato respinto dai membri laburisti del governo di Ariel Sharon. Questa iniziativa, presentata dal rabbino e deputato del Partito Religioso, Haim Druckman, neutralizza una recente sentenza del Tribunale supremo che, nel marzo 2000, dava ragione alla denuncia per discriminazione presentata da un palestinese con passaporto israeliano al quale era stata impedita l'acquisizione di un terreno edificabile a Katzir. Con circa un milione di membri, la cosiddetta «comunità araba» d'Israele rappresenta circa il 20% dei suoi 6.500.000 abitanti. I suoi portavoce denunciano il trattamento da cittadini di serie B loro riservato. Secondo l'associazione per i Diritti Umani di Israele (ACRI), le terre del pubblico demanio rappresentano il 93% dell'intero territorio in mani israeliane. L'ex ministro della Giustizia e Ministro della Cooperazione Regionale, Dan Meridor, ha motivato il suo voto negativo alla proposta affermando che «le sue conseguenze saranno molto gravi, sia per la nostra coscienza, sia per l'immagine del sionismo, i cui nemici lo tacciano di nazismo».
Palestina. 4 marzo. Elicotteri della Israel Lands Administration (ILA) spargono sostanze chimiche sui campi di un villaggio beduino. È accaduto questa mattina in un villaggio non riconosciuto nel deserto del Negev. Senza alcun avvertimento, elicotteri appartenenti alla ILA hanno sparso sostanze chimiche tossiche su vaste estensioni coltivate appartenenti ai residenti di Abda, un villaggio non riconosciuto nel deserto del Negev. Oltre a distruggere le coltivazioni, le sostanze hanno intossicato almeno 10 bambini beduini palestinesi, cittadini di Israele. Le coltivazioni distrutte questa mattina fanno parte di una serie di siti distrutti un anno fa, il 14 febbraio 2002, per ordine dell'ILA, secondo la quale i campi erano coltivati illegalmente su terra demaniale.
Palestina. 4 marzo. Il quotidiano Al Hayat esce oggi con un articolo di Fathi Sabah, sul recente massacro di Gaza. A pagina 6, con tanto di foto, viene analizzata la strategia del genocidio graduale, per far sì che non dia nell'occhio: oggi la città vecchia di Nablus, domani un quartiere di Gaza, poi i villaggi sui pendici di Hebron e così via. È timore diffuso che alla fine della guerra all'Iraq, che concentrerà l'attenzione dei media, i Territori Occupati e Gaza saranno completamente distrutti, lasciando qua e là per i superstiti indigeni, tra arterie di autostrade e le nuove municipalità coloniche israeliane, agglomerati di capanne. Dopo l'incursione del 19 febbraio –che ha lasciato la città storica devastata, moltissime le case ed i negozi rasi al suolo, 9 le persone morte, decine i feriti, 150 i deportati– ieri carri armati ed elicotteri dell'esercito israeliano sono tornati a Nablus. 15 bambine sono state sequestrate e usate come scudi umani per fare irruzione in diversi edifici alti. Questi edifici, svuotati dei loro residenti, servono adesso come postazioni per i cecchini. A Nablus, come in tutte le parti del West Bank e di Gaza, i coprifuochi sono pressoché continui. Dappertutto le forze armate israeliane entrano ed escono come vogliono e sempre lasciano dietro morti e feriti, portano via uomini legati come bestie, e con gli occhi bendati, in campi di detenzione. Allorché scatterà l’aggressione USA all’Iraq, i riflettori sul genocidio che si sta commettendo in Palestina si spegneranno del tutto.
Cecenia. 4 marzo. Fallito attentato al leader pro-russo ceceno, Ajmed Kadirov. In un’imboscata della resistenza nei pressi di Grozny, capitale cecena, sono morte sette sue guardie del corpo. L’esercito russo ha dichiarato che Kadirov non si trovava nella comitiva e che uno degli assalitori sarebbe stato ucciso.
Euskal Herria. 5 marzo. Il giudice dell’Audiencia Nacional, Juan del Olmo, che lo scorso 19 febbraio ha decretato la sospensione e chiusura del quotidiano in lingua basca Euskaldunon Egunkaria e della società che lo edita Egunkaria S.A., ha inviato all’esecutivo autonomico basco un’ordinanza di sospensione degli aiuti ufficiali al quotidiano. Lo ha riferito ieri Radio Euskadi. I conti di Euskaldunon Egunkaria sono stati bloccati. Intanto, in neanche un mese, Egunero, il nuovo quotidiano che ha sostituito Euskaldunon Egunkaria, porta le sue pagine a 20 ed aumenta la propria tiratura raddoppiando il numero di lettori rispetto a Egunkaria.
Irlanda del Nord. 5 marzo. Londra pospone di un mese le elezioni previste a maggio, anche se c’è il rischio di un successivo rinvio senza data prefissata. Motivo ufficiale è il mancato raggiungimento di un accordo tra i repubblicani e gli unionisti. Ad abbandonare il tavolo negoziale è stato ancora una volta l’esponente unionista David Trimble: aveva una riunione al Parlamento di Londra, ha detto. Durante i due giorni di incontri a Belfast, è stato discusso un documento di 28 pagine presentato dai governi britannico ed irlandese con proposte su smilitarizzazione, riforma della polizia, riforma giudiziaria, disarmo delle forze paramilitari ed una soluzione per i membri dell’IRA sui quali pesano i mandati di cattura britannici. «Siamo qui per raggiungere un compromesso. Se non è oggi, sarà domani. Se non è domani, sarà la prossima settimana, ma siamo venuti per trovare un accordo», assicurava Gerry Adams, presidente del Sinn Féin, all’inizio delle negoziazioni nel castello di Hillsborough, a Belfast, aggiungendo: «Abbiamo di mira l’obiettivo finale, e cioè che i britannici se ne vadano dall’Irlanda».
Gran Bretagna. 5 marzo. Le teste di cuoio britanniche sono già in azione in Iraq. Lo scrive Daily Telegraph, che informa che 300 soldati delle temute SAS (impiegate anche in Irlanda del Nord) operano già nel paese arabo. Fanno parte di un contingente di 4mila operativi speciali statunitensi e australiani, con quartier generale nel Qatar e con basi in Giordania, Kuwait e Turchia. Queste forze entrano ed escono dall’Iraq ultimando compiti di acquisizione informazioni su obiettivi militari.
Iraq. 5 marzo. _Miliziani del gruppo islamico kurdo Ansar Al Islam hanno attaccato un posto di controllo dell’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) nei pressi della città Sulaimaniya. Morti cinque islamisti ed un miliziano dell’UPK. Il “numero due” dell’UPK è morto il 9 febbraio scorso e l’attentato mortale è stato paragonato dagli osservatori, per rilevanza politica, a quello contro l’afghano Massud il 9 settembre 2001.
Libia. 5 marzo. Gheddafi ufficializza il ritiro della Libia dalla Lega Araba, che però riferisce di non aver ricevuto ancora alcuna comunicazione in tal senso. Le dichiarazioni del presidente libico giungono poche ore dopo lo scontro verbale avuto sabato, al vertice della Lega Araba, nella località egiziana di Sharm el Sheij, con il principe dell’Arabia Saudita Abdullah ben Abdulaziz. Nell’occasione Gheddafi ha lanciato pesanti accuse alla casa regnante in Arabia Saudita per la sua alleanza con gli Stati Uniti. Già nell’ottobre scorso la Libia aveva presentato una rinuncia formale come socio dell’organismo panarabo in segno di protesta per la «incapacità di questo organismo» di posizionarsi in maniera comune su conflitti come quello iracheno e palestinese. La rinuncia era stata poi «congelata». Di recente Gheddafi è impegnato a portare il suo contributo per la creazione di una nuova Unita Africana.
Cina. 5 marzo. Pechino progetta spedizioni spaziali. Primo obiettivo: sbarcare sulla Luna. Preliminarmente verranno effettuate una serie di prove e di lanci di satelliti nell’orbita lunare. Il programma spaziale è stato battezzato con il nome Chang’e (tratto da una leggenda popolare cinese nella quale una fata viaggia verso la luna). Il progetto si concluderà con un atterraggio sulla superficie lunare, con impiego di veicoli robotizzati che prenderanno campioni di superficie rocciosa da esaminare poi al ritorno sulla Terra. Luan Enjie, rappresentante dell’Agenzia spaziale Cina, ha dichiarato che la prima fase del progetto si concluderà nel 2010, al momento dell’invio di una missione equipaggiata. Secondo gli scienziati cinesi la Luna sarebbe un luogo abitabile dall’essere umano in futuro. La Cina sarebbe così il terzo paese, dopo Russia e Stati Uniti, ad inviare uomini nello spazio. Si registrano comunque, in Cina, manifestazioni contro il progetto, per i costi elevati a fronte della condizione di povertà in cui versano ampi strati della popolazione cinese.
Polonia. 5 marzo. Il primo ministro polacco Leszek Miller, leader del partito SLD (Alleanza della sinistra democratica, ex comunisti del Partito operaio unificato polacco), ha estromesso dal governo di sinistra i due esponenti del PSL (partito dei contadini polacchi). La causa reale della separazione è da addebitare alle gravi ripercussioni che l’ingresso nell’Unione Europea comporterà per l’agricoltura polacca. La crescita dell’importazione di prodotti agricoli, conseguenza dei meccanismi comunitari, penalizzerebbe persino i grandi produttori di cereali, principale base elettorale del PSL. Nel contempo, i benefici che la politica agraria comunitaria assegna alle produzioni della carne, della latte e del grano –a favorire prevalentemente Francia, Baviera (Germania), Olanda, Belgio e Danimarca stanziando a loro favore circa la metà del bilancio dell’UE– non verranno estesi ai paesi nuovi entranti. Leszek Miller, d’altro canto, impegnato nella predisposizione di quei tagli di bilancio necessari per rispettare il vincolo di deficit del 3%, non ha intenzione di elargire quelle sovvenzioni promesse prima di partecipare ai negoziati con l’Unione Europea dello scorso dicembre a Copenaghen. Ora Miller governerà in minoranza con i socialisti dell’UP (Unione del lavoro), disponendo di 212 seggi su 460. Fra tre mesi, intanto, nel mezzo di una grave situazione economica, i cittadini polacchi sono attesi per il referendum sull’Unione Europea.
Palestina. 5 marzo. Cecchino israeliano uccide contadino di 75 anni. Intorno alle 14.00 di ieri Abdullah Shehadeh Al Ash'hab stava procedendo lentamente a cavallo del suo mulo, intento alla raccolta di legna da ardere nella sua proprietà, quando un cecchino israeliano gli ha sparato tre volte al collo, uccidendolo all'istante. Al Ash'hab viveva nei pressi di Gaza city, vicino all'insediamento israeliano illegale di Netzarim. Soldati, e fra loro anche cecchini, ne sorvegliano regolarmente il perimetro al fine di «proteggere» i coloni. La fattoria di Al Ash'hab's è situata a circa 400 metri dall'insediamento. «È stato un crudele attacco ad un vecchio indifeso» ha affermato Nabil Abu Kameel, sindaco del villaggio. «Abdullah non è mai entrato in nessuna area che gli israeliani abbiano dichiarato 'proibita'; si trovava semplicemente sulla sua terra. Ma gli israeliani sparano ai contadini solo per rendere ancora più miserabili e pericolose le loro vite, spingendoli ad andarsene dai dintorni delle colonie israeliane». «Oltre ai quotidiani bombardamenti e sparatorie sui civili, hanno distrutto 10 pozzi della zona che ci fornivano acqua potabile e per l'agricoltura», continua Abu Kameel. «Alcuni li hanno distrutti con i bulldozer e altri con la dinamite. Inoltre attaccano continuamente la nostra rete idrica con i carri armati».
USA. 5 marzo. «L’attacco all'Iraq comincerà con un uragano di bombe e di missili: sarà una vera e propria campagna di paura e terrore (..) Saremo veloci, precisi, ma la gente morirà, mettetevelo in testa». Così si esprime il capo di Stato Maggiore Richard Myers al New York Time sui piani d’invasione dell’Iraq predisposti dal Pentagono. Il Generale prevede l’utilizzo di un numero di bombe e di missili Cruise dieci volte superiore a quelli che furono utilizzati nella Guerra del Golfo del 1991: 48 ore di bombardamenti (si calcolano oltre tremila tra bombe e missili), cui seguirebbe l’ingresso delle truppe di terra.
Italia. 6 marzo. In ambienti pacifisti e di sinistra è luogo comune cantare le lodi dell’ONU, considerato l’organismo “democratico” internazionale per eccellenza, ispirato ai diritti universali dell’uomo e di libertà ed eguaglianza dei popoli, e dunque legittimo depositario della legalità internazionale. È proprio così? Ernesto Galli Della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, non è d’accordo. Il giornalista evidenzia che già la struttura dell’ONU non rispetta alcun principio di eguaglianza tra i popoli: «Il cuore dell’organizzazione, il Consiglio di Sicurezza, vede la presenza di Paesi di serie A (i cinque membri permanenti dotati di diritto di veto sulle decisioni più importanti) e di Paesi di serie B, cioè tutti gli altri. Non solo, ma non va dimenticato che i Paesi di serie A sono tali perché sono nient’altro che i vincitori (..) della Seconda Guerra Mondiale: e perciò sono le Grandi Potenze (..) alle quali lo statuto dell’ONU attribuisce la prerogativa forse più estranea a qualunque giuridicità etica: il diritto di comandare in quanto si è il più forte». Inevitabile la conclusione: «Il primo requisito d’un qualunque giudice è l’indipendenza, il non essere parte in causa, e invece nel Palazzo di Vetro tutti sono parte in causa e difendono (..) solo il proprio interesse».
USA. 6 marzo. Il Pentagono ha riconosciuto la morte a dicembre di due prigionieri taliban nella base aerea di Bagram, a nord di Kabul, in Afghanistan. I due giovani, Dilawar (22 anni) e Mulah Habibulah (30 anni), sono stati uccisi sotto interrogatorio per colpi da oggetti contundenti. Ne dà notizia il quotidiano britannico The Independent, secondo il quale la tortura sui prigionieri in Afghanistan è largamente praticata dai soldati e dagli specialisti dei servizi statunitensi.
Venezuela. 6 marzo. Spari nella notte alle porte del Palazzo Presidenziale. Ferita una persona. Lo riferisce l’emittente di estrema destra Unión Radio. Secondo le autorità, gli spari sarebbero provenuti da una automobile in corsa.
Corea. 7 marzo. Il Pentagono comunica l’invio di circa 25 bombardieri nella base militare di Guam, isola del pacifico non lontana dal Giappone. Guam fu “ceduta” dalla Spagna (insieme a Portorico e alle Filippine) agli Stati Uniti dopo la sconfitta nella guerra ispano-americana del 1898. Da allora –escluso un breve periodo sotto il Giappone– si tratta di un «territorio non incorporato» degli Stati Uniti. Secondo Donald Rumsfeld, intervistato dal New York Times, si vorrebbero così «dare al presidente tutte le opzioni militari di cui potrebbe avere bisogno, se dovesse ordinare un attacco contro la centrale nucleare di Yongbyon».
Venezuela. 7 marzo. Il Presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, Francisco Ameliach, ha denunciato come sia in fase di preparazione, da parte dell’opposizione golpista sostenuta dagli Stati Uniti, un «terzo colpo di Stato» contro Chávez per via internazionale. Intanto Carlos Ortega, uno dei capi dell’opposizione, già partecipe del tentativo di golpe dell’aprile dell’anno scorso, oltre che massimo dirigente della Confederazione dei Lavoratori del Venezuela, sul quale pesa un mandato di cattura, ha chiesto asilo nell’ambasciata del Costa Rica, a Caracas. È ricercato dal 20 febbraio scorso.
Brasile. 7 marzo. In conferenza stampa, a margine del Work Shop Ambrosetti di Cernobbio, il presidente della Banca Mondiale, James D. Wolfensohn, conferma la concessione di un prestito da un miliardo di dollari al Brasile. «Sono impressionato inequivocabilmente da quanto sta facendo», ha detto Wolfensohn riferendosi al neo presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva. «Sta facendo un ottimo lavoro».
Irlanda del Nord. 8 marzo. Sono 600 gli ordigni ritrovati e disinnescati in Irlanda del Nord negli ultimi tre anni. È quanto riferisce l’ufficio stampa dell'Esercito britannico. Il numero dei ritrovamenti, che comprende esplosivi, armi, munizioni, è salito da 163 (2001) a 188 (2002).
Afghanistan. 8 marzo. Donne afgane “liberate” grazie ai bombardamenti statunitensi, come all’unisono ripetono i mass-media cosiddetti “occidentali”? Non secondo le organizzazioni delle donne afgane Rawa ed Hawca, che avevano espresso a suo tempo opposizione all’intervento statunitense. Secondo tali organizzazioni, i signori della guerra «insediati dal governo statunitense e mai liberamente eletti dalla popolazione» sono dei criminali: «Essi hanno provocato centinaia di migliaia di morti, hanno devastato, torturato e calpestato i diritti e la dignità umana delle donne quando erano al governo prima dei taliban (..) le scuole riaperte a beneficio dei riflettori occidentali vengono assalite e costrette a chiudere di nuovo (..) le donne e le ragazze che infrangono le regole rischiano di essere molestate, minacciate, arrestate o come estrema conseguenza sono obbligate a sottoporsi ad una visita ginecologica». Per chi volesse saperne di più, si può consultare il sito dell’organizzazione Human Rights Watch www.hrw.org, i cui articoli sono stati in parte tradotti in italiano sui siti vww.wforw.it e www.ecn.org/reds/donne/donne.html
Euskal Herria. 9 marzo. Il sindacalismo abertzale (patriottico, ndr), ELA e LAB, incrementa al 51,68% la sua rappresentatività, rispettivamente 8.551 delegati (36,15%) e 3.673 delegati (15,63%). CCOO e UGT si attestano al 38,43%, rispettivamente 4.789 delegati (20,25%) e 4.301 delegati (18,18%). Il sindacato indipendentista LAB è quello che, dalla fine dell’anno, segna il più alto tasso di crescita, mentre l’UGT accentua il suo declino. Le elezioni sui posti di lavoro sull’insieme di Araba, Bizkaia, Nafarroa e Gipuzkoa (parte dei Paesi Baschi sotto occupazione spagnola) avvengono a più tornate. La precedente si è tenuta nel periodo da settembre a dicembre del 2002.
Gran Bretagna. 9 marzo. Sull’Iraq The Independent attacca senza mezzi termini il governo Blair. Il noto quotidiano britannico (tiratura 230.000 copie) apre la sua edizione odierna con una campagna di pace: «Non in nostro nome, Mr. Blair». Nel preambolo dell’articolo: «Non avete prove, non avete l'approvazione dell'ONU, non avete l'adesione del paese, non avete l'adesione del vostro partito. Non avete né il diritto legale né quello morale. Non potete coinvolgere, contro la sua volontà, la Gran Bretagna nella guerra ingiusta e inutile di George Bush».
Palestina. 9 marzo. Circa 200mila persone hanno partecipato ai funerali, a Gaza, del capo dei servizi di sicurezza di Hamas, Ibrahim al Makadme, assassinato ieri insieme ad altri tre palestinesi. Due elicotteri israeliani hanno lanciato missili contro la vettura sulla quale viaggiava.
Iraq. 9 marzo. Persino l'ex presidente statunitense Jimmy Carter esprime la sua opposizione all'imminente guerra in Iraq. In un articolo sul New York Times, Carter definisce l’imminente operazione militare «quasi senza precedenti nella storia dei Paesi civilizzati», ed esprime parole di condanna per l'attuale amministrazione statunitense.
Iraq. 9 marzo. In un'intervista pubblicata nell'edizione domenicale del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Mohammed El Baradei, direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, accusa i servizi segreti di un non precisato Stato. Questi hanno consegnato alle Nazioni Unite documenti che proverebbero il tentativo di Baghdad di procurarsi uranio dal Niger. Si tratta di documenti falsificati, sostiene El Baradei, allo scopo di dimostrare inesistenti programmi di riarmo.
Venezuela. 9 marzo. Chávez denuncia una «campagna internazionale» contro il Venezuela. Ad orchestrarla è l’opposizione che accusa il governo di tirannia e di dare protezione al terrorismo. Nel corso della trasmissione domenicale di oggi "Aló, presidente", il presidente venezuelano, Hugo Chávez, denuncia frequenti titolazioni, in tal senso, di quotidiani di svariati paesi e dichiarazioni di funzionari di alcuni governi non solo del continente sudamericano. La «opposizione golpista venezuelana», inoltre, beneficerebbe di molto denaro anche proveniente dall’estero e di una grande attività di lobby per screditare il governo. Chávez ha definito una «pila di menzogne» la lettera della scorsa settimana di un gruppo di rappresentanti dello Stato della Florida (USA), nella quale si sosteneva la necessità di attivare la Carta Interamericana Democratica contro le supposte violazioni dei diritti umani del governo del Venezuela.
Irlanda del Nord. 10 marzo. L'IRA annuncia che non riprenderà la distruzione delle proprie armi e che comunque non le distruggeranno di fronte alle telecamere. Secondo The Observer, l'IRA sarebbe pronto a consegnare una cospicua quantità di armi ed esplosivi, ma i Provisionals avrebbero detto ai propri membri che l'operazione sarà fatta in segreto. Citando imprecisate fonti autorevoli, e, contrariamente a quanto riportato da alcuni mezzi d'informazione, RTE riferisce che, per l'IRA, su alcuni punti chiave si sono fatti passi avanti durante gli ultimi colloqui di Hillsborough Castle, ma c’è indignazione per la proposta di sanzioni contro il Sinn Féin. La fonte riporta anche che, prima che sia raggiunto un accordo finale, tutti i rami del movimento repubblicano dovranno essere consultati, ed allo stato non esistono programmi per iniziare questo processo.
USA. 10 marzo. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU come luogo di mercimonio? È quanto si evince dalla lettura del Corriere della Sera, che parla di «battaglia diplomatica a suon di soldi» per convincere i sei Stati «indecisi» (Angola, Camerum, Cile, Guinea, Messico, Pakistan), membri temporanei del Consiglio di Sicurezza, ad appoggiare o respingere la nuova risoluzione proposta da USA-GB-Spagna e sostenuta pure dalla Bulgaria. Una non facile situazione per detti Stati, stretti tra l’opposizione delle proprie popolazioni ed il rischio di inimicarsi Washington, con possibile perdita di «aiuti economici», investimenti e «benefici» vari.
Corea del Nord. 10 marzo. Pyongyang ha effettuato oggi un nuovo lancio missilistico di prova verso il mare. Si tratta dello stesso tipo di missile lanciato dai nordcoreani lo scorso 24 febbraio. Il Pentagono si è limitato a dire di non essere stato colto di sorpresa. L’avvertenza di Pyongyang, a tutte le navi, di tenersi fuori da un settore del Mar del Giappone tra sabato e martedì, sostiene il Pentagono, ha rappresentato un indizio inequivocabile.
Euskal Herria. 11 marzo. Prorogati di sei mesi, fino al 20 agosto, la chiusura ed il blocco dei conti di Euskaldunon Egunkaria nonché delle società Egunkaria SA e Egunkaria Sortzen SL. Il quotidiano in lingua basca, secondo il giudice Juan del Olmo «è un progetto di ETA dall’inizio (nel 1990) ad oggi» ed avrebbe la funzione di «'mediare' tra l’organizzazione ed eventuali settori sociali favorevoli (...) Le persone di volta in volta 'designate' o che hanno ottenuto il 'via libera' di ETA continuano ad essere le stesse nei posti direttivi essenziali (presidente del Consiglio di Amministrazione, Consigliere Delegato, direttore del periodico)». Nel suo atto di 45 pagine, Del Olmo riproduce documenti e tesi esposte dal giudice Baltasar Garzón allorché questi fece chiudere Egin.
Euskal Herria. 11 marzo. Acebes minaccia chi denuncia torture. Ieri il ministro dell’Interno spagnolo, Angel Acebes, ha dichiarato che il fatto di denunciare di aver subito torture per mano delle forze di polizia e militari spagnole «può essere costitutivo del delitto di 'collaborazione con banda armata'». Ha quindi annunciato la presentazione di querele alla Audiencia Nacional contro Martxelo Otamendi, Iñaki Uria, Xabier Alegria e Xabier Oleata, arrestati nella retata contro Egunkaria. Le loro denunce di aver subito torture mentre si trovavano nelle mani della Guardia Civil nient’altro sarebbero, secondo il ministro, che una precisa esecuzione delle istruzioni di ETA di dire il falso. Tra le reazioni di sdegno e di protesta, anche quelle di Amnesty International che dichiara «enorme sorpresa». Secondo Amnesty l’infondere il timore di rappresaglie, «senza aver attivato alcuna investigazione preliminare», significa «promuovere ed alimentare un clima di impunità» per i torturatori.
Venezuela. 11 marzo. Washington denuncia la presenza di una rete terrorista di finanziamento in Venezuela. Secca replica da Caracas. Il ministro delle Relazioni Estere, Roy Chaderton, ha dichiarato che il governo degli Stati Uniti deve fornire prove. «Queste prove potrebbero attivare un’azione investigativa. Una semplice denuncia non è sufficiente». La settimana scorsa, il generale James Hill, del Comando Sud degli Stati Uniti, aveva segnalato la presenza di organizzazioni terroriste, includendo il gruppo sciita Hezbollah, che opererebbero in zone di frontiera tra Brasile, Argentina e Paraguay, come anche nell’isola venezuelana di Margarita. Gli Stati Uniti accusano Hezbollah dell’attentato che nel 1983 costò la vita a Beirut di 241 marines.
Euskal Herria. 12 marzo. La neonata Autodeterminaziorako Bilgunea (AuB) presenterà la proposta di concorrere alle elezioni di maggio. Lo farà sabato a Bilbo (Bilbao), nelle giornate convocate per definire il suo programma d’azione. Saranno i partecipanti al forum, aperto a «tutti i settori sociali impegnati nella costruzione della democrazia in questo paese: progressisti ed abertzales (patriottici, ndr)» a decidere se AuB sarà effettivamente nelle urne. Joxerra Etxebarria, uno dei rappresentanti di AuB, ha spiegato in un’intervista che «il processo di illegalizzazione di Batasuna ci preoccupa perché lascia molti cittadini senza un referente politico, senza strumenti per la difesa delle proprie idee, senza possibilità di indirizzare il proprio voto verso le proprie opzioni… In ogni caso, quando dei cittadini sono privati di questo diritto, in realtà è tutta la società che rimane senza diritti, e questo è quel che ci preoccupa». Le basi della presentazione alle elezioni di AuB sarebbero i cinque pilastri che ne hanno determinato la fondazione: autodeterminazione, risposta alle aggressioni degli Stati (Spagna e Francia), ricerca di una soluzione democratica al conflitto, promozione della trasformazione sociale e della uguaglianza, stimolo per la lingua (euskara) e la cultura basca.
USA. 12 marzo. Il Pentagono ha provato ieri in Florida una bomba da 9.500 chili, che, sostiene, sarà disponibile all’uso contro l’Iraq. Si tratta della più grande bomba convenzionale al mondo. La sua potenza è simile a quella di una bomba nucleare, solo che è di più piccola dimensione. Il cratere sul terreno corrisponderebbe a tre campi di calcio.
USA. 13 marzo. La Casa Bianca plaude alla decisione di un tribunale che lascia senza diritti i prigionieri di Guantánamo. Un tribunale di appello di Washington ha stabilito martedì che i prigionieri reclusi (650) nella base navale statunitense di Guantánamo (Cuba) sono privi di diritti legali negli Stati Uniti. Per il segretario della Giustizia, John Ashcroft, si tratta di una «vittoria importante nella guerra contro il terrorismo». La decisione del tribunale federale significa che questi prigionieri possono continuare ad essere detenuti senza limiti di tempo, senza essere giudicati, senza poter parlare con i propri avvocati, «trattati come animali», stando a denunce di alcuni afgani, alcuni in età avanzata, liberati alcuni mesi fa. La sentenza origina dal ricorso degli avvocati di vari detenuti che chiedevano al governo, appellandosi all’habeas corpus, di spiegare perché li continui a detenere a Guantánamo. Il tribunale ha risposto adducendo varie argomentazioni, tra le quali il fatto che la sovranità della base (che è da decenni occupata dagli Stati Uniti) è a Cuba e lì i tribunali statunitensi non hanno giurisdizione ed inoltre che non è stato definito lo status della loro prigionia.
Unione di Serbia e Montenegro. 14 marzo. È morto il Quisling di Belgrado. Così scrive Neil Clark sul britannico The Guardian di oggi, riferendosi a Zoran Djindjic, il primo ministro serbo assassinato. «Un ignobile servitore occidentale le cui riforme economiche hanno portato miseria». Scrive Clark. «Al di là della versione "tipo CNN" della faccenda, la carriera di Zoran Djindjic appare piuttosto differente. Coloro che non danno peso al senso del cambiamento di regime dovrebbero ricordare che l'Iraq non è il primo paese dove gli USA e altri governi occidentali hanno provato ad architettare la rimozione di un governo che non soddisfaceva i loro interessi strategici. Tre anni fa fu il turno della Jugoslavia di Slobodan Milosevic. Nella sua recente biografia su Milosevic, Adam LeBor rivela come gli USA versarono 70 milioni di dollari nelle casse dell'opposizione serba e dei suoi sostenitori per osteggiare il leader jugoslavo nel 2000. Agli ordini del segretario di Stato Madaleine Albright, un ufficio americano segreto per gli affari jugoslavi fu istituito per aiutare ad organizzare la rivolta che avrebbe spazzato via l'autocratico Milosevic dal potere. Allo stesso tempo è evidente come gruppi mafiosi controllati da Zoran Djindjic e legati all'Intelligence americana abbiano eseguito una serie di assassinii di sostenitori-chiave del regime di Milosevic, inclusi il Ministro della Difesa Pavle Bulatovic ed il capo dell'aviazione civile jugoslava Zika Petrovic. Con Slobo ed il suo partito socialista finalmente caduti, gli USA hanno avuto il governo "riformatore" che desideravano. Il nuovo presidente Vojislav Kostunica prese il "bouquet" ["prese ufficialmente l'incarico", ndT], ma fu l'uomo del Dipartimento di Stato, Zoran Djindjic, a tenere le redini del potere –e certamente a non abbandonare i suoi sponsor di Washington. La prima priorità fu quella di intraprendere un programma di "riforme economiche" –dal sapore di nuovo ordine mondiale– per la vendita dei beni statali, a prezzi stracciati, alle multinazionali occidentali. Più di 700mila imprese jugoslave erano rimaste a partecipazione statale, e la maggior parte erano ancora controllate da comitati di impiegati, con solo il 5% del capitale privato. Le compagnie potevano vendere solo se il 60% degli introiti erano allocati tra i lavoratori. Djindjic cambiò rapidamente la legge e la grande svendita poteva adesso incominciare. Dopo due anni in cui migliaia di imprese a partecipazione statale furono vendute (molte alle compagnie dei paesi che presero parte ai bombardamenti della Jugoslavia del 1999), nella relazione dell'ultimo mese la Banca Mondiale è stata generosa di encomi verso il governo-Djindjic ed il suo "coinvolgimento delle banche internazionali nel processo di privatizzazione". Ma non erano solo i beni statali che Djindjic aveva l'ordine di svendere. Anche Milosevic doveva andare, in cambio di 100 milioni di dollari promessi, anche se effettivamente ciò significava rapirlo, in contravvenzione alla legge jugoslava, e spedirlo con un jet della RAF al processo-spettacolo dell'Aia, finanziato dagli USA. Quando un uomo ha venduto i beni del suo paese, il suo ex-presidente ed i suoi principali rivali politici, cosa c'è ancora da vendere se non il paese stesso? E nel gennaio di quest'anno Djindjic ha fatto proprio questo. Nonostante l'opposizione di molti dei suoi cittadini, il "baluardo della democrazia" ha seguito la richiesta della "Comunità Internazionale" e dopo 74 anni il nome della Jugoslavia è scomparso dalle cartine politiche. L'obiettivo strategico della sua sostituzione con una serie di protettorati deboli e divisi era finalmente stato raggiunto. A volte però anche i piani eseguiti in modo ineccepibile decadono. Nonostante gli elogi occidentali, Djindjic verrà rimpianto da pochi in Serbia. Per la maggior parte dei Serbi egli sarà ricordato come un traditore che si è arricchito vendendo il proprio paese a coloro che gli scatenarono contro la guerra, così spietatamente, solo pochi anni prima. Le riforme di Djindjic più lodate hanno condotto ad un rialzo dell'inflazione, la disoccupazione è salita oltre il 30%, i salari reali si sono svalutati di oltre il 20% e oltre i 2/3 dei serbi ora vivono al di sotto della soglia della povertà. Non è ancora chiaro chi ha sparato i colpi che hanno ucciso Zoran Djindjic. Verosimilmente è stata un'operazione di malavita, alla fine i suoi legami con il crimine organizzato gli si sono ritorti contro. Ma, sebbene risulti cinico, ci sono molti in Serbia che avrebbero premuto il grilletto. In una recente visita a Belgrado, fui colpito non solo dal livello dello stento economico, ma anche dall'odio che quasi tutti nutrivano verso il loro primo ministro, la cui popolarità era scesa sotto il 10%. La lezione dalla Serbia, per quelli che cambiano regimi uno dopo l'altro, è una lezione semplice. Si può provare a soggiogare un popolo con le sanzioni, le sovversioni e le bombe. Si possono, volendo, rovesciare governi che non piacciono e cercare di imporre il proprio volere insediando un Hamid Karzai, un Generale Tommy Franks o uno Zoran Djindjic, affinché svolgano il ruolo di "consoli imperiali". Ma non si creda di poter forzare un popolo umiliato a rendere a questi omaggio».
Euskal Herria. 14 marzo. Otegi invita la cittadinanza basca ad ulteriore manifestazioni massicce contro il «nuovo ordine internazionale che ci vogliono imporre, sotto l’egemonia dell’imperialismo statunitense». Il parlamentare di Sozialista Abertzaleak, Arnaldo Otegi, ha detto oggi che c’è una «volontà maggioritaria di questo popolo che non si sente rappresentato dalle autorità spagnole che, tramite il governo Aznar, si aggiungono attivamente al genocidio contro il popolo iracheno». Il popolo dell’Iraq ed il popolo basco, sostiene Otegi, «sono due obiettivi da annichilire nella mente malata di questo signore della guerra», con allusione al governo di José María Aznar, ed ha aggiunto che «non possiamo permettere che questo accada». In tal senso è «responsabilità della maggioranza sociale e politica di questo paese pronunciarsi e operare contro questa guerra». Il parlamentare indipendentista ha ricordato che il 13 marzo –Giornata di Solidarietà con Egunkaria– il popolo basco ha già dato un «esempio di dignità e di risposta ad Aznar e alla sua strategia di guerra», risposta che, ha considerato Otegi, «deve ripetersi oggi», nelle varie manifestazioni indette in città basche come Baiona, Donibane Lohizun, Gasteiz, Iruñea, Tutela, Bilbo, Donostia.
Iraq. 14 marzo. Secondo il settimanale Time le prime società ad aggiudicarsi le prime gare d’appalto per la ricostruzione dell’Iraq sono tutte statunitensi. Per il suo business del dopoguerra il governo di Washington ha già predisposto contratti per 900 milioni di dollari (circa 1.800 miliardi di lire). Allo stato le voci principali, di per sé significative, sono ponti, strade, porti, ospedali, scuole e aiuti alimentari d’emergenza. Secondo uno studio di William Nordhaus, docente di economia a Yale (www.econ.yale.edu), i costi preventivati per la guerra vera e propria vanno da un minimo di 50 miliardi di dollari ad un massimo di 140. Per la ricostruzione si oscilla tra i 30 e i 105 miliardi di dollari. Per gli aiuti umanitari postbellici promessi alla vigilia della precedente guerra d’aggressione all’Afghanistan, gli USA si erano impegnati per 1,8 miliardi di dollari. Di tale cifra, modestissima, è arrivato finora (un anno e mezzo dopo) meno della metà.
Iraq. 14 marzo. Secondo l’ONU sono oltre un milione i bambini che potrebbero morire in Iraq in caso di guerra. Nel documento (Integrated Humanitarian Contingency Plan for Iraq and Neighbouring Countries), datato 7 gennaio 2003 e redatto dall’OCHA (l’ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite) si legge che il 30% dei bambini sotto i cinque anni in Iraq «sarebbero a rischio di morte per malnutrizione» nell’eventualità di un conflitto. Dal momento che la popolazione irachena sotto i cinque anni è di 4,5 milioni, questo equivale a 1,26 milioni di bambini. Non meno catastrofiche sono alcune cifre sul possibile impatto di una guerra sulla situazione umanitaria: 5.210.000 i bambini sotto i cinque anni e le donne incinte o che allattano altamente vulnerabili; 500.000 le potenziali vittime dirette e indirette del conflitto; 3.020.000 le persone a rischio nutrizionale; 18.240.000 le persone che potrebbero avere bisogno di accesso all’acqua; 8.710.000 le persone che potrebbero avere bisogno di strutture di servizi igienici e sanitari. Le previsioni contenute nel rapporto si riferiscono a quello che viene definito uno scenario di «impatto medio», basato sulle seguenti ipotesi: a) campagna militare che incontra una certa resistenza ma termina dopo un periodo che va da due a tre mesi; b) distruzioni considerevoli di infrastrutture essenziali e notevoli movimenti esterni ed interni di popolazione causati da una offensiva di terra su vasta scala sostenuta da bombardamenti aerei; c) accesso ai civili colpiti dalla guerra gravemente limitato per la durata del conflitto. Ne dà notizia l’associazione “Un ponte per”.
Iran. 14 marzo. A Teheran si è certi che il prossimo obiettivo USA dopo l’Iraq sarà appunto l’Iran, che subirà preliminarmente una «guerra ideologica», «di software», veicolata da Washington. Lo ha dichiarato oggi Hasan Rowhani, segretario del Consiglio Supremo Nazionale di Sicurezza, sovente componente di missioni diplomatiche all’estero. Presenziava ad una cerimonia al mausoleo dove si trovano i resti dell’Imam Khomeini, a Shahr-e Rey, un quartiere a sud di Teheran. Secondo Rowhani, il vero obiettivo degli Stati Uniti è «cambiare la mappa regionale nel Golfo Persico» e soddisfare i suoi «insaziabili interessi petroliferi e quelli di Israele».
Libano. 14 marzo. Il gruppo sciita libanese Hezbollah si appella ad un’alleanza cristiano-musulmana contro gli Stati Uniti. Apprezzamenti «al Vaticano e alle chiese del mondo per la posizione storica» assunta nei confronti di Washington.
Euskal Herria. 15 marzo. L’illegalizzazione di Batasuna arriverà «entro tre o quattro giorni». Lo sostiene Arnaldo Otegi, dopo che, mercoledì, il Tribunale Costituzionale (TC) ha rigettato all’unanimità il ricorso del parlamento basco alla Legge dei Partiti varata proprio per mettere fuori legge l’organizzazione indipendentista basca. Questa Legge sarebbe insomma, secondo il TC, pienamente concorde con i princìpi base della Costituzione spagnola. La deliberazione viene mentre in queste ore il Tribunale Supremo sta per emettere la sua sentenza contro Batasuna. Otegi ha comunque preannunciato, ieri, il ricorso degli avvocati di Batasuna al Tribunale di Strasburgo, dicendosi convinto che, entro alcuni anni, Strasburgo stesso darà ragione a Batasuna, vista l’aleatorietà delle accuse e le pesanti violazioni dei diritti umani. Ma «quel che importa è quel che succederà da qui a sei, sette, otto o nove anni», ha precisato nelle sue dichiarazioni a ETB.
Germania. 15 marzo. Schröder annuncia restrizioni al sistema sociale tedesco. Ieri in Parlamento, al Bundestag, il capo del governo ha detto che si procederà ad una drastica riforma del sistema sociale nonostante le proteste dei sindacati, tradizionale appoggio del SPD (socialdemocratici), il partito di Schröder. Questi ha specificato che «andiamo a tagliare i servizi di Stato, potenziare la responsabilità individuale ed esigere più partecipazione a ciascuno».
Gibuti. 16 marzo. Dislocati dal Pentagono, nel piccolo Stato di Gibuti, ex colonia francese in Africa orientale, 1300 uomini, per lo più marines, dotati di un comando operativo sull’unità navale Mount Whitney. Obiettivo della “missione”: operazioni militari in paesi come Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan e Yemen. Stati che sono stati teatro, secondo le dichiarazioni rilasciate al Boston Globe dall’ufficiale Dave Connolly, di operazioni «non abbastanza convenzionali per poterne parlare». In riferimento ai “destinatari”, il Maggior Generale John Sattle, a capo delle operazioni nell’area, ha dichiarato che «l’obiettivo della missione non è soltanto Al-Qaeda, ma tutto il terrorismo transnazionale». Va segnalato, inoltre, come nell’area del corno d’Africa agisca da metà gennaio, nell’ambito dell’operazione “libertà duratura”, la forza marittima europea Euromarfor. A comandare le navi europee, agenti «in stretto raccordo» con le forze statunitensi, l’ammiraglio italiano Quinto Gramellini.
Gibuti. 16 marzo. L’appoggio alle operazioni statunitensi non è privo di elargizioni per i governi servili. In una recente visita a Washington, il presidente Omar Ismael Guelleh si è visto triplicare gli aiuti statunitensi ed includere il paese nella lista dei candidati per le agevolazioni commerciali dell’African Growth and Opportunity Act (proposta di legge per la crescita e l’opportunità dell’Africa). Varata sotto l’amministrazione Clinton, è stata definita da un editoriale del New York Times del 7 giugno 1998 «un pacchetto di benefici a favore delle fiorenti multinazionali e una minaccia per la sovranità degli Stati sub-sahariani». Il governo di Gibuti spera però di ricevere ulteriori laute prebende dalla contrattazione delle condizioni per la firma di un accordo di libero scambio riguardante il porto principale del Gibuti, dalla concessione a compagnie petrolifere straniere dell’esplorazione del sottosuolo, dall’elargizione di finanziamenti per il miglioramento di infrastrutture.
Kirghizistan. 16 marzo. Lo scorso dicembre, ad un anno esatto dal dispiegamento di un contingente militare statunitense nell’aereoporto di Manas, la Russia di Putin ha schierato una forza di reazione rapida di 5.000 unità nel vicino aereoporto di Kant. L’accordo con il regime del presidente Akayev, sottoposto ad una crescente opposizione interna, farebbe del Kirghizistan il primo avamposto militare del Collective Security Treaty Organization, con cui Mosca tenta di riaffermare la propria influenza in alcune delle ex repubbliche sovietiche. Un trattato che include, oltre al Kirghizistan ed alla Russia, anche Bielorussia, Armenia, Kazhakistan e Tagikistan. Nel prossimo incontro previsto per il maggio 2003, tale trattato dovrebbe divenire il nucleo di un nuovo blocco politico-militare, il cui ruolo ed influenza nell’area, considerata la pesante ingerenza di Washington nell’area, è ancora tutto da scoprire




Rispondi Citando