Analisi
Balcani: Dani Zoltan, l’uomo che vide l’invisibile F117
Mercoledì 23 Settembre 2009 – 7:42 – Dragan Mraovic
Rinascita ha intervistato Dani Zoltan
Tutti ricordano che nell’aggressione atlantica del 1999 contro la ex Jugoslavia sono stati usati anche gli aerei F-117, “falchi notturni” o “Jet black” invisibili per i radar. Nei tanti anni di utilizzo e nelle tante occasioni di guerra usato, questo straordinario aereo non era stato mai avvistato e di conseguenza mai abbattuto. La sua tecnologia “stealth” non permetteva ai radar nemici di avvistarlo.
Il primo uomo riuscito ad abbatterlo, il 27 marzo 1999, è stato il colonnello Zoltan Dani, comandante di una batteria di missili della contraerea jugoslava. Ha accettato di parlarne in esclusiva per Rinascita con questa sua prima intervista sulla stampa italiana.
Lei è l’uomo che ha visto… l’invisibile F-117. Come?
Si tratta di una netta vittoria militare dovuta a lunghissimi addestramenti e al duro lavoro di tanti anni. E’ stato il gran successo di un team molto addestrato, deciso e coraggioso che ha dimostrato anche nelle situazioni più drammatiche la sua genialità e il suo animo combattendo comunque anche in netta situazione di inferiorità nei confronti dell’aggressore.
Ne è stato fatto anche un film documentario “Ventunesimo secondo”. Perché un tale titolo?
Mentre ci addestravamo ed esercitavamo per l’azione di cui stiamo parlando la condizione sine qua non era di completare l’azione entro meno di venti secondi o al massimo entro venti secondi, perché in tal modo si da’ la possibilità dell’equipaggio del sistema di missili di sopravvivere all’eventuale contrattacco missilistico contro le fonti di radiazioni dei radar. Ciò vuol dire che dovevamo finire il nostro lavoro prima di essere raggiunti dal missile antiradar. Durante gli addestramenti abbiamo insistito molto su tale limite temporale e dicevo spesso ai miei collaboratori: “fate così che il ventunesimo secondo sia tutto quello che vivremo dopo e non la nostra tragedia avvenuta proprio in quell’istante”. Il regista di questo film, Zeljko Mirkovic ha poi usato questo per il titolo, perché nel momento in cui leggerete queste mie parole oppure mentre, ora, sto rispondendo alle vostre domande, per me è sempre simbolicamente quel ventunesimo secondo.
Lei è di etnia ungherese. Come mai lei ungherese “nell’esercito serbo” chiamato così dalla propaganda di alcuni paesi occidentali anche se si trattava dell’Esercito jugoslavo?
Credo che lei sappia che la ex Jugoslavia era un paese multietnico ed io faccio parte di tale multietnicità. Sono nato in Serbia da padre ungherese e da madre romena. A tre anni parlavo serbo, ungherese e romeno. A quell’epoca non era importante a quale nazione appartenevi, ma che tipo d’uomo eri, quanto valevi nel tuo lavoro e perciò io non avevo incontrato nessun ostacolo per iscrivermi all’Accademia militare. Nell’esercito jugoslavo tutti eravamo uguali e in quel periodo non si trattava certamente di alcun “esercito serbo”.
Lei è stato contattato recentemente dal pilota americano che lei aveva abbattuto e il quale, per fortuna, era sopravvissuto alla caduta dell’aereo? Come si chiama? Come era il vostro contatto? Che cosa avete in mente? Un vostro eventuale incontro potrebbe essere simbolo di un altro modo d’incontro tra la nostra nazione e quell’americana?
Sì, il contatto si è realizzato grazie alla mediazione di Zeljko Mirkovic, il regista del documentario “Ventunesimo secondo”. Certi programmi esistono, ma è troppo presto parlarne e oltretutto non sono autorizzato a farne dichiarazioni ufficiali. Sono certo che il sig. Zeljko Mirkovic potrebbe darvi più informazioni.
Un generale italiano, Piergiorgio Cruccioli, ex comandante della Terza Regione Aerea d’Italia, nella quale si trova la base aerea Gioia del Colle, un ottimo professionista e un signore corretto, ha valutato molto bene la difesa contraerea jugoslava asserendo che si era comportata benissimo malgrado le nostre armi fossero veramente abbastanza antiquate nei confronti di quelle della Nato. Lei è uno di quei militari sui quali il generale ha fatto tale apprezzamento, che fa onore sia a lui che a noi.
Ringrazio nel modo più sincero il generale per questo elogio e spero di poterlo incontrare, un giorno.
Penso che avremmo tanti temi interessanti da sviluppare nella nostra conversazione. Per quanto riguarda i miei meriti personali una parte della risposta reale sta nella domanda stessa: è vero, anch’io, nel mio piccolo, ho contribuito all’azione in questione. Ne sono un po’ contento e orgoglioso, ma si trattava innanzitutto di un lavoro di gruppo, di un team-work.
Oggi lei è fornaio e pasticciere e non più un colonnello della contraerea. Forse è meglio così?
Sì, lei ha detto bene. Penso che sia meglio così per tutti compreso me e la mia famiglia.
Un suo messaggio ai nostri lettori in Italia?
Sono onorato di aver avuto l’occasione di rilasciare questa intervista per Rinascita. Apprezzo moltissimo l’Italia e spero di avere possibilità di visitarla una volta da turista. Tanti saluti a tutti i vostri lettori ai quali auguro buona salute, felicità e successi nella vita.
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