Da Claudio Tulli:
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Cr*,
il 15 giugno è alle porte.
C'è la guerra, non c'è la sinistra liberista.
C'é invece quella di Aprile.
Che ha deciso di appoggiare "senza se e senza ma" il SI al referendum. Non
vorrei stare nei panni di D'Alema e di Epifani: li attendono giorni di
giravolte, salti mortali, dietrofront...
La classe ha ripreso l'iniziativa e ora si porta dietro i partiti: NON
VICEVERSA, come il modello politicista tenta di far credere. E' dai wobblies
americani degli anni trenta che il ciclo si spezza DENTRO LA FABBRICA. POI,
viene l'intendenza dei politici professionisti...
Qui, apparentemente sembra una battaglia di "retroguardia". ma dove è questa
classe su cui applicare l'art. 18 ? Non era sparita, sotto i colpi del
capitale postfordista, la produzione industrialista delle merci materiali ?
Ma va la, Claudio!
Le realtà è che le sacche arretrate del fordismo sono attaccate ferocemente.
Ma, a differenza della "regolazione bassa" che ha imperversato con la
sinistra liberista al governo (e la CGIL a ruota), ORA il conflitto ha
ripreso a girare in modo diverso: è la rude razza pagana che non vuol farsi
cancellare dal capitale!
Articolo 18, il correntone vota sì
La scelta per il referendum del 15 giugno è fatta. Adesso tocca a Cgil e
Cofferati
AN. SCI.
Aprile ha detto sì. Dopo le divisioni che si erano registrate anche
all'interno del Correntone, finalmente è arrivata una risposta univoca sul
tema che divide oggi più di tutti la sinistra, il referendum sull'articolo
18. Nel documento dell'assemblea nazionale dell'associazione del correntone
Ds c'è proprio un intero capitolo dedicato all'uguaglianza e al valore dei
diritti. La formula scelta è molto «politica», nel senso che il sì è
indicato non tout court, ma come naturale sbocco di un percorso che anche la
Cgil dovrebbe svolgere nelle prossime settimane. Verificato che è
impossibile far approvare una legge sull'estensione dei diritti che soddisfi
il quesito referendario, l'unica scelta possibile sarà votare sì: «Diverse
proposte sono state presentate in Parlamento, e particolarmente
significativa è quella avanzata dalla Cgil. Ci impegnamo a sostenere la via
legislativa. Se qualcuno dovesse far fallire questa via, ci esprimeremo, in
occasione del referendum per la piena affermazione dei diritti dei
lavoratori». Una scelta ben precisa, tanto più significativa se si pensa che
la maggioranza Ds, affiancando la Margherita, ha invece scelto l'altra
parte, ovvero quella del no.
A spiegare la scelta del sì è Cesare Salvi, figura di spicco di Aprile oltre
che componente del comitato promotore del referendum per l'estensione
dell'articolo 18 alle piccole aziende: «La scelta fatta dalla destra del
partito è sbagliata - esordisce - perché il referendum è un mezzo per
sconfiggere Berlusconi e opporsi all'attacco che il suo governo sta
sferrando contro i diritti dei lavoratori. Con il sì si spazza via il patto
per l'Italia: l'elettorato ha l'opportunità di realizzare quello che il
Parlamento non può fare, dato l'attuale equilibrio delle forze. Non solo
Aprile, dunque, ma l'intero partito dei ds dovrebbe pronunciarsi per il sì».
Proprio i diritti del lavoro vengono individuati come il vero terreno su cui
si giocherà il futuro della sinistra italiana. «Dove è oggi il socialismo? -
chiede Salvi - Si è perso il rapporto con le classi emarginate, con i
poveri, i disoccupati, e con i lavoratori. La sinistra si è persa nella
competizione con la destra per conquistare i ceti medi, dimenticando il
dialogo con il suo popolo tradizionale. Adesso, con i movimenti, il ceto
medio riflessivo si è riavvicinato alle istanze sociali, e noi non dobbiamo
lasciarci scappare questa opportunità. Dobbiamo parlare a milioni di
persone, partendo dalle condizioni materiali: sostenendo le proposte sul
salario sociale, vertenze sindacali centrali come quelle dei metalmeccanici,
smascherando le deleghe del governo Berlusconi. Dire sì al referendum, come
hanno scelto di fare il forum sociale europeo, l'Arci, Lilliput, i
professori di Firenze e tante altre realtà, è ormai una scelta di campo
irrinunciabile per la sinistra». A questo punto, insomma, mancano la Cgil e
Cofferati.
Centrale è anche il tema di un nuovo rapporto con Rifondazione: Aprile non è
per una semplice alleanza elettorale, ma punta a realizzare delle
convergenze sul piano programmatico. Il Nuovo Ulivo tratteggiato dal
documento votato ieri parla di un rapporto con il Prc più stretto, «qualcosa
di assai più impegnativo rispetto alla desistenza senza programmi del '96:
almeno un progetto, attorno a tre, quattro grandi convinzioni comuni, che
non ancora programma organico di governo, definisca un ambito comune».
In sostanza, a mio avviso: il NUOVO ULIVO, col Koffy
mediator-conducator, può nasce solo sulla uscita di scena delle oligarghie
del VECCHIO ULIVO. O no ?
O è posssibile una "transizione" pacifica e indolore ?
c/
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