Da Rinascita Nazionale
Doveva essere una guerra lampo e non lo sarà. La domanda che ora tutti si pongono è questa: il fattore tempo per chi sarà un vantaggio?
Nell’improbabile ipotesi che l’aggressione atlantica contro l’Iraq si trasformi in un nuovo Viet-Nam è evidente che gli Usa ed i loro compari dovranno tornarsene a casa con la coda tra le gambe.
Una guerra lunga combattuta sul terreno significa decine di migliaia di morti e l’opinione pubblica occidentale non è in grado di sopportare un’altra generazione di mutilati e reduci.
Il deserto non è però la giungla indocinese e difficilmente la resistenza, ancorché eroica, del popolo iracheno potrà inchiodare a lungo le forze dell’invasione, che si avvalgono di tecnologie infinitamente superiori e possiedono armi di distruzione di massa veramente devastanti.
La stima più probabile di durata del conflitto, considerandolo chiuso solo al termine delle repressioni di massa che seguiranno la “liberazione”, è quindi quella, peraltro già annunciata da Bush, di qualche mese.
Il costo della macchina bellica atlantica è enorme ed ogni giorno di conflitto costa quanto il prodotto nazionale lordo di uno stato africano. Due o tre mesi di guerra peseranno sul bilancio Usa qualcosa come 500-600 mila miliardi delle nostre vecchie lirette, ma il bottino di guerra sul quale puntano gli aggressori è ancora più ingente: il secondo giacimento petrolifero del pianeta. Tutto questo senza poi considerare il valore aggiunto rappresentato dal controllo di una regione geopoliticamente essenziale per il più vasto piano yankee di conquista planetaria.
Per questo motivo i media americani potranno avanzare qualche critica al governo Bush, ma rappresenteranno comunque un ostacolo sormontabile per il prosieguo della guerra. Quanto poi all’opposizione interna al congresso, questa, secondo consuetudine, si è zittita all’inizio delle ostilità e così resterà per tutta la durata del conflitto. I mesi, poi, non sono anni e non si costruiscono campagne elettorali vincenti contro una guerra che terminerà comunque prima di nuove elezioni.
L’unico vero ostacolo per Bush e compari è quindi unicamente rappresentato dall’opinione pubblica.
Quella interna è tenuta a bada con la rigida censura di ogni immagine che “possa turbare gli animi dell’innocente popolo americano”. E discorso simile vale anche per la stampa e televisione inglese: il pubblico è tenuto all’oscuro di ogni nefandezza commessa dagli invasori, dall’entità delle vittime civili irachene e, naturalmente, anche delle perdite alleate.
In pochi mesi non riuscirà ad arrivare in patria e a diffondersi la verità trasmissibile dai testimoni diretti che, in ogni caso, sono anche loro tenuti all’oscuro del quadro complessivo e quindi in grado di riportare le sole esperienze personali.
Per quanto riguarda, invece, l’opinione pubblica internazionale, gli atlantici fanno conto sulla stampa ammaestrata e sui governi servili pronti a diffondere sempre e soltanto la “verità” emanata dagli uffici stampa degli invasori.
L’informazione, per esempio in Italia, si è poi progressivamente trasformata in “informazione spettacolarizzata”, seguendo in tutto e per tutto le regole di una qualunque Tv spazzatura.
Lo spettacolo televisivo, l’informazione della carta stampata è oggi drammaticamente a rimorchio, è legato fortemente al principio della novità. Così il primo giorno di guerra ha visto speciali su ogni rete, con ascolti record in prima serata, poi la questione è stata relegata in seconda serata e dopo solo qualche settimana la guerra potrebbe non aprire più le pagine dei telegiornali. Insomma un programma spazzatura per eccellenza come Grande Fratello o una qualsiasi fiction casereccia potrebbe battere in ascolti uno speciale sulla guerra. Così, per questi motivi, ma anche, ovviamente, per altri, di guerra si parlerà sempre meno e cosi facendo sarà più facile per il regime liberaldemocratico veicolare bugie come postulati.
Questo quadro potrebbe sembrare troppo pessimistico, ma purtroppo è molto realistico.
Esistono però ancora spazi significativi per trasformare questa sporca guerra di aggressione in un fulgido esempio di resistenza e di sovranità nazionale per tutti i popoli che devono riconquistare la loro libertà.
Innanzi tutto la determinazione e l’eroismo del popolo iracheno può far resistere Baghdad oltre ogni limite immaginabile dagli analisti militari, con un popolo intero che si trasforma in esercito ed una città che diventa fronte.
E’ poi necessario sperare sul positivo ruolo che può assumere nella vicenda la Russia. Solo Mosca può infatti stringere alle corde gli atlantici, per esempio organizzando un ponte umanitario per rifornire Baghdad e mettendosi alla testa delle tante nazioni che all’Onu sarebbero pronte a condannare l’aggressione anche con atti formali.
La chiesa cattolica può poi far sentire ancora la sua voce. Wojtyla potrebbe assumere decisioni devastanti per il futuro politico di Bush, con una condanna assoluta e definitiva come criminale di guerra.
Ma l’ultima e più significativa responsabilità cade sulle spalle di tutti noi.
Solo una mobilitazione continua, solo un atteggiamento risoluto e militante dell’opinione pubblica può costringere i governicchi europei ad assumere infine un ruolo indipendente dagli Usa.
Una mobilitazione quotidiana, perché ogni giorno muoiono innocenti iracheni ed ogni giorno che passa ci avvicina tutti alla dittatura planetaria.
Poi sarebbe veramente difficile rialzare la testa.


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