«L’America vuole
estendere il fronte»
di RULA JEBREAL *
LE dichiarazioni del segretario alla Difesa Rumsfeld, che accusa la Siria e l’Iran di sostenere l’azione bellica dell’Iraq, esplodono come una bomba ad alto potenziale sullo scenario di guerra e sovrastano, almeno per un momento, il fragore della battaglia. Mentre i governi coinvolti si limitano a smentite ufficiali, ricordando che i tradizionali dissapori con il regime di Bagdad escludono, senza il bisogno di ulteriori prove, l’ipotesi americana che siano state cedute delle armi o che si siano sostenute azioni terroristiche, la stampa araba riporta reazioni allarmate alle accuse americane, infiammando ulteriormente l’opinione pubblica. I commenti sono unanimi nell’attribuire alle parole di Rumsfeld una volontà di delegittimazione strumentale dei due Paesi, inserita ad arte in un processo avviato da molti mesi con la evidente finalità di convincere l’Occidente che è necessario estendere in quella direzione il fronte di guerra. Iran e Siria sono stati inseriti dopo l’11 settembre nel lungo elenco dei "Paesi canaglia", finanziatori e sostenitori del terrorismo internazionale, preparato dall’Amministrazione Bush, ed è ancora vivo il ricordo dell’incontro tra Bolton e Sharon nel febbraio scorso, durante il quale il vice di Colin Powell affermò che una volta archiviata la pratica Iraq sarebbe toccato ai governi di Damasco e Teheran subire la giusta reazione degli Stati Uniti. Nella stessa luce vengono valutati gli "errori" balistici che hanno fatto esplodere missili Usa in territorio iraniano ed anche siriano dove hanno provocato quattro morti. Agli occhi del mondo arabo si tratta di pretesti e provocazioni che vogliono legittimare la volontà degli Stati Uniti di imporre un loro dominio su larga parte del Medio Oriente, espropriando i popoli non solo dei ricchi giacimenti di petrolio, ma del loro diritto all’indipendenza ed all’autodeterminazione.
Il quotidiano siriano Bath lancia un allarme a tutti i Paesi dell’area perché si uniscano a loro nel respingere le accuse e le pretese americane, con l’ammonimento che anche chi si sente oggi sicuro ed al riparo dalle azioni dell’Occidente verrà prima o poi coinvolto nel meccanismo. Il primo risultato che Rumsfeld è riuscito a provocare con le sue dichiarazioni è un’ulteriore crescita nell’opinione popolare del convincimento che la guerra in corso non è minimamente finalizzata alla liberazione del popolo iracheno, ma nasconde una mira egemonica; il secondo risultato è che ha costretto a schierarsi su posizioni di condanna del conflitto e di contrarietà all’intervento americano anche i Paesi tradizionalmente alleati che avevano manifestato in prima battuta un atteggiamento di equidistanza tra le posizioni. Il caso più eclatante viene dall’Egitto dove il presidente Mubarak ha dovuto fronteggiare l’umore del suo popolo lanciando chiari segnali di distanza dalle posizioni americane, tanto che la polizia non solo non ha arginato le ultime manifestazioni di piazza, ma si è addirittura mescolata tra i cittadini in segno di condivisione delle loro posizioni.
Rimane sempre più difficile da comprendere la strategia comunicativa dell’Amministrazione Usa che troppo spesso sembra sottovalutare o addirittura ignorare le reazioni dell’opinione pubblica nei Paesi del Medio Oriente; il presidente Bush pone da alcuni giorni l’enfasi dei suoi discorsi sulla liberazione del popolo iracheno, ma questo non è certo in grado di annullare i sospetti alimentati dalle dichiarazioni che riguardano il dopo-Saddam, il futuro dell’Iraq e dell’intera regione.
* giornalista del Tg La7




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